A proposito di Carnevale: la figura di Arlecchino

Casa di Arlecchino

La maschera bergamasca di Arlecchino è un po’ il simbolo del Carnevale, quantomeno per quanto riguarda la Cisalpina. In essa confluiscono due filoni: quello dello zanni bergamasco della Commedia dell’Arte (il servitore villano e arguto, ma più frequentemente sciocco, ghiottone, ricolmo di bassi appetiti, già secondo Plauto) e quello degli arlecchini medievali, le figure demoniache nordiche che si ricollegano al tema odinico della Caccia Selvaggia (vedi Hölle König, “re dell’inferno”, ma anche Erlkönig, il “re degli elfi”, nonché il diavolo dantesco Alichino). La maschera, il ghigno, il randello di Arlecchino, la sua andatura ondeggiante e saltellante, potrebbero essere residui di questi personaggi diabolici da danza macabra. Tale figura della mitologia germanica passa alla cultura medievale francese sotto forma di diavolo farsesco delle sacre rappresentazioni. E proprio in Francia, grazie ad attori padani cinque-secenteschi, avviene la contaminazione fra la tradizione nordica e quella nostrana, accomunate dallo spirito ctonio sia dello zanni lombardo-veneto che del comico personaggio demoniaco, sottoposto alla ridicolizzazione apotropaica cristiana, operata dalla Chiesa nei confronti del paganesimo europeo. Arlecchino può essere accostato anche al tema dell’uomo selvatico, tipico di tutto l’arco alpino, in cui questo essere umano selvaggio, quasi semidivino, viene demonizzato e irriso, porta con sé un nodoso bastone, viene emarginato, si rifugia nei boschi (Arlecchino sarebbe nativo della Val Brembana e nella sua tradizionale casa vi è un affresco proprio dell’òm saàdech). Secondo alcuni il vestito multicolore di Arlecchino potrebbe essere un tributo pagano al risveglio primaverile della natura, e l’uomo selvatico è personaggio tipico del folclore alpino di origine precristiana. 

Un’importante fetta del folclore orobico è rappresentata dalla figura degli zanni e di alcune maschere della Commedia dell’Arte, come Arlecchino e Brighella. Nel ‘500 la rustica parlata bergamasca era riconosciuta tra i principali volgari di Padania e Italia ed impiegata per volgarizzazioni ma anche per opere originali (tra gli autori principali ricordiamo Giovanni Bressani e Carlo Assonica). La sua fama si deve però all’impiego che ne fecero alcuni autori veneti come Ruzante o Goldoni nel caratterizzare i personaggi del facchino, del rustico, del servo e del ghiottone, dell’irsuto montanaro bergamasco, dalla ruvida loquela gutturale ed incomprensibile, che divallava alla volta di Venezia in cerca di fortuna. In principio fu lo zanni, il contadino lombardo-veneto che diventa nella commedia servitore astuto (Brighella, ad esempio) e successivamente il servo sciocco, ingordo e licenzioso icasticamente rappresentato, nella valle del Po, da Arlecchino, e in Ausonia da Pulcinella. In Arlecchino confluiscono due filoni, come ricordato sopra: quello nordico medievale del personaggio infernale o pagano (il re degli inferi teutonico Hölle König, ma anche il re degli elfi anglosassone Herla Cyning), passato in un secondo momento alle rappresentazioni sacre francesi dove diventa Hellequin (o il dantesco Alichino), e quello appunto granlombardo degli zanni e della Commedia dell’Arte. Stiamo parlando di figure pregne di rimandi pagani, ctoni, precristiani e carnascialeschi i cui archetipi comici nascono nel mondo classico (greco e italico-romano, e si pensi anche all’etrusco Phersu, da cui il latino persona ‘maschera’, e quindi il vocabolo italiano), prontamente ribaltate nel Medioevo, in chiave demoniaca, dalla Chiesa. Il primo attore a mettere in scena Arlecchino è il bergamasco Alberto Naselli, o Gavazzi, detto Zan Ganassa (Bergamo, 1540-1584), colui che sviluppò in maniera originale i tratti caratteristici del personaggio teatrale giunti sino ad oggi. Merita menzione anche il mantovano Tristano Martinelli, forse il più famoso a interpretare la maschera orobica.

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