Storia

Dalla conoscenza della nostra storia, che è la storia dell’etnia, del popolo e della nazione lombardi, acquisiamo la consapevolezza delle origini e delle radici, e di come, dopo 4.000 anni di gloria, per la Cisalpina sia giunto il momento della libertà. La storia patria illustra, a chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per sentire, che l’identità dei granlombardi esuli dal contesto propriamente italico/italiano, poiché parliamo di un ambito che da sempre si colloca a cavaliere fra Europa centrale ed Europa mediterranea, vero e proprio anello di congiunzione, spazio di mediazione, nei riguardi tanto del cuore continentale quanto del mondo classico greco-romano. Saper leggere con saggezza, nelle vicende storiche padano-alpine, il delinearsi di una fisionomia comunitaria senza eguali, e peculiare delle nostre genti, equivale a prendere coscienza circa la vera natura indigena che ci anima, una natura pervertita da Roma – specie oggi – inquadrandola in un novero puramente meridionale, con tutte le nefaste ricadute del caso.

Il lombardesimo, mediante l’opera di divulgazione e acculturazione, ha a cuore l’autoaffermazione del sentimento identitario nostrano, e quindi la riscoperta delle radici granlombarde, in un’ottica di liberazione da ogni mendace giogo mondialista. La propaganda e la retorica tricolori, infarcite di romanità artificiale e caricaturale, cattolicesimo da “Libro Cuore” e idioma fiorentino – resi vieppiù insopportabili dal livellamento etnoculturale posto in essere grazie a torme di sradicati sud-italiani – si prodigano per cancellare le origini locali, colonizzando, occupando e controllando la Padania sulla falsariga di ciò che fecero i Romani nell’antichità. Va da sé che il paragone, irriguardoso nei confronti dell’antica Roma, serva giusto a realizzare come l’Italia sia una nazione straniera, su suolo lombardo, poiché la pasta dei Latini non era ovviamente quella dei boiardi di Stato contemporanei… Chiaro, la Lombardia è una nazione romanza, ma come essa una buona fetta d’Europa, e questo non vanifica di certo la salutare rivendicazione di una matrice identitaria ed etnonazionale che sta alla base delle aspirazioni indipendentiste del pensiero lombardista.

Libertà

La vera libertà, di un individuo come di un popolo, sta nell’identità e nella tradizione, nel rispetto cioè di quegli immortali valori che da sempre caratterizzano una comunità forte, sana e coesa. Oggi si discute molto su cosa effettivamente sia la libertà, e molti credono che si tratti di fare quel che più ci pare e piace, anche se va a discapito del benessere della nazione; il singolo, seguendo il personale uzzolo individualista, rischia seriamente di divenire uno sradicato che rema contro i destini della patria, e del resto è proprio quello su cui fanno leva nefaste ideologie relativiste come l’antifascismo, il femminismo, il pensiero liberal. Esiste un bene superiore a cui anche l’individuo preso singolarmente deve concorrere, poiché ne va della sua stessa sorte: una società sviluppa un vero benessere e un vero progresso laddove gli sforzi dei cittadini siano tesi all’autoaffermazione della nazione, che è il coronamento dell’identità comunitaria e collettiva dell’uomo e della donna.

L’affrancamento del sentimento identitario, comunitario e nazionale, dunque etno-razziale e patriottico, della Grande Lombardia è di vitale importanza perché contribuisce al reale sviluppo della coscienza popolare, altrimenti soffocata e castrata dal sistema-Italia e dal sistema-mondo, che hanno in odio la libertà delle vere nazioni, come la Cisalpina. Nella battaglia etnonazionalista del lombardesimo sta il germe della rinascita identitaria delle nostre terre, e la lotta per l’indipendenza – che non è la farsesca secessione leghista – è il giusto tributo ad un profilo unico, nel panorama europeo, che è quello dello spazio vitale padano cementato dall’ethnos granlombardo. Siamo da sempre cuore della civiltà continentale europea, e l’abbraccio mortale della Roma contemporanea non fa che zavorrare la nostra patria verso i fondali di un Mediterraneo corrotto e fallimentare che nulla ha a che vedere con la cifra culturale dei lombardi. D’altra parte, non siamo italiani, e non lo si dica per strizzare l’occhio alla Mitteleuropa ma per riconoscere quale sia la reale appartenenza indigena, a livello di origini e radici. Nonostante tutto.

L’albero di maggio

L’albero di maggio

Il primo giorno del mese di maggio, soprattutto nei Paesi nordici, è associato all’albero omonimo (evolutosi poi nel palo della cuccagna dei Paesi latini). Esso affonda le proprie radici nel paganesimo germanico che faceva capo a Odino-Wotan (Godan, presso i Longobardi), dove l’albero in questione è quello cosmico su cui il padre degli dei norreni rimase appeso per nove giorni e nove notti, prima di conoscere i simboli magici del potere runico. Siamo in presenza di un potente simbolo sacrale della gentilità ariana, nello specifico dei culti arborei nordici, dove i consueti valori vitali, energetici, solari, di rinascita primaverile danno vita alle celebrazioni del maggio europeo centrosettentrionale; attorno a quest’albero danzano in tondo giovani coppie e contadini, per ingraziarsi fecondità di donne, bestiame e campi, e la presenza di ghirlande di fiori ribadisce la valenza rigenerativa della natura che si risveglia dal lungo inverno teuto-scandinavo. 

Anche in Padania e Italia troviamo echi di queste usanze, penetrate grazie alle invasioni barbariche, non soltanto sottoforma di pali della cuccagna, ma pure di alberi oggetto di rituali sacri, con ghirlande, nastri colorati, fiori, doni (a cui si mescolano le figure magiche dell’Europa continentale, come fate, gnomi, folletti, e anche negative, combattute dalla gaiezza “orgiastica” del maggio indogermanico). In questo senso va menzionato il noce delle streghe beneventane, le janare, che secondo la leggenda sarebbe stata la pianta sacra attorno a cui i cavalieri longobardi giravano in circolo; vi veniva appesa la pelle di un caprone e i guerrieri si guadagnavano il favore di Godan correndo a cavallo attorno all’albero, colpendo la pelle con le lance, con l’intento di strapparne brandelli che poi mangiavano. Merita menzione anche l’olmo longobardo, divenuto uno dei simboli dell’autorità comunale, sotto il quale si radunava l’arengo. Mi si permetta di ricordare che i Longobardi beneventani adoravano delle vipere dorate, fatto che inequivocabilmente si ricollega al Bisson visconteo, emblema guerriero del popolo lombardo.

Modernità

L’età contemporanea, quantomeno nel mondo occidentale, è caratterizzata da una drammatica perdita di valori e punti di riferimento che portano, non tanto, alla secolarizzazione, bensì a quel relativismo dilagante che disgrega il tessuto etnico e comunitario di una nazione a colpi di individualismo e materialismo zoologico. Modernismo, a prescindere dalle questioni religiose (che poco mi interessano, specie in chiave cristiana), equivale a liquidare le istituzioni tradizionali, ma anche tutta quella serie di valori che si rifanno al culto razionale della terra e del sangue, benedetto dallo spirito che nasce dalla fusione dei primi due. Non si tratta, tuttavia, di essere ipocriti: da identitario usufruisco a piene mani del benessere, dello sviluppo e della tecnologia, che non sono lo sterco del demonio, senza dunque indugiare in un poco proficuo anarco-primitivismo; il punto sta nel non barattare la patria, e tutto quello che vi ruota attorno, col mito contemporaneo del progresso, che inevitabilmente comporta la distruzione di un popolo, una nazione.

Oggi parlare di modernità significa, quasi, affossare identità e tradizione, valori conservatori (nel giusto), usi e costumi inveterati che obbediscono al luminoso ethos ariano. Eppure, sussiste perfettamente un compromesso, un equilibrio, tra principi tradizionalisti ed età contemporanea, poiché quest’ultima può, anzi, corroborare la diuturna lotta identitaria contro le tenebre del male. Si tratta, insomma, di non sacrificare ideali immortali sull’altare di un finto progresso e di un finto benessere, in nome fondamentalmente del culto del fatturato, del dio danaro e dell’individualismo, che dalle nostre parti fanno stragi. È ciò che si rinfaccia alla Lombardia, soprattutto nella sua metà storica occidentale: sta bene la mentalità virtuosa del lavoro, sta bene la produttività, sta bene la ricchezza plurisecolare figlia della nostra etnia e della nostra cultura, ma senza per questo sfociare nel masochismo antirazzista che flagella un’abbondante fetta di Europa. Abbiamo l’occasione, anche come lombardisti, di contribuire a plasmare una modernità che non recida le radici collegate, in maniera vitale, ai tempi antichi, evitando che questo significhi regredire alla barbarie. Laddove si rischi, logicamente, di abbandonare le conquiste positive degli ultimi secoli.

Antichità

La nostra storia antica, a partire da preistoria e protostoria, non è un’accozzaglia priva di qualsivoglia importanza, nei confronti del presente, anzi, rappresenta la base della nostra epopea etnonazionale che ci dice molto circa le radici del popolo granlombardo. Come ormai saprete, l’etnogenesi padano-alpina si conclude nell’Alto Medioevo grazie ai Longobardi (ogni altro apporto successivo non è rilevante, oppure risulta allogeno), ma è logico che le fondamenta identitarie nostrane siano preromane e (gallo)romane. Il contributo barbarico di superficie è il meno importante, anche se in talune aree geografiche è certamente discreto. Questo passato, dicevamo, non è morto perché rivive in noi e nei posteri, di generazione in generazione: finché esisterà una sola goccia di sangue cisalpino, non sarà vano affermare la bontà della battaglia etnicista e nazionalista, così come sostenere la necessità di una più ampia visuale razzialista. Nondimeno, l’antichità passa anche per cultura, civiltà, arte, monumenti e spiritualità, e dobbiamo tenerne conto in rapporto alle sfide che il presente e il futuro ci sottopongono.

La vita e le vicissitudini degli antenati restano scolpite nella storia locale e nel nostro ADN, guai a dimenticarlo, non sono vecchiume da archiviare o, al più, da studiare sui banchi di scuola. Senza consapevolezza del passato, il presente è destinato al fallimento e il futuro sarà tutt’altro che roseo; la mancanza di valori, ideali e principi dipende, infatti, da questa amnesia generalizzata, specie dei giovani drogati da cattivi maestri, che è il frutto di una pseudo-cultura fatta di mordi-e-fuggi e usa-e-getta, dove ogni punto di riferimento immortale viene meno perché disprezzato sino all’oblio. Non basta studiare il passato, occorre recuperarlo e attualizzarlo nella misura in cui significhi riprendere coscienza delle origini e delle radici, unico modo, d’altronde, per sopravvivere e tramandare i propri geni. In una società vieppiù liquida e instabile, viziata dal consumismo e dal demone del relativismo, quel che incarna la diuturna lotta al sistema-mondo viene liquidato come anacronismo, senza comprendere che una comunità priva di solide basi è destinata a morire. Ecco perché sangue-suolo-spirito è triade potentemente attuale, assieme alla consapevolezza identitaria che discende da un salutare orgoglio etnico e nazionale.

Scienza

Il pensiero etno-razionalista, che sta alla base del lombardesimo, ci consente di esaltare ragione, scienza e libera ricerca nella visuale di una laicità di Stato che è necessaria per liquidare, definitivamente, la zavorra abramitica. Noi crediamo senza alcun dubbio nel razionalismo, nel realismo, nell’indagine scientifica, il che non significa scientismo ma uso della ragione sempre e comunque, che deve essere il nostro faro. Proprio l’Europa è stata plasmata dal pensiero razionale, che si incontra in maniera feconda con la tradizione gentile, dando vita ad una civiltà senza eguali animata dall’uomo bianco; la razionalità, l’equilibrio, la virtù, la sapienza e la saggezza, l’amore per la verità sono la linfa vitale del nazionalismo etnico che abbiamo in mente e che, oltretutto, è correlato al razzialismo. Crediamo nella scienza, e la difendiamo da ogni sorta di oscurantismo (pure ateo in senso marxista e universalista), poiché essa affossa le menzogne alimentate dall’antirazzismo, dall’omofilia, dal femminismo, dall’egualitarismo, nella consapevolezza che il mito del “siamo tutti uguali” è pura superstizione antiscientifica.

Negare l’esistenza delle razze; incensare il meticciato vendendolo per forza e salute; obliterare le differenze tra sessi; affermare l’esistenza del genere sessuale, anzi dei generi sessuali che si moltiplicano come per magia; sostenere che le parafilie siano normalità e che il travestito/transessuale scoppi di sanità mentale: ecco alcune distorsioni mentali che, seppur giustificate sulla base di elucubrazioni pseudo-scientifiche, fanno acqua da tutte le parti e sono soltanto ideologia e propaganda, ovviamente in in chiave progressista. Le dottrine liberal sono un insulto alla ragione e alla scienza, all’intelletto umano, esattamente come lo sono le religioni, specie semitiche: in entrambi i casi si parla di un assolutismo fondato sul nulla che pretende, tuttavia, di dettare legge, incatenare la libertà dell’individuo e del popolo e castrarne ogni volontà di autoaffermazione in nome di fandonie che con ragione e scienza nulla hanno da spartire. Un grande limite, evocando la fede, delle stesse destre reazionarie zavorrate dal binomio trono-altare, che il lombardesimo ha in odio in quanto insulto alle nostre reali radici, che non sono certo giudaico-cristiane ma gentili e sublimate dalla cifra filosofica ereditata dal mondo classico.

Folclore

Il termine ‘folclore’ è un anglicismo il cui significato allude a quel “complesso di tradizioni” che sono il bagaglio identitario e culturale di un popolo. Un prestito che può essere accostato ad un altro lemma esotico, Volksgemeinschaft, di conio tedesco e relativo alla “comunità di popolo”. Il primo ha una parvenza “innocua”, limitata più che altro a usi e costumi, miti e leggende, canti, balli, filastrocche, mentre il secondo esprime potentemente quel senso di solidarietà comunitaria – che si rifà a razza ed etnia – alla base della coscienza nazionale; non a caso, Volksgemeinschaft è mutuato dall’ambito völkisch e da quello nazionalsocialista, che accolse l’etnicismo germanista. Tuttavia, il folclore ha comunque una propria dignità e importanza, al pari della lingua, ad esempio; e nell’ottica del lombardesimo valorizzare le tradizioni, qualsiasi esse siano, contribuisce a prendere consapevolezza circa le radici. Palese come il mondo cisalpino abbia elaborato una forma di “sapere popolare” nettamente distinta rispetto a quella dell’Italia etnica.

Uno studioso ottocentesco, Costantino Nigra, ebbe modo di indagare in profondità il folclore granlombardo, unendo la filologia alla dialettologia e lo studio del territorio a quello delle tradizioni locali, arrivando alla conclusione che il fondamentale sostrato celtico padano-alpino, confluito nell’identità gallo-romana della nostra patria, influenzò decisamente canti, poesie e componimenti popolari, distinguendoli dalla tradizione che va per la maggiore nel contesto genuinamente italiano (centrosud). Gli studi del Nigra, del resto, vanno di pari passo con quelli di altri letterati come Bernardino Biondelli, che gettò luce sulla famiglia linguistica gallo-italica, e Gabriele Rosa, il quale approfondì segnatamente gli usi e costumi di Bergamo e Brescia. Certo, il limite di questi soggetti – oltre al puzzo di massoneria e giacobinismo – era quello di ricondurre il tutto alla finta nazione a sud delle Alpi, ma la loro opera resta pregevole, e giunge a noi con l’accorgimento (lombardista) di non farsi prendere più pei fondelli dalla retorica patriottarda tricolore.

Lingua

Tra le manifestazioni dello spirito, dunque della cultura, eziandio come prodotto squisitamente umano, vi è la lingua. Essa, fra le altre cose, rappresenta un importantissimo elemento identitario “pacifico” che permette di poter parlare di autoaffermazione senza necessariamente toccare argomenti quali razza, etnia e nazionalità; chi scrive, logicamente, reputa il legame tra sangue e cultura inscindibile e indissolubile, ma sappiamo che nel novero dell’identitarismo padano-alpino vi sono anche soggetti che preferiscono porre enfasi su temi come idioma, folclore e cucina, certo più “innocui” e meno controversi di altri. Nell’ottica lombardista, ribadiamo, la sacrale triade di sangue, suolo, spirito resta il fondamento di ogni discorso genuinamente patriottico, anche perché lo stesso lombardo, come sistema linguistico, non è il che il frutto dell’interazione tra popolo e territorio. Lo spirito nasce dal fecondo incontro fra il dato biologico, antropogenetico, di una popolazione, e il dato patrio, territoriale e comunitario, e in questa accezione la lingua non esula di certo dal novero dei prodotti del genius loci.

La nazione storica granlombarda è caratterizzata, fondamentalmente, dall’ambito galloromanzo cisalpino (gallo-italico + retoromanzo), con l’eccezione del veneto moderno, che è neolatino occidentale ma non di sostrato celtico, e parzialmente del ligure. Non rientra, dunque, nel contesto schiettamente italo-romanzo che fa capo all’italiano (fiorentino letterario) e che coincide con la penisola, con l’aggiunta di Corsica e Sicilia. Mettere in chiaro, quindi, che pure in senso linguistico la nostra plurisecolare patria non è italica/italiana, aiuta a dissipare le tenebre dell’ignoranza e dell’oscurantismo alimentati da Roma, ed è un sacrosanto servigio al comunitarismo nostrano, che depone a favore di una natura idiomatica parte della Romània occidentale e di netto sostrato gallico (con tanto di superstrato germanico, specie longobardo). La lombardofonia storica non si limita al lombardo “regionale” dei linguisti, ma abbraccia quantomeno tutto il gallo-italico; considerando, inoltre, il ladino in senso allargato come fossile rustico che ricorda da molto vicino ciò che era l’aspetto globale delle lingue cisalpine, ecco che la famiglia alpino-padana si amplia andando ad includere quasi tutto il territorio granlombardo. Gli idiomi veneti contemporanei sono esclusi poiché modellati sul prestigio del veneziano, ma un tempo il loro aspetto era ben diverso, e riconducibile alla matrice “padanese” (per dirla con Geoffrey Hull).

Arte

Se si parla di cultura è giocoforza pensare all’arte, una delle manifestazioni dello spirito che proprio nella Grande Lombardia fa la parte del leone, grazie ad una plurisecolare storia di pittura, architettura, scultura e così via. L’accezione di lombardità, anche in questo caso, non si circoscrive ai miseri confini della “Lombardia” attuale, e dunque lo sguardo deve abbracciare tutte le contrade cisalpine, che in senso lato si definiscono lombarde in chiave etnica, culturale e storica. Quando si parla di arte lombarda, ci si limita a considerare – al di là di quella longobarda che collega il cuore padano all’avamposto friulano – il romanico, il Rinascimento, il barocco, la Scapigliatura o il Chiarismo, ma bisognerebbe certamente annoverare, sotto l’etichetta lombardesca, ogni manifestazione artistica padano-alpina. Si deve anche ammettere che, ponendo da parte l’arte protostorica e gallo-romana, o quella contemporanea, la maggior componente dei temi trattati è biblica, e non possiamo certo sorvolare sulla cosiddetta arte sacra, le chiese, le cattedrali, musei e pinacoteche che abbondano di opere di ispirazione religiosa.

Sebbene l’ottica lombardista sia francamente polemica nei confronti del monoteismo abramitico, cristianesimo incluso, circa 2.000 anni di cristianità cisalpina sono a loro modo tradizione, specie per quanto concerne le manifestazioni esteriori della cultura, come della spiritualità. Il patrimonio artistico granlombardo verte potentemente, come nel caso di ogni altra terra europea, su quella che è l’acculturazione biblico-evangelica, che offre un ricchissimo campionario di tematiche entrate nella storia dell’arte e nell’immaginario collettivo. Certamente, vi è poi la cultura laica o che attinge al mondo del mito, grazie anche a creazioni dello spirito come l’Umanesimo, ma è soprattutto in età contemporanea che si mette da parte il campionario religioso per affrontare la realtà e la quotidianità. Viceversa, abbiamo un disgustoso filone pseudo-artistico cristiano, che segue pedissequamente gli stilemi dell’arte degenerata contemporanea, il quale propone orripilanti chiese postmoderne che vengono scambiate per palestre, palazzetti dello sport, astronavi e obbrobri architettonici assortiti, a ben vedere un insulto alla ricchezza dei secoli precedenti. D’altronde, la Chiesa, per sopravvivere, si è di fatto venduta alle storture moderniste, aizzate dalla secolarizzazione globalista.

Cultura

L’identità del popolo granlombardo passa anche, si capisce, per la cultura, che riguarda tutti i prodotti dello spirito umano: la lingua, la spiritualità, la mentalità, il carattere, l’arte, la letteratura, il folclore e via dicendo. In tal senso, la Cisalpina ha una cultura senza eguali, di cui dovrebbe andare seriamente fiera, perché contribuisce a plasmare la comunità di popolo indigena e a renderci unici, nel panorama europeo e mondiale. Dalla coscienza del proprio peculiare profilo etnoculturale, nasce quella consapevolezza che permette ad una popolazione di autoaffermarsi e di battersi concretamente per la propria libertà, tema oggi più che mai attuale; senza cultura non vi è autodeterminazione, le radici vengono recise e si continuerà a credere di essere ciò che non si è, soltanto perché perenni vittime inermi della propaganda di regime italiana e mondiale. Lo status quo ha fatto di tutto per castrare la Padania rendendola imbelle, tramutandola in docile colonia prima di Roma e poi di tutti gli enti sovranazionali che imperversano in Europa, col risultato di disgregare il tessuto etnico e identitario originale dei nostri territori.

La riscoperta identitaria, che è diritto e dovere di ogni gente padano-alpina, permetterebbe alla nostra nazione di risorgere, di spezzare le catene del servaggio tricolore e di riappropriarsi di quanto le appartiene, per troppo tempo ormai obliato dal sistema-Italia e dal sistema-mondo. Noi lombardisti insistiamo molto circa la questione dell’acculturazione, della divulgazione, dell’impegno dottrinale, poiché il popolo cisalpino ha bisogno di scuotersi dal torpore e di ritrovare quell’orgoglio perduto che sarebbe l’antidoto ai mali contemporanei che ci affliggono. Scerpando le radici non vi è alcun futuro, le nuove generazioni – peraltro vieppiù rimescolate – smarriscono ogni punto di riferimento e di conseguenza il democratico genocidio granlombardo perdura, tra le sghignazzate dei nostri avversari, e dei collaborazionisti nostrani che hanno barattato l’identità in cambio del fatturato. La cultura è di vitale importanza, e diviene quel fondamentale combustibile senza il quale ogni discorso politico rischia di ridursi ad un flatus vocis: come diciamo sempre, condurre i lombardi alle urne, privi della coscienza di essere tali, è soltanto una masochistica perdita di tempo.