Paolo Sizzi a “Piazzapulita”

Sizzi a “Piazzapulita”

La prima settimana del dicembre 2019 fu piuttosto impegnativa, per il sottoscritto, essendo passato per ben tre interviste (si fa per dire) effettuate dai media di regime: due de La Zanzara di Cruciani e Parenzo e una ad opera del programma di La7 Piazzapulita. Qui parlerò, nello specifico, di quest’ultima.

Nel tardo pomeriggio di mercoledì 27 novembre 2019, mentre tornavo dal lavoro in macchina, mi trovai fra capo e collo un giornalista di Piazzapulita con un operatore, che praticamente irruppero in casa mia seguendomi alle spalle, essendo il cancello aperto. Fui preso alla sprovvista, così come mia madre che ritrovandosi due estranei in cortile (abito in un rustico villino del contado bergamasco) uscì allarmata per vedere che accadesse.

Capendo la situazione la signora, anziana e vedova, si spaurì, venendo colta da sconforto, e di fronte alla telecamera espresse tutta la sua preoccupazione e sofferenza per via della mia vicenda giudiziaria (condanna definitiva per “offesa all’onore e al prestigio del PdR”, Napolitano, e “istigazione alla discriminazione razziale”).

Questo, cari amici, suscita in persone normali ed oneste la persecuzione liberticida di chi si sfila dalle maglie dello status quo mondialista, finendo denunciato, condannato, esposto alla gogna mediatica. Leggi come la Mancino e il vilipendio delle istituzioni italiane sanzionano mere idee ed opinioni, e chi si macchia di tali “reati” non fa alcuna vittima, non danneggia né persone né cose: le uniche vittime sono gli stessi identitari, e i loro famigliari, come in questo caso vergognosamente tirati in ballo nella caccia alle streghe.

Cercai di tranquillizzare mia madre, facendole capire (per l’ennesima volta) che io non dico nulla di male, nonostante certe esagerazioni del passato – anche se lei non sente ragione e teme per me, soprattutto in chiave lavorativa (perché un lavoro ce l’ho) – e che, francamente, dell’opinione altrui me ne sbatto allegramente i cosiddetti. L’odio o il disprezzo che le reti sociali possono vomitare su di me non mi tangono, anche se fa capire chi, per davvero, è vittima di persecuzioni, di insulti, calunnie, minacce, bullismo internettiano e squadrismo antifascista da tastiera.

Dopo la scena patetica scatenata dall’intervento dei due figuri di La7 – che pensavo non venisse filmata e poi mandata in onda, avendo detto di non coinvolgere il genitore – decisi comunque di rilasciare un’intervista di un quarto d’ora circa, fuori dalla mia abitazione, in cui esposi il mio pensiero völkisch, la bontà della battaglia lombardista, la necessità di un “italianesimo” etnofederale (ero ancora nel periodo filo-italico) e la mia passione per l’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni.

Pur comprendendo come il rischio del consueto taglia e cuci fosse concreto, decisi di affrontare la telecamera, nonostante tutto e tutti, e illustrai il mio punto di vista, anche in merito alle domande che mi venivano fatte. Si parlò di craniometria e craniologia, antropologia fisica, genetica delle popolazioni, di ebrei (Segre) e di Balotelli, del concetto di cittadinanza e nazionalità, di endogamia e altri aspetti emersi dalla mia visione del mondo, ripescando vecchi cinguettii di Twitter.

Ultimata l’intervista, i due se ne andarono e io rincasai. Una settimana dopo, giovedì 5 dicembre, vidi il servizio su La7, anticipato dagli spot della trasmissione, Piazzapulita per l’appunto. Il sottoscritto venne presentato dissotterrando un vecchio filmato che circolava su YouTube circa la prima fase lombardista – praticamente un video di oltre dieci anni fa – e mostrando alcuni tweet del vecchio profilo Twitter, andati perduti (essendo stato cacciato due volte, da quel social), ma salvati dalla “preziosa” opera dell’Osservatorio antisemitismo. La cornice? Il tema dell’odio, ovviamente, con tanto di scritta a caratteri cubitali posta a chiusura delle réclame del programma, una trovata di cattivo gusto. Manco fossi Breivik.

Sì, perché fu proprio tale osservatorio democratico (?), ossessionato dai neonazisti virtuali o presunti tali e malato di censura, a dare l’imbeccata al giornalista Alessio Lasta, questo il suo nome, indirizzandolo verso di me, al fine di confezionare un servizio in cui si mettesse alla berlina il “nazi” disadattato di turno per fare sensazionalismo. Venni presentato come un nazista, un odiatore, un leone da tastiera che vomita bile su internet (come se mi fossi mai nascosto dietro avatar e nickname, peraltro!), un disagiato sociale, accostandomi a personaggi controversi e veicolando il messaggio che, da un momento all’altro, potrei passare all’azione, come se l’identitarismo fosse odio e la passione antro-genetica il prodromo della violenza.

Dell’intervista originale, si capisce, vennero mandati in onda pochi spezzoni raffazzonati, evidenziando faziosamente i passaggi più pruriginosi, se vogliamo, ancorché espressi in tutta calma, lucidità, razionalità, senza deliri e senza atteggiamenti nazisteggianti. Trasmisero i frangenti in cui parlai di endogamia all’europide, affermando l’importanza della salvaguardia anche biologica della propria identità (caucasoide bianca, italica, lombarda); la necessità di difendere il concetto di razza, come subspecies, che non è nulla di nazista e hitleriano – checché ne dica lo stucchevole intervistatore – ma è realtà antropologica, genetica, biologica appunto (mentre etnia è un concetto più culturale che altro); la differenza tra cittadinanza (carta) e nazionalità (sangue), sottolineando come la Segre, ebrea italiana, sia di cittadinanza italiana ma di nazionalità giudaica, così come un Balotelli nato e cresciuto in “Italia” sia negroide ghanese, e non italico per sangue.

Non mi sembra proprio di aver affermato delle castronerie perché la stessa genetica delle popolazioni ci dice come esistano ebrei distinti in vari rami (aschenaziti, sefarditi, mizrachi i principali, ma anche gli italkim , cioè gli Ebrei italiani, cui la Segre appartiene) e distinti, soprattutto, dai popoli europidi, essendo una popolazione sì ibrida – nel caso europeo – ma comunque situata, come cluster genetico, tra Italia meridionale e Levante. E questo vale per tutte le popolazioni del globo, i cui confini biologici possono essere delimitati sia dalla genetica che dall’antropologia fisica, che passa pure per l’analisi del cranio.

Infine, una battuta sulla Liliana che, senza addentrarmi nel suo passato che rispetto tranquillamente, oggi è un’anziana signora longeva e distinta (non se la passa certo male, in qualità di senatore a vita), dignitosa, ma dai propositi a mio avviso troppo bellicosi verso la libertà d’espressione, che non è libertà di insultare ma libertà di dire, ad esempio, che gli ebrei d’Europa sono un’etnia a sé stante, diversa dai cosiddetti “italiani” (a loro volta distinti in differenti etnie), ponte tra Levante ed Europa. Questo è forse odio? Affermare che esistono razze, sottorazze e profili fenotipici peculiari, nonché etnie innervate proprio sul concetto di sangue e, naturalmente, di cultura è istigazione a fare del male, ad impugnare un’arma? Ma che stiamo dicendo? Questo è un delirio bello e buono.

Terminato il filmato, in cui il Lasta si dimostrò chiaramente prevenuto, ignorante, partigiano e censore (ma visto l’esordio non poteva essere altrimenti), ecco il commento in studio di eminenti esperti di antropologia e genetica: Laura Boldrini, Arianna Ciccone, Valentina Petrini, Gennaro Sangiuliano (oggi ministro della cultura) e un giovane sovranista meloniano, Francesco Giubilei. Conoscevo solo la Boldrini, che ovviamente può vantarsi di essere una gigantesca testa pensante in materia di sangue, suolo, spirito.

Orchestrati da Corrado Formigli, il conduttore, indeciso sul come classificarmi (scemo o futuribile criminale nazista), i presenti si produssero in tutta una serie di beceri luoghi comuni, conditi da insulti, continuando a mescolare il sottoscritto con neonazismo, neofascismo, suprematismo bianco, Hitler, Mengele e gente varia che fa della violenza o aizza a farla. Io ho avuto guai giudiziari, è vero, ma per mere questioni d’opinione; sicuramente, ai tempi, posso dire di avere un “tantino” sbarellato, ma non ho mai fatto il nazifascista della mutua o il suprematista alla lombarda, non ho mai propagandato odio, e tantomeno lo faccio ora!

Piuttosto infervorata la signora Ciccone, assidua frequentatrice del “Cinguettatore”, che voleva ridurmi alla stregua di personaggio folcloristico, cui non dare alcuna visibilità, preso per i fondelli da tutti: tutti chi, scusate? I guitti antifascisti di Twitter, probabilmente, quelli che si vantano di essere democratici e liberali ma poi fanno le crociate per bannare e sospendere in perpetuo, dimostrando come dietro le “prese per il culo” vi sia comunque una grande paura per tematiche spinose e poco simpatiche come etnonazionalismo, antropogenetica e razzialismo, che sono inesorabili pugni nello stomaco al pensiero unico fucsia e al mondialismo, con le loro perversioni.

A questa signora dico che censura fa rima con paura e, pur concordando sul fatto che io sia innocuo perché persona civile, ribadisco che le tematiche da me trattate stanno profondamente sulle gonadi ai semicolti, ma non perché odio, istigazione alla violenza, neonazismo o altre assurde accuse di questo genere, ma perché vanno a sbugiardare clamorosamente tutte le balle antirazziste e antifasciste, tutte le narrazioni liberali e progressiste, tutte le costruzioni e sofisticazioni del politicamente corretto e della retorica resistenziale, che in questo finto Paese è una vera e propria droga. E non solo una droga, direi, ma pure una forma di dittatura che vuole eliminare tutto quello che esula dal contesto “democratico” (ossia schiavo dell’alta finanza), e infatti gli ospiti in studio condannarono pure il comunismo staliniano, altro nemico mortale del capitalismo e dell’imperialismo americano, quanto nazionalsocialismo e fascismo.

Il “simpatico” Formigli insistette dandomi del povero scemo, e dimostrando una grandissima profondità intellettuale e capacità di analisi, mentre quella Ciccone continuò a minimizzare riducendomi al rango di macchietta senza alcun peso ed importanza; in entrambi i casi stiamo parlando di ignoranti abissali che nulla sanno di ciò di cui mi occupo, e nulla sanno di antropologia, di genetica, di etnonazionalismo, però parlano, parlano e dicono un mucchio di corbellerie, assieme al Giubilei che prende le distanze da me difendendo il suo triste partito sovran-sionista, oggi al governo tricolore, amante della Repubblica Italiana, della costituzione e di tutta la chincaglieria partigiana, dicendo che il suo capo, la Meloni, nulla ha a che fare con l’etnonazionalismo. E meno male, diamine!

Scemo, scemo del villaggio, pazzo, personaggio folcloristico, nazista, soggetto dalle opinioni criminali (se non criminale tout court)… Le ficcanti argomentazioni degli astanti, ideologicamente trasversali (a testimonianza di come tutto l’arco parlamentare sia complice del sistema), alla corte di Corrado Formigli si sprecano, senza che nessuno entri nel merito della questione: odio? nazismo? razzismo? no no, nulla di tutto questo, parlo del preservazionismo etno-razziale fondato su basi scientifiche e biologiche, che non è sacrosanto perché lo dice il Sizzi ma perché lo suggeriscono la realtà che viviamo ogni giorno, una realtà fatta di globalizzazione che sradica, calpesta, infanga e distrugge l’identità in tutti i suoi aspetti, un’opera infame di demolizione supportata sia dai cialtroni di sinistra che dai cialtroni di destra, pecoroni statali della baracca italiana, entità coloniale di proprietà Usa e Nato.

La trasmissione intendeva stigmatizzare l’esistenza dei “nazisti del web” – per cavalcare ridicole polemiche qualche mese più tardi spazzate via dal coronavirus – ma, in tutta franchezza, è stata solamente la messa in onda di una sceneggiata indecente e spoetizzante in cui una persona, io nella fattispecie, viene linciata senza contraddittorio sparando nello spazio le più pacchiane banalizzazioni e strumentalizzazioni, senza, ripeto, entrare nel merito della vera questione che è la salvaguardia dell’identità e della tradizione di un popolo, di una comunità, in tempi di globalizzazione galoppante che non lascia spazio all’orgoglio etno-razziale. Quella stessa globalizzazione che poi cagionò una pandemia. Ma si sa, “il vero virus è il razzismo” (citazione di qualsivoglia fesso liberal).

Del resto, perché, periodicamente, si parla tanto, a vanvera, di fantomatico pericolo fascista o nazista, in Europa? Perché bisogna far guardare da un’altra parte, e perché si creano finti problemi con lo scopo di incanalare l’odio della gente verso il capro espiatorio “nazi”, lasciando belli tranquilli i veri nemici dei popoli europei che sono gli squali, i banchieri, i finanziocrati, i mondialisti, gli imperialisti euro-atlantici, la mafia nelle sue varie sfumature.

Qualcuno, a caldo, mi disse che avrei fatto meglio a non farmi intervistare; il problema è che il servizio, questi, lo avrebbero fatto comunque, e se li avessi cacciati a malo modo avrei dato l’idea del tizio che si spaventa ed evita di parlare, esprimendo il suo dissenso al regime. Io approfitto delle situazioni propizie per divulgare il messaggio etnonazionalista, che si costruisce anche sulle basi biologiche e, mi pare evidente, la figuraccia la fanno questi tristi e omologati giornalisti proni alla volontà dei tecnocrati antifascisti, giornalisti che non sanno nulla, non sanno di cosa uno parli, tentano di mettergli in bocca cose mai nemmeno pensate e fanno della retorica cosmopolita da quattro soldi.

Chiaro, col senno di poi (memore della prima intervista televisiva, quella de Le invasioni barbariche della Bignardi, con Michele Serra a sputare sentenze senza contraddittorio), vista l’irruzione, il coinvolgimento di terzi, le riprese in casa mia, il taglia&cuci e lo spettacolo raccapricciante in diretta, avrei potuto tranquillamente indurre gli intrusi ad andarsene evocando i carabinieri; tuttavia, ritengo che a sfigurare sia stato il circo di Piazzapulita, non certo chi scrive, perché il modello di giornalismo proposto da La7 in questa occasione si è dimostrato davvero pessimo, un imbarazzante tributo a chi comanda e tiene gli scribacchini per le gonadi.

Il discorso relativo al baraccone di Formigli può essere fatto anche per le due chiamate di Cruciani (che mi aveva già contattato nel giugno del 2015), dove lui e Parenzo si dimostrarono i veri fanatici intolleranti, ignoranti come caproni, che più di insultare, coprire la voce dell’interlocutore con le proprie, e buttare in gazzarra discussioni molto profonde e degne di attenzione, non possono fare. Fra l’altro, anche qui, solito lavoretto di taglio e cucito, senza dare lo spazio che merita alla basilare questione del sangue. Naturalmente, il loro programma radiofonico è quello che è, fatto di satira, provocazioni e inflazioni, ma non sarebbe male cercare di confrontarsi seriamente evitando, ad ogni piè sospinto, di aggredire verbalmente a vuoto, senza che, peraltro, vi sia da parte di chi parla (il sottoscritto) arroganza, presunzione, protervia. Io cerco solo di propagare il messaggio etnonazionalista, che ovviamente si avvale anche della scienza per corroborare i propri principi.

L’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni meritano rispetto, perché sono branche scientifiche, così come meritano rispetto l’etnonazionalismo, l’identitarismo sangue e suolo e il comunitarismo. Chi si approccia a questi contesti colmo di pregiudizi, dettati da superficialità e ignoranza crassa, non andrà da nessuna parte, e non capirà mai come lo studio dell’uomo, anche in chiave biologica, sia fondamentale soprattutto oggi, con lo scopo di annichilire tutte le idiozie egualitariste della vulgata progressista, antifascista, lib-dem.

Da ultimo, una precisazione: circolava una bufala secondo cui io avrei detto, in merito all’argomento Liliana Segre, che: «I campi di sterminio sono una fandonia come l’11 settembre»; questa affermazione mi è stata attribuita da un giornalista di Repubblica, Piero Colaprico, che si è basato su questo commento Facebook (il primo), postato da un tal Daniele (cognome cancellato), collegandolo, non so in che modo, al sottoscritto. Come mai non mi stupisce che un simile sfondone (a quanto pare in malafede) provenga da uno che scrive su quel giornale? Si prendono un po’ troppe libertà questi soggetti, dall’alto della loro inesistente superiorità morale…

Tutto questo voleva forse essere una trappola architettata contro il sottoscritto per presentarlo come mostro nazista da sbattere in prima pagina? Se così fosse il trabocchetto non ha funzionato perché, nonostante i soliti mezzucci giornalistici, credo proprio di aver detto la mia in una maniera sobria, equilibrata e ben lontana sia dallo stereotipo del neonazi che da quello della macchietta da tastiera. Sta alla gente obiettiva farsi un’idea circa la condotta sizziana, nella personale convinzione che nelle mie parole non vi sia alcuna forma di odio, discriminazione e incitamento alla violenza, ma solamente e semplicemente amore per la natura che sta alla base di una sana visione del pianeta terra e di chi lo abita.

Su YouTube potete reperire le tre interviste in oggetto. Lascio giudicare a voi il taglio giornalistico (se di giornalismo si può parlare, beninteso) assunto da questi personaggi, e se qui il problema vero sia io o, piuttosto, la dittatura dell’imperante pensiero unico/pensiero debole che si serve di cervelli succubi e bacati incapaci di animare individui per davvero liberi. Il dispotismo reale sta nell’antifascismo e nella sua macchina del fango, produttrice di leggi liberticide, giustificate da una presunta superiorità sinistroide e/o liberale, e di prodotti “culturali” affetti da faziosità cronica, dove i buoni e i belli sono i complici della tirannia globalista mentre i cattivi e i brutti tutti quelli che si sottraggono alla vulgata di questa fosca temperie occidentale (contemporanea).

A proposito di craniometria (e di “Zanzara”)

Pól

Nel giugno del 2015 ricevetti la prima telefonata (ne seguiranno altre 4 fra 2019 e 2023, tutte quante reperibili su YouTube) da quei due guitti de La Zanzara (nota trasmissione radiofonica demenziale in onda su Radio24), Giuseppe Cruciani e David Parenzo. Avrei potuto benissimo sbattergli il telefono in faccia – pur non conoscendo bene il programma, all’epoca – ma la tentazione propagandistica è sempre troppo forte. E credo sia giusto affrontare il dibattito, anche a costo di venir irriso da minus habentes come quelli (il che, comunque, è un’attestazione di stima involontaria, visti i soggetti).

La loro chiamata era dovuta alla curiosità suscitata dalla craniometria, un interesse che coltivo da anni in qualità di amatore, nel più ampio contesto dell’antropogenetica, ma che nella testa di personaggi del genere (o dell’itaglione medio) sembra qualcosa di lombrosiano o nazista. Oltretutto, chissà come si procurò il mio numero, il duo romano-ebraico…

Cari amici, che cos’è la craniometria, scusate? Non è altro che una diramazione della più vasta branca antropometrica, una disciplina scientifica che tratta delle misurazioni del corpo umano (del cranio e dello scheletro, soprattutto) per scopi archeologici e antropologici, perno dell’antropologia fisica (o razziologia, ma tale termine so che provoca forte prurito nei benpensanti).

La craniometria, misurazione del cranio, si ricollega alla craniologia, vale a dire allo studio del cranio umano ai fini antropologici ed etno-razziologici. Tutto ciò, tengo a precisare, con Lombroso e la sua frenologia (o la fisiognomica) non ha nulla a che vedere. La craniometria è scienza, la frenologia è astrologia. Chiaro il concetto?

Ormai dovrebbe esser chiara – a chi frequenta i lidi sizziani – la preminenza delle misure cranio-facciali e corporee per gli scopi della tassonomia razziale, poiché la pigmentazione è un dato secondario e non è il principale discrimine tra razze umane, soprattutto tra sottorazze e varietà fenotipiche di una stessa razza.

Detto questo, non è che il sottoscritto sia un antropologo o uno scienziato, ma ha una passione per l’antropologia fisica (così come per la genetica delle popolazioni, pur non essendo un genetista), e dunque per l’approfondimento delle conoscenze riguardo la biodiversità razziale umana.

Ovviamente è uno studio da integrare, per forza di cose, con la suddetta genetica delle popolazioni ma che, evidentemente, agli occhi di gente come Cruciani o Parenzo suona poco più che una barzelletta. Beata ignoranza: costoro volevano far fare la figura dello scemo al sottoscritto ma, irridendo anche solo il concetto di ‘aplogruppo’, si sono tirati la classica zappa sui piedi. Chiunque può cercare informazioni su quanto sto dicendo ora (e che ho sempre detto più e più volte sui vari blog) e può così verificare se sia io ad essere “da ambulanza” (cit. Cruciani) o loro da asilo infantile. Io sono solo un appassionato, ma genetisti del calibro di Cavalli-Sforza, Piazza, Barbujani, Boattini, Francalacci, Cruciani (omonimo del conduttore), Boncinelli, Sazzini, Caramelli, Raveane, Sarno ecc., solo per rimanere sugli italofoni, non credo meritino di vedere sputacchiato il proprio campo scientifico d’indagine da due saltimbanchi.

La realtà “italiana”, fra le altre cose, è una delle più studiate al mondo, in fatto di genetica, per via della sua ben nota diversità etnica che le dà un aspetto alquanto eterogeneo, così peculiare da non avere eguali in Europa. E non solo in senso nord-sud ma anche ovest-est, per non parlare del caso sardo e delle varie minoranze.

Per carità, la trasmissione radiofonica incriminata, La Zanzara, è un tripudio di cattivo gusto e cialtroneria dove uno come Parenzo fa la parte del… leone, ma ogni occasione è buona per parlare di antropologia e amore per le proprie radici, con relativo studio approfondito in campo sia fisico che genetico.

Quanto dai due mandato in onda è stato il consueto taglia&cuci (l’intervista è durata 5-6 minuti, in cui ho parlato di svariate questioni) ma, francamente, ribadisco che la figura degli imbecilli l’hanno fatta Cruciani e Parenzo. Io mi sono limitato, senza sbottare per cadere nei loro tranelli e far la figura dell’idiota fanatico, a parlare brevemente di craniometria/craniologia e genetica, argomenti che come sapete ho affrontato con dovizia sui miei spazi virtuali precedenti, e che continuo a fare su Lombarditas.

La misurazione del cranio è assai ricorrente presso archeologi, paleontologi, anatomopatologi, medici forensi, ricercatori antropologici e fino a che non è stato un reato (per gli antirazzisti) parlare liberamente di razze e loro studio antropologico e fisico, a livello accademico, fior fior di autori se ne sono avvalsi per spiegare al meglio la differenziazione tra gruppi razziali umani (per citarne qualcuno ricordiamo Broca, Boas, Ripley, Lapouge, Deniker, Sergi, Livi, Biasutti, von Eickstedt, Hooton, Coon, Günther, Lundman, Baker, Schwidetzky, Knussmann). Tra l’altro, va detto che l’antropologia fisica è una disciplina scientifica e si studia nelle università (a Bologna e Ferrara, ad esempio), e a questo proposito va fatto il nome dell’accademico fiorentino Brunetto Chiarelli, tuttora in vita.

Pure Cavalli-Sforza si avvaleva di studi antropometrici ed antroposcopici parlando di genetica delle popolazioni (citando lavori contemporanei), proprio perché non siamo tutti uguali, e sensibili differenze fisiche intercorrono tra le principali razze umane e relativi sottogruppi. Questi studi sul corpo umano in senso etno-razziale corroborano poi, ovviamente, la genetica delle popolazioni, che mostra anch’essa la biodiversità tra etnie e razze.

Peraltro, se teniamo conto di antropologia fisica e genetica, più che di sottorazza, oggi come oggi, conviene parlare di fenotipi, e la craniometria di cui tratto io (le misurazioni, le tassonomie, l’inquadramento etnico e geografico) non è altro che questo. Le sottorazze vere e proprie, infatti, riguardano le suddivisioni geografiche della razza caucasoide e delle altre, caratterizzate dai vari tipi fisici regionali.

Sulla rete c’era un interessante calcolatore per caucasoidi (Racial analysis calculator) messo a punto da Dienekes Pontikos, personaggio greco noto anche per lo studio della genetica delle popolazioni (vedi il Dodecad Project); una versione pensata per i maschi e una per le femmine. In mancanza di craniometri, e di altri strumenti professionali, era un valido supporto per avere una classificazione indicativa circa il proprio fenotipo, basandosi sui punti craniometrici.

Non essendo più online appare superfluo parlarne, ma la misurazione andava effettuata correttamente, utilizzando strumenti come calibro, morsa, riga rigida, bindella, compasso, squadra metallica e il responso prodotto andava messo in relazione con il supplemento fotografico dell’opera fondamentale di Coon The Races of Europe, che potete ancor oggi trovare qui. Il sito in oggetto, sebbene di taglio nordicista, è una fonte assai preziosa di informazioni, e potete reperirvi tantissimo materiale interessante, tra cui un utilissimo glossario, tavole, mappe e la bibliografia del caso.

Un altro sito alquanto degno di nota è Human Phenotypes, frutto dell’eccellente lavoro di un utente tedesco un tempo presente sull’antro-forum The Apricity (che, tra le altre cose, mi classificò come “southern Celt“, ossia Atlanto-Mediterranid + North Atlantid, da intendersi come il Keltic Nordid di Coon).

Una precisazione: il sottoscritto è noto per saper classificare, fenotipicamente, un individuo partendo anche solo da poche fotografie (basate sulle classiche tavole craniologiche: visione frontale, di tre quarti, laterale); è evidente che la mia classificazione non potrà che essere indicativa, per quanto basata sulla cultura fenotipica, perché la craniometria vera e propria necessita, ovviamente, di valori numerici.

Con il calcolatore razziale di cui sopra ho misurato me stesso e pochi altri individui, ma come capirete, o saprete, chiunque poteva misurarsi e misurare per avere un responso di massima circa la propria natura sub-subrazziale. Ovviamente, alle misurazioni va unita l’osservazione antroposcopica (e la conoscenza, dunque, dei raggruppamenti razziali umani) e la già citata genetica delle popolazioni.

A questo proposito vi inviterei a farvi un bel test dell’ADN, che reputo soldi ben spesi se una persona ha a cuore l’approfondimento del proprio lignaggio. Ai tempi (2013), io e il mio “giro” lombardista ci testammo con 23andMe, ottimo ed economicamente abbordabile per avere una prima infarinatura, circa il proprio genoma. Stesso discorso per Living DNA e MyHeritage. Come ulteriore approfondimento, per chi volesse, ci sono anche AncestryDNA, FTDNA e Full Genomes, per citare qualche test.

Studiare, anche solo per passione, le razze umane è semplicemente amore per le proprie radici e per la biodiversità, e non è nulla di sbagliato, di criminale, di razzista o di folle, con buona pace di chi irride, con arrogante ignoranza, le discipline – scientifiche – che si occupano della questione.

Ma forse è giusto così, poiché il disprezzo di chi è parte integrante del sistema segna la via da non seguire per finire dritti dritti nelle fauci dell’omologazione, che è poi eradicazione e distruzione della propria identità e del proprio retaggio, anche biologici, non solo culturali. Chi ha invece due dita di cervello e del buonsenso, si tolga le fette di salame oscurantiste dagli occhi e si lasci avvincere dalla razziologia. Conoscere se stessi e la propria stirpe, ma anche quelle altrui (partendo dall’Europa), è una marcia in più, non una in meno, soprattutto in questi tempi di relativismo distruttore e di gioventù dal cranio vuoto infarcito di spazzatura americana.

Sizzi alle “Invasioni barbariche”

Sizzi alle “Invasioni barbariche”

Veniamo alla famosa intervista rilasciata a Le invasioni barbariche di Daria Bignardi, andata in onda il 13 aprile 2012 su La7, di cui, credo, potete trovare ancora qualche spezzone su YouTube.

Reperirete, probabilmente, anche le immancabili parodie seguite alla pubblicazione di alcuni miei datati video propagandistici, forse un po’ pittoreschi essendo vecchia scuola (quelli in primeva camicia plumbea, per capirsi), ma non mi crucciano: fanno parte del gioco, e state tranquilli che non ho fregole liberticide, a differenza della Repubblica Italiana (che fa rima con “colonia americana”).

Venni intervistato da una troupe televisiva del programma il 23 dicembre 2011; lo scenario fu attorno a casa mia e al vecchio cascinale paterno, che si trovano nel medesimo fondo denominato Gér (ossia ‘luogo ghiaioso’, perché un tempo qui ci arrivava il Brembo), nel comune di Brembate di Sopra, tra campi, boschi, vigneti, orti, pollai.

L’intervista durò tre ore buone con un fuori programma finale proprio in riva al fiume succitato, sulla cui destra orografica sorge il mio paese. Siamo nel nordest dell’Isola bergamasca, cosiddetta perché incuneata tra i fiumi Adda e Brembo, appunto.

Anche in questo caso, come nell’intervista de il Post, dissi cose contenute in questo blog, sebbene in modalità più “rozza”, e quindi è inutile ripeterle: si parlò di me, della mia storia, della mia famiglia, della mia formazione, delle mie idee, dell’allora Movimento Nazionalista Lombardo.

Sarei dovuto andare in onda il 20 gennaio 2012, durante la prima puntata delle Invasioni, su La7, ma per tutta una serie di problematiche logistiche slittai all’ultima, quella del 13 aprile, che fra le altre cose si occupava dei famigerati scandali leghisti relativi a Belsito, al “Trota” Bossi e Rosi Mauro che portarono alle dimissioni di Bossi senior e alla smania di repulisti incarnata da Maroni, il segretario della Lega Nord subentrato al genio di Cassano Magnago. Successivamente, Maroni divenne governatore della Pirellonia (la Regione Lombardia) e al suo posto venne eletto l’uomo della (finta) svolta, Matteo Salvini.

Dico “finta”, sì, perché l’italianismo di via Bellerio era in fieri e l’ex felpato del Giambellino (Salvini) si è solo limitato a prendere atto della vera natura italiana del leghismo, in senso soprattutto deteriore, sgombrando il campo da annosi equivoci frutto della propaganda secessionista.

Piccolo inciso: ma mentre la Lega andava a passeggiatrici, grazie al “cerchio magico” ausonico stretto attorno all’Umberto (e capeggiato dalla sua seconda mogliettina per metà sicula), Maroni e Salvini dov’erano? Veramente non sapevano nulla?

La puntata della trasmissione in oggetto si concentrò anche sugli umori della base padana e sulla voglia di “identità” dei “militonti” leghisti, traditi dai loro magno-greci dirigenti/digerenti, al che si inserì la mia intervista.

In studio con la Bignardi, tale Michele Serra Errante (un nome un programma), giornalista sud-italiano (ovviamente) di Repubblica che ama farsi gli affari nostri – nostri di noi lombardi – pontificando sull’italianità di cartapesta e sul padanismo con un sarcasmo piuttosto untuoso e patetico.

Tre ore di riprese condensate in pochissimi minuti, in cui il girato originale si alternava a stralci del mio video di presentazione del vecchio canale YouTube dei Lombardisti. Il filmato finale risultò così essere una “demonizzazione” del sottoscritto, con tanto di musichetta lugubre e di Hitler sbraitante in sottofondo.

C’è da stupirsi che La7 di De Benedetti abbia deciso di presentarmi così? Assolutamente no, era prevedibile e difatti decisi di affrontare il rischio, conscio comunque dell’esposizione mediatica e della pubblicità gratuita, per me e pel movimento lombardista. Valgono, insomma, gli stessi ragionamenti fatti per la precedente intervista a il Post. Bisogna osare, signori miei, altrimenti possiamo anche lasciar perdere di fare (meta)politica e di portare la nostra rivoluzionaria testimonianza, in questo mare di conformismo tricolore e, quindi, mondialista.

Le tragicomiche iniziarono quando, al termine dell’intervista taglia&cuci, la radical chic Bignardi chiese al buon compagnuccio Serra sue impressioni circa il sottoscritto. L’enotrico sputasentenze, con un’espressione tra il sorpreso e l’imbarazzato stampata in volto, si produsse allora in considerazioni banali, scontate, infantili, che qualunque attivista da cesso sociale poteva rilasciare.

Approfittando della mancanza di contraddittorio, si permise pure di fare il fenomeno, aizzato dalla claque del programma, insultando e usando turpiloquio nei miei riguardi, come se fosse un comunistello “terruncello” qualunque e non un giornalista di professione. Che poi, per carità, non pretendo troppo da chi scrive su certe testate, anche perché l’odierna qualità del giornalismo italico la conosciamo tutti…

Il tizio si lasciò andare alle seguenti esternazioni:

«bisogna essere drastici con uno come questo» – “questo” ha un nome, ma stai forse istigando?;

«uno può inventarsi le identità che vuole» – ha parlato il trombone itaglione, per dirla alla Oneto, difensore dell’italianità posticcia e dell’anti-identità mondialista;

«ogni identità su base etnica è razzista» – ecco il solito benpensante ignorante che confonde la razza con l’etnia e che reputa l’identità null’altro che un documento rilasciato dallo Stato senza nazione (peraltro, il razzismo cosa c’entra?);

«bisogna che qualcuno gli vada a dire, affettuosamente ma fermamente, che dice puttanate» – paternalismo misto a pacchiana prosopopea, da suprematismo sinistrato con tanto di trivialità ben poco “signorile”, ne abbiamo, Serra?;

«il razzismo non è un gioco» – non sono razzista, caro Michele, e chi gioca, surriscaldato dagli applausi pilotati e dalla compiacente Bignardi, sei tu vecchio mio;

«sangue e suolo producono morte, paranoia, follia» – a parte il fatto che nel video mandato in onda non parlavo di sangue e suolo – avranno mica imbeccato un sapientone come te, Michele? – vogliamo trattare di tutto il criminale degrado prodotto da oltre 75 anni di repubblica partigiana, atlantista e democristiana? Tutto produce morte, paranoia e follia comunque, se interpretato da menti malate, ma non devo certo farmi carico io dell’assistenza sociosanitaria “nazionale”;

«ha la camicia bruna, poverino anche lui» – il poverino sei tu, la camicia era grigio piombo, mettiti gli occhiali;

«il simbolo (la Croce lombardista, NdA) ricorda pateticamente il nazismo» – a parte la confusione della ruota solare, volgarmente detta “celtica”, con la croce uncinata nazionalsocialista, vogliamo dire, o Serra, quanta morte e distruzione produssero la Rivoluzione francese e i tuoi amati “liberatori” americani, assieme agli zelanti tirapiedi partigiani di ogni colore (in particolar modo i traditori rossi al soldo dei titini) o a quelli della Brigata Ebraica, che poi finirono nelle file degli aguzzini israeliani?;

«costui è una persona abbandonata perché non si è stati severi» – sono grato ai miei genitori per l’educazione ricevuta, grazie a cui sono cresciuto tradizionalista, identitario, rustico, immune ai veleni modernisti, altrimenti oggi sarei un Michele Serra qualsiasi;

«qualche adulto gli dovrebbe dire che sta dicendo cose imbecilli e pericolose, inaccettabili» – ed ecco ancora la sciocca paternale democratica di chi non ha alcun titolo per farla, come se per forza di cose il bamboccio fossi io (all’epoca ventisettenne) e non, piuttosto, i giovani reggicoda del regime antifascista fossilizzato nei liberticidi reati d’opinione e di vilipendio delle istituzioni tricolori. Cosa c’è di più infantile del seguire il sentiero battuto, acriticamente, magari indicando come soluzione l’emigrazione di massa verso la Babilonia americana o i “civili” Paesi nordici? Ma l’adulto chi sarebbe, poi? Uno come l’Errante Serra?

Il soggetto terminò sparando a zero sulla Lega Nord, dicendo che essa ha fallito il suo obiettivo che era quello di fare la Padania e i padani mentre il padanismo non è che identità di pochi imposta a molti.

Questa sua ultima affermazione mi fa ancora sorridere, a distanza di dieci anni: la Padania certamente non esiste, ma la Lombardia sì, come ben sappiamo; non c’è bisogno di inventarsi proprio nulla, in questo caso, perché i lombardi e la Lombardia sono realtà a prescindere da ogni propaganda e da ogni forzatura politica. Bisogna solo prenderne atto, senza farsi venire la schiuma alla bocca, delirando di “padanismi” imposti.

Chi, oltretutto, ha imposto qualcosa agli altri sono proprio coloro che hanno creato il baraccone ottocentesco italiano, fregando decine di milioni di persone a tutto vantaggio di una sparuta minoranza di maneggioni massonici (sul libro paga dei forestieri), quindi non fatemi venir da ridere. Non lo dico certamente per difendere i legaioli, sia chiaro, dato che si sono spensieratamente adattati alla temperie della capitale dell’Italia etnica (cioè “Roma ladrona”).

Serra e i suoi epigoni, da indefessi democratici, concepiscono l’Italia come un mero staterello senza sangue e senza suolo, aperto a cani e porci e in vendita al miglior offerente mondialista, e ci può anche stare, capiamoci, se la intendiamo come “unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia”, appiattita sulla linea della statolatria di marca giacobina e antifascista.

La vera Italia è il territorio centromeridionale, e solo laggiù uno Stato unitario italiano potrebbe avere un senso; in caso contrario, allargando l’italianità a terre che italiche e italiane non sono mai state, non si può che ottenere la contemporanea repubblica-canaglia del tricolore, entità multietnica inevitabilmente – per coerenza cosmopolita (dunque apolide) – schierata dalla parte della globalizzazione e dei nemici della sovranità nazionale dei veri popoli storici.

Ai Michele Serra di turno parlare di identità va bene solo ed esclusivamente quando si tratta di popolazioni del terzo mondo, da strumentalizzare abilmente per gli scopi cari agli idoli della sinistra progressista occidentale: gli americani, preferibilmente in stile Obama.

Cari i miei sommi sacerdoti del giornalismo italiano, avete uno Stato ma non avete una nazione, non avete unità, non avete fraterna solidarietà perché questa repubblica è sbagliata e campata per aria, e di conseguenza fa solo il gioco del nemico. E la situazione non può essere certo sanata dalla retorica patriottarda dei Napolitano e dei Mattarella. Non posso riconoscermi nell’Italia etnica e storica, perché sono lombardo; pur avendo, per sette anni, lasciato perdere la soluzione indipendentista carezzando una forma di etnofederalismo volto alla coesione delle “Italie”, sono sempre rimasto fermo (e non solo per le inique grane giudiziarie) nel mio giudizio negativo circa lo Stato italiano, che di identitario non ha praticamente nulla (basti pensare, ad esempio, al fatto che la lingua italiana – cioè l’idioma di Firenze – non è riconosciuta come lingua ufficiale dalla “sacra” costituzione).

Il concetto contemporaneo di democrazia non è altro che una forma di sudditanza, della politica dell’arco parlamentare, in favore della plutocrazia e dell’alta finanza il cui obiettivo è annientare le radici delle genti estirpandole e bruciandole con l’infernale fuoco anti-identitario e anti-tradizionalista, che alimenta l’odio mondialista delle moderne dittature finanziocratiche basate sulla debolezza del pensiero unico. I politici? Camerieri lautamente ricompensati al servizio dei potenti e degli intoccabili.

Costoro non difendono e rappresentano, dunque, il popolo, non difendono la gente comune, non difendono il sangue (perché l’identità è sangue, altrimenti è ius soli, o ius sanguinis da strapazzo stile RI): incarnano le istituzioni, e uno stato-apparato che non ha un’ossatura identitaria e genuinamente nazionale, in quanto espressione di un’accezione di Italia del tutto fallace.

Il concetto artificiale di italianità è odioso e insopportabile, prevede una massa amorfa di cittadini che sono “italiani” sulla base di un pezzo di carta burocratico, o quando si tratta di pagare esorbitanti tasse (in cambio di servizi da sottosviluppo) e strisciare muti obbedendo al padrone internazionalista di Roma.

L’italianità può essere un concetto vivo e guizzante se applicato alla sua reale sfera etnonazionale, che è quella toscana, còrsa, mediana, siculo-ausonica, maltese, altrimenti diventa il moloc che ancor oggi ci fa scannare senza alcun vantaggio per nessuno, o meglio, per i nostri parassitari nemici.

Io non mi invento proprio nulla quando parlo di Lombardia e lombardi, perché esistono, a differenza degli italiani caricaturali “spantegati” sino alla Vetta grande-lombarda (il Klockerkarkopf), concepiti come sguaiati tifosi bardati d’azzurro, mangia-spaghetti, mammoni, servi papisti, mandolinari dai baffi neri, mafiosi o cibo per altri stereotipi americani (fondamentalmente basati sul meridione italico) e perché io non difendo il mondialismo e il suo sottoprodotto all’amatriciana, ma la natura, la verità, la libertà.

Tutte cose che fanno un male cane a quelli come Serra e colleghi che difendono Stati e non nazioni, e che gli fanno letteralmente perdere le staffe al punto di insultare, frignare e volgarizzare con termini da bar sport le sacrosante ragioni identitarie dei lombardi e di ogni vero popolo d’Europa.