La distinzione essere ∼ stare

Riguardo le differenze che intercorrono tra i territori a nord della linea Massa-Senigallia (il noto confine etnolinguistico che separa il dominio galloromanzo da quello italo-romanzo, e dunque l’ovest della Romània dall’est) e quelli a sud di essa, possiamo certamente menzionare l’opposizione che interessa forme lessicali peculiari dell’una o dell’altra area. Ad esempio, la distinzione tra il verbo essere, tipico della Padania, e il verbo stare, caratteristico invece dell’Italia etnica, specie del sud: nella prima sentiremo dire, in italiano regionale (che riflette, del resto, le lingue locali), qua non c’è nessuno mentre in Ausonia si dirà piuttosto qua non ci sta nessuno. Questa opposizione, tra locutori del mezzogiorno, ingenera anche una confusione da evitarsi, nei contesti formali: è il caso di alcuni significati che designano una situazione di diversa durata nel tempo, che per un parlante dell’Italia etnica vengono espressi usando in maniera indistinta il verbo stare, vedasi sto a Roma per dire sia che al momento mi trovo a Roma che a Roma ci risiedo.

In questo senso ecco che stare, per un italiano etnico specie del sud, sostituisce tanto essere quanto abitare. La contrapposizione tra essere e stare trova paralleli in quella tra avere e tenere, fratello e frate, donna e femmina, sempre a seconda dell’areale etnolinguistico: la prima voce delle tre coppie è quella specifica della Grande Lombardia. Si tratta di fenomeni nati nell’ambito idiomatico originale di un dato territorio, poi confluiti nell’italiano regionale che, come sapete, è la variante di fiorentino adottata a seconda del contesto geografico, il quale risente profondamente delle lingue locali. Per quanto concerne il mondo galloromanzo (transalpino, cisalpino, ladino), vi è un’altra distinzione grammaticale da tenere in considerazione, che caratterizza le nostre parlate: l’opposizione essere ∼ avere più l’accordo col participio passato, la quale va di pari passo con la debolezza storica del perfetto semplice, e cioè del passato remoto, che nel contesto padano-alpino è andato perduto nel tempo.

Dio, la Svizzera e altre creature di fantasia

All’indomani della presentazione ufficiale di Nazione Lombarda in quel di Abbiategrasso, i sodali lombardisti mi segnalano un articolo di un anonimo – a quanto pare presente tra il pubblico accorso presso il Castello visconteo – pubblicato su di una testata online della “Svizzera italiana” (che ovviamente non esiste, dal momento che si tratta di Lombardia etnica, linguistica e storica), il quale attacca frontalmente l’associazione da un punto di vista cristiano, e cioè profondamente irrazionale e antiscientifico. Dovrebbe essere chiaro ai più, nel 2026 era volgare, che il cristianesimo, e le religioni in genere, non abbiano più nulla da dire e da dare, avendo completamente esaurito la loro missione, e infatti oggi prosperano giusto nel terzo/quarto mondo, dove l’oscurantismo e la superstizione sono ancora bene accetti.

Il sottoscritto è profondamente ateo, irreligioso e anticristiano, ma NL si mantiene su di un piano certamente più pragmatico, coltivando tuttavia quella che è la cifra filosofica fondamentale del lombardesimo: l’etno-razionalismo, o etnonazionalismo razionale. Reputiamo teologia, metafisica e filosofia cristiana del tutto inutili e controproducenti, inservibili per poter indagare la realtà, che necessita di ragione, scienza e ricerca, e soprattutto oggi l’uomo lombardo ed europeo, europide/bianco, deve lasciarsi alle spalle il ciarpame irrazionale, che diviene una zavorra oltretutto funzionale all’agenda globalista: l’universalismo cattolico (perché ‘cattolicesimo’ significa proprio quello), sposa appieno la linea cosmopolita, apolide, antirazzista e antifascista, divenendo complice di un regime occidentale che si nutre del disprezzo per sangue, suolo e spirito.

Chi ha vergato l’articolo sul sito ticinese ci accusa di razzismo, determinismo, materialismo zoologico, tirando in ballo addirittura l’ebreo Lombroso con la sua pseudo-scienza frenologica e fisiognomica, dimostrando la classica, e crassa, ignoranza semicolta in materia di razziologia: l’antropologia fisica e la genetica di popolazione, lo ribadiamo per l’ennesima volta, non traggono giudizi etici, valoriali, intellettivi e spirituali dall’analisi del cranio e del genoma, ma semplicemente descrivono da un punto di vista scientifico l’identità biologica di un individuo, e del popolo cui appartiene. Mi rendo tuttavia conto che chi crede in Dio possa essere allergico alla razionalità e al pensiero scientifico, dal momento che Dio, proprio come la Svizzera, è un ente immaginario…

Il lombardista, invece, in quanto razionalista e realista, si occupa di ciò che esiste e si manifesta. Vale a dire il sangue della nazione, inteso non soltanto come caratterizzazione fisica e genetica degli indigeni ma pure come stratificazione identitaria (preromana, gallo-romana, longobarda) ereditata dai nostri padri – e alla base della nostra etnogenesi – e giunta sino a noi; il suolo patrio, inteso come terra natia, che non è di tutti ma di chi, legittimamente, è da sempre radicato nel territorio in nome di vincoli etnici e razziali; lo spirito delle nostre genti, che si riflette poi sull’individuo singolo, che ha bisogno della propria comunità di origine per non divenire un misero sradicato in balia della modernità. Ed è proprio la questione relativa allo spirito che viene ampiamente ignorata dall’autore dello scritto incriminato: non basta essere lombardi per sangue e suolo, bisogna anche essere animati da un’energia identitaria che consenta di valorizzare al meglio l’elemento biologico e naturale, altrimenti il tutto resta lettera morta.

È però evidente una cosa. NL non teorizza uno spirito come elemento trascendentale, ultramondano, insufflato da improbabili divinità semitiche, e da intendersi come qualcosa di impalpabile e metafisico; inquadra, bensì, lo spirito come mentalità, carattere, indole, personalità, intelligenza che sono del resto alla base del concetto di cultura e civiltà. In tutto questo le balle del “libro” e dei preti nulla c’entrano, poiché è chiaro, limpido e palese che l’anima cristiana non esista, così come non esiste lo Spirito Santo o qualsiasi altro fantasioso essere in cui i baciapile credono. E, attenzione, lo dico da persona che sino ai 24 anni è stata cattolica praticante, figlia di una famiglia profondamente religiosa e conservatrice che ha dato alla Chiesa due zii sacerdoti, e che potrebbe dirsi di formazione cattolica, seppur anticristiana. Questo per affermare che l’esteriorità bigotta della liturgia, dopotutto, non conti nulla, ma consenta certamente di conoscere al meglio il nemico da combattere.

Lo spirito di cui parliamo nasce dall’incontro fecondo di sangue e di suolo, da cui scaturiscono tutti gli elementi culturali, civici e pure economici e sociali di una popolazione. Ed è questo ciò a cui alludiamo, l’energia vitale che anima popolo e suoi membri, impedendo il materialismo zoologico evocato dalla testata “elvetica”. Perché è ovvio che se un soggetto è lombardo di Lombardia ma completamente rincitrullito, la sua identità sarà come morta, pronta per essere spazzata via da tutti i nefasti fenomeni collegati alla globalizzazione, al relativismo e al consumismo. Ciò consente di riallacciarci ad un altro aspetto: noi condanniamo il culto del fatturato che ossessiona molti, troppi lombardi, così come l’individualismo, l’edonismo, l’egoismo anti-identitario e anarcoide. Crediamo fortemente nella solidarietà comunitaria, nei vincoli tradizionali della famiglia biologica, nel cameratismo tra pari, tutti aspetti coerenti col nostro fortissimo razionalismo e la nostra tutela della natura sovrana. Natura che non conosce superstizioni da sinagoga, sagrestia e casba, e nemmeno il politicamente corretto.

Si insinua che noi si sia contro il libero arbitrio. Ma come? Sosteniamo a spada tratta la necessità della Grande Lombardia di autoaffermarsi e liberarsi dal giogo di Roma, e di ogni altro potentato straniero e mondialista (Vaticano incluso), e secondo l’autore dell’articolo saremmo contro la libertà delle persone?! Certo, un fatto è chiaro ed evidente: libertà è fare il bene supremo, quello della patria, non del capriccio anarco-individualista del singolo, perché come detto chi si rende estraneo alla propria comunità diviene un pesce fuor d’acqua, in balia di ogni infausta ricaduta frutto dello status quo. Ma detto questo, il concetto di libertà è per noi fondamentale, anzitutto come valore condiviso dalla nazione, che deve autodeterminarsi per sbarazzarsi di ogni giogo anti-identitario. Del resto alimentato dalla Chiesa medesima, vieppiù schiava del sistema.

Viene menzionato il nome dell’antropologo tedesco Hans Günther, nordicista vicino al nazionalsolcialismo, come riferimento sizziano, anche qui prendendo una cantonata, perché lo studioso, per i tempi pregevole, mostra oggi tutti i suoi limiti ideologici di pregiudizio verso chi non appartiene alla matrice fisica teutonica e nordeuropea, collegando in senso irrazionale il fenotipo a qualità caratteriali. E questa è una scemenza che mai nella vita ho affermato. Come non ho mai detto, in modo lombrosiano, che la conformazione di neurocranio e massiccio facciale sia sintomo di determinate caratteristiche morali. Temo che il signore presente all’evento di soledì scorso, che ha poi vergato lo scritto sul giornale online “svizzero”, sia stato molto distratto, oltre al fatto di non conoscere me, i miei sodali e la stessa associazione. Lasciandosi poi obnubilare dal credo cristiano. Che è la sagra dell’irrazionalità, ribadiamolo.

Il materialismo nostrano è in realtà realismo, si fonda su ciò che si può osservare ed esperire, ed è chiaro come il sole che le menzogne delle religioni non possano avere voce in capitolo, a proposito di scienza. L’uomo non è affatto schiavo di razza, etnia, fenotipi ma di certo la sua identità è da essi plasmata, e poi sublimata dal carattere e dalla personalità, dall’intelletto; in caso contrario sarebbe un mondo di sradicati (cosa che comunque accade grazie ad immigrazione di massa, società multirazziale, meticciato, pluralismo, ciarpame benedetto a piene mani dal cristianesimo). Piaccia o meno, il culto del Cristo, incluso il versante cattolico specie odierno, auspica la distruzione dei legami di sangue e di suolo, corrompendo lo spirito che abbiamo ereditato dall’ethos indoeuropeo, dalla gentilità ariana, dal pensiero greco-romano, in nome di un dio unico assoluto – anticipazione del mondialismo – che vuole olocausti in suo onore, e cioè sacrifici infami che liquidano la sacrosanta solidarietà fra simili. E no, mi spiace, ma un lombardo non è fratello di genti esotiche.

Giustamente, il tizio in questione cita Saulo di Tarso, colui che contribuì a diffondere il morbo ebraico-cristiano nel mondo classico, secondo cui non c’è più giudeo né greco, né uomo né donna, né schiavo né libero, un vero e proprio manifesto programmatico della dissoluzione, dell’universalismo, della fratellanza globale suicida in nome del circonciso Gesù di Nazareth. Il cristianesimo, infatti, non è soltanto problematico per via della sua matrice semitica, giudaica (cioè allogena, estranea alla razza europide), ma pure per il suo afflato evangelico, che diviene inevitabilmente complice di massificazione, egualitarismo, antirazzismo, meticciato, disprezzo per sé stessi, xenofilia, andando a braccetto coi degenerati che auspicano sostituzioni razziali ed etniche per rottamare i vecchi, costosi e sterili europei. La Chiesa è un icneumone, un cavallo di Troia al servizio della malata idea di progresso e di sviluppo, ora più che mai perché ha bisogno di sopravvivere. Il Concilio Vaticano II ha sancito la condanna a morte degli ultimi residui tollerabili, rimasti nella fede cristiana, e cioè degli echi gentili assorbiti nei secoli, spianando la strada all’ecumenismo.

Luoghi di culto sempre più svuotati di indigeni ma affollati di preti negroidi, suore delle Filippine, immigrati boliviani, una sordida ammucchiata benedetta dall’insensata, e fasulla, comunanza auto-genocida e dall’odio per sangue, suolo e spirito. Si parla tanto di amore, nell’articolo oggetto del mio scritto, ma l’amore è ciò che porta frutto, che contribuisce concretamente al benessere della comunità, che promuove rapporti sani su ogni fronte; è quanto divulgato proprio dal lombardesimo come spirito di appartenenza e senso identitario, e che ci parla di autostima, rispetto per sé stessi, tutela di natura, famiglia, comunità, patriottismo, difesa degli innati ruoli di maschile e femminile, eterosessualità, endogamia, monogamia, fratellanza etnica. Il concetto, deviato e degenerato, di amore evangelico è pura follia suicida, incarnata alla perfezione dal fantomatico figlio di Dio Gesù Cristo, il quale si lascia insultare, schiaffeggiare e sputare in faccia, flagellare, per poi venire ammazzato come un cane in croce, in un’orgia indecente di masochismo.

L’amore, come ogni altro sentimento positivo ed edificante, va messo al servizio della sacrosanta verità naturale, sacralizzata dalla solare tradizione ariana. E non ci sono fandonie biblico-evangelico-coraniche che tengano. Il nostro unico paradiso possibile si chiama Lombardia, e non va immolato sul fetido altare di Geova per delle indecenti superstizioni da beduini e sprepuziati. Il cristianesimo è completamente incompatibile con l’etnonazionalismo, sebbene Nazione Lombarda accolga tutti i lombardi di ferrea volontà a prescindere dalla sensibilità religiosa, purché non confessionali e laici. Infatti, siamo per la libertà di culto, a livello individuale, a patto che tale credo abbia un minimo di nesso storico e identitario con le nostre terre (a questo proposito, valutiamo positivamente una trasmutazione pagana del culto ambrosiano insubrico, rito cattolico latino di radici galliche), e non rappresenti un pericolo per la nazione e il futuribile etnostato granlombardo.

Stucchevole, poi, accusare me e l’associazione di razzismo, poiché il razzismo equivale all’odio, alla discriminazione, alla violenza, alla gerarchia razziale, mentre il sottoscritto si dice piuttosto razzialista. Riconosce cioè la realtà naturale e biologica delle razze umane, auspicando separazione continentale, rimpatrio e condanna del meticciato, ma senza per questo affannarsi nell’individuare una razza superiore alle altre. E l’eredità etnica e razziale, genotipica e fenotipica, non è una condanna o un limite, anzi, è un valore aggiunto da esaltare al meglio, razionalmente, proprio in un mondo occidentale che pare condannato alla liquidità e all’instabilità, all’imbastardimento e al relativismo, alla totale perdita di valori e all’alienazione che passa per lo spregio genocida delle proprie radici. D’altra parte, noi siamo europei, e condanniamo integralmente la patologica accezione contemporanea di Occidente.

Non deve stupire che il primo attacco a Nazione Lombarda venga proprio da ambienti cattolici, anzi, la cosa personalmente mi onora molto. Perché chi predica stupidaggini anacronistiche, ampiamente smentite dallo scibile umano, finalmente affrancato dall’oscurantismo pretesco (ed ecco, di nuovo, il tema della vera libertà), non può far altro che ragliare insensatezze, mescolando le superstizioni bibliche, Dio, madonne, cristi e santi al dibattito scientifico, alla ragione, alla cultura della ricerca e del dibattito accademico. Da che pulpito un fedele condanna craniologia e antropometria, reputandole antiscientifiche e superate? Assurdo, non credete? E per farlo le confonde col positivismo e l’astrologia dei Gall e dei Lombroso, le cui intuizioni potrebbero forse avere valenza nel campo delle discipline neurocognitive, ma non certo nel contesto razziologico.

Cercare di confutare le tesi lombardiste, supportate da ragione e scienza, dal libero pensiero, nonché dalla contemplazione di ciò che è in linea con la natura, cianciando di Dio, teologia, metafisica e filosofia cristiana fa sorridere e rivela senza ombra di dubbio alcuno che Nazione Lombarda è nel giusto, in quanto coerente coi pilastri identitari di sangue, suolo e spirito. A ciò che esiste e si manifesta, come abbiamo detto, e che non obbedisce a quella sequela di castronerie prive di logica e raziocinio che è il catechismo della Chiesa cattolica. Il lombardesimo coltiva l’etno-razionalismo, originale visione del mondo che a differenza delle religioni, specie abramitiche, si attiene a ciò che senza alcun dubbio c’è, e può essere dimostrato. E chi per secoli ha combattuto – per davvero – la libertà, il libero arbitrio, il pensiero scientifico, la libertà della ricerca, la liceità dell’espressione e dell’opinione umane slegate dal regime, e che oggi si ricicla in salsa antirazzista e antifascista per sopravvivere, farebbe bene a preservare un briciolo di senso del ridicolo. Avrebbero arso sul rogo un Galileo, e dopo aver raccontato tragiche e sanguinarie favolette per secoli, complici le letali sberle prese dal giusto progresso, vogliono ora spacciarsi per araldi della ragione, ignorando l’oscurantisimo perpetrato da sempre. Adesso distinguendo le verità (?) di fede da quelle di scienza.

Il vero significato di libertà? Quello che difende e auspica Nazione Lombarda. Una libertà che passa doverosamente per l’affrancamento dalla Roma non solo politica ma pure religiosa, con tutta la sua parassitaria zavorra resa ancor più velenosa dal terzomondismo e dalla propaganda xenofila, i quali sottraggono la terra natia dei lombardi, ai legittimi padroni, per darla all’ecumene globale, giustificando il tutto con le idiozie di un inesistente dio desertico che ha appestato l’Europa rendendola succube di bugie ad essa aliene. Tempo di liquidare il monoteismo semitico, cristianesimo incluso, vieppiù funzionale al mondialismo e alla sua barbarica agenda incentrata sull’odio per la biodiversità, un patrimonio che ogni popolo ha il diritto e il dovere di tutelare. Ovviamente a casa propria. Che questo piaccia o meno a chi antepone le superstizioni dell’antichità alla verità assoluta dei principi genuinamente identitari, validati dalla ricerca scientifica e dall’uso della ragione.

Lombardi, è fatta, ecco Nazione Lombarda!

NL

Ieri, soledì/domenica 11 gennaio 2026, è stata ufficialmente presentata l’associazione politica, e culturale, Nazione Lombarda. Presso la sala consiliare del Castello visconteo di Abbiategrasso, una prestigiosa cornice plurisecolare da cui è transitato un gran bel pezzo di storia insubrica e cisalpina, si è infatti tenuto l’evento del lancio pubblico del movimento, al quale hanno partecipato una sessantina di convenuti provenienti da diverse parti della Grande Lombardia, accorsi ad ascoltare i lombardisti che hanno preso parola: il presidente Paolo Sizzi, il segretario Adalbert Roncari e altri quattro fondatori, Alessandro Cavalli, Andrea Rinaldi, Filippo Ferrari (membri del consiglio, con i due referenti) e Vanessa S.

Nazione Lombarda è stata fondata il 23 dicembre 2024, in periodo solstiziale d’inverno, in quel di Bergamo, dalle persone indicate e da altri 4 lombardisti, come approdo definitivo del lombardesimo militante, dopo le esperienze del Movimento Nazionalista Lombardo (2011-2013) e di Grande Lombardia (2013-2024). La presentazione ufficiale, avvenuta a distanza di un anno stante la necessità di avere l’intero direttivo al completo, in presenza (due membri, attualmente, vivono per lavoro più all’estero che in Lombardia), ha consentito ai Nostri di poter toccare con mano la sensibilità identitaria dei granlombardi, grazie all’incoraggiante numero di persone che hanno preso parte alla manifestazione.

Persone non soltanto originarie delle classiche Insubria e Orobia, ma partite pure dal Piemonte, dall’Emilia e dalle frange orientali estreme della Cisalpina, a testimonianza di come il sentimento etnico e nazionale panlombardo non sia limitato alla regione artificiale ma sia condiviso, o quantomeno soggetto a curiosità, da parte pure di indigeni alpino-padani di varie contrade. Siamo davvero felici e orgogliosi del risultato raggiunto, perché in una sala di modeste dimensioni l’afflusso è stato considerevole. Tenendo, oltretutto, conto del fatto che Sizzi e i suoi non sono certamente dei personaggi pubblici e/o dei marpioni navigati… Il dato più interessante è quello che ci viene dall’entusiasmo giovanile: Nazione Lombarda è associazione fatta anche da giovani e tra gli astanti moltissimi erano ventenni o trentenni.

Dopo una presentazione e un’introduzione sulla natura associativa del movimento, con tanto di excursus storico circa il lombardesimo, tenuti dal presidente Sizzi, ecco che gli altri fondatori hanno esposto la decina di punti programmatici fondamentali di NL, con un intervento finale di Paolo stesso in materia di indipendentismo coniugato, ovviamente, all’istanza etnonazionalista. Non prima di aver risposto ad alcune domande avanzate dai presenti, l’evento si è chiuso intonando la nostra idea di inno nazionale, ovviamente tradotto in lombardo: O Segnoo, del tecc nativ, emendato dagli elementi cristiani e particolarmente gradito dal pubblico.

In questi giorni avremo certamente occasione di riparlare del lancio di NL e di documentarne lo sviluppo, tenutosi tra le 15:30 e le 18 di ieri. Al termine della conferenza, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con il pubblico, appurando come da parte delle persone ci sia davvero un vivo interesse verso la causa identitaria, nazionale e comunitaria della Grande Lombardia, la Lombardia storica, che naturalmente è popolo, etnia e patria. Gli interventi dei militanti verranno poi ripresi e approfonditi sul sito ufficiale dell’associazione, illustrando nello specifico quelli che sono i 50 punti programmatici del lombardesimo e di Nazione Lombarda, e articolando a fondo le varie sfaccettature ideologiche e politiche della nostra dottrina.

Salut Lombardia!

Il perché di un calendario identitario

Gran Carro

L’esistenza dell’uomo (indo)europeo è scandita dal naturale ciclo delle stagioni che segue la posizione di quello che, da sempre, è il nostro vitale punto di riferimento: il sole. Un calendario identitario non può che basarsi, quindi, sull’anno solare e su quelli che sono i suoi quattro punti principali: i due solstizi e i due equinozi. La classica ruota solare ariana rappresenta icasticamente questo avvicendamento astronomico, e simboleggia degnamente la solare, virile, guerriera mentalità dei nostri padri, ossia di coloro che hanno plasmato il nostro continente rendendolo unico, grazie anche alla loro tensione spirituale verso l’alto, la perfezione, il divino (asse verticale) che si interseca col cammino terreno, con l’esperienza di vita quotidiana che diviene battaglia, dell’essere umano di stirpe arya (asse orizzontale). Del resto, lo stesso swastika è simbolo solare ma anche uranico, emulazione dell’universo, che rappresenta la rotazione delle costellazioni dell’Orsa Minore e del Grande Carro attorno alla stella polare, polo celeste Nord: le quattro posizioni rispecchiano i quattro punti cardinali e le quattro stagioni. Gli anni Ab Urbe condita, quelli trascorsi dalla fondazione di Roma (753 avanti era volgare, secondo la tradizione), potrebbero rappresentare una datazione europea per sostituire la cronologia cristocentrica attuale.

Tuttavia, in ottica lombardista, è ancor più intrigante far principiare il tutto dal crollo del fatiscente edificio tardo-imperiale (anno 476), quando cioè l’Europa viene liberata dalla parassitaria zavorra orientaleggiante, che di antico romano non aveva più nulla. Nel bene o nel male, la romanità risulta fondamentale, pei destini della porzione occidentale del continente, e una cronologia davvero razionale e identitaria deve tenerne conto. I nomi dei giorni della settimana, come quelli dei mesi, sono mutuati dalla gentilità romana, e proprio per questo andrebbero aboliti l’ebraico sabato e la cristiana domenica reintroducendo il saturdì (dies Saturni) e il soledì (dies Solis), primo giorno della settimana sebbene festivo, continuando la tradizione capitolina di conio indogermanico. Andrebbe, altresì, eradicato ogni riferimento giudeo-cristiano, che d’altronde ha parassitato ampiamente il prima pagano (giorni e mesi sono dedicati a deità romane, germaniche nel Nord Europa, per quanto concerne la rassegna ebdomadaria). Luglio e agosto hanno anche gli arcaici nomi di quintile e sestile. L’ora sarebbe, ovviamente, quella naturale, la solare, e la legale andrebbe abolita, poiché il tempo, le stagioni, gli anni devono essere scanditi dal sole. Assieme a ricorrenze laiche patrie (lombarde ed europee), un calendario identitario – o calend’ario – dovrebbe ricordare festività sacre care tanto alla pietas latina quanto alla rustica tradizione popolare pagana, incarnando mezzi spirituali ideali per veicolare i valori etnonazionali cisalpini, ed esprimere una mistica del sangue coerente con il messaggio culturale e politico völkisch.

23 dicembre (2024): la nascita di Nazione Lombarda

Nazione Lombarda

Il 23 dicembre 2024, in pieno periodo solstiziale d’inverno, nasceva in quel di Bergamo l’associazione politica (e culturale) Nazione Lombarda. Fondata per mano di dieci lombardisti, fra cui Paolo Sizzi, Adalbert Roncari, Alessandro Cavalli, Andrea Rinaldi e Filippo Ferrari, essa è l’approdo definitivo del lombardesimo militante, dopo le esperienze del Movimento Nazionalista Lombardo (2011) e di Grande Lombardia (2013). L’obiettivo fondamentale è l’affrancamento del sentimento identitario, comunitario e nazionale della vera Lombardia, etnica e storica, che come ormai sapete abbraccia l’intero spazio geografico cisalpino, unendo l’istanza del nazionalismo völkisch a quella dell’indipendentismo. Nel nome dell’autoaffermazione della nostra autentica, unica nazione, quella lombarda, ci battiamo per divenire, nel nostro piccolo, un punto di riferimento patriottico all’interno del panorama alpino-padano, liquidando i residui perniciosi del fallimentare fenomeno leghista, con tutte le sue banalizzazioni e inflazioni. Va da sé che il campo d’azione privilegiato sia, anzitutto, quello culturale, ma con una visione del mondo politica e ideologica ben chiara e perentoria, che ci parla di etnonazionalismo, di panlombardismo e di europeismo confederale e imperiale (l’Euro-Siberia).

NL vuole essere il coronamento della dottrina lombardista, lanciata da Paolo Sizzi e Adalbert Roncari nel lontano 2009 (ma principiata nel 2006 grazie alla presa di coscienza dell’Orobico), che già a partire dalla denominazione metta in chiaro che i lombardi sono soltanto tali e che la loro vera patria coincide con la Grande Lombardia, che è poi la vera Lombarda. La natura dell’associazione è politico-culturale ma allo stato dell’arte non siamo interessati a competizioni elettorali, candidature e poltrone: l’intento è sempre quello di poter attuare una rivoluzione che cominci, in primis, dall’acculturazione perché sentiamo tutta la necessità di dover liberare, come punto di partenza, le menti dei nostri connazionali, prima di intraprendere un vero e proprio discorso politico inteso in qualità di partecipazione attiva alla vita della res publica. Umiltà, piedi per terra e buonsenso, strutturandosi sulla rete e come movimento d’opinione, per poter costruire, senza bruciare le tappe, un serio progetto identitario che, ovviamente, si immetta nel solco dell’indipendentismo. Ma, si capisce: a contare più di tutto, ecco l’etnonazionalismo, altrimenti l’indipendenza diventa una chimera priva di solide fondamenta. Con nel cuore il Bisson visconteo, emblema del popolo granlombardo combattente, e lo Swastika camuno, simbolo radioso del lombardesimo.

13 dicembre: Santa Lucia (festa dell’Orobia)

Lux/Lucina/Lucia

Il 13 di dicembre cade il ricordo della dea Lucina, cristianizzata in Santa Lucia da Siracusa. In questo periodo dell’anno, oggi pre-solstiziale, per via di un’antica sfasatura del calendario giuliano, veniva celebrato il solstizio d’inverno (che coincideva con il giorno 13 del decimo mese), richiamando alla memoria antichissime figure femminili portatrici di luce (e che danno alla luce), raffigurate oggi da un personaggio cristiano come la santa siciliana. Facile intravvedere, sotto la patina cristiana della martire siracusana (peraltro cara anche al settentrione scandinavo), le matrone e dee pagane associate alla luce solstiziale che rinasce col sole del 21-22 dicembre, ma correlate anche al parto, al dare alla luce delle nuove vite (la notte dalle cui viscere ri-nasce la luminosità). Ecco, quindi, che la dea etrusco-romana Lucina (per certi versi, Hera e Giunone) diventa la Lucia della Chiesa, e assieme alla luce si fa anche portatrice di doni per i più piccoli, seguendo in questo pure la tradizione dei Lares familiares, degli spiriti degli avi che ancor oggi recano doni notturni ai bambini nell’Italia etnica. Ma la dea della “notte più lunga” dell’anno, che è quella solstiziale, è pure, a maggior ragione, Angerona, colei che assiste nelle angustie (anche del parto, in questo caso del Sole bambino), che i Romani celebravano proprio il 21 dicembre. Altre divinità femminili consimili, celebrate in dicembre, sono Diana-Ecate, Epona/Rigantona, Iside, Opi, Acca Larenzia.

Santa Lucia, patrona della vista (non certo per caso), è invece festeggiata, l’abbiamo detto, come portatrice notturna di doni in groppa all’asinello (figura folclorica che riprende il modello dei defunti di casa che, la notte, passano lasciando dolciumi e balocchi per i bambini, e consumando frugali pasti preparati dai medesimi), soprattutto nell’attuale Lombardia orientale e padana, e in altri territori granlombardi come Emilia e Veneto occidentale, ma pure Trentino e Friuli. Proprio per tale motivo, la ricorrenza decembrina è alquanto sentita in queste zone, specie tra Bergamo e Brescia, e può essere inquadrata in qualità di festa della cosiddetta Orobia/Lombardia transpadana orientale. Ad una simile mitologica figura cristianizzata potremmo affiancare quella della valchiria Gambara, la mitica madre dei Longobardi (vedi antico alto-tedesco *gambar ‘audace’), per alcuni studiosi riflesso di una sacerdotessa della dea Freja, il cui matronimico ha dato… alla luce un noto toponimo bresciano, da cui il nome di un casato nobiliare. Terre come quelle di Bergamo, Brescia, Trento e Verona furono, altresì, sensibilmente occupate da arimanni longobardi che posero così le basi per i ducati più forti e turbolenti (assieme a quello friulano) della Langobardia Maior. E la figura luminosa della dea-santa Lux/Lucina/Lucia è molto amata anche in Isvezia, patria ancestrale degli antichi Winnili, secondo l’epos tramandatoci da Paolo Diacono. 

7 dicembre: il ricordo di Belloveso e Ducario (festa di Milano)

Scrofa semilanuta di Milano

Il 7 dicembre Milano festeggia il suo patrono, Sant’Ambrogio, vescovo e teologo della Chiesa cattolica. 7 dicembre perché? Perché in tale data (nel 374) venne consacrato vescovo della capitale lombarda, secondo la tradizione. Non posso però escludere che questa ricorrenza “copra”, come al solito, una più radicata tradizione di origine celtica (dunque pagana), magari legata al periodo dell’Avvento, che a sua volta usurpa una fase cruciale dell’anno, quella a ridosso del solstizio d’inverno del 21-22 dicembre. L’Avvento risente dei Saturnalia romani, in quanto periodo di preparazione, tra il serio e il faceto, al Natale (del Cristo, ma in origine del Sole Invitto), e lo stesso calendario liturgico ambrosiano ricalca le antiche tradizioni, tanto da essere, secondo alcuni studiosi, alla base del rito gallicano o, forse meglio, una versione romanizzata del primo (perciò del rito occidentale ispano-gallico e celtico). Siccome il 7 di dicembre è la festa patronale di Milano, la celebrazione di Milano, trovo ideale ricordare due figure autenticamente “meneghine”, in senso antico, ancorché scoloranti nella leggenda: Belloveso e Ducario. Due veri e sensati patroni laici della capitale lombarda. Ambrogio, peraltro, non era nemmeno milanese, ma un Romano di estrazione senatoria, nativo di Treviri (Renania-Palatinato, Germania occidentale, vecchia Gallia Belgica).

Belloveso, mitico condottiero gallico, è ricordato come il fondatore leggendario di Milano, giunto nel cuore della Pianura Padana partendo dal bacino del Rodano (tribù dei Bituriges). Egli avrebbe gettato le basi di Mediolanum riconoscendo un segno divino nella visione di una scrofa (semilanuta) di cinghiale e del biancospino; l’animale in questione è il precipuo totem dei Celti, mentre il biancospino è pianta consacrata alla dea Belisama, la Minerva dei Celti (secondo l’interpretazione romana). Questa la leggenda: la realtà più plausibile è che Milano esistesse prima delle invasioni galliche, dunque già dall’epoca golasecchiana, come santuario centrale delle varie tribù insubriche; successivamente altri gruppi gallici calarono in terra cisalpina, riconoscendo negli Insubri gente della medesima stirpe, assimilandone così il nome. Ducario è invece il mitico primo cittadino di Milano, insubre, cavaliere che prese parte alla battaglia del Trasimeno (24 giugno 217 a.e.v.), dove Annibale e i suoi alleati, tra cui gli Insubri appunto, sconfissero i Romani. In quello scontro, Ducario assalì e uccise, decapitandolo, il console Gaio Flaminio Nepote, il vincitore dei Galli Cisalpini che creò l’omonima provincia e sconfisse gli Insubres a Casteggio nel 222 a.e.v., vendicando la sua gente e i guerrieri celti massacrati.

11 gennaio 2026: presentazione ufficiale di Nazione Lombarda

Nazione Lombarda

Fratelli lombardi, ci siamo. Soledì (domenica) 11 gennaio 2026, dalle ore 15.30 alle ore 18, presso la sala consiliare del Castello Visconteo di Abbiategrasso (Milano), andrà in scena la presentazione ufficiale al pubblico dell’associazione politico-culturale Nazione Lombarda, nata il 23 dicembre 2024, in pieno periodo solstiziale d’inverno, in quel di Bergamo. Fondata da 10 lombardisti, fra cui il Presidente Paolo Sizzi, il Segretario Adalbert Roncari e gli altri membri del Consiglio Alessandro Cavalli, Andrea Rinaldi e Filippo Ferrari, NL si propone di adoperarsi per l’affrancamento del sentimento identitario, comunitario e nazionale del popolo granlombardo, a partire dall’ambito culturale, ma con un’ovvia ottica politica nel solco dell’etnonazionalismo e dell’indipendentismo.

L’associazione è l’approdo definitivo del lombardesimo militante, dopo il Movimento Nazionalista Lombardo (2011) e Grande Lombardia (2013), il cui carattere è politico, al di là di questioni statutarie e burocratiche, in senso schiettamente dottrinale e ideologico: Nazione Lombarda è un soggetto che non intende, soprattutto ora, partecipare a competizioni elettorali e non è dunque interessato a voti, poltrone, cariche e prebende; ciò che ci prefiggiamo, nel nostro piccolo, è divenire inedito punto di riferimento nel panorama identitario padano-alpino, strutturandoci come movimento d’opinione che, a partire in special modo dalla rete, si batta per liberare la nazione storica lombarda dal giogo italiano e mondialista, cominciando da menti, coscienze e spiriti. Chiaramente con mezzi civili e democratici.

Inutile portare alle urne i lombardi se questi non sanno nemmeno di esserlo, credendosi di volta in volta italiani, “padani” alla leghista o cittadini del mondo, perché infatti urge in prima istanza acculturare, divulgare le tematiche care al lombardesimo e porre così le basi per una missionarietà fra connazionali, mirata a una sana ri-educazione identitaria e comunitaria. La Grande Lombardia, cioè la Lombardia storica che ingloba tutta quanta la Cisalpina, è sotto ogni punto di vista popolo, etnia e nazione, per quanto dormienti, ed è dunque necessario che i lombardisti promuovano a piene mani l’idea dell’autoaffermazione nazionale delle Lombardie.

NL, associazione politico-culturale plasmata dal pensiero dagli storici araldi del lombardesimo Paolo Sizzi e Adalbert Roncari, si presenterà come faro culturale, ideologico e metapolitico per tutti coloro che vogliono raccogliere la sfida lanciata dall’etnonazionalismo cisalpino, al netto di ogni buffonata di stampo bossiano, lanciando quelli che sono i nostri cavalli di battaglia di sempre: lombardesimo e panlombardismo, comunitarismo, razzialismo, tradizionalismo emendato dall’etno-razionalismo, ambientalismo coniugato all’etnonazionalismo ed europeismo völkisch in ottica euro-siberiana. L’esaltazione razionale di sangue, suolo e spirito è ciò che ci guida, contrastando la degenerazione contemporanea che passa tanto per i fasulli concetti di Italia, Lombardia ed Europa quanto per il relativismo che mira a distruggere i vincoli di solidarietà etnico-nazionale e comunitaria.

Per chi fosse, dunque, interessato a presenziare all’evento dell’11 gennaio 2026, l’appuntamento è alle 15:30 presso la sala consiliare del Castello Visconteo di Abbiategrasso, Milano, in una storica e prestigiosa cornice dalla quale è transitato un gran pezzo dell’identità plurisecolare d’Insubria e della Lombardia etnica. Nel segno dei Visconti, il cui emblema araldico, il Biscione, campeggia al centro del logotipo di Nazione Lombarda, in quanto simbolo etnonazionale del popolo granlombardo, assieme allo Swastika camuno che è l’insegna del lombardesimo. Quel giorno avremo anche modo di presentare, oltre al drappo dell’associazione, la nostra proprosta di bandiera e stemma nazionali e, ovviamente, il sito ufficiale di Nazione Lombarda.

Dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone

Salut Lombardia!

5 dicembre (1746): la rivolta del Balilla (festa del Genovesato/Liguria)

Il Balilla

Il 5 dicembre è la festa di Genova (e della Liguria contemporanea, che è poi Genovesato), poiché ricorre la memoria del 5 dicembre 1746, data della rivolta cittadina iniziata dal Balilla, contro gli occupanti austriaci. Tale sommossa culminò con la cacciata degli asburgici dal capoluogo ligure, e fu una rivolta del popolo, anche dei suoi strati più umili, essendosi gli aristocratici facilmente piegati alla volontà austriaca di conquista della città. Secondo la tradizione, ad iniziare la riscossa di Genova fu Giovan Battista Perasso detto Balilla, il ragazzo di Portoria (quartiere genovese) passato alla storia col suo leggendario soprannome, il cui significato dovrebbe essere ‘pallina’, appellativo riferito a bambini e adolescenti liguri. Altro suo epiteto era il curioso “Mangiamerda”, nonché “Beccione”, che se ho ben capito, in vernacolo, significa ‘scopatore’. Questo giovane, scagliando un sasso contro la truppa austriaca che, con arroganza, pretendeva che i popolani genovesi levassero dal fango un suo pesante cannone (poi usato contro di loro), diede il La alla rivolta, terminata vittoriosamente.

«Che l’inse?» ossia «La comincio io?» è il celebre grido in genovese con cui il Balilla aprì le ostilità contro gli austriaci occupanti, aizzando la folla. La ribellione va contestualizzata nel più ampio scenario della guerra di successione austriaca (1740-1748), dove le più grandi potenze europee erano coalizzate contro l’Arciducato d’Austria; la Repubblica di Genova, per mantenere la propria neutralità, si schierò dalla parte di Francia e Spagna, il che portò all’invasione austriaca della capitale del Genovesato. L’identità del Balilla non è chiarissima, come è ovvio che sia, perché ammantata di mistero e di mito, sebbene tradizionalmente sia attribuita al suddetto Giovan Battista Perasso di Portoria (nato e morto a Genova, 1735-1781). Rimane, comunque, la figura del giovanissimo patriota ligure settecentesco – al netto della retorica risorgimentale e fascista – che dà il via alla riscossa popolare nei confronti di un esercito d’occupazione straniero, e poco importa se questo fosse asburgico anziché franco-spagnuolo. E in questo senso il Balilla è simbolo identitario della Genova e della Liguria resistenti, che può esser ancor oggi d’esempio, pensando alle drammatiche vicende postbelliche vissute da quelle terre, come dal resto della Cisalpina occidentale, in termini di colonizzazione e immigrazione.

5 dicembre: Cernunnos, patrono di Lombardia (festa dello Swastika camuno)

Cernunnos

Il 5 di dicembre, a mio avviso, potrebbe essere giorno dedicato a Cernunnos, patrono gentile di Lombardia, il cui teonimo pare riconnettersi ai lemmi gallici carnon o cernon, ‘corno’, ricorrenti in etnonimi di tribù celtiche (come i Carni del Friuli); cosicché, Cernunnos, è etimologicamente ‘divinità maschile cornuta’. Il dio era lo spirito divinizzato degli animali maschi cornuti, soprattutto dei cervi, e rappresentava la forza selvaggia, maschia e indomita delle foreste, della natura, degli animali come i cervidi, della virilità e della fecondità e successivamente, in un certo senso, anche della resistenza europea anticristiana. Non a caso Cernunnos, ma anche il romano Fauno, erano figure sincretiche associate nel Medioevo, dai pretacci, al demonio, grazie alla classica iconografia del diavolo come essere cornuto, deforme, barbuto e con tanto di zoccoli da ungulato ai piedi e coda animalesca. Il 5 dicembre, altresì, ricorrevano i Faunalia romani dedicati alla divinità della natura, Fauno appunto, analoga al dio alpino-celtico; un motivo suggestivo che potrebbe testimoniare l’arcaica fratellanza celto-latina, indoeuropea occidentale nella sua culla continentale, con la figura sacra romana che ricalca, in parte, le caratteristiche del satiro greco. Tornando a Cernunnos, è d’uopo rammentare come il suo culto fosse molto praticato nell’antica Camunia, il che ci riporta allo Swastika graffito di quell’area, simbolo solare e astrale ariano divenuto emblema del lombardesimo.

La deità cornuta in oggetto veniva adorata anche nelle Gallie, in Britannia e nella Padania in genere; non nasce celtica, ma reto-alpina, come figura sciamanica affine a molte altre del continente europeo. La sua iconografia più antica sembra essere quella rinvenuta tra le incisioni rupestri camune, guarda caso, e probabilmente è grazie ai contatti tra genti reto-liguri e celtiche hallstattiane che Cernunnos divenne famosissimo presso le tribù galliche storiche. La raffigurazione più nota, tuttavia, è quella del calderone di Gundestrup (Danimarca, in qualità di prodotto importato). Veniva rappresentato come un uomo adulto barbuto, con ramificate corna di cervo, attributi nobiliari gallici (la torque e borse di monete), compagnie animali (fiancheggiato da serpenti, ad esempio) e accostamenti alla caccia, essendo il cervo assai predato presso gli antichi popoli delle Alpi e celtici. È un dio legato al concetto di abbondanza sia come fecondità, rigoglio della natura, moltiplicazione di raccolto e beni naturali vari, prolificità di uomini e animali, sia come ricchezza materiale, di denari, risorse, beni e cibo. La sua grande carica sessuale lo tramuta in emblema di virilità e fecondità maschile, nonché signore degli animali e dell’attività venatoria; il contesto originale alpino (reto-camuno ed euganeo) lo rende, altresì, degno patrono della Lombardia, accanto alla papabile matrona, dea della luce e del fuoco, Belisama.