Cibo

Tra i tanti mezzi identitari a disposizione del lombardesimo ecco, sicuramente, l’enogastronomia (e lo sa bene lo storico camerata Adalbert Roncari), che un po’ come la lingua o il folclore dice moltissimo sulla nostra cultura, e non è passibile di “razzismo”. La Grande Lombardia è una terra ricchissima di tradizioni enologiche e culinarie, un crocevia fra l’Europa centrale e il Mediterraneo che ha saputo sviluppare una cucina originale, dai caratteri propri, ma che di certo mostra influssi celtici, romani e germanici presenti altrove. Anche le bevande alcoliche del nostro territorio dicono molto circa la storia e il paesaggio cisalpini, dai vini alle grappe, dagli amari ai liquori, dagli spumanti allo sporadico consumo di birra e di sidro, e gustate con moderazione non costituiscono un problema. Questo, per dire che il cibo, l’alimentazione, oltre a rappresentare un elemento identitario molto importante, è anche il mezzo per poter avere una vita sana, grazie ad una dieta equilibrata che riduca al minimo – o preferibilmente elimini – ciò che appare rischioso per la salute.

La storia della nostra nazione, a livello socioeconomico e popolare, passa anche per ciò che mangiamo e beviamo, e la sua bontà è importantissima per noi, le nuove generazioni e i posteri. Come ripudiamo il fumo, l’abuso di alcol, l’uso di droghe e sostanze, così condanniamo la malnutrizione, che nel mondo occidentale porta a disturbi alimentari e alla piaga dell’obesità (lo sanno bene nelle assolate lande ausoniche, nonostante la decantata dieta mediterranea) – e a malattie e tumori, ovviamente – e il cibo spazzatura. Auspichiamo la produzione di alimenti di qualità grazie anche ad una rinnovata ottica agroalimentare che privilegi la permacultura, riveda l’agricoltura convenzionale e trasformi un allevamento industriale che, oltre a nuocere alle bestie, fa alla lunga del male pure a noi, che ne consumiamo i derivati. Abbisogniamo di cibo sano, di promuoverne un consumo razionale e di qualità, equilibrato, e di abbinarlo ad una vita sana, all’aria aperta, fondata sul solare ethos ariano che noi abbracciamo. Concedendo, di tanto in tanto, qualche sgarro, che strizza l’occhio agli alcolici e ai dolci tradizionali della Padania.

Salute

Promuovere ideali, valori e principi virtuosi, da un punto di vista etico, significa anche favorire lo sviluppo di una coscienza – individuale e collettiva – volta alla preservazione della salute del singolo, che del resto va di pari passo con quella della comunità nazionale (etnia e razza). Ogni ideologia patriottica ha il dovere di esaltare stili di vita sani, condannando la corruzione di mente e fisico che deriva dal fumo, dall’abuso di alcol, da droghe e sostanze, dal cibo spazzatura (da cui la piaga dell’obesità), ma anche da sesso promiscuo, pornografia, prostituzione, vizio in genere, giuoco d’azzardo e dipendenze. Avere individui in salute, che sappiano badare in autonomia alla propria condizione fisica (e mentale), significa sviluppare uno spirito di solidarietà comunitaria inteso ad alleggerire i gravami del servizio sanitario, ma anche incoraggiare quegli atteggiamenti volti a forme di eugenetica preventiva, necessaria per evitare nascite indesiderate (parlando, ovviamente, di dinamiche riproduttive). La sanità è un bene inestimabile che tutti devono difendere e conservare, e non è soltanto fisica ma anche, si capisce, mentale e psichica.

Da qui, la logica conclusione che il lombardesimo favorisca qualsiasi forma di preservazione dell’integrità di individuo e popolo, sostenendo il fondamentale bisogno del diporto, dell’esercizio fisico, della vita all’aria aperta, della nutrizione sana ed equilibrata, del ripudio del vizio e delle dipendenze, in nome di quella libertà individuale che si incastra alla perfezione nell’esaltazione dello spirito comunitario. Senza società, l’individuo diventa sradicato e in balia di deleterie mode, votate alla distruzione del tessuto etnoculturale originale delle nostre terre, a vantaggio dell’agenda mondialista. Lo stile di vita sano è un diritto e un dovere per ogni soggetto che componga la comunità; oggi, uno strumento formidabile per poter garantire integrità psicofisica è certamente la riscoperta della vita immersa nella natura, a contatto col sacro suolo dei padri (montagna e campagna), assieme al ruralismo, al contadinato e al comunitarismo, sebbene le città lombarde siano vieppiù tentacolari. Questo deve però essere da monito, e da fomite, per riscattarsi dal torpore e acquisire la necessaria consapevolezza che un organismo statuale sano sarà per forza di cose composto da persone sane.

Vizio

Quando ieri parlavamo delle attività legate al diporto, accennavamo alla promozione di salute psicofisica, esercizio ginnico, benessere, e va da sé che tutto questo sottintendesse la nostra condanna nei confronti del vizio. Pensiamo all’etilismo, al fumo e alle droghe, alle sostanze, ma anche al giuoco d’azzardo, a prostituzione e pornografia, al cibo spazzatura e a quello che corrompe fisico e spirito. Promuovere uno stile di vita sano e virtuoso, implica prendere le distanze da ciò che mina la salute e avvelena mente e anima, e logicamente non riguarda soltanto i casi estremi di tabagismo, abuso di alcol e droghe; la vita dissoluta passa anche per la promiscuità sessuale, la malnutrizione (si pensi alla piaga dell’obesità e ai vari disturbi alimentari), le dipendenze e la mancanza totale di principi che coltivino lo spirito in un corpo sano, preservato dall’autodistruzione. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da turbe della psiche e del comportamento, specie tra i più giovani, e si impone una seria riflessione sull’educazione, e l’esempio, che gli adulti sono chiamati ad esercitare nei confronti di chi non è ancora pienamente maturo.

Evitare che la pianta cresca storta, nella fase critica dell’esistenza di maschi e femmine, farà sì che un domani avremo uomini e donne virtuosi, certo non perfetti – perché umani – ma di sicuro lontani da ciò che attossica mente e fisico. La stessa ipersessualizzazione di una società egoista, individualista, senza scrupoli e prostrata di fronte al materialismo più becero e zoologico, mercifica la dignità delle giovani, ma pure dei giovani, riducendo la vita degli individui a un usa e getta in cui i valori tradizionali (ma direi pure naturali) vengono calpestati. E, inoltre, svenduti in nome del danaro. I risultati li vediamo, con lo sdoganamento della pornografia e della prostituzione, ma anche di una superficialità carnale che trascura la dimensione interiore dell’umano, intrecciandosi con il culto del futile, del superfluo. Del resto contestuale al vizio in genere, che non porta ad alcunché, se non a dipendenze con ricadute drammatiche in termini di salute psichica e fisica. La lotta del lombardesimo a tutto quello che si fa corruzione, si allinea agli ideali comunitari che noi difendiamo, necessari per rinsaldare i vincoli di solidarietà etnica e sconfiggere il demone del nulla di marca occidentale.

Diporto

Le attività sportive, in mancanza di leva e/o di quelle militari, costituiscono, specie pei giovani, un veicolo di salute fisica e mentale, che può concorrere allo sviluppo e alla promozione dell’orgoglio patriottico. Se lo sport smarrisce il carattere etnonazionale di agonismo perde completamente di significato, e si riduce ad un balocco nelle grinfie di pubblicità, capitalismo, consumismo, cosmopolitismo e aspetti deteriori della modernità, ovviamente a livello professionistico. Lo vediamo perfettamente nel mondo del calcio: compagini, anche “nazionali”, farcite di allogeni o di mezze cartucce deviate dall’edonismo, che si fanno sponsor del mondialismo, traviando così i ragazzi. E le stesse competizioni olimpiche stanno perdendo il carattere etnico, nazionale e razziale, a livello europeo, con rappresentative che, volutamente, assoldano allogeni per ottenere medaglie. Ma è, ancora una volta, il pallone che dimostra questo deleterio fenomeno, basti pensare alla “nazionale” francese, dove i più depigmentati sono ormai nordafricani. Se il diporto liquida l’aspetto identitario, l’agonismo non ha più senso, e di conseguenza la palestra di virtù e principi che contribuisce a forgiare il giovane si riduce a sterile esercizio muscolare. Discorso che vale anche per la confusione tra stati e nazioni…

Da lombardisti crediamo nel valore dello sport come mezzo che esalti ideali sani, contro ogni droga, corruzione, raccomandazione, narcisismo, vizio e a maggior ragione contro la xenofilia, l’antirazzismo, il meticciato, gli ideali nazionali prostituiti al finto progresso e venduti come fratellanza globale, e altre sciocchezze da apolidi. Per questo, ogni sport dovrebbe, radicandosi nel territorio, non pensare soltanto all’attività fisica intesa come palestra che modelli fisico e salute, ma anche ragionare in termini etno-razziali e patrii, sviluppando vivai di autoctoni che possano tenere alta, coerentemente, la bandiera locale e lombarda. Non esiste solo il pallone, che oggi è divenuto un culto ipertrofico di sradicati e ammanicato con la temperie globalista (per tacere delle assurdità multimilionarie), ma restando in tema di tradizioni cisalpine dobbiamo guardare anche al ciclismo, allo sci (le olimpiadi invernali sono, logicamente, un tripudio di atleti e di olimpionici granlombardi), agli sport di montagna in genere, al rugby o ai motori, fra quelli più popolari. Ma anche l’interessante fenomeno del Softair e le altre attività di tiro, che permettono di instradare verso l’autodifesa e il saper maneggiare armi. A livello folclorico, citiamo con sapidità il tamburello, le bocce e la lippa.

Ricerca

Il lombardesimo crede fortemente, e fermamente, nella necessità di promuovere a pieno regime la visuale etno-razionalista, la nostra cifra filosofica, di primaria importanza per poter liquidare tutte le superstizioni semitiche del deserto, la metafisica apolide ma anche l’universalismo ateo. Siamo convinti laici, razionalisti, ghibellini, ispirati ai principi del vero progresso, che è quello scientifico e tecnologico affrancato da ogni legaccio ideologico che puzza di sagrestia. Di conseguenza, promuoviamo il pensiero e l’indagine scientifica a tutto campo, per una ricerca che sia davvero libera e senza alcun padrone religioso e/o politico; oggi, l’assolutismo abramitico, in Occidente, ha ceduto il posto al dispotismo cosmopolita dei soliti noti, portando a un laicismo e a un ateismo ben poco razionali, perché improntati alle balle apolidi di chi nega l’evidenza scientifica: esistenza delle razze umane, anormalità delle deviazioni sessuali e delle parafilie, patologia della disforia di “genere” e di chi arriva a insane scelte, veridicità del sesso sulla baggianata liberal del genere, inesistenza dell’uguaglianza (concetto antiscientifico), differenze tra uomo e donna e via dicendo.

La rivoluzione lombardista investirebbe massicciamente nell’educazione, nell’istruzione di ogni ordine e grado e, appunto, nella vera ricerca scientifica, privilegiando percorsi di studio improntati alle discipline delle scienze esatte. Abbiamo bisogno di un vero e razionale sviluppo che si ispiri all’indagine del reale, lasciando da parte le perdite di tempo teologiche e metafisiche. Ciò non significa che, ad esempio, le discipline umanistiche e la cultura generale siano inutili, ci mancherebbe, solo che urge dare maggior mordente a tutto quello che sia puramente scientifico, perché la nazione lombarda ha proprio la necessità di investire su ciò che è razionale, e ha vitali risvolti in termini di scientificità e realismo. Anche, si capisce, per liberarci dalla dittatura del relativismo, che lava il cervello ai più giovani convincendoli che non esistano razza, sesso, genere che coincide col sesso, orientamento sessuale naturale, salute psicofisica e concetto salutare di normalità. Una normalità che, ovviamente, non coincide con quella relativa alla grettezza borghese. Demolire gli idoli dell’antirazzismo e dell’antifascismo è oggi di importanza vitale, e non per promuovere razzismi o fascismi, bensì per ripristinare la verità e favorire un pieno sviluppo della patria, liberata dal mondialismo.

Scuola

Il lombardesimo auspica una radicale riforma del mondo della scuola, di ogni ordine e grado includendo quello accademico e universitario, per far sì che l’educazione e l’istruzione rispettino i criteri etnici e nazionali della Grande Lombardia. La scuola deve essere palestra di orgoglio patrio, restituita a discenti indigeni e gestita da docenti e personale didattico del luogo, troncando ogni rapporto con Roma, l’Italia e la Chiesa cattolica. La rivoluzione lombardista abbisogna di educare e istruire i propri figli, lungo l’arco della loro gioventù, nel solco del benessere e del vero progresso dell’intera nazione, preparandoli al futuro con un solido bagaglio culturale e la predisposizione al lavoro, specie in ambito tecnico e scientifico. Per tale ragione, andrebbero incentivati quei percorsi di studio che privilegiano le discipline scientifiche, senza nulla togliere a quelle umanistiche, più importanti da un punto di vista culturale. I ragazzi devono crescere con la consapevolezza di essere lombardi, sviluppando un retroterra identitario e convogliando le proprie capacità verso il mondo del lavoro, affinché siano per davvero linfa vitale della nazione.

La scuola granlombarda deve dare un taglio netto all’immigrazione, all’italianizzazione, alla dipendenza da Roma, dall’Italia, dagli enti sovranazionali e dal patologico concetto contemporaneo di Occidente; altresì, liquidare le influenze e le ingerenze del Vaticano, eliminando l’ora di religione, il paritario asservito ai preti, i simboli dei diversamente ebrei e delle altre religioni del “libro”. Piuttosto, investire sulla comunità di popolo e l’acculturazione antropogenetica e razzialista, arrivando anche ad avere soltanto docenti indigeni per discenti indigeni. I concorsi devono essere appannaggio dei locali. Da lombardisti, privilegiamo il pubblico a scapito del privato, e siamo a favore di un mondo dell’istruzione gestito dallo Stato e votato al vero progresso, al benessere e allo sviluppo della patria. L’educazione e l’istruzione vanno “nazionalizzate”, per la maggior gloria della Grande Lombardia. Restituendo ai lombardi le scuole di ogni ordine e grado, così come il settore accademico, avremo la possibilità di eliminare la vulgata italo-mondialista e ogni residuo giudeo-cristiano, per dare finalmente voce al territorio, affrancato dall’occupazione straniera.

Lavoro

Uno dei punti di forza della Grande Lombardia, da sempre, è la spiccata mentalità del lavoro che caratterizza le nostre terre, e che è il frutto di etnia, storia, temperamento e cultura. Da non confondersi con lo sciagurato culto del fatturato, esasperazione delle nostre doti (specie ad ovest), il quale ha trascinato il cuore della Lombardia etnica nel baratro etnonazionale, sacrificando i destini identitari al profitto. Il lavoro granlombardo si contrappone al parassitismo e alla ricchezza vampiresca, all’usura e al grande capitale apolide, forgiando classi di lavoratori che sono il motore del nostro sviluppo. Anche in termini di artigianato, cultura, terziario, promozione del territorio ed eccellenze che costituiscono il fiore all’occhiello del sedicente “made in Italy”. Ma non dobbiamo dimenticare agricoltura e allevamento, enogastronomia, cura del paesaggio che rappresentano le forze tradizionali della Cisalpina, chiaramente unite all’assennata imprenditoria locale che ha saputo sfruttare al meglio la lussureggiante natura padano-alpina, soprattutto in termini idrici.

Vi è poi tutto il comparto dell’impiego qualificato, professionisti che mettono al servizio della patria la propria perizia, anche se va detto che la politica romana abbia abbondantemente traviato il settore, riempiendolo poi di soggetti provenienti dal mezzogiorno. Il che si registra ai massimi livelli in ogni ambito del pubblico, dacché la Padania è una terra colonizzata in lungo e in largo dagli italiani, proprio come ai tempi dell’Impero romano. Per tacere di forze di polizia, forze armate, magistratura. Il lombardesimo ha una visuale nazionale e sociale che esalta i lavoratori indigeni, e crede nel corporativismo, nel socialismo sublimato dall’istanza etnonazionale e, naturalmente, nel comunitarismo, dove le forze di chi produce vengono convogliate nell’alveo del benessere patrio. L’eterna lotta del sangue contro l’oro, tema già cavalcato dalla Repubblica Sociale, è ancor oggi attuale, poiché a fronte di chi suda per guadagnarsi il pane onestamente e contribuire così al vero progresso del territorio, permangono sacche parassitarie a noi aliene, le quali remano contro i destini della Grande Lombardia.

Estero

Il lombardesimo promuove l’autoaffermazione della nazione storica lombarda, nel quadro di un etnostato presidenziale, blandamente federale, che dia volto e voce alle istanze etnonazionali dei popoli granlombardi. A livello internazionale, esso condanna la Repubblica Italiana, l’Unione Europea, la Nato, l’Onu e il carrozzone unipolare americano, così come lo Stato di Israele, ma prende anche le distanze da un’idea multipolare di taglio terzomondista, che ha in non cale il razzialismo europide. La Grande Lombardia, affrancata dall’Italia, stabilirebbe buoni rapporti, anzitutto, con le realtà dell’arco alpino, auspicando assumano anch’esse un serio volto etnonazionale, puntando poi allo spazio carolingio (gallo-teutonico) e al resto dell’Europa, senza escludere la Russia. Come sapete, noi crediamo nell’Euro-Siberia, la grande confederazione “imperiale” che affratelli tutte le nazioni europidi indigene, estendendo il consorzio alle terre eurasiatiche colonizzate dalla Russia: Ciscaucasia e Siberia. E valutando la Groenlandia, sotto controllo danese ma geograficamente americana. Questo non nega di poter essere in buoni rapporti con le altre realtà bianche sparse per il globo, senza però dimenticare che il vincolo sangue e suolo va rispettato (e per questo non contempliamo ammucchiate “boreali”, estese poi a Sudamerica, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda).

L’europeismo völkisch è per noi basilare, al netto, lo ribadiamo, di quell’ottica multipolare da BRICS sposata da Putin, che calpesta il concetto di razza. L’unipolarismo americano, appaiato al suprematismo sionista, è un cancro, ma non dobbiamo certo credere che la soluzione sia la geopolitica dell’attuale Federazione Russa, ossessionata dal nazismo al punto da combattere una guerra fratricida con l’Ucraina, usando perfino soldataglia allogena come macellai. I russi etnici sono parte della civiltà europea, nessun dubbio a riguardo, ma l’imperialismo cristiano e meticcio di Mosca va rigettato, così come la contrapposizione tra blocchi che stritola il continente europeo, mettendo popoli fratelli l’uno contro l’altro. Anche la Russia deve guardare all’Europa, non più a Cina e altre realtà esotiche, e il resto dell’Europa deve guardare ad est, non più ad ovest in direzione atlantica. O peggio ancora solidarizzare coi giudei. Per quanto invece concerne gli ambiti extraeuropei, il lombardesimo è isolazionista: nessun rapporto con gli altri continenti, l’Euro-Siberia servirebbe proprio per tutelare autorità, sovranità e autarchia, ripudiando il terzomondismo, l’americanismo, il filo-sionismo. Conservando, al più, un rispetto reciproco verso i popoli arianizzati dell’Eurasia.

A proposito di Carnevale: la figura di Arlecchino

Casa di Arlecchino

La maschera bergamasca di Arlecchino è un po’ il simbolo del Carnevale, quantomeno per quanto riguarda la Cisalpina. In essa confluiscono due filoni: quello dello zanni bergamasco della Commedia dell’Arte (il servitore villano e arguto, ma più frequentemente sciocco, ghiottone, ricolmo di bassi appetiti, già secondo Plauto) e quello degli arlecchini medievali, le figure demoniache nordiche che si ricollegano al tema odinico della Caccia Selvaggia (vedi Hölle König, “re dell’inferno”, ma anche Erlkönig, il “re degli elfi”, nonché il diavolo dantesco Alichino). La maschera, il ghigno, il randello di Arlecchino, la sua andatura ondeggiante e saltellante, potrebbero essere residui di questi personaggi diabolici da danza macabra. Tale figura della mitologia germanica passa alla cultura medievale francese sotto forma di diavolo farsesco delle sacre rappresentazioni. E proprio in Francia, grazie ad attori padani cinque-secenteschi, avviene la contaminazione fra la tradizione nordica e quella nostrana, accomunate dallo spirito ctonio sia dello zanni lombardo-veneto che del comico personaggio demoniaco, sottoposto alla ridicolizzazione apotropaica cristiana, operata dalla Chiesa nei confronti del paganesimo europeo. Arlecchino può essere accostato anche al tema dell’uomo selvatico, tipico di tutto l’arco alpino, in cui questo essere umano selvaggio, quasi semidivino, viene demonizzato e irriso, porta con sé un nodoso bastone, viene emarginato, si rifugia nei boschi (Arlecchino sarebbe nativo della Val Brembana e nella sua tradizionale casa vi è un affresco proprio dell’òm saàdech). Secondo alcuni il vestito multicolore di Arlecchino potrebbe essere un tributo pagano al risveglio primaverile della natura, e l’uomo selvatico è personaggio tipico del folclore alpino di origine precristiana. 

Un’importante fetta del folclore orobico è rappresentata dalla figura degli zanni e di alcune maschere della Commedia dell’Arte, come Arlecchino e Brighella. Nel ‘500 la rustica parlata bergamasca era riconosciuta tra i principali volgari di Padania e Italia ed impiegata per volgarizzazioni ma anche per opere originali (tra gli autori principali ricordiamo Giovanni Bressani e Carlo Assonica). La sua fama si deve però all’impiego che ne fecero alcuni autori veneti come Ruzante o Goldoni nel caratterizzare i personaggi del facchino, del rustico, del servo e del ghiottone, dell’irsuto montanaro bergamasco, dalla ruvida loquela gutturale ed incomprensibile, che divallava alla volta di Venezia in cerca di fortuna. In principio fu lo zanni, il contadino lombardo-veneto che diventa nella commedia servitore astuto (Brighella, ad esempio) e successivamente il servo sciocco, ingordo e licenzioso icasticamente rappresentato, nella valle del Po, da Arlecchino, e in Ausonia da Pulcinella. In Arlecchino confluiscono due filoni, come ricordato sopra: quello nordico medievale del personaggio infernale o pagano (il re degli inferi teutonico Hölle König, ma anche il re degli elfi anglosassone Herla Cyning), passato in un secondo momento alle rappresentazioni sacre francesi dove diventa Hellequin (o il dantesco Alichino), e quello appunto granlombardo degli zanni e della Commedia dell’Arte. Stiamo parlando di figure pregne di rimandi pagani, ctoni, precristiani e carnascialeschi i cui archetipi comici nascono nel mondo classico (greco e italico-romano, e si pensi anche all’etrusco Phersu, da cui il latino persona ‘maschera’, e quindi il vocabolo italiano), prontamente ribaltate nel Medioevo, in chiave demoniaca, dalla Chiesa. Il primo attore a mettere in scena Arlecchino è il bergamasco Alberto Naselli, o Gavazzi, detto Zan Ganassa (Bergamo, 1540-1584), colui che sviluppò in maniera originale i tratti caratteristici del personaggio teatrale giunti sino ad oggi. Merita menzione anche il mantovano Tristano Martinelli, forse il più famoso a interpretare la maschera orobica.

La distinzione essere ∼ stare

Riguardo le differenze che intercorrono tra i territori a nord della linea Massa-Senigallia (il noto confine etnolinguistico che separa il dominio galloromanzo da quello italo-romanzo, e dunque l’ovest della Romània dall’est) e quelli a sud di essa, possiamo certamente menzionare l’opposizione che interessa forme lessicali peculiari dell’una o dell’altra area. Ad esempio, la distinzione tra il verbo essere, tipico della Padania, e il verbo stare, caratteristico invece dell’Italia etnica, specie del sud: nella prima sentiremo dire, in italiano regionale (che riflette, del resto, le lingue locali), qua non c’è nessuno mentre in Ausonia si dirà piuttosto qua non ci sta nessuno. Questa opposizione, tra locutori del mezzogiorno, ingenera anche una confusione da evitarsi, nei contesti formali: è il caso di alcuni significati che designano una situazione di diversa durata nel tempo, che per un parlante dell’Italia etnica vengono espressi usando in maniera indistinta il verbo stare, vedasi sto a Roma per dire sia che al momento mi trovo a Roma che a Roma ci risiedo.

In questo senso ecco che stare, per un italiano etnico specie del sud, sostituisce tanto essere quanto abitare. La contrapposizione tra essere e stare trova paralleli in quella tra avere e tenere, fratello e frate, donna e femmina, sempre a seconda dell’areale etnolinguistico: la prima voce delle tre coppie è quella specifica della Grande Lombardia. Si tratta di fenomeni nati nell’ambito idiomatico originale di un dato territorio, poi confluiti nell’italiano regionale che, come sapete, è la variante di fiorentino adottata a seconda del contesto geografico, il quale risente profondamente delle lingue locali. Per quanto concerne il mondo galloromanzo (transalpino, cisalpino, ladino), vi è un’altra distinzione grammaticale da tenere in considerazione, che caratterizza le nostre parlate: l’opposizione essere ∼ avere più l’accordo col participio passato, la quale va di pari passo con la debolezza storica del perfetto semplice, e cioè del passato remoto, che nel contesto padano-alpino è andato perduto nel tempo.