Riguardo le differenze che intercorrono tra i territori a nord della linea Massa-Senigallia (il noto confine etnolinguistico che separa il dominio galloromanzo da quello italo-romanzo, e dunque l’ovest della Romà nia dall’est) e quelli a sud di essa, possiamo certamente menzionare l’opposizione che interessa forme lessicali peculiari dell’una o dell’altra area. Ad esempio, la distinzione tra il verbo avere, tipico della Padania, e il verbo tenere, caratteristico invece dell’Italia etnica, specie del sud: nella prima sentiremo dire, in italiano regionale (che riflette, del resto, le lingue locali), non ho famiglia, oppure, non ho un soldo, mentre in Ausonia si userà piuttosto il proverbiale tengo famiglia e non tengo un soldo. Questa opposizione è sintomatica del fatto che, come accade nelle lingue ibero-romanze (vedi spagnolo), nell’Italia etnica il verbo tenere ha mantenuto un valore vicino a quello di avere/possedere, a differenza della Cisalpina che si allinea all’uso galloromanzo transalpino (vedi francese); da ciò una convergenza in seno agli idiomi romanzi, anche in virtù dei contatti storici interni alle Gallie e tra meridione e mondo castigliano.
Insomma, si può affermare che laggiù tenere con valore possessivo è assai produttivo e radicato, trovando un confronto con Ispagna e Catalogna. La contrapposizione fra avere e tenere è parallela a quella fra essere e stare (già incontrata), fratello e frate, donna e femmina, sempre in base all’areale etnolinguistico: la prima voce delle tre coppie è quella specifica della Grande Lombardia. Si tratta di fenomeni nati nell’ambito idiomatico originale di un dato territorio, poi confluiti nell’italiano regionale che, come sapete, è la variante di fiorentino adottata a seconda del contesto geografico, il quale risente profondamente delle lingue locali. Per quanto concerne il mondo galloromanzo (transalpino, cisalpino, ladino), vi è un’altra distinzione grammaticale da tenere in considerazione, caratterizzando le nostre parlate: l’opposizione essere ∼ avere più l’accordo col participio passato, la quale va di pari passo con la debolezza storica del perfetto semplice, e cioè del passato remoto, che nel contesto padano-alpino è andato perduto nel tempo.
