Ritorno alle origini

Salute a tutti voi. Chi scrive è Paolo Sizzi, identitario e tradizionalista orobico (dunque lombardo), da sempre fedele ai dettami völkisch sangue, suolo, spirito. Noto in area etnonazionalista, divulga in rete, dal 2006, contenuti metapolitici, culturali, antropologici, ideologici e storici di taglio etnicistico, con un particolare riguardo nei confronti della situazione lombarda. E quando Sizzi parla di Lombardia, diciamolo subito, intende non certo l’artificiale Regione Lombardia voluta da Roma ma tutto il territorio nazionale lombardo che, come recita il motto dell’associazione politica da lui fondata nel 2013 (Grande Lombardia), va “dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone”. In altre parole, la Gallia CisalpinaLangobardia Maior.

Vi avrà colpito l’aggettivo ‘nazionale’, considerando che il Nostro, dalla metà di aprile 2014, si professava italianista, per quanto in chiave etnofederale. Ebbene, Paolo Sizzi, alla luce dei più recenti studi in fatto di genetica delle popolazioni e dell’ormai esaurita esperienza patriottarda, ha deciso, in concomitanza con l’avvento dell’autunno, di tornare alle origini, di riabbracciare, cioè, l’ideologia da lui stesso plasmata che va sotto il nome di Lombardesimo. Una questione di onestà, coerenza, radicalità e di coraggio: in un momento in cui impazza il sovranismo tricolorato – di matrice ausonica – marcare una distanza netta da un mondo che, intimamente, non ci appartiene è doveroso.

Sizzi è diventato, relativamente, famoso in area identitaria virtuale proprio per aver elaborato, tra 2006 e 2009, il pensiero lombardista, raffinato negli anni seguenti grazie ad una serie di blog  tematici e al dibattito con alcuni storici sodali. Ne ricordiamo due, in particolare: Simone Riva, compianto patriota bresciano conosciuto nel contesto del Fronte Indipendentista Lombardia (2008), e Adalbert Roncari, cofondatore sepriese del Movimento Nazionalista Lombardo prima (2011) e di Grande Lombardia poi (2013). L’Orobico ha lanciato il Lombardesimo ma è debitore dell’ideologia etnonazionalista völkisch che, in ambito cisalpino, è stata divulgata da studiosi come Federico Prati, Silvano Lorenzoni, Gualtiero Ciola, Gilberto Oneto e altri.

Riprendere, dunque, le fila del discorso interrotto sette anni fa è doveroso, perché Sizzi nasce lombardista e perché il mondialismo va combattuto a 360°, senza sconti – per quanto involontari – nei confronti di entità che traggono linfa vitale dalla temperie globalista. È questo il caso del concetto di ‘Italia’ dalle Alpi alla Sicilia, un concetto mendace, un equivoco plurisecolare corroborato dalle vicissitudini della baracca giacobino-massonica ottocentesca. Suggestionato da fantasie italico-romane, e da un’utopica idea di Italia nobile e aristocratica coesa dall’epos latino, il 37enne bergamasco ha cercato di conciliare l’ideale lombardista con il nazionalismo italiano, opera alla lunga sterile, artificiosa e fallace.

Ecco quindi la necessità di pacificarsi con le vere radici sizziane che sono quelle orobico-lombarde, e cattoliche. Infatti, si è deciso anche di porre fine alla propaganda anticristiana durata un decennio, non per questioni di fede (Sizzi non si definisce religioso) ma di serietà e sobrietà. Se vogliamo difendere la Tradizione dobbiamo farlo in maniera matura e responsabile, tollerando tanto la rinascenza gentile di stampo ariano (sebbene improbabile) quanto il cattolicesimo romano tradizionalista, dunque preconciliare (sebbene sia inane riportare la Chiesa alle posizioni antecedenti al CVII). Nessuna considerazione per scismatici orientali, eretici nordici in odore di ebraismo, ciarlatani americani e per culti allogeni. Della spazzatura new age nemmeno parliamo. Idem per il nefasto mito delle “radici giudaico-cristiane”.

La cosa più importante, comunque, rimane il meritorio recupero del Lombardesimo, ovviamente nella versione grande-lombarda del 2013, che condusse alla fondazione, in novembre, di Grande Lombardia, associazione tuttora esistente. Lo scrivente ammette che, col senno di poi, fu poco serio abbandonare il progetto dopo pochi mesi dal suo lancio; e poco corretto nei riguardi dei plumbei contubernali, privati della loro naturale guida, nonostante l’opera del buon Roncari che subentrò a Sizzi nella presidenza.

Al momento non v’è intenzione di rientrare attivamente nell’associazione e militare, ma non si esclude nulla per il futuro. Di sicuro c’è l’intento di riallacciare i rapporti, mai comunque troncati del tutto, con coloro che in questi anni hanno contribuito alla diffusione dei principi e degli ideali lombardisti e, soprattutto, di riprendere la coerente divulgazione identitaria mediante la propria testimonianza. Questo blog, infatti, nasce per tale proposito e vuole essere netto e perentorio sin dal nome: Lombarditas, lombardità, difesa, preservazione e promozione del sentimento d’appartenenza lombardo, che non è solo etnico ma anche nazionale. Di lombardità, a nostro avviso, ne esistono tre: quella etnica, quella etnolinguistica (culturale) e quella storica, che confluiscono nel disegno panlombardo e grande-lombardo.

Partendo dalla Lombardia etnica, delineata agli albori del Lombardesimo, che riguarda il bacino imbrifero padano e comprende tutte le terre e le genti genuinamente lombarde, la visuale si allarga al contesto “gallo-italico”, ossia galloromanzo cisalpino, che è poi un’etichetta italianista per evitare di parlare di famiglia linguistica lombarda, culminando nell’irredentismo panlombardo che si batta per l’affrancamento e la liberazione dell’intera (Grande) Lombardia. Come diciamo sempre si era lombardi a Vercelli come a Ferrara, a Lugano come a Genova, a Bergamo come a Modena, a Trento come a Padova, passando per Verona. La coscienza lombarda nasce nel Medioevo ma le sue radici affondano nell’antichità celtica e gallo-romana, per non dimenticare l’epopea longobarda, a cui dobbiamo il nome della nostra nazione.

Ebbene sì, la Lombardia è una nazione, meritevole di indipendenza e di uno stato identitario, autorevole, libero e sovrano. Paolo Sizzi non ha mai posto troppa enfasi sulla questione indipendentista, ma per una sola ragione: il nazionalismo etnico presuppone, laddove serva, l’indipendentismo, ma non viceversa. In Europa, storicamente, i movimenti indipendentisti sono progressisti e antifascisti (con qualche eccezione cattolica), non così per il Lombardesimo, che si inserisce a pieno titolo nel quadro dell’etnonazionalismo e, dunque, della lotta senza quartiere contro le due facce della mostruosa medaglia globalista: sinistra trotskista e liberal e destra liberale/liberista/libertaria, entrambe, non a caso, prodotto dell’unipolarismo americano e dell’antifascismo.

Siamo dunque per l’istanza nazional-sociale e comunitarista, nonché razzialista, ma ovviamente senza impantanarsi in rigurgiti neonazisti e, soprattutto, neofascisti. La paccottiglia tricolore è totalmente incompatibile con lo spirito etnonazionale del Lombardesimo e la cosiddetta “terza via” acquista un senso nuovo e unico contestualizzata nella battaglia identitaria per l’affrancamento anti-mondialista delle vere nazioni, di cui la Lombardia fa parte. Scordatevi il Sizzi, a tratti delirante, di un decennio fa, è giunto il momento – all’alba dei quarant’anni – della piena maturità, della consapevolezza, della ragionevolezza e della piena coerenza lombardista.

A coronamento del rinnovato fervore völkisch un sogno europeista, sangue e suolo, basato su di un disegno di impero continentale confederale, eurusso, riservato alle vere nazioni europidi/bianche, al fine di liquidare una volta per tutte l’unionismo tecnocratico di Bruxelles, il carrozzone funebre atlantico, l’unipolarismo americano, la sudditanza verso Israele, le pagliacciate umanitariste targate Onu, dunque la globalizzazione. Lasciamo l’Italia ai veri Italiani (dalla linea Massa-Senigallia in giù) e lasciamoci alle spalle le follie statolatriche romano-ausoniche del tricolore. Le Lombardie tornino alle origini, quanto il sottoscritto, che è il solo modo possibile di porre fine al mortale decadimento europeo tramite una palingenesi identitaria e comunitaria.

Saluu Lombardia!

Paolo Sizzi a “Piazzapulita”

La prima settimana del dicembre 2019 fu piuttosto impegnativa, per il sottoscritto, essendo passato per ben tre interviste (si fa per dire) effettuate dai media di regime: due de La Zanzara di Cruciani e Parenzo e una ad opera del programma di La7 Piazzapulita. Qui parlerò, nello specifico, di quest’ultima.

Nel tardo pomeriggio di mercoledì 27 novembre 2019, mentre tornavo dal lavoro in macchina, mi trovai tra capo e collo un giornalista di Piazzapulita con un operatore, che praticamente irruppero in casa mia seguendomi alle spalle, essendo il cancello aperto. Fui preso alla sprovvista, così come mia madre che ritrovandosi due estranei in cortile (abito in un rustico villino del contado bergamasco) uscì allarmata per vedere che accadesse.

Capendo la situazione la signora, anziana e vedova, si spaurì, venendo colta da sconforto, e di fronte alla telecamera espresse tutta la sua preoccupazione e sofferenza per via della mia vicenda giudiziaria (condanna definitiva per “offesa all’onore e al prestigio del PdR”, Napolitano, e “istigazione alla discriminazione razziale”).

Questo, cari amici, suscita in persone normali ed oneste la persecuzione liberticida di chi si sfila dalle maglie dello status quo mondialista, finendo denunciato, condannato, esposto alla berlina mediatica. Leggi come la Mancino e il vilipendio delle istituzioni italiane sanzionano mere idee ed opinioni, e chi si macchia di tali “reati” non fa alcuna vittima, non danneggia né persone né cose: le uniche vittime sono gli stessi identitari, e i loro famigliari, come in questo caso vergognosamente tirati in ballo nella caccia alle streghe.

Cercai di tranquillizzare mia madre, facendole capire (per l’ennesima volta) che io non dico nulla di male, nonostante certe esagerazioni del passato – anche se lei non sente ragione e teme per me, soprattutto in chiave lavorativa (perché un lavoro ce l’ho) – e che, francamente, dell’opinione altrui me ne sbatto allegramente i cosiddetti. L’odio o il disprezzo che le reti sociali possono vomitare su di me non mi tangono, anche se fa capire chi, per davvero, è vittima di persecuzioni, di insulti, calunnie, minacce, bullismo internettiano e squadrismo antifascista da tastiera.

Dopo la scena patetica scatenata dall’intervento dei due figuri di La7 – che pensavo non venisse filmata e poi mandata in onda, avendo detto di non coinvolgere il genitore – decisi comunque di rilasciare un’intervista di un quarto d’ora circa, fuori dalla mia abitazione, in cui esposi il mio pensiero völkisch, la bontà della battaglia lombardista, la necessità di un “italianesimo” etnofederale (ero ancora nel periodo filo-italico) e la mia passione per l’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni.

Pur comprendendo come il rischio del consueto taglia e cuci fosse concreto, decisi di affrontare la telecamera, nonostante tutto e tutti, e illustrai il mio punto di vista, anche in merito alle domande che mi venivano fatte. Si è parlato di craniometria e craniologia, di antropologia fisica, di genetica delle popolazioni, di Ebrei (Segre) e di Balotelli, del concetto di cittadinanza e di nazionalità, di endogamia e di altri aspetti emersi dalla mia visione del mondo, ripescando vecchi cinguettii di Twitter.

Ultimata l’intervista, i due se ne andarono e io rincasai. Una settimana dopo, giovedì 5 dicembre, vidi il servizio su La7, anticipato dagli spot della trasmissione, Piazzapulita per l’appunto. Il sottoscritto venne presentato dissotterrando un vecchio filmato che circolava su YouTube circa la prima fase lombardista – praticamente un video di dieci anni fa – e mostrando alcuni tweet del vecchio profilo Twitter, andati perduti (essendo stato cacciato due volte, da quel social), ma salvati dalla “preziosa” opera dell’Osservatorio antisemitismo. La cornice? Il tema dell’odio, ovviamente, con tanto di scritta a caratteri cubitali posta a chiusura delle réclame del programma, una trovata di cattivo gusto. Manco fossi Breivik.

Sì, perché fu proprio tale osservatorio democratico (?), ossessionato dai neonazisti virtuali o presunti tali e malato di censura, a dare l’imbeccata al giornalista Alessio Lasta, questo il suo nome, indirizzandolo verso di me, al fine di confezionare un servizio in cui si mettesse alla gogna il “nazi” disadattato di turno per fare sensazionalismo. Venni presentato come un nazista, un odiatore, un leone da tastiera che vomita bile su internet (come se mi fossi mai nascosto dietro avatar e nickname, peraltro!), un disagiato sociale, accostandomi a personaggi controversi e facendo passare il messaggio che, da un momento all’altro, potrei passare all’azione, come se l’identitarismo fosse odio e la passione antro-genetica fosse il prodromo della violenza.

Dell’intervista originale, si capisce, vennero mandati in onda pochi spezzoni raffazzonati, evidenziando faziosamente i passaggi più pruriginosi, se vogliamo, ancorché espressi in tutta calma, lucidità, razionalità, senza deliri e senza atteggiamenti nazisteggianti. Trasmisero i frangenti in cui parlai di endogamia all’europide, affermando l’importanza della salvaguardia anche biologica della propria identità (caucasoide bianca, italica, lombarda); la necessità di difendere il concetto di razza, come subspecies, che non è nulla di nazista e hitleriano – checché ne dica lo stucchevole intervistatore – ma è realtà antropologica, genetica, biologica appunto (mentre etnia è un concetto più culturale che altro); la differenza tra cittadinanza (carta) e nazionalità (sangue), sottolineando come la Segre, Ebrea italiana, sia di cittadinanza italiana ma di nazionalità giudaica, così come un Balotelli nato e cresciuto in “Italia” sia negroide ghanese, e non italico per sangue.

Non mi sembra proprio di aver affermato delle castronerie perché la stessa genetica delle popolazioni ci dice come esistano Ebrei distinti in vari rami (Aschenaziti, Sefarditi, Mizrachi i principali, ma anche gli Italkim, cioè gli Ebrei italiani, cui la Segre appartiene) e distinti, soprattutto, dai popoli europidi, essendo una popolazione sì ibrida – nel caso europeo – ma comunque situata, come cluster genetico, tra Italia meridionale e Levante. E questo vale per tutte le popolazioni del globo, i cui confini biologici possono essere delimitati sia dalla genetica che dall’antropologia fisica, che passa pure per l’analisi del cranio.

Infine, una battuta sulla nostra Liliana che, senza addentrarmi nel suo passato che rispetto tranquillamente, oggi è un’anziana signora longeva e distinta (non se la passa certo male, in qualità di senatore a vita), dignitosa, ma dai propositi a mio avviso troppo bellicosi verso la libertà d’espressione, che non è libertà di insultare ma libertà di dire, ad esempio, che gli Ebrei d’Europa sono un’etnia a sé stante, diversa dai cosiddetti “Italiani” (che a loro volta si distinguono in differenti etnie), ponte tra Levante ed Europa. Questo è forse odio? Affermare che esistono razze, sottorazze e profili fenotipici peculiari, nonché etnie innervate proprio sul concetto di sangue e, naturalmente, di cultura è istigazione a fare del male, ad impugnare un’arma? Ma che stiamo dicendo? Questo è un delirio bello e buono.

Terminata l’intervista, in cui il Lasta si dimostrò chiaramente prevenuto, ignorante, partigiano e censore (ma visto l’esordio non poteva essere altrimenti), ecco il commento in studio di eminenti esperti di antropologia e genetica: Laura Boldrini, Arianna Ciccone, Valentina Petrini, Gennaro Sangiuliano e un giovane sovranista meloniano, Francesco Giubilei. Conoscevo solo la Boldrini, che ovviamente può vantarsi di essere una gigantesca testa pensante in materia di sangue, suolo, spirito.

Orchestrati dal Formigli, il conduttore, indeciso sul come classificarmi (scemo o futuribile criminale nazista), i presenti si produssero in tutta una serie di beceri luoghi comuni, conditi da insulti, continuando a mescolare il sottoscritto con neonazismo, neofascismo, suprematismo bianco, Hitler, Mengele e gente varia che fa della violenza o aizza a farla. Io ho avuto guai giudiziari, è vero, ma per mere questioni d’opinione; sicuramente, ai tempi, posso dire di avere un “tantino” sbarellato, ma non ho mai fatto il nazifascista della mutua o il suprematista alla lombarda, non ho mai propagandato odio, e tantomeno lo faccio ora!

Piuttosto infervorata la signora Ciccone, assidua frequentatrice del Cinguettatore, che voleva ridurmi alla stregua di personaggio folcloristico, cui non dare alcuna visibilità, preso per i fondelli da tutti: tutti chi, scusate? I guitti antifascisti di Twitter, probabilmente, quelli che si vantano di essere democratici e liberali ma poi fanno le crociate per bannare e sospendere in perpetuo, dimostrando come dietro le “prese per il culo” vi sia comunque una grande paura per tematiche spinose e poco simpatiche come etnonazionalismo, antro-genetica e razzialismo, che sono inesorabili pugni nello stomaco al pensiero unico fucsia e al mondialismo, con le loro perversioni.

A questa signora dico che censura fa rima con paura e, pur concordando sul fatto che io sia innocuo perché del tutto urbano, ribadisco che le tematiche da me trattate stanno profondamente sulle gonadi ai semicolti, ma non perché odio, istigazione alla violenza, neonazismo o altre assurde accuse di questo genere, ma perché vanno a sbugiardare clamorosamente tutte le balle antirazziste e antifasciste, tutte le narrazioni liberali e progressiste, tutte le costruzioni e sofisticazioni del politicamente corretto e della retorica resistenziale, che in questo finto Paese è una vera e propria droga. E non solo una droga, direi, ma pure una forma di dittatura che vuole eliminare tutto quello che esula dal contesto “democratico” (ossia schiavo dell’alta finanza), e infatti gli ospiti in studio condannarono pure il comunismo staliniano, altro nemico mortale del capitalismo e dell’imperialismo americano, quanto nazionalsocialismo e fascismo.

Il simpatico Formigli insistette dandomi del povero scemo, e dimostrando una grandissima profondità intellettuale e capacità di analisi, mentre questa Ciccone continuò a minimizzare riducendomi al rango di macchietta senza alcun peso ed importanza; in entrambi i casi stiamo parlando di ignoranti abissali che nulla sanno di ciò di cui mi occupo, e nulla sanno di antropologia, di genetica, di etnonazionalismo, però parlano, parlano e dicono un mucchio di castronerie, assieme al Giubilei che prende le distanze da me difendendo il suo miserabile partitello sovran-sionista amante della Repubblica Italiana, della costituzione e di tutta la chincaglieria partigiana, dicendo che il suo capo, la Meloni, nulla ha a che fare con l’etnonazionalismo. E meno male, diamine!

Scemo, scemo del villaggio, pazzo, personaggio folcloristico, nazista, soggetto dalle opinioni criminali (se non criminale tout court)… Le ficcanti argomentazioni degli astanti, ideologicamente trasversali (a testimonianza di come tutto l’arco parlamentare sia complice del sistema), alla corte di Corrado Formigli si sprecano, senza che nessuno entri nel merito della questione: odio? nazismo? razzismo? no no, nulla di tutto questo, parlo del preservazionismo etno-razziale fondato su basi scientifiche e biologiche, che non è sacrosanto perché lo dice il Sizzi ma perché lo suggeriscono la realtà che viviamo ogni giorno, una realtà fatta di globalizzazione che sradica, calpesta, infanga e distrugge l’identità in tutti i suoi aspetti, un’opera infame di demolizione supportata sia dai cialtroni di sinistra che dai cialtroni di destra, pecoroni statali della baracca tricolore, entità coloniale di proprietà Usa e Nato.

La trasmissione intendeva stigmatizzare l’esistenza dei “nazisti del web” – per cavalcare ridicole polemiche qualche mese più tardi spazzate via dal coronavirus – ma, in tutta franchezza, è stata solamente la messa in onda di una sceneggiata indecente e spoetizzante in cui una persona, io nella fattispecie, viene linciata senza contraddittorio sparando nello spazio le più pacchiane banalizzazioni e strumentalizzazioni, senza, ripeto, entrare nel merito della vera questione che è la salvaguardia dell’identità e della tradizione di un popolo, di una comunità, in tempi di globalizzazione galoppante che non lascia spazio all’orgoglio etno-razziale. Quella stessa globalizzazione che poi cagionò una pandemia. Ma si sa, “il vero virus è il razzismo” (citazione di qualsivoglia fesso liberal).

Del resto, perché, periodicamente, si parla tanto, a vanvera, di fantomatico pericolo fascista o nazista, in Europa? Perché bisogna far guardare da un’altra parte, e perché si creano finti problemi con lo scopo di incanalare l’odio della gente verso il capro espiatorio “nazi”, lasciando belli tranquilli i veri nemici dei popoli europei che sono gli squali, i banchieri, i finanziocrati, i mondialisti, gli imperialisti euro-atlantici, la mafia nelle sue varie sfumature.

Qualcuno, a caldo, mi disse che avrei fatto meglio a non farmi intervistare; il problema è che il servizio, questi, lo avrebbero fatto comunque, e se li avessi cacciati a malo modo avrei dato l’idea del tizio che si spaventa ed evita di parlare, esprimendo il suo dissenso al regime. Io approfitto delle situazioni propizie per divulgare il messaggio etnonazionalista, che si costruisce anche sulle basi biologiche e, mi pare evidente, la figuraccia la fanno questi tristi e omologati giornalisti proni alla volontà dei tecnocrati antifascisti, giornalisti che non sanno nulla, non sanno di cosa uno parli, tentano di mettergli in bocca cose mai nemmeno pensate e fanno della retorica cosmopolita da quattro soldi.

Chiaro, col senno di poi (memore della prima intervista televisiva, quella de Le invasioni barbariche della Bignardi, con Michele Serra a sputare sentenze senza contraddittorio), vista l’irruzione, il coinvolgimento di terzi, le riprese in casa mia, il taglia&cuci e lo spettacolo raccapricciante in diretta, avrei potuto tranquillamente indurre gli intrusi ad andarsene evocando i carabinieri; tuttavia, ritengo che a sfigurare sia stato il circo di Piazzapulita, non certo chi scrive, perché il modello di giornalismo proposto da La7 in questa occasione si è dimostrato davvero pessimo, un imbarazzante tributo a chi comanda e tiene gli scribacchini per le gonadi.

Il discorso relativo al baraccone di Formigli può essere fatto anche per le due chiamate di Cruciani (che mi aveva già contattato nel giugno del 2015), dove lui e Parenzo si dimostrarono i veri fanatici intolleranti, ignoranti come caproni, che più di insultare, coprire la voce dell’interlocutore con le proprie, e buttare in gazzarra discussioni molto profonde e degne di attenzione, non possono fare. Tra l’altro, anche qui, solito lavoretto di taglio e cucito, senza dare lo spazio che merita alla basilare questione del sangue. Naturalmente, il loro programma radiofonico è quello che è, fatto di satira, provocazioni e inflazioni, ma non sarebbe male cercare di confrontarsi seriamente evitando, ad ogni piè sospinto, di aggredire verbalmente a vuoto, senza che, peraltro, vi sia da parte di chi parla (il sottoscritto) arroganza, presunzione, protervia. Io cerco solo di propagare il messaggio etnonazionalista, che ovviamente si avvale anche della scienza per corroborare i propri principi.

L’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni meritano rispetto, perché sono branche scientifiche, così come meritano rispetto l’etnonazionalismo, l’identitarismo sangue e suolo e il comunitarismo. Chi si approccia a questi contesti colmo di pregiudizi, dettati da superficialità e ignoranza crassa, non andrà da nessuna parte, e non capirà mai come lo studio dell’uomo, anche in chiave biologica, sia fondamentale soprattutto oggi, con lo scopo di annichilire tutte le idiozie egualitaristiche della vulgata progressista, antifascista, lib-dem.

Da ultimo, una precisazione: circolava una bufala secondo cui io avrei detto, in merito all’argomento Liliana Segre, che: «I campi di sterminio sono una fandonia come l’11 settembre»; questa affermazione mi è stata attribuita da un giornalista di Repubblica, Piero Colaprico, che si è basato su questo commento Facebook (il primo), postato da un tal Daniele (cognome cancellato), collegandolo, non so in che modo, al sottoscritto. Come mai non mi stupisce che un simile sfondone (a quanto pare in malafede) provenga da uno che scrive su quel giornale? Si prendono un po’ troppe libertà questi soggetti, dall’alto della loro inesistente superiorità morale…

Tutto questo voleva forse essere una trappola architettata contro il sottoscritto per presentarlo come mostro nazista da sbattere in prima pagina? Se così fosse il trabocchetto non ha funzionato perché, nonostante i soliti mezzucci giornalistici, credo proprio di aver detto la mia in una maniera sobria, equilibrata e ben lontana sia dallo stereotipo del neonazi che da quello della macchietta da tastiera. Sta alla gente obiettiva farsi un’idea circa la condotta sizziana, nella personale convinzione che nelle mie parole non vi sia alcuna forma di odio, discriminazione e incitamento alla violenza, ma solamente e semplicemente amore per la natura che sta alla base di una sana visione del pianeta Terra e di chi lo abita.

Su YouTube potete reperire le tre interviste in oggetto. Lascio giudicare a voi il taglio giornalistico (se di giornalismo si può parlare, beninteso) assunto da questi personaggi, e se qui il problema vero sia io o, piuttosto, la dittatura dell’imperante pensiero unico/pensiero debole che si serve di cervelli succubi e bacati incapaci di animare individui per davvero liberi. Il dispotismo reale sta nell’antifascismo e nella sua macchina del fango, produttrice di leggi liberticide, giustificate da una presunta superiorità sinistroide e/o liberale, e di prodotti “culturali” affetti da faziosità cronica, dove i buoni e i belli sono i complici della tirannia globalista mentre i cattivi e i brutti tutti quelli che si sottraggono alla vulgata di questa fosca temperie occidentale (contemporanea).

A proposito di craniometria (e di “Zanzara”)

Nel giugno del 2015 ricevetti la prima telefonata (ne seguiranno altre 3 fra 2019 e 2020, tutte quante reperibili su YouTube) da quei due guitti de La Zanzara (nota trasmissione radiofonica demenziale in onda su Radio24), Cruciani e Parenzo. Avrei potuto benissimo sbattergli il telefono in faccia – pur non conoscendo bene il programma, all’epoca – ma la tentazione propagandistica è sempre troppo forte. E credo sia giusto affrontare il dibattito, anche a costo di venir irriso da minus habentes come quelli (il che, comunque, è un’attestazione di stima involontaria, visti i soggetti).

La loro chiamata era dovuta alla curiosità suscitata dalla craniometria, un interesse che coltivo da anni in qualità di amatore, nel più ampio contesto dell’antro-genetica, ma che nella testa di personaggi del genere (o dell’itaglione medio) sembra qualcosa di lombrosiano o nazista. Oltretutto, chissà come si procurò il mio numero, il duo romano-ebraico…

Cari amici, che cos’è la craniometria, scusate? Non è altro che una diramazione della più vasta branca antropometrica, una disciplina scientifica che tratta delle misurazioni del corpo umano (del cranio e dello scheletro, soprattutto) per scopi archeologici e antropologici, perno dell’antropologia fisica (o razziologia, ma tale termine so che provoca forte prurito nei benpensanti).

La craniometria, misurazione del cranio, si ricollega alla craniologia, vale a dire allo studio del cranio umano ai fini antropologici ed etno-razziologici. Tutto ciò, tengo a precisare, con Lombroso e la sua frenologia (o la fisiognomica) non ha nulla a che vedere. La craniometria è scienza, la frenologia è astrologia. Chiaro il concetto?

Ormai dovrebbe esser chiara – a chi frequenta i lidi sizziani – la preminenza delle misure cranio-facciali e corporee per gli scopi della tassonomia razziale, poiché la pigmentazione è un dato secondario e non è il principale discrimine tra razze umane, soprattutto tra sottorazze e varietà fenotipiche di una stessa razza.

Detto questo, non è che il sottoscritto sia un antropologo o uno scienziato, ma ha una passione per l’antropologia fisica (così come per la genetica delle popolazioni, pur non essendo un genetista), e dunque per l’approfondimento delle conoscenze riguardo la biodiversità razziale umana.

Ovviamente è uno studio da integrare, per forza di cose, con la suddetta genetica delle popolazioni ma che, evidentemente, agli occhi di gente come Cruciani o Parenzo suona poco più che una barzelletta. Beata ignoranza: costoro volevano far fare la figura dello scemo al sottoscritto ma, irridendo anche solo il concetto di ‘aplogruppo’, si sono tirati la classica zappa sui piedi. Chiunque può cercare informazioni su quanto sto dicendo ora (e che ho sempre detto più e più volte sui vari blog) e può così verificare se sia io ad essere “da ambulanza” (cit. Cruciani) o loro da asilo infantile. Io sono solo un appassionato, ma genetisti del calibro di Cavalli-Sforza, Piazza, Barbujani, Boattini, Francalacci, Cruciani (omonimo del conduttore), Boncinelli, Sazzini, Caramelli, Raveane, Sarno ecc., solo per rimanere sugli italofoni, non credo meritino di vedere sputacchiato il proprio campo scientifico d’indagine da due saltimbanchi.

La realtà “italiana”, tra le altre cose, è una delle più studiate al mondo, in fatto di genetica, per via della sua ben nota diversità etnica che le dà un aspetto alquanto eterogeneo, così peculiare da non avere eguali in Europa. E non solo in senso nord-sud ma anche ovest-est, per non parlare del caso sardo e delle varie minoranze.

Per carità, la trasmissione radiofonica incriminata, La Zanzara, è un tripudio di cattivo gusto e cialtroneria dove uno come Parenzo fa la parte del… leone, ma ogni occasione è buona per parlare di antropologia e amore per le proprie radici, con relativo studio approfondito in campo sia fisico che genetico.

Quanto dai due mandato in onda è stato il consueto taglia&cuci (l’intervista è durata 5-6 minuti, in cui ho parlato di svariate questioni) ma, francamente, ribadisco che la figura degli imbecilli l’hanno fatta Cruciani e Parenzo. Io mi sono limitato, senza sbottare per cadere nei loro tranelli e far la figura dell’idiota fanatico, a parlare brevemente di craniometria/craniologia e genetica, argomenti che come sapete ho affrontato con dovizia sui miei spazi virtuali precedenti, e che continuo a fare su Lombarditas.

La misurazione del cranio è assai ricorrente presso archeologi, paleontologi, anatomopatologi, medici forensi, ricercatori antropologici e fino a che non è stato un reato (per gli antirazzisti) parlare liberamente di razze e loro studio antropologico e fisico, a livello accademico, fior fior di autori se ne sono avvalsi per spiegare al meglio la differenziazione tra gruppi razziali umani (per citarne qualcuno ricordiamo Broca, Boas, Ripley, Lapouge, Deniker, Sergi, Livi, Biasutti, von Eickstedt, Hooton, Coon, Günther, Lundman, Baker, Schwidetzky, Knussmann). Tra l’altro, va detto che l’antropologia fisica è una disciplina scientifica e si studia nelle università (a Bologna e Ferrara, ad esempio), e a questo proposito va fatto il nome dell’accademico fiorentino Brunetto Chiarelli, tuttora in vita.

Pure Cavalli-Sforza si avvaleva di studi antropometrici ed antroposcopici parlando di genetica delle popolazioni (citando lavori contemporanei), proprio perché non siamo tutti uguali, e sensibili differenze fisiche intercorrono tra le principali razze umane e relativi sottogruppi. Questi studi sul corpo umano in senso etno-razziale corroborano poi, ovviamente, la genetica delle popolazioni, che mostra anch’essa la biodiversità tra etnie e razze.

Peraltro, se teniamo conto di antropologia fisica e genetica, più che di sottorazza, oggi come oggi, conviene parlare di fenotipi, e la craniometria di cui tratto io (le misurazioni, le tassonomie, l’inquadramento etnico e geografico) non è altro che questo. Le sottorazze vere e proprie, infatti, riguardano le suddivisioni geografiche della razza caucasoide e delle altre, caratterizzate dai vari tipi fisici regionali.

Sulla rete c’era un interessante calcolatore per caucasoidi (Racial analysis calculator) messo a punto da Dienekes Pontikos, personaggio greco noto anche per lo studio della genetica delle popolazioni (vedi il Dodecad Project); una versione pensata per i maschi e una per le femmine. In mancanza di craniometri, e di altri strumenti professionali, era un valido supporto per avere una classificazione indicativa circa il proprio fenotipo, basandosi sui punti craniometrici.

Non essendo più online appare superfluo parlarne, ma la misurazione andava effettuata correttamente, utilizzando strumenti come calibro, morsa, riga rigida, bindella, compasso, squadra metallica e il responso prodotto andava messo in relazione con il supplemento fotografico dell’opera fondamentale di Coon The Races of Europe, che potete ancor oggi trovare qui. Il sito in oggetto, sebbene di taglio nordicista, è una fonte assai preziosa di informazioni, e potete reperirvi tantissimo materiale interessante, tra cui un utilissimo glossario, tavole, mappe e la bibliografia del caso.

Un altro sito alquanto degno di nota è Human Phenotypes, frutto dell’eccellente lavoro di un utente tedesco un tempo presente sull’anthro-forum The Apricity (che, tra le altre cose, mi classificò come “southern Celt“, ossia Atlanto-Mediterranid + North Atlantid, da intendersi come il Keltic Nordid di Coon).

Una precisazione: il sottoscritto è noto per saper classificare, fenotipicamente, un individuo partendo anche solo da poche fotografie (basate sulle classiche tavole craniologiche: visione frontale, di tre quarti, laterale); è evidente che la mia classificazione non potrà che essere indicativa, per quanto basata sulla cultura fenotipica, perché la craniometria vera e propria necessita, ovviamente, di valori numerici.

Con il calcolatore razziale di cui sopra ho misurato me stesso e pochi altri individui, ma come capirete, o saprete, chiunque poteva misurarsi e misurare per avere un responso di massima circa la propria natura sub-subrazziale. Ovviamente, alle misurazioni va unita l’osservazione antroposcopica (e la conoscenza, dunque, dei raggruppamenti razziali umani) e la già citata genetica delle popolazioni.

A questo proposito vi inviterei a farvi un bel test dell’ADN, che reputo soldi ben spesi se una persona ha a cuore l’approfondimento del proprio lignaggio. Ai tempi (2013), io e il mio “giro” lombardista ci testammo con 23andMe, ottimo ed economicamente abbordabile per avere una prima infarinatura, circa il proprio genoma. Stesso discorso per Living DNA e MyHeritage. Come ulteriore approfondimento, per chi volesse, ci sono anche il Genographic ProjectFTDNA e FullGenomes, per citare qualche test.

Studiare, anche solo per passione, le razze umane è semplicemente amore per le proprie radici e per la biodiversità, e non è nulla di sbagliato, di criminale, di razzista o di folle, con buona pace di chi irride, con arrogante ignoranza, le discipline – scientifiche – che si occupano della questione.

Ma forse è giusto così, poiché il disprezzo di chi è parte integrante del sistema segna la via da non seguire per finire dritti dritti nelle fauci dell’omologazione, che è poi eradicazione e distruzione della propria identità e del proprio retaggio, anche biologici, non solo culturali. Chi ha invece due dita di cervello e del buonsenso, si tolga le fette di salame oscurantiste dagli occhi e si lasci avvincere dalla razziologia. Conoscere sé stessi e la propria stirpe, ma anche quelle altrui (partendo dall’Europa), è una marcia in più, non una in meno, soprattutto in questi tempi di relativismo distruttore e di gioventù dal cranio vuoto infarcito di spazzatura americana.

Sizzi alle “Invasioni barbariche”

Veniamo alla famosa intervista rilasciata a “Le invasioni barbariche” di Daria Bignardi, andata in onda il 13 aprile 2012 su La7, di cui, credo, potete trovare ancora qualche spezzone su YouTube.

Reperirete, probabilmente, anche le immancabili parodie seguite alla pubblicazione di alcuni miei datati video propagandistici, forse un po’ pittoreschi essendo vecchia scuola (quelli in camicia plumbea per capirsi), ma non mi crucciano: fanno parte del gioco, e state tranquilli che non ho fregole liberticide, a differenza della Repubblica Italiana (che fa rima con “colonia americana”).

Venni intervistato da una troupe televisiva del programma il 23 dicembre 2011; lo scenario fu attorno a casa mia e al vecchio cascinale paterno, che si trovano nel medesimo fondo denominato Gér (ossia ‘luogo ghiaioso’, perché un tempo qui ci arrivava il Brembo), nel comune di Brembate di Sopra, tra campi, boschi, vigneti, orti, pollai.

L’intervista durò tre ore buone con un fuori programma finale proprio in riva al fiume succitato, sulla cui destra orografica sorge il mio paese. Siamo nel nord-est dell’Isola Bergamasca, cosiddetta perché incuneata tra i fiumi Adda e Brembo, appunto.

Anche in questo caso, come nell’intervista de il Post, dissi cose contenute in questo blog, sebbene in modalità più “rozza”, e quindi è inutile ripeterle: si parlò di me, della mia storia, della mia famiglia, della mia formazione, delle mie idee, dell’allora Movimento Nazionalista Lombardo.

Sarei dovuto andare in onda il 20 gennaio 2012, durante la prima puntata delle “Invasioni”, su La7, ma per tutta una serie di problematiche logistiche slittai all’ultima, quella del 13 aprile, che tra le altre cose si occupava dei famigerati scandali leghisti relativi a Belsito, al “Trota” Bossi e Rosi Mauro che portarono alle dimissioni di Bossi senior e alla smania di repulisti incarnata da Maroni, il segretario della Lega Nord subentrato al genio di Cassano Magnago. Successivamente, Maroni divenne governatore della Pirellonia (la Regione Lombardia) e al suo posto venne eletto l’uomo della (finta) svolta, Matteo Salvini.

Dico “finta”, sì, perché l’italianismo di via Bellerio era in fieri e l’ex felpato del Giambellino (Salvini) si è solo limitato a prendere atto della vera natura italiana del leghismo, in senso soprattutto deteriore, sgombrando il campo da annosi equivoci frutto della propaganda secessionista.

Piccolo inciso: ma mentre la Lega andava a passeggiatrici, grazie al “cerchio magico” ausonico stretto attorno all’Umberto (e capeggiato dalla sua seconda mogliettina per metà sicula), Maroni e Salvini dov’erano? Veramente non sapevano nulla?

La puntata della trasmissione in oggetto si concentrò anche sugli umori della base padana e sulla voglia di “identità” dei “militonti” leghisti, traditi dai loro magno-greci dirigenti/digerenti, al che si inserì la mia intervista.

In studio con la Bignardi, tale Michele Serra Errante (un nome un programma), giornalista meridionale (ovviamente) di Repubblica che ama farsi gli affari nostri – nostri di noi Lombardi – pontificando sull’italianità di cartapesta e sul padanismo con un sarcasmo piuttosto untuoso e patetico.

Tre ore di riprese condensate in pochissimi minuti, in cui il girato originale si alternava a stralci del mio video di presentazione del vecchio canale YouTube dei Lombardisti. Il filmato finale risultò così essere una “demonizzazione” del sottoscritto, con tanto di musichetta lugubre e di Hitler sbraitante in sottofondo.

C’è da stupirsi che La7 di De Benedetti abbia deciso di presentarmi così? Assolutamente no, era prevedibile e difatti decisi di affrontare il rischio, conscio comunque dell’esposizione mediatica e della pubblicità gratuita, per me e pel movimento lombardista. Valgono, insomma, gli stessi ragionamenti fatti per la precedente intervista a il Post. Bisogna osare, signori miei, altrimenti possiamo anche lasciar perdere di fare (meta)politica e di portare la nostra rivoluzionaria testimonianza, in questo mare di conformismo tricolore e, quindi, mondialista.

Le tragicomiche iniziarono quando, al termine dell’intervista taglia&cuci, la radical chic Bignardi chiese al buon compagnuccio Serra sue impressioni circa il sottoscritto. L’enotrico sputasentenze, con un’espressione tra il sorpreso e l’imbarazzato stampata in volto, si produsse allora in considerazioni banali, scontate, infantili, che qualunque attivista da cesso sociale poteva rilasciare.

Approfittando della mancanza di contraddittorio, si permise pure di fare il fenomeno, aizzato dalla claque del programma, insultando e usando turpiloquio nei miei riguardi, come se fosse un comunistello “terruncello” qualunque e non un giornalista di professione. Che poi, per carità, non pretendo troppo da chi scrive su certe testate, anche perché l’odierna qualità del giornalismo italico la conosciamo tutti…

Il tizio si lasciò andare alle seguenti esternazioni:

«bisogna essere drastici con uno come questo» – “questo” ha un nome, ma stai forse istigando?;

«uno può inventarsi le identità che vuole» – ha parlato il trombone itaglione, per dirla alla Oneto, difensore dell’italianità farlocca e dell’anti-identità mondialista;

«ogni identità su base etnica è razzista» – ecco il solito benpensante ignorante che confonde la razza con l’etnia e che reputa l’identità null’altro che un documento rilasciato dallo stato senza nazione (peraltro, il razzismo cosa c’entra?);

«bisogna che qualcuno gli vada a dire, affettuosamente ma fermamente, che dice puttanate» – paternalismo misto a pacchiana prosopopea, da suprematismo sinistrato con tanto di trivialità ben poco “signorile”, ne abbiamo Serra?;

«il razzismo non è un gioco» – non sono razzista, caro Michele, e chi gioca, surriscaldato dalla claque e dalla compiacente Bignardi, sei tu vecchio mio;

«sangue e suolo producono morte, paranoia, follia» – a parte il fatto che nel video mandato in onda non parlai di sangue e suolo – avranno mica imbeccato un sapientone come te, Michele? – vogliamo trattare di tutto il criminale degrado prodotto da oltre 75 anni di repubblica partigiana, atlantista e democristiana? Tutto produce morte, paranoia e follia comunque, se interpretato da menti malate, ma non devo certo farmi carico io dell’assistenza socio-sanitaria “nazionale”;

«ha la camicia bruna, poverino anche lui» – il poverino sei tu, la camicia era grigio piombo, mettiti gli occhiali;

«il simbolo (la Croce Lombardista, NdA) ricorda pateticamente il nazismo» – a parte la confusione della ruota solare, volgarmente detta “celtica”, con la croce uncinata nazionalsocialista, vogliamo dire, o Serra, quanta morte e distruzione produssero la Rivoluzione francese e i tuoi amati “liberatori” americani, assieme agli zelanti tirapiedi partigiani di ogni colore (in particolar modo i traditori rossi al soldo dei titini) o a quelli della Brigata Ebraica, che poi finirono nelle file degli aguzzini israeliani?;

«costui è una persona abbandonata perché non si è stati severi» – ringrazio i miei genitori per l’educazione ricevuta, grazie a cui sono cresciuto tradizionalista, identitario, rustico, immune ai veleni modernisti, altrimenti oggi sarei un Michele Serra qualsiasi;

«qualche adulto gli dovrebbe dire che sta dicendo cose imbecilli e pericolose, inaccettabili» – ed ecco ancora la sciocca paternale democratica di chi non ha alcun titolo per farla, come se per forza di cose il bamboccio fossi io (all’epoca ventisettenne) e non, piuttosto, i giovani reggicoda del regime antifascista fossilizzato nei liberticidi reati d’opinione e di vilipendio delle istituzioni tricolori. Cosa c’è di più infantile del seguire il sentiero battuto, acriticamente, magari indicando come soluzione l’emigrazione di massa verso la Babilonia americana o i “civili” Paesi nordici? Ma l’adulto chi sarebbe, poi? Uno come l’Errante Serra?

Il soggetto terminò sparando a zero sulla Lega Nord, dicendo che essa ha fallito il suo obiettivo che era quello di fare la Padania e i padani mentre il padanismo non è che identità di pochi imposta a molti.

Questa sua ultima affermazione mi fa ancora sorridere, a distanza di dieci anni: la Padania certamente non esiste, ma la Lombardia sì, come ben sappiamo; non c’è bisogno di inventarsi proprio nulla, in questo caso, perché i Lombardi e la Lombardia sono realtà a prescindere da ogni propaganda e da ogni forzatura politica. Bisogna solo prenderne atto, senza farsi venire la schiuma alla bocca, delirando di “padanismi” imposti.

Chi, oltretutto, ha imposto qualcosa agli altri sono proprio coloro che hanno creato il baraccone ottocentesco italiano, fregando decine di milioni di persone a tutto vantaggio di una sparuta minoranza di maneggioni massonici (sul libro paga dei forestieri), quindi non fatemi venir da ridere. Non lo dico certamente per difendere i legaioli, sia chiaro, dato che si sono spensieratamente adattati alla temperie della capitale dell’Italia etnica (cioè “Roma ladrona”).

Serra e i suoi epigoni, da indefessi democratici, concepiscono l’Italia come un mero staterello senza sangue e senza suolo, aperto a cani e porci e in vendita al miglior offerente mondialista, e ci può anche stare, capiamoci, se la intendiamo come “unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia”, appiattita sulla linea della statolatria di marca giacobina e antifascista.

La vera Italia è il territorio centro-meridionale, solo laggiù uno stato unitario italiano potrebbe avere un senso; in caso contrario, allargando l’italianità a terre che italiche e italiane non sono mai state, non si può che ottenere la contemporanea repubblica-canaglia del tricolore, entità multietnica inevitabilmente – per coerenza cosmopolita (dunque apolide) – schierata dalla parte della globalizzazione e dei nemici della sovranità nazionale dei veri popoli storici.

Ai Michele Serra di turno parlare di identità va bene solo ed esclusivamente quando si tratta di popolazioni del terzo mondo, da strumentalizzare abilmente per gli scopi cari agli idoli della sinistra progressista occidentale: gli Americani, preferibilmente in stile Obama.

Cari i miei sommi sacerdoti del giornalismo italiano, avete uno stato ma non avete una nazione, non avete unità, non avete fraterna solidarietà perché questa repubblica è sbagliata e campata per aria, e di conseguenza fa solo il gioco del nemico. E la situazione non può essere certo sanata dalla retorica patriottarda dei Napolitano e dei Mattarella. Non posso riconoscermi nell’Italia etnica e storica, perché sono lombardo; pur avendo, per sette anni, lasciato perdere la soluzione indipendentista carezzando una forma di etnofederalismo volto alla coesione delle “Italie”, sono sempre rimasto fermo (e non solo per le inique grane giudiziarie) nel mio giudizio negativo circa lo stato italiano, che di identitario non ha praticamente nulla (basti pensare, ad esempio, al fatto che la lingua italiana – cioè l’idioma di Firenze – non è riconosciuta come lingua ufficiale dalla “sacra” costituzione).

Il concetto contemporaneo di democrazia non è altro che una forma di sudditanza, della politica dell’arco parlamentare, in favore della plutocrazia e dell’alta finanza il cui obiettivo è annientare le radici delle genti estirpandole e bruciandole con l’infernale fuoco anti-identitario e anti-tradizionalista, che alimenta l’odio mondialista delle moderne dittature finanziocratiche basate sulla debolezza del pensiero unico. I politici? Camerieri lautamente ricompensati al servizio dei potenti e degli intoccabili.

Costoro non difendono e rappresentano, dunque, il popolo, non difendono la gente comune, non difendono il sangue (perché l’identità è sangue, altrimenti è ius soli, o ius sanguinis da strapazzo stile RI): incarnano le istituzioni, e uno stato-apparato che non ha un’ossatura identitaria e genuinamente nazionale, in quanto espressione di un’accezione di Italia del tutto fallace.

Il concetto artificiale di italianità è odioso e insopportabile, prevede una massa amorfa di cittadini che sono “italiani” sulla base di un pezzo di carta burocratico, o quando si tratta di pagare esorbitanti tasse (in cambio di servizi da sottosviluppo) e strisciare muti obbedendo al padrone internazionalista di Roma.

L’italianità può essere un concetto vivo e guizzante se applicato alla sua reale sfera etnonazionale, che è quella toscana, còrsa, mediana, siculo-ausonica, maltese, altrimenti diventa il moloc che ancor oggi ci fa litigare senza alcun vantaggio per nessuno, o meglio, per i nostri parassitari nemici.

Io non mi invento proprio nulla quando parlo di Lombardia e Lombardi, perché esistono, a differenza degli italiani caricaturali “spantegati” sino alla Vetta grande-lombarda (il Klockerkarkopf), concepiti come sguaiati tifosi bardati d’azzurro, mangia-spaghetti, mammoni, servi papisti, mandolinari dai baffi neri, mafiosi o cibo per altri stereotipi americani (fondamentalmente basati sul meridione) e perché io non difendo il mondialismo e il suo sottoprodotto all’amatriciana, ma la natura, la verità, la libertà.

Tutte cose che fanno un male cane a quelli come Serra e colleghi che difendono stati e non nazioni, e che gli fanno letteralmente perdere le staffe al punto di insultare, frignare e volgarizzare con termini da bar sport le sacrosante ragioni identitarie dei Lombardi e di ogni vero popolo d’Europa.

L’intervista a “il Post”

Nell’estate del 2011, in piena temperie lombardista dei primordi, rilasciai un’intervista ad un giornalista indipendente, che poi la fece avere al noto quotidiano online sinistroide (e filo-americano) il Post, che la pubblicò il 12 luglio dello stesso anno. All’epoca avevo 26 anni e la fregola un po’ narcisistica di atteggiarmi a personaggio, il che può aver in parte inflazionato la bontà del  messaggio che volevo comunicare, e in cui ho sempre creduto: la fondamentale importanza, soprattutto in una temperie globalista, di difendere a tutti i costi identità e tradizione.

A quei tempi, essendo stato esponente del Movimento Nazionalista Lombardo, avevo tutto l’interesse di farmi pubblicità, sfruttando vari canali, e poco mi importava di come potevo venire raffigurato agli occhi dell’amorfa massa antifascista; del resto, il gioco di questa gente è quello di rappresentare gli identitari come pazzoidi e casi umani, è così da tempo: chi va contro la vulgata mondialista merita il pubblico ludibrio, una cosa che comunque ha anche i suoi vantaggi.

Personalmente ho sempre messo nome, cognome e faccia per diffondere ciò in cui credo, ed è quello che dovrebbe fare ogni patriota, per concretizzare la resistenza al sistema globale e globalizzante. Delle scomposte reazioni dei conformisti poco me ne cale; non mi ha mai preoccupato il giudizio altrui, pur riconoscendo di aver, in diverse occasioni, esagerato calcando la mano. Eccessivo zelo giovanile.

Naturale che gli avversari si occupino di te in maniera ferocemente critica o canzonatoria. Ma, se ti prendono in considerazione, vuol dire che, a tuo modo, fai pensare e in un certo senso fai anche paura ai benpensanti, e lo dimostra il fatto che sono stato sotto processo e condannato per ridicoli reati d’opinione (vilipendio del PdR e istigazione all’odio razziale, a mezzo blog).

La satira fa parte del gioco – sebbene il sottoscritto non sia certo un potente – e a differenza dei presidenti della Repubblica italiani non sono permaloso. A patto che non mi si diffami, ovviamente.

Le manifestazioni isteriche dei media, e del pubblico coi paraocchi in genere, sono sintomatiche dei riti apotropaici che la società buonista ancor oggi inscena per esorcizzare i fantasmi del passato, a dimostrazione che, nonostante il mare di ciarle retoriche con cui le istituzioni ci sommergono, non è affatto vero che la gente abbia sviluppato gli anticorpi necessari per combattere il “fascismo” e il “razzismo”. Di conseguenza, si ripescano tematiche di ottant’anni fa per far guardare da un’altra parte, sparigliando le carte in tavola col fine di impedire di capire dove stia il bene e dove il male.

Il sottoscritto, peraltro, tecnicamente non è né fascista né razzista, anche se fa comodo dipingermi così per, appunto, esorcizzare le proprie paure e banalizzare quelle che sono tematiche scottanti che stanno a cuore ad ogni sincero nazionalista, e che solo i fessacchiotti di regime possono derubricare al rango di “deliri” di personaggi isolati e disadattati che “non trombano” (magari qualche bella meticcia sudamericana?). Curiosa l’ossessiva insistenza degli antifascisti sul “trombare” e lo “scopare”: sa tanto che ad andare in bianco siano loro…

Che dunque i perbenisti della vulgata antifascista e antirazzista continuino pure ad occuparsi ossessivamente di noi e a criminalizzarci; ci fanno solo un favore e le persone genuine e razionali valuteranno da sé dove stia la verità.

Nel luglio di una decina di anni fa, quindi, previo accordo telefonico, si presentarono a casa mia due tizi per intervistarmi e scattare qualche foto nell’agro brembatese (superiore), in cui felicemente vivo e che ha naturalmente condizionato la mia formazione. Nell’intervista, nonostante il cambio di registro e di prospettiva su alcune cose (maturando è giocoforza), dicevo ciò che potete leggere su questo blog; al netto di qualche esagerazione esibizionistica, io sono quello che emerge dall’articolo, al di là delle idee politiche: una persona rustica, schietta, genuina, vera, terragna, proba, fortemente attaccata al proprio sangue, al proprio suolo, al proprio spirito.

Signori, è ovvio: il giornalismo italiano (parlo dei media di regime) cerca di presentarti come un caso umano, lo scemo del villaggio, uno a metà strada tra un matto e un buffone, ma forse non lo sappiamo? Per questo dovremmo nasconderci e darci all’anonimato? Giammai, e ben vengano queste occasioni – a patto che non siano trappole – che permettono di esporci e di dire la nostra facendo valere le nostre ragioni. Spesso smentendo il prevenuto che ci troviamo davanti. Dipende, tuttavia, dalla serietà e dall’onestà dell’interlocutore: nei casi che vedremo nei prossimi articoli i giornalisti, se così possono chiamarsi, si sono dimostrati pessimi.

Superfluo dire, altresì, che io non sia un pazzo, un criminale e un cultore della violenza e quindi chi mi accusa di cose simili la fa fuori dal vaso, in cattiva fede, per portare avanti la sua patetica agenda di servo. C’è, infatti, la tentazione di dipingere l’etnonazionalista o il sovranista, il tizio di “estrema destra” insomma, come un pericolo pubblico, sulla scorta di qualche caso di cronaca d’oltreoceano (una realtà che nulla c’entra con l’Europa).

Ad ogni modo, l’intervistatore si mostrò gentile e ben disposto nei miei confronti, e devo dire che, nonostante qualche errore di trascrizione e qualche confusione, ha riportato fedelmente, nell’articolo, quanto ho avuto modo di dirgli all’epoca. Capiamoci: questo giornalista non era nella maniera più assoluta un mio ammiratore o un sostenitore della causa etnicista, anzi, e non era nemmeno neutro; la sua inclinazione antifascista era evidente (altrimenti dubito che il Post gli avrebbe pubblicato il pezzo).

L’intervista riguardò la mia biografia, il passaggio all’etnonazionalismo radicale come conseguenza del distacco dal cattolicesimo e dal pensiero cristiano, il Movimento Nazionalista Lombardo, la Weltanschauung sizziana e la passione per il sangue, il suolo e lo spirito, declinata anche in chiave antropologica e culturale.

Il titolo dell’articolo, “Non ho mai visto il mare”, nacque dalla mia dichiarazione di non essere mai stato in località marittime (pur avendo visitato Venezia nel 2004) e potrebbe celare qualche piccola malignità da apericena antifascista dell’autore, della serie: «Questo è un disadattato con l’apertura mentale di un talebano». In realtà, quel che volevo dire era che non ho mai vissuto il mare, e non ne sento il bisogno, essendo un Lombardo coi piedi ben piantati per terra e amante di laghi, campagne, colline e montagne della mia patria. Naturalmente, il mare bagna anche la Grande Lombardia (Liguria, Romagna, Venezie) ma il suo nucleo etnico è squisitamente di terraferma.

In altre parole, alludevo alla mia idiosincrasia nei riguardi di quella mentalità italiana stereotipata incentrata su ‘o sole e ‘o mare; il mondo marittimo non fa parte della cultura e dell’esperienza padano-alpine, così come non fa parte della cultura alpina in genere. Ciò non toglie che, un domani, possa visitare le terre granlombarde o europee bagnate dai mari. Ma, di sicuro, non ho una mentalità “da spiaggia” e i miti melodrammatici e petalosi del “mare-che-apre-la-mente” e del “mare-che-unisce-i-popoli” mi provocano prurito alle mani.

La mia visione è un handicap? Direi proprio di no. Io so nuotare e non ho paura dell’acqua, ma al mare preferisco i miei fiumi, i miei laghi, le mie pozze orobiche alpine, i miei torrenti dagli antichi nomi indoeuropei. Anche questo è identitarismo.

Questa mitologia del mare, in chiave italiana, fa un po’ parte del lavaggio del cervello meridionalista operato da Roma, che prevede abbondanti dosi di pizza, spaghetti, sugo di pomodoro, esaltazione dell’olio d’oliva a scapito dei “barbari” derivati del latte e di sceneggiate napoletane assortite per farci credere tutti quanti uguali, da Bolzano a Pantelleria. L’Italia esiste, è innegabile, ma non comprende la Lombardia, che rispetto al centro-sud e alle isole è un mondo a sé stante. L’appiattimento sub-culturale romanocentrico, attuato anche grazie agli esodi “interni” su vasta scala, ha tramutato lo stato del tricolore in una grigia e tetra prigione di popoli disparati.

Ma il mare (inteso come Mediterraneo), notoriamente, è anche il simbolo del relativismo, dell’annientamento, dell’annullamento dell’individuo tra i flutti del nichilismo contemporaneo, e di un certo libertinaggio promiscuo ed edonista che vuole estirpare la moralità della Tradizione per travolgere i popoli col conformismo, e dunque lo sprezzo o l’indifferenza per ogni vero valore degno di essere vissuto sino in fondo.

Non odio e non temo il paesaggio marino concreto, quello che riguarda le coste della stessa Grande Lombardia; stigmatizzo il “mare mentale”, null’altro che il dilagante nulla che invade la scatola cranica della moderna gioventù europea occidentale, e respingo lo stereotipo meridionaleggiante che vorrebbe tutti gli “italiani” appiattiti sul modello caricaturale del “terrone”.

Altro discorso è la sfera dei rapporti interpersonali, soprattutto col gentil sesso. Al giornalista dissi di non essere mondano, di non frequentare luoghi di divertimento di massa e di avere poche amicizie, preferendo la cultura alla “perdizione”; all’epoca (più di dieci anni fa) ammisi anche di non aver mai avuto relazioni concrete, snobbando l’idea del matrimonio in favore di un improbabile “sacerdozio laico e pagano del Lombardesimo”. In questo passaggio sottolineai, in maniera fin troppo enfatica, la necessità di rieducare le masse lombarde, anche per prendere le distanze da quelle che sono le fissazioni dei ventenni occidentali standardizzati.

Di acqua sotto i ponti ne è passata, da allora, e alla luce della vita vissuta e dell’esperienza maturata di sacerdozi, di qualsiasi forma, non voglio sentir parlare. Non metterò mai in piazza la mia vita privata (famigliare, sentimentale, lavorativa), coinvolgendo terzi, ma sarò ben felice di dare il mio contributo alla causa demografica, qualora ve ne siano le condizioni. Non ho mai vissuto la questione come un’ossessione.

Certo è che l’uomo qualunque di simpatie antifasciste e antirazziste, in una società ipersessualizzata e materialista fino al midollo, pensa che viaggiare in luoghi esotici, sguazzare in calde acque salate e copulare a tutti i costi sia la ricetta per non chiudersi in sé stessi e diventare “nazifasciorazzisti”; ma, forse, qualche imbecille pensa davvero che se io frequentassi assiduamente il Mediterraneo, viaggiassi in lungo e in largo e diventassi un Casanova cambierei visione del mondo? Sarei l’uomo più miserabile della Terra.

Insomma, sono le solite balle dell’armamentario sinistroide o liberale di chi vuole demonizzare gli identitari perché tendono ad uscire dal coro dei pecoroni di regime. E così, magicamente, chi sostiene il pensiero forte contro la debolezza del pensiero unico diventa psicopatico, frustrato, represso (magari omosessuale!), caso umano, incel, emarginato, potenziale stragista e chi più ne ha più ne metta.

Se è l’identitario ad evadere questi diventa nemico pubblico numero uno, se invece lo fa qualche scrittore “illuminato” è un atto d’amore per la cultura (quale?), e così ogni capriccio radical chic diventa una moda da imitare.

Nella nota intervista alle “Invasioni barbariche” (2012), di cui parlerò successivamente, dissi di ritenermi, provocatoriamente, un “disadattato volontario”. Nella misura in cui ripudio le schifezze moderniste anti-identitarie e anti-tradizionaliste, lo confermo in pieno ancor oggi: non mi sento figlio di questi tempi di… buona donna, e non mi conformo in maniera supina agli usi e costumi occidentali, che hanno ridotto gli Europei a larve che vivacchiano cibandosi della spazzatura proveniente dalla pattumiera transoceanica.

Chi ha voluto occuparsi di me, al di là dei propri intenti, per certi versi mi ha fatto un favore, garantendo visibilità alle mie idee e al movimento di allora. Vorrei spronare tutti quanti la pensino come me ad uscire allo scoperto e ad unirsi alla battaglia etnonazionalista, senza vergognarsi di nulla perché chi, su questa Terra, si deve vergognare e sotterrare, è l’agente internazionalista della globalizzazione, che ci vuole tutti uguali, bastardi, plagiati, imbelli, sudditi, idioti, buoni solo per rimpinzare lo spaventoso ventre senza fondo del mercato solleticando i bassi appetiti consumistici ed edonistici dell’occidentale.

I pennivendoli vogliono raffigurarci ora come pazzi scatenati ora come fenomeni da baraccone? Facciano pure. La verità è dalla parte degli identitari e sempre, quando sorge qualcuno con idee forti, nascono trasversali alleanze di mediocri per abbatterlo. Non dico sia il mio caso, per carità, non mi ritengo un genio o un eroe (anche perché, in passato, ho posto in essere poco proficui eccessi) ma è certamente quello di uomini rivoluzionari di indubbio acume ed indubbia levatura, che nella loro vita sono stati circondati solo da nemici insipidi. E solo l’alleanza in blocco di costoro ha potuto toglierli di mezzo.

Le onde del mare globalista, mondialista, pluralista, multirazzialista, relativista e nichilista che ci vogliono travolgere ed inghiottire, si infrangono sugli scogli della natura dura e pura e della ferrea volontà socialista MA nazionalista. Ovviamente in accezione etnica: il patriottismo italiano tricolorito non è coerente nemico del cosmopolitismo, essendo l’inesistente Italia dalle Alpi alla Sicilia – realtà multinazionale – sottoprodotto di una temperie culturale giacobino-massonica che teneva in non cale sangue e suolo.

In tribunale per reati d’opinione

Ho esordito come autore di blog sulla fine di agosto del 2009, in qualità di lombardista della prima ora. Titoli “storici” degli spazi da me gestiti Il LombardistaLongobardo TiratorePaulus Lombardus e un blog recante il mio nome, precedente al famoso Il Sizzi dell’esperienza etnofederalista (chiuso per fare spazio a Lombarditas, collocazione virtuale definitiva del pensiero sizziano).

I siti lombardisti primigeni sono stati eliminati nel tempo (per via della persecuzione di cui divennero vittime) ma i contenuti culturalmente valevoli, trattati precedentemente, confluiscono nell’attuale spazio su cui sto scrivendo, riveduti e aggiornati.

Ammetto tranquillamente che quanto scrissi in passato (ormai una dozzina d’anni fa), per quel che concerne il lato ideologico, fu spesso viziato dall’eccessivo zelo propagandistico col risultato di vergare diverse castronerie che si sono tramutate in un boomerang: sulla base di alcuni articoli scritti tra il 2009 e il 2010 sono stato condannato in primo grado ad un anno di reclusione e sei mesi di lavori socialmente utili per “istigazione alla discriminazione razziale” e “offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica”, con sospensione della pena respinta per non si sa quali motivi. La sentenza è stata confermata in appello e in cassazione e ora dovrò svolgere un anno di affidamento in prova ai servizi sociali.

Da un punto di vista etico riconosco senza problemi i miei sbagli, perché è chiaro, mi feci prendere la mano e scrissi cose a tratti stupide, pesanti, aggressive e inutilmente provocatorie, ma una cosa è altrettanto certa: una legge come la Mancino è politica, ideologica e arbitraria (chi stabilisce cosa si può dire e cosa no, se la libertà d’espressione è garantita?) ed è a mio avviso sconcertante che qualcuno debba finire in tribunale, processato penalmente, per delle opinioni.

Nella Repubblica Italiana esistono già leggi specifiche che prevedono la repressione di reati d’istigazione a delinquere e apologia di reato. Perché dunque la cosiddetta “Mancino” (emanata nel 1993)? Per motivi politici, ovvio. Appare utile ricordare come la legge 25 giugno 1993, n. 205 prenda il nome dall’allora ministro dell’Interno ma fu fortemente voluta e stesa da due politici ebrei, Modigliani e Taradash.

Una cosa ancor più sconcertante è che sia stato condannato anche per “offesa all’onore e al prestigio del PdR” (che, tra l’altro, è il reato più grave), solamente per una frase ironica – decontestualizzata – nei riguardi del capo dello stato dell’epoca, Napolitano: lo paragonai ad una vecchia comare partenopea petulante chiamandolo ‘Giorgiazzo’. Paragonato, attenzione, nemmeno attaccato direttamente. Se siamo tutti uguali – come i boiardi di stato amano ripeterci ad nauseam – perché il presidente della RI dovrebbe essere al di sopra degli altri cittadini? Nel XXI secolo inoltrato ancora con la lesa maestà, pur vivendo in una repubblica?

Interessante notare come gli esponenti politici che commettano vilipendio (mi vengono in mente Bossi, Grillo e Storace, sempre in relazione a Napolitano, peraltro) non finiscano nei guai. Insomma, siamo alle solite, paghi solo se sei un comune cittadino che non conta nulla.

In tutto questo, mi sto ancora chiedendo dove siano le mie vittime visto che un reato, per essere tale, si presume ne abbia: deve fare del male a qualcuno o danneggiare qualcosa, direi. La verità è che i reati ideologici/politici (per di più a mezzo internet) non ledono niente e nessuno, mentre l’iter giudiziario danneggia chi si espone con idee politicamente scorrette (sequestro di costoso materiale informatico o telefonico pulito, disagi famigliari, ricadute sociali, spese legali e processuali e via dicendo). Ripeto: ho sicuramente sbagliato nei toni, in certi contenuti, nello stile ma trascinare una persona in tribunale, finendo nel penale, per degli affari simili è decisamente spropositato, così come la pena che mi è stata inflitta. Forse qualcuno pensa realmente che io sia un criminale?

Sarebbe interessante conoscere anche le motivazioni di chi mi denunciò in blocco nel 2009, ossia gli studenti della sinistra universitaria bergamasca con la compartecipazione di un dirigente dell’ateneo, ma l’esito è scontato: l’antifascismo – che crede di aver vinto, 80 anni fa circa, una guerra – si proclama moralmente superiore a tutto e tutti, senza rendersi nemmeno conto di come sia divenuto, a sua volta, una dittatura. Chi si sottrae a questo regime diventa un reprobo da punire severamente; non solo, anche da esporre, periodicamente, al pubblico ludibrio indicendo campagne d’odio mediante gogna social. Se lo fanno i “fascisti” è un “attentato alla democrazia”, se lo fanno lorsignori è una “doverosa opera di sensibilizzazione socioculturale”.

Peccato che il sottoscritto sia innocuo, senza alcuna inclinazione violenta e aggressiva, incapace di fare del male a chicchessia, anche perché civile e morigerato. Notoriamente, ironia della sorte, i veri violenti sono nelle fazioni dei benpensanti “rossi” che si credono superiori perché eredi di coloro che aiutarono l’invasore angloamericano e titino, balzando sul carro dei vincitori.

Chi mi segnalò alla questura di Bergamo sapeva benissimo che non sono un soggetto pericoloso, ma la bava alla bocca della sinistra verso tutto quello che non coincide col suo assolutismo relativista (un ossimoro che rende bene l’idea dei “valori” progressisti) è risaputa, e così i tanto odiati “sbirri”, sputacchiati e spernacchiati durante le manifestazioni, vengono però invocati a gran voce e blanditi quando si tratta di dare la caccia ai “fascisti”, e si tramutano in eroi. Ci sarebbe anche da riflettere su come la magistratura raramente sia espressione del territorio lombardo, ma questo riguarda le annose magagne concorsuali e l’estrazione etnica peculiare di chi lavora nel pubblico impiego in generale.

Io ho sempre esposto il mio pensiero mettendo nome, cognome e faccia, perché detesto l’anonimato e non ho nulla da nascondere. Chi ti denuncia o segnala in massa, invece, la faccia non ce la mette e fa affidamento su leggine liberticide, volte a reprimere il dissenso verso le posizioni mondialiste tricolori. Leggine che sono il tributo italiano, od occidentale in genere, allo status quo e a coloro che manovrano gli stati-apparato ottocenteschi nell’ombra.

Gli antifascisti si credono tanto superiori ma hanno bisogno dei reati ideologici per mettere fuori gioco gli avversari. Gli piace vincere facile insomma, incuranti del fatto che ‘censura’ faccia rima con ‘paura’. Coloro che sporsero denuncia contro il Sizzi (per ragioni ideologiche, ripeto), senza nemmeno affrontarlo a viso aperto, non sono certo migliori di lui.

La Lega, in uno dei rari momenti di lucidità della sua dirigenza, anni fa raccolse firme proprio per abolire la legge Mancino, ma non se ne fece nulla. Qui, nell’Europa schiavizzata dalla Ue, più si va avanti più spuntano come funghi leggi atte a stroncare il dissenso e il politicamente scorretto: le “mancinate”, il vilipendio di pezzi di stoffa giacobini e massonici, l’offesa alle cariche istituzionali come fossero intoccabili emanazioni divine, il negazionismo, l’omofobia, il sessismo, l’antisemitismo e l’antisionismo, i deliri in stile ddl Zan.

Credo che uno stato bisognoso di inventarsi queste cose sia un’entità fragile e timorosa, incoerente coi suoi dogmi liberali e democratici. Che senso ha perseguitare e reprimere delle semplici idee, arrivando a rovinare chi le professa? Di cos’hanno paura a Roma?

Il problema della Repubblica Italiana è che è uno stato senza nazione, in quanto espressione politica volta a rappresentare un popolo inesistente: l’italiano in senso artificiale, dalle Alpi a Lampedusa. L’Italia è schiava dell’atlantismo e questi sono i risultati; sanzionare idee, opinioni, libera espressione della gente comune è il pegno della sudditanza tricolore ai “vincitori” e ai (presunti) valori occidentali, che sono modellati sui capricci statunitensi.

Riconoscendo di aver, a suo tempo, sbarellato su alcune questioni (ma ero comunque ventenne) mi auguro che di leggi simili non ve ne sia più bisogno e possano venire abrogate, e che, se da una parte chi manifesta pubblicamente le proprie idee sappia farlo in maniera civile e razionale, dall’altra possa farlo in santa pace, senza l’angoscia di ritrovarsi la digos all’uscio il giorno dopo.

I 50 punti programmatici del Lombardesimo

Voglio proporvi il programma, in 50 punti, della visione lombardista, elaborato dal sottoscritto a partire dalla Weltanschauung di Grande Lombardia (che fu stesa da me e dal camerata Roncari diversi anni orsono). Al momento non faccio parte di alcun movimento o associazione ma rimango idealmente vicino alle posizioni dei due soggetti lombardisti storici da me fondati, GL appunto e il primigenio Movimento Nazionalista Lombardo. Queste due associazioni hanno raccolto la mia personale riflessione principiata nel lontano 2006, corroborata dal contributo scientifico del contubernale sepriese.

Ho suddiviso i 50 capisaldi in 10 aree tematiche differenti, onde evitare di elencarli banalmente in sequenza. Chi mi segue avrà notato che li ho esposti anche su Twitter, in questi giorni, mancanti di 5 punti che qui aggiungo per maggiore completezza. Questo programma si ispira, principalmente, alla dottrina che sta alla base dell’ideologia lombardista, e cioè all’etnonazionalismo: l’interesse della Comunità nazionale lombarda (intesa come insieme di individui accomunati da medesima etnia, lingua, cultura, territorio e storia) deve essere l’obiettivo fondamentale e generale delle attività del settore pubblico, partendo dal presupposto che l’etnicità è l’elemento imprescindibile della Patria e, di conseguenza, di uno Stato degno di questo nome.

Tenendo conto del fatto che l’uomo è un animale sociale e che l’obiettivo di ogni essere vivente è massimizzare nel lungo periodo la trasmissione di geni il più possibile simili ai propri, l’idea lombardista (molto centrata su ragione e natura), in materia di sistema sociopolitico, è quella di un’entità che sappia regolamentare la vita comunitaria su principi di cooperazione e solidarietà, in nome del senso d’appartenenza etno-culturale: senza di esso i legami comunitari verrebbero meno, lasciando il posto alla disgregazione operata da fenomeni migratori, meticciato e società multirazziale.

L’individualismo è, dunque, nemico dei destini della Nazione che solo abbracciando uno spirito comunitarista può porsi al riparo dai mortali rischi rappresentati dalla degenerazione del pensiero liberale (già di per sé un cancro) che cagiona egoismo, opportunismo e decadimento edonista su vasta scala. Il connubio nazionale e sociale è garanzia di successo per l’intera collettività lombarda, troppo spesso vittima – a livelli quasi patologici – delle seduzioni dell’arido profitto.

Veniamo ora ai 50 punti programmatici. Buona lettura.

I – Politiche etniche

1) Diffusione del concetto di Lombardia etnica, terra cisalpina racchiusa dal bacino padano e caratterizzata dalla stratificazione identitaria celto-ligure, gallo-romana, longobarda, dalla presenza degli idiomi lombardi (ovvero galloromanzi cisalpini) e dall’azione unificatrice della Lega Lombarda e del Ducato visconteo. Essa è il fulcro della Nazione ed è, per questo, meritevole di particolare tutela e di un preciso riconoscimento giuridico. Sua Capitale naturale è Milano.

2) Diffusione del concetto di Grande Lombardia (che è, sin dal Medioevo, la Lombardia lato sensu), sovrapposizione della Langobardia Maior alla Gallia Cisalpina, corroborata dalla geografia sub-continentale e dalla natura di anello di congiunzione tra Europa mediterranea e centrale. È, altresì, parte della Romània occidentale. Suoi confini irrinunciabili sono le Alpi, le acque del Mar Ligure e dell’Alto Adriatico e l’Appennino Tosco-Lombardo (limite meridionale che combacia con la barriera etnolinguistica, e nazionale, Massa-Senigallia). La Capitale è Milano.

3) Definizione e preservazione dell’etnia lombarda e grande-lombarda, mediante l’integrazione di ius sanguinis e di ius soli, affinché nazionalità e cittadinanza finalmente coincidano. Secondo i criteri lombardisti è lombardo colui che ha 4 nonni biologici, logicamente europidi, cognominati alla lombarda, e la cui famiglia risieda in Lombardia almeno dal 1900.

4) Promozione della pratica endogamica tra le popolazioni grandi-lombarde, tollerando blandi apporti di genti compatibili (le alpine, fondamentalmente). Condanna di meticciato e ibridazione extra-europide: le unioni miste vanno dissuase, anche tramite la creazione di leggi ad hoc. L’etnia (grande)lombarda va rinsanguata, bloccando eziandio l’italianizzazione che ha cagionato un genocidio “democratico” dei Lombardi etnici.

5) Blocco totale dell’immigrazione e conseguente rimpatrio degli allogeni. Nel novero rientrano anche immigrati europei incompatibili, italiani etnici, israeliti, genti nomadi. Il fenomeno più drammatico rimane quello dell’italianizzazione (ossia della meridionalizzazione), che ha letteralmente travolto la Grande Lombardia occidentale riducendo a minoranza gli indigeni delle città del cosiddetto “triangolo industriale”.

II – Politiche comunitarie

6) Introduzione di “Opzioni” per le minoranze alloctone storiche presenti nella Cisalpina (Occitani, Arpitani, Alemanni, Bavari): ritorno in patria o assimilazione e fedeltà alla Grande Lombardia. Nel caso di Sloveni e Croati (e della sparuta minoranza istroromena) la prima opzione è preferibile, essendo popolazioni poco compatibili con quelle padano-alpine. La Lombardia appartiene ai Lombardi, e su questa inconfutabile verità deve fondarsi la ragion d’essere di un futuro Stato lombardo.

7) Lombardizzazione delle aree grandi-lombarde periferiche quali Val d’Aosta, Alpi Occidentali, Nizzardo, Liguria, Romagne, lagune, Tirolo primigenio (che è quello meridionale), Slavia friulana, bacino dell’Isonzo, Istria, Fiume con la soppressione degli statuti autonomi e il rimpatrio forzato dei soggetti eversivi. La Grande Lombardia, ossia la Cisalpina, è lo spazio “vitale” di un solo ethnos: quello lombardo.

8) Difesa della cultura, delle tradizioni, del carattere nazionale delle Lombardie, di quella ‘Comunità di Popolo’ che costituisce il mastice di uno Stato per davvero sociale, nazionale e, dunque, comunitario. Va eliminato il pernicioso culto del fatturato caro a molti, troppi Lombardi, che è la fonte di ogni masochismo anti-patriottico. La ricchezza della Lombardia è il frutto plurisecolare di una mentalità del lavoro spiccatamente continentale, ma l’identità sovrasta il danaro.

9) Difesa della famiglia naturale e patriarcale fondata sul legame eterosessuale, monogamo e fecondo di uomo e donna, rafforzato da fedeltà, rispetto, solidarietà e dalla contemplazione degli innati ruoli del maschile e del femminile, garantita dalla tradizione. In mancanza di una (contenuta) prole biologica sì all’adozione di orfani europidi compatibili con la Grande Lombardia.

10) Isolazionismo nei riguardi del terzo mondo e delle aggressive economie emergenti (anche per scopi sanitari); promozione di una perentoria politica di controllo delle nascite nel sud del pianeta; lotta alla globalizzazione e cessazione di ogni ingerenza straniera (Vaticano incluso) negli affari nazionali; edificazione di un cameratismo razziale europide previa liquidazione dell’imperialismo atlanto-americano; creazione di un organismo confederale “eurusso” per la difesa degli interessi comunitari delle genti bianche autoctone.

III – Politiche culturali

11) Elezione del milanese classico volgare (emendato) – il principe degli idiomi lombardi – a lingua nazionale della Lombardia etnica e della Grande Lombardia, grazie alla natura linguistica centrale ed incontaminata del ramo insubrico. No a esperanto in tredicesimi, koinè senza storia, caos dialettale e soluzioni alla svizzera (ossia peculiari di una nazione inesistente). Il milanese è la miglior espressione linguistica del mondo galloromanzo cisalpino.

12) Promozione e tutela delle lingue locali, da impiegare in ambito cantonale accanto al lombardo (ovvero al milanese classico). I parlari transpadani occidentali e orientali, subalpini, cispadani, romagnoli (quelli tassonomicamente “gallo-italici”, ossia lombardi), così come quelli liguri, veneti, retoromanzi (friulano, ladino, romancio), meritano salvaguardia, nel rispetto dell’unità nazionale.

13) De-toscanizzazione linguistica della Grande Lombardia, attuata mediante il graduale abbandono del fiorentino letterario (l’italiano) e il recupero di ortografia, vocabolario, nomi, cognomi, toponimi originali, nel quadro di una rinnovata lombardizzazione del territorio nazionale. Scuola e università, a supporto di famiglia e Comunità, avranno il compito di educare i giovani Lombardi all’amore per il milanese e le altre lingue lombarde e/o cisalpine, assieme alla riscoperta della nostra cultura e letteratura.

14) Riconoscimento del cattolicesimo apostolico di rito latino (romano e ambrosiano), ovviamente tradizionale, quale religione ufficiale della futura Repubblica Lombarda; nessun rapporto con il papa, fintanto che la Chiesa di Roma non disconoscerà il Concilio Vaticano II. Tolleranza per la rinascenza gentile indigena di matrice preromana e gallo-romana. Messa al bando di tutti gli altri culti.

15) Etno-razionalismo come religione civica della Grande Lombardia. Accanto alla difesa della tradizione cattolica e pagana, contro la piaga dell’ateismo e del laicismo, la simbiosi tra etnicismo e razionalismo (che rievoca filosoficamente l’etnonazionalismo), volta a preservare la Comunità lombarda dalle degenerazioni della metafisica apolide.

IV – Politiche statuali

16) Indipendenza e piena sovranità della Grande Lombardia da raggiungersi con tutti i mezzi leciti, previa creazione di una “macroregione” amministrativa che associ ogni Popolo lombardo alla battaglia auto-affermativa della Lombardia etnica. Adozione delle Croci padano-alpine (Sangiorgio e Sangiovanni, bandiera nazionale) e del Ducale visconteo (Biscione e Aquila imperiale, stemma nazionale).

17) Creazione di una Repubblica presidenziale (grande)lombarda fondata sui dettami dell’etnonazionalismo, del socialismo nazionale e del comunitarismo. No a federazioni e autonomie: lo Stato lombardo rappresenterebbe, alfine, Popoli affratellati dalle comuni origini cisalpine. Lo strumento del decentramento – in un contesto tutto sommato omogeneo e geograficamente ben definito – rischierebbe solamente di fomentare sciocchi egoismi campanilistici e micro-sciovinismi.

18) La Capitale amministrativa, economica e linguistica della Grande Lombardia è Milano, quella morale è Pavia. La suddivisione politica della Repubblica Lombarda consterebbe di 14 cantoni etno-lombardi a cui vanno aggiunti altri 15 cantoni del restante territorio cisalpino, raggruppati in 9 regioni create per meri fini statistici e demografici (Transpadana occidentale, Transpadana orientale, Subalpina, Cispadana, Romagna, Liguria, Veneto, Rezia cisalpina, Carnia e Istria).

19) De-italianizzazione della Grande Lombardia, conseguenza del processo indipendentista. Assieme al rimpatrio degli allogeni e degli Italiani etnici, e alla liquidazione di ogni residuo tricolore, i concorsi, l’impiego pubblico e i posti-chiave vanno riservati ai soli Lombardi. Gli immigrati regolarizzati in precedenza vanno incentivati affinché lascino la Lombardia, raggiungendo accordi con le loro terre d’origine (a cominciare dall’Italia) e stimolando il ricongiungimento famigliare al di fuori dei confini cisalpini. La questione della prole ibrida è tema alquanto problematico.

20) Uscita della Grande Lombardia da Unione Europea, euro, Nato, Onu, enti mondialisti e sovranazionali e dagli organi cosmopoliti nemici della sovranità popolare ed economica delle Nazioni. Come riportato al punto 10 è auspicabile la promozione di un cameratismo “imperiale” europide a partire dalle realtà dell’arco alpino. Contestualmente, va promossa una politica irredentista in quei territori grandi-lombardi oggi sotto entità straniere affinché vengano aggregati alla loro madrepatria: Moncenisio, Valle Stretta, Monginevro, Nizzardo, Briga e Tenda (RF); Montecarlo (MC); Sempione, Canton Ticino, Mesolcina, Val Bregaglia, Val Poschiavo, Val Monastero (CH); Goriziano, Litorale, Carso, parte della Carniola interna (SLO); Istria, Fiume, Quarnaro (HR); San Marino (RSM).

V – Politiche giuridiche

21) Espulsione di banche internazionali, multinazionali, lobby straniere; uscita dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e da ogni organizzazione internazionale, dunque apolide; condanna di sionismo ed internazionalismo; smantellamento delle basi atlantiste e cacciata dell’invasore americano (e del suo ascaro italico); gestione nazionale delle emergenze sanitarie (farmaci, vaccini, dispositivi di protezione individuale vanno prodotti in Patria per conto dello Stato), fermo restando che l’isolazionismo verso le terre esotiche rimane fondamentale.

22) Creazione di forze armate e di polizia composte di soli Lombardi e istituzione di una Guardia Nazionale Lombarda; ritorno in patria delle forze d’occupazione italiane. Oltre che dalle minacce interne, la sicurezza della Comunità nazionale deve essere garantita anche da eventuali aggressioni esterne, istituendo la leva obbligatoria. Si deve assicurare, altresì, una salda stabilità politica, sociale ed economica ad una vera Europa delle Nazioni e sviluppare un’adeguata opera di opposizione alla globalizzazione e allo status quo mondialista.

23) Separazione dei tre poteri fondamentali tipica dello Stato di diritto: esecutivo assegnato a un Presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini con sistema maggioritario a doppio turno; legislativo spettante ad un’unica assemblea parlamentare, “federale”, eletta direttamente dai cittadini con sistema proporzionale (unicameralismo); giudiziario attribuito ad una corte suprema eletta anch’essa direttamente dai cittadini con sistema sempre proporzionale.

24) Lotta senza quartiere a mafie e criminalità organizzata, terrorismo, eversione, massoneria, sette segrete, usura con particolare pervicacia nei riguardi di ogni delitto mirato ad angariare, danneggiare e tradire la Comunità nazionale. Liquidazione del precipuo serbatoio del crimine: l’immigrazione. Non va, tuttavia, punita severamente soltanto la bassa manovalanza ma anche, e soprattutto, i suoi mandanti in giacca e cravatta.

25) Pena capitale per i reati più gravi e odiosi quali mafia, terrorismo, stragismo, alto tradimento, disastro, epidemia, pedofilia, bancarotta fraudolenta; castrazione chimica per gli stupratori; lavori forzati per i detenuti comuni; costruzione di nuove carceri e rimpatrio dei delinquenti alieni minori. Lo Stato deve garantire, oltre alla sicurezza e al benessere dei cittadini, il disincentivo alla violazione delle regole, la certezza e l’adeguatezza della pena, il risarcimento dei danni e l’efficace rieducazione di chi ha sbagliato, laddove utile e possibile.

VI – Politiche socioeconomiche 

26) Socialismo nazionale e comunitarismo: riforma del mercato e lotta alla ricchezza parassitaria favorita dal capitalismo; fine della speculazione internazionale e abolizione di certi strumenti finanziari (come i derivati); equiparazione della tassazione sulle rendite finanziarie a quella sul reddito da lavoro; inserimento di strumenti redistributivi che consentano a tutti di esprimere le proprie capacità.

27) Inserimento di equità e giustizia nel sistema tributario con l’adozione di una tassazione basata sull’effettiva capacità contributiva e sul criterio fondamentale del “chi inquina paga”. Solo il comunitarismo è etico e sostenibile nel lungo periodo, contro la crescita illimitata e l’inevitabile degenerazione edonistica e consumistica del capitalismo; la mentalità individualista occidentale è iniqua, corrotta, devastatrice e cagione di gravissimi problemi di stabilità sociale, politica, economica e ambientale.

28) Riforma perentoria del sistema monetario che assicuri la sovranità monetaria ed economica alla Nazione, strappandola dalle mani dei banchieri internazionali (e apolidi). Liquidazione di euro e lira italiana in favore dell’introduzione della valuta grande-lombarda: danee e ghell.

29) No ad assistenzialismo, elevati sussidi di disoccupazione, alti livelli di sindacalizzazione ed eccessivi ostacoli alla circolazione dei lavoratori che riducono l’efficienza del mercato del lavoro premiando solamente i fannulloni; occorrono, piuttosto, corporativismo e nazionalizzazione delle grandi industrie di interesse cruciale per il Paese. Sì a politiche protezioniste e dirigiste, nella consapevolezza che è la Nazione a legittimare lo Stato, non viceversa.

30) Riorganizzazione della previdenza sociale (stante il continuo aumento della speranza di vita): riforma del sistema pensionistico su reali criteri di necessità e di merito, favorendo il passaggio graduale alla pensione tramite la possibilità di convertire contratti di lavoro a tempo pieno in contratti di lavoro a tempo parziale, in parte defiscalizzati una volta raggiunta una certa età.

VII – Politiche educative

31) Gestione della res publica affidata alle mani di un’aristocrazia (nel senso etimologico del termine) lombarda, a impronta maschile, debitamente formata in accademie specifiche, sulla base di stringenti criteri di merito, qualifiche, conoscenze ed etica consolidata. Alla luce di ciò si esprimono dubbi riguardo l’universalità dell’elettorato attivo e, soprattutto, passivo. La democrazia occidentale è a forte rischio fallimentare per via della manipolazione delle menti più fragili da parte di alcune cricche opportuniste.

32) Riforma totale del sistema educativo a partire dal suo organo basilare, la famiglia naturale, fino a quelli più complessi, come le università e le accademie. Urge una studiata e corretta educazione psichica, fisica e culturale dell’individuo, affinché la scuola sia palestra di orgoglio patrio. L’istruzione è cruciale per un pieno sviluppo della persona e, in particolare, per l’acquisizione consapevole di uno stile di vita sano ed equilibrato.

33) Creazione di istituzioni sociali di Stato per la (ri)educazione della gioventù, che sottraggano alla Chiesa postconciliare, e agli oratori, la formazione civile delle nuove generazioni; in questo senso esiste una questione spinosa da risolvere con una necessaria opera di bonifica: il legame tra omosessualità e pedofilia/pederastia di seminari e ambienti ecclesiastici. Scioglimento di scout, associazionismo cattolico modernista e, soprattutto, di quello antifascista: gli insegnamenti impartiti da istituzioni antinazionali risultano malsani e innaturali, essendo slegati dal culto della vera identità e della vera tradizione.

34) Creazione di un servizio di coscrizione obbligatoria, alternativo a quello civile, che funga anche da istituzione sociale di supporto allo sviluppo morale del giovane uomo. Per le ragazze servizio civile obbligatorio o possibilità di svolgere attività di leva in qualità di ausiliarie; le forze armate e di polizia devono assumere carattere squisitamente virile, ma ci può essere spazio per un ausiliariato militare femminile.

35) Salvaguardia della salubrità del proprio ambiente, dell’alimentazione e dello stile di vita, presupposto alla base della salute di ogni persona, controllabile dall’individuo stesso: cruciale importanza va data all’opera di educazione e sensibilizzazione di tutta la popolazione, col fine di far capire ai membri della Comunità nazionale che sono i principali responsabili del proprio stato di salute (a tutto vantaggio, così, anche della sanità pubblica).

VIII – Politiche agricole e ambientali

36) Lotta alla sovrappopolazione, una delle peggiori piaghe della Grande Lombardia. La densità demografica della Nazione lombarda è di circa 220 ab./km², un altissimo sovrappopolamento, con esiziali ricadute su Comunità e ambiente; situazione ancor più drammatica se consideriamo la Lombardia etnica, basti pensare alla spaventosa densità dell’attuale Regione Lombardia, 418,85 ab./km²! I milioni di allogeni dilagati nel territorio cisalpino hanno drasticamente peggiorato un quadro già di per sé (in talune aree) problematico. L’immigrazione è distruzione.

37) Econazionalismo, ruralismo, comunitarismo. Difesa dell’ambiente dall’insostenibile furto di suolo, da cementificazione ed industrializzazione selvaggia (nuove residenze per immigrati, capannoni, centri commerciali, discariche), agricoltura convenzionale e allevamento industriale, inquinamento e traffico da terzo mondo, bomba demografica allogena. Il contatto con l’ambiente rurale permette di ritrovare la dimensione naturale dell’uomo promuovendo la riscoperta di valori e virtù oggi dimenticati per far spazio al feticcio del progresso.

38) Eco- ed etno-sostenibilità, per combattere l’alienazione delle masse urbane, il cui sviluppo ipertrofico è nemico del suolo lombardo incontaminato. In molte regioni d’Europa i terreni agricoli non sono più sufficienti ad alimentarne gli abitanti, e le sostanze di sintesi impiegate dall’agricoltura convenzionale stanno distruggendo la fertilità naturale dei campi, compromettendo così la sicurezza alimentare delle future generazioni. L’uomo ha plasmato la cultura e la civiltà, ma non è un essere estraneo alla natura e alle sue leggi.

39) Misure di tutela dell’agricoltura tramite il blocco del consumo di suolo, il ritorno ad un’agricoltura naturale – sostenibile nel tempo – e il raggiungimento di un’autarchia alimentare almeno dell’80%. Va garantito cibo sano e sicuro per noi e i nostri figli, senza compromessi. Anche la zootecnia deve sbarazzarsi dei metodi industriali ed intensivi dell’allevamento canonico, ne va della nostra salute.

40) Salvataggio e tutela della biodiversità tramite il controllo e l’eradicazione delle specie aliene dannose e l’aumento delle aree destinate alla natura selvaggia. Il sistema capitalista e la società dei consumi hanno portato alla distruzione di importanti ecosistemi e di significativi elementi di biodiversità. Il bioma temperato della Grande Lombardia va preservato dall’imbastardimento esotico di flora, fauna e popolazione indigena.

IX – Politiche energetiche 

41) Combinazione di sviluppo delle fonti di energia rinnovabili e sostenibili (non semplicemente alternative, come gli scisti bituminosi) e riduzione degli sprechi e delle inefficienze del consumo. No al nucleare e al ritorno al carbone: soluzioni effimere (vedi penuria di uranio) e dall’impatto ambientale devastante (vedi problema, tuttora irrisolto, della gestione delle scorie radioattive). Il superamento del picco di estrazione del petrolio, seguito dal picco di estrazione del gas naturale, saranno un problema concreto, negli anni a venire.

42) Sviluppo di moderni ed efficienti sistemi di trasporto pubblico basati sulla rete ferroviaria e ripristino della tipica rete lombarda di canali navigabili, per il rilancio del trasporto fluviale (anche dello stesso Po). Argine al traffico su gomma e alla costruzione di dannose autostrade. Il settore aeronautico, come quello automobilistico, ha una resa energetica problematica, per via dei grandi costi.

43) Raggiungimento di soddisfacente efficacia ed efficienza dei servizi erogati dallo Stato, archiviando la fallimentare esperienza della Repubblica Italiana; per usare una battuta, Roma impone tasse “svedesi” in cambio di servizi “albanesi”, martoriando le finanze dei Lombardi per poi beffarli con un terziario modellato sulle disfunzioni dell’Italia etnica.

44) Aiuti mirati e ben congegnati destinati al settore secondario e terziario affinché siano assistite quelle aziende che decidono di abbandonare la prospettiva del mero profitto e del “basta tirare avanti” per agire in maniera eticamente responsabile, seguendo un percorso di continua innovazione nel segno della sostenibilità. Non è desiderabile, inoltre, lasciare carta bianca agli agenti economici; piuttosto, occorre sviluppare una salda rete di alleanze europee che puntino al raggiungimento di una buona autarchia economica a livello continentale (senza rinunciare alla propria sovranità nazionale, ovviamente).

45) La ricerca scientifica di base è un elemento imprescindibile per sostenere il miglioramento della conoscenza e della qualità della vita nel tempo. La ricerca deve essere adeguatamente finanziata e sostenuta, anche con incentivi che inducano i giovani a scegliere percorsi di studio scientifici. Tutto questo sarà però effimero finché la scienza non potrà finalmente esprimersi liberamente, essendo oggi costretta a seguire i diktat delle lobby di influenza mondialista, che non si fanno scrupoli nel ricattare gli scienziati per garantire la loro posizione di rendita.

X – Politiche demo-sanitarie 

46) Lotta ad individualismo, femminismo, omosessualismo e a ciò che mina le fondamenta della famiglia naturale, a guida patriarcale, e della solidarietà comunitaria, compromettendone il funzionamento e, dunque, l’equilibrio e il benessere. Va difesa senza compromessi, in particolar modo, l’innocenza dell’infanzia. No ad unioni e diritti “civili”, adozioni omosessuali, propaganda omofila, teorie del “genere” e ad una bioetica asservita al mercato e al capitalismo, alla vita (surrogata e manipolata in laboratorio) come oggetto di consumo e capriccio borghese.

47) Incentivi per la crescita demografica indigena (in linea con i criteri di ecosostenibilità e di contenimento della secolare sovrappopolazione padana): sostegni alle famiglie, contrasto alla disoccupazione giovanile, garanzie e migliorie per il benessere e la sicurezza dei lavoratori. Molto dipende, tuttavia, da educazione e valori: lo Stato deve supportare economicamente e socialmente le giovani coppie ma deve anche promuovere responsabilizzazione mediante famiglie e Comunità, stimolando nei ragazzi e nelle ragazze una salutare presa di coscienza patriottica.

48) Aborto consentito in casi di stupro (allogeno, in particolare), pericolo di vita della madre, anomalie gravi del feto; eutanasia consentita nei casi irreversibili, laddove una vita normale sia compromessa e il malato sia terminale o in stato vegetativo. Serve una forma di razionalismo bioetico, rispettoso della sensibilità religiosa ed individuale ma dotato di robusto buonsenso giustificato dalla lucidità scientifica.

49) Adozione spontanea di alcune piccole misure eugenetiche a fini preventivi (si sottolinei, preventivi) e terapeutici. Non esistono vite degne ed indegne di essere vissute, biologicamente, ma i comportamenti responsabili volti al benessere presente e futuro della Comunità sono servigio di carattere sociale e patriottico. Occorre rivalutare la riapertura dei manicomi o di altri istituti specifici per gestire soggetti problematici, asociali, inabili, onde evitare ricadute che impattino sull’armonia della collettività nazionale.

50) La salubrità dell’ambiente di vita, dell’alimentazione e del proprio stile di vita sono i presupposti alla base della salute di ogni persona, e sono elementi per lo più controllabili dalla persona stessa: cruciale importanza va perciò data all’opera di educazione e sensibilizzazione di tutta la popolazione con il fine di far comprendere agli individui che sono i principali responsabili del proprio stato psicofisico.

Da un punto di vista meramente biologico, le analisi genetiche fanno ritenere che la giusta scala di aggregazione sociale, nel caso dell’uomo, sia quella della sottospecie, e cioè della razza; nella realtà entrano, tuttavia, in gioco altre variabili da prendere in considerazione, perché noi non siamo solo le informazioni genetiche (e fenotipiche) che portiamo ma anche l’ambiente in cui viviamo e le informazioni non biologiche (lingua, storia, cultura, ecc.) che abbiamo collettivamente ereditato dalla nostra società. Fermo restando che, sia geneticamente che fisicamente, vi sono ben note differenze anche a livello di sub-subspecies.

La nostra identità è, dunque, l’unione di etnia, territorio e cultura, indipendentemente dalle entità amministrative che attualmente ci riguardano e che auspichiamo di lasciarci alle spalle quanto prima in maniera attiva. Auto-affermazione, affrancamento del sentimento nazionale, preservazione dell’etnia (che si fonda su sangue e spirito), difesa del suolo patrio e battaglia per la libertà: questo ciò che il Lombardesimo vuole per la Grande Lombardia.

Che manéra scrìe zó ‘n toscà (artìcol vècc)

Ripropongo un articolo in bergamasco che scrissi anni fa, in cui giustificavo l’uso del fiorentino emendato (l’italiano standard) per motivi essenzialmente di comprensione (altrui) e di praticità, nell’ipotesi di dover gestire uno spazio utilizzando solo il vernacolo orobico parlato dal sottoscritto (che ovviamente, essendo della provincia di Bergamo – metà scalvino e metà dell’Isola – non usa esattamente il bergamasco cittadino, sebbene nello scritto sia solito utilizzare, per convenienza, l’ortografia corrente del Ducato di Piazza Pontida).

Lo ripresento senza traduzione, perché comunque i locutori lombardi (cioè “gallo-italici”) non avranno alcun problema ad intenderlo. Il contenuto è un po’ duro e scabro e risente dei toni dell’epoca, ma il succo è sempre valido e più che mai attuale. La questione linguistica, in ottica lombardista, è fondamentale e la affronto con lo stesso piglio degli esordi: la Lombardia ha bisogno di una propria lingua nazionale, che in nessun modo può essere la lingua letteraria di Firenze (le cui radici affondano nel siciliano aulico medievale); il toscano, in Lombardia, è idioma straniero e la soluzione più razionale è promuovere il milanese classico volgare al rango di lombardo, accanto alla tutela degli idiomi locali.

L’italiano va gradualmente abbandonato de-italianizzando (ossia de-toscanizzando) la Lombardia. Assurdo e suicida che una terra romanza occidentale, prossima a quella galloromanza per antonomasia (la transalpina), accetti una lingua romanza orientale imposta da una esigua minoranza: il lombardo (col retoromanzo) è parente stretto di occitano, arpitano, francese (e catalano), mica dell’italoromanzo peninsulare. Avremo modo di riparlarne approfonditamente. Particolare è il caso veneto, ma se consideriamo che la “lingua veneta” non è altro che veneziano esteso ad una terraferma storicamente lombarda, caratterizzata da sostrato celtico e superstrato germanico (longobardo), non avrebbe senso escludere il cosiddetto Triveneto dal novero grande-lombardo, anche linguisticamente.

È noto che, nel Medioevo, Verona, Trento, Padova, Vicenza, Treviso (per non parlare della Transpadana ferrarese) fossero parte del continuum “gallo-italico” (soprattutto le prime due), spezzato dal dominio della Serenissima, e che esistesse addirittura una koinè lombardo-veneta. Dante, nel De vulgari eloquentia, accosta la loquela di Brescia a quelle del Veneto continentale facendo intendere che avessero diversi tratti in comune. Anche il pavano di Ruzzante, il padovano rustico, si distingueva, in senso conservativo, dall’attuale loquela veneta. Del resto, Celti e Longobardi si stanziarono anche nella (Grande) Lombardia orientale – senza dimenticare il dominio visconteo esteso alle terre euganee – e lo stesso retoromanzo presenta un aspetto che, un tempo, doveva accomunare tutte le parlate padano-alpine.

Comunque sia, si pone anche una questione ortografica, risolta in parte dalla codificazione secentesca del milanese classico volgare; il compromesso tra grafia francese e toscana è sicuramente migliore delle astruserie contemporanee (stile Beretta o, appunto, Ducato di Piazza Pontida, ente folcloristico bergamasco) ma bisognerebbe studiare un sistema schiettamente lombardo, in linea col romanzo occidentale. Per quanto mi riguarda, rigetto ogni forma di esperanto, di koinè creata a tavolino oggigiorno e di imbastardimento toscaneggiante atto a rendere comprensibile agli italofoni non lombardi le nostre loquele, riducendole alla stregua di innocuo folclore da sagra della polenta.

Allo stesso modo rifiuto i goffi tentativi di plasmare pseudo-dialetti sovraprovinciali: per capirsi, bergamasco e bresciano sono idiomi transabduani molto affini ma con diversi elementi loro peculiari; se qualcuno crede che io possa mettermi ad usare un improbabile “lombardo orientale”, modellato sul bresciano, si è scolato il cervello, anche perché il prestigio storico, culturale e letterario della lingua di Bergamo, con tutto il rispetto per quella di Brescia, non ha paragoni nel resto della cosiddetta Orobia allargata (regione storicamente inesistente, oltretutto).

L’articolo che espongo qui sotto è reso con l’ortografia bergamasca moderna, che è poi l’unica in circolazione, utile per dare una sistemazione al bergamasco scritto. Ma, si capisce, andrebbe completamente rivista e basata, piuttosto, sull’ortografia classica meneghina. L’alluvione di accenti gravi e acuti (peraltro errati laddove si tratti di i e di u, accentate alla toscana), la sciocca umlaut per rendere il suono turbato di o e u, le elisioni inesistenti e altre baggianate pensate appositamente per costringere il bergamasco nel letto di Procuste dell’italiano contribuiscono a ghettizzare la nostra lingua locale, rendendola illeggibile, “ostrogota” e parodistica. Un idioma lombardo va inquadrato in lombardo, non in toscano. Più avanti avrò modo di esporre le mie proposte di orobico emendato, per adesso portate pazienza.

Ergü a l’ pödrèss domandàs che manéra mé, che dighe de defènd identidà, tradissiù, e quinde lèngua, a scrìe mia zó in lombàrd, in bergamàsch, ma ‘n taià, in fiurentì netàt. A l’è öna quistiù resunada e sàa.  

Prim de töt, gh’è de dì che te’ sö ü blògh in lèngua a l’è mia ü laùr de negót, de töcc i dé; a l’è öna bèla fadiga e mè èss bu, feràcc, e saì bé chèl che se scrìv zó.

Ol rés-cc l’è chèl de scrìv zó di stüpidade, de mes-cià sö i dialècc e, ‘n buna sostansa, de fà dét öna acada. Mè cognòssela bé la lèngua, prima de fà ü laùr dol zèner.

Mé dróe mia, de sòlet, ol bergamàsch de la sità, chèl clàssech, a dróe chèl de l’Ìsola, a sira de Bèrghem, fò d’ sura con dét öna quach scalvinada perchè mé pàder a l’éra de la Al.

Adèss, e sèmper quand che scrìe zó, sirche de droà ol bergamàsch clàssech, ma só bé che ergót de “cuntadì” a l’ me sgula fò de sigür.

A l’è ixé zùegn, a l’è tròp malfà tègn sö ü blògh in lèngua dol lögh perchè só mia de Bèrghem sità, parle ol dialèt bergamàsch dol Brèmb, disém, con di ótre inflüènse oròbeghe, e pò dòpo gh’è ach de dì che ol bergamàsch, compàgn de töcc i óter dialècc dol lombàrd, a l’ gh’arèss de bisògn de èss netàt, de fal deentà bèl ladì e desliberàl de töcc is-ce sacranòn’ de assèncc e di sporselade toscane e forèste.

Ma ol laùr piö malfà a l’è la zét che la me lès: quace i è chèi che i ghe rierèss a stam dré, a capì chèl che cönte sö e che scrìe zó, e a discüt? Zamò a i è póche i Bergamàsch, figürémsem i óter Lombàrcc. E i forestér?

Ché a s’ parla mia di mé bale de töcc i dé, baie sö laùr piö malfà e nessessare che la mé éta nüda e crüna.

E alura sirchém de fas capì de töcc, pò aca de chèi che i è mia Lombàrcc, per pèrdei mia per istrada. Se de nò i cambierèss inderéss.

Ma a gh’è ön óter laùr: ol lombàrd prénsep a l’è ol milanés, mia ol bergamàsch, e chèl dialèt lé a l’ gh’arèss de deentà ol Lombàrd, la lèngua lombarda öfessàl de töta la Lombardéa Granda e dol sò stat.

Se a cognossès bé ol meneghì a pödrèss pensaga, de te’ ‘n pé ü blògh in lombàrd, ma l’è mia ixé e l’è mèi che a scrìv zó ‘n milanés, per adèss, a i ghe pènse chì de Milà (sèmper ch’ i sìes amò ìv, a s’ capéss). Se mia pròpe pròpe de Milà almànch de chèle bande lé (‘Nsübria).

Scrìe zó chèl artìcol ché ‘n bergamàsch per faga capì a töcc che a l’ mastèghe bé (a la mé cà a s’ dróa adóma oròbech), e perchè scrìv zó negót negót in lèngua, söl mé “diare” ché, a l’ sarèss pròpe mia ol màssem; ma ad ògne mód sigheteró a scrìv zó ‘n toscà (taià) con buna pas de la mé lèngua màder (che però, a l’ siès ciar, baie sö, defènde, protèse e só orgoiùs de iga ‘n dol sangh, fröt dol caràter e de la rassa de la mé zét).

E alura droém chèst pòta de taià (fiurentì leterare), la lèngua dol “nemìs”, che però a m’ cognòss töcc quancc, e che la aìda ‘n de cümünicassiù e ‘n de la batàia identidaria. Fém mia i ganasse quand che gh’è de mès i resù de la nassiù lombarda, s-cècc.

A l’è mia ötel seràs sö e teà i pucc col rèst dol mónd; adèss a m’ gh’à amò de iga a che fà co’ la Tàia, sichè mè per fórsa droà la sò lèngua per fà frötà i nòste sömésse cültürài e polìteghe. A l’ dighe mia adóma per mé, ma aca per ol MNL, i Lombardés-cc e chèi ch’i völ tecàs con nóter, per combàt cóntra ol töt insèma.

E ardì che mè partì pròpe de chì laurzì ché compàgn di blògh, di fòrüm, di récc sossài a la “Léber di müs” e compagnéa bèla, prima de rià a parlà de moimécc e partìcc. Chèst sö la rét a l’è ü bèl cap de adestramét.

Fat istà che i mé blògh a i è sèmper stàcc scriìcc zó in taià, se de nò nigü o gran póche persune i me sarèss stace dré, zét adóma de Bèrghem e d’öna sèrta età; che pò dòpo a l’è piö probàbel che chèi ch’ i parla e capéss ol bergamàsch, ma bé bé, sö la rét a i ghe sìes gnach, e magare i gh’à gnach ol compütadùr (o ‘l telefunì). A só dré a parlà di ècc, a se capéss.

I zùegn ol dialèt i la parla mia, o fòrse fòrse, i böta dét öna quach parulina, o parolassa; a l’ manca ol bassì de letùr ch’ i parla lombàrd sö l’uèb, per adèss, e alura negóta sbrofade.

L’istèss resunamét me l’ fà pör cume Moimét Nassiunalést Lombàrd; per ol momènt se dróa ol toscà, ‘n de propaganda e ‘n de dutrina, ma a m’ sircherà pò ach de lauraga dré al milanés per fal deentà, cume ó dìcc piö sura, la lèngua di Lombàrcc, ol lombàrd.

‘N che manéra? Vocabolare, gramàteghe, fonétega, ortograféa, töte ròbe de sgürà vià per bé perchè ol meneghì clàssech, chèl dol Mas e dol Pórta, ach se l’è orisinàl, a l’ sà ön pó tròp de Fransa e de Toscana (e ol bergamàsch clàssech a l’ sà ü petì de Enéssia). Parlém mia de chèl növ nöènt che a l’ sènt pò de terunade!

A l’ vegnerèss fò pròpe ü gran bèl laurà ma a l’ ne alirèss la péna. Per di órghegn de stampa dol töt in lèngua, però, adèss l’è tròp prèst, i tép a i è amò zèrb.

A l’è mia öna contradissiù nè! Me recomande! A s’ gh’à de parlà de Bèrghem, de Oròbia, de Lombardéa, de Tàia (pörtròp), de Öròpa e dol mónd (amò pörtròp) per fórsa ‘n fiurentì, se de nò a l’ và töt a fas ciaà de chèl frà! A l’è cume pretènd de baössà de ‘ndependènsa quand che i Lombàrcc i pènsa de èss taià, padà, svìsser, ‘strìech o magare sitadì dol mónd.

Nóter Lombardés-cc a m’ völ fà i laùr per bé; chì óter, che pötòst de droà ol servèl i droa la bògia, i passerà per di Se Gheàra de quàter ghèi o di leghés-cc patacù ch’ i gh’à a cör adóma la famusa cadréga.

Ol discórs a l’ val ach per ol lombàrd: prima de la lèngua gh’è la rassa e la tèra, pus la cültüra, ma se ü a l’ fà l’ contrare a l’ se trà la sapa sö i pestane perchè cültüra sènsa sangh, sènsa rassa, sènsa identidà l’è compàgn dol fé e de la aca sènsa ‘l malghés.

Ol mé sògn a l’è chèl de droà ‘n töta la Lombardéa ol milanés cume lèngua öfessal, e de fà alì i nòs-cc dialècc ‘n di nòs-cc cantù sènsa ‘mpestài sö e mes-ciài per faga dét chissà che sbrògia, e ‘nsèma a chès-ce laùr ché fa sparì de ‘ntùren ol toscà e töte i parlade forestére (e chèi ch’ i la baia sö).

Mè daga ü bèl pessadù a ‘l taià e ri-mandàghel zó ai “bìscher” e ai “terù” (aé ‘nsóma, ai Taià), chè l’è la sò de lèngua, ol dialèt dol latì piö pür (pus dol sardegnöl, perchè fàcc sö adóma de itàlech).

Nóter a m’ sè mia taià nassìcc ‘n de la Tàia, bagnàcc dol Mar vòst; a m’ sè Lombàrcc nassìcc in de la Lombardéa Granda, tra i Alp e ‘l Penì, Öròpa de mès (piö o manch), tèra di Gai e di Longobàrcc. Per vèss piö pressìs a m’ sè l’anèl che ‘l zónta ol Mès al Mesdé.

Ol toscà l’è bu per imbrombà sö ‘l có de sbambossade, cöntà sö bale e scóndega ol vira a la zét lombarda; ixé i la dróa chì de Róma e i sò slapa-pé.

Nóter nò, a m’ dróa ol toscà perchè uramài i la cognòss e parla ol gròss di Lombàrcc, e pròpe per chèsta resù ché me l’ dróa per dì sö la erità ‘n mès ai nòs-cc fradèi, amìs, nemìs, invasùr: nu a m’ gh’à mia pura de trà fò la stòria netada de töt ol rüt che i Taià i gh’à bötat sura per sotrà la erità, e guarida de töt ol tòssech spandìt dol triculùr in dol nòst sàcher söl.

Ol vira a l’ ghe fà mal ai zacuì, ai massù, ai précc dol dé de ‘ncö , ai fassés-cc növ e a chì cóntra, ai mafiùs, a töcc chèi che, ‘nsóma, i ghe maia sura i menade triculurade.

Ma chi l’è de la banda dol bé, dol giöst, de la natüra a l’ gh’à de iga pura de negót e de nigü perchè la sacra e santa erità dol sangh, de la tèra e dol ispéret a l’è ‘nsèma a lü e al sò pòpül.

Chèsta l’è la missiù, de portà ‘nàcc, per bèfa, a partì de la lèngua di ocüpàncc.

Scrivere con questo sistema ortografico moderno, ad uso e consumo dell’italocentrismo, è assai faticoso e anche la lettura diventa farraginosa ed estenuante. Le grammatiche bergamasche del Mora e dello Zanetti (così come il vocabolario del Tiraboschi) adottano tale folcloristico metodo, e per quanto siano lavori pregevoli – nell’ottica di dare una sistemazione univoca alla lingua di Bergamo – restano incoerenti (con la filogenesi del lombardo) e prostrati di fronte all’inesistente superiorità dell’italiano, per giunta inquadrato come lingua nazionale di una terra, la Lombardia, che non è in alcun modo italiana.

Note religiose

Ho già affrontato il tema religioso nel precedente articolo sul mio pensiero filosofico (qui), ma ora riprendo la questione nel dettaglio. Il sottoscritto è, infatti, nato e cresciuto in una realtà famigliare e sociale paesana in cui la componente cattolica è (o era) fondamentale, e che di certo ha segnato profondamente la mia formazione.

Da secoli la Bergamasca è considerata un po’ come “l’anticamera del Vaticano”, non solo per la mitologia del “papa buono” di Sotto il Monte (che dista pochi chilometri da Brembate di Sopra, dove risiedo) ma anche perché assai radicato è il tradizionalismo cattolico espresso dalla terra orobica, una terra alquanto rustica e contadina (un tempo, perlomeno).

Il fatto ilare è che, prima del Concilio di Trento, le cose non dovevano essere esattamente così: vuoi per la tradizione medievale ghibellina (a differenza di Milano e Brescia), vuoi per le eresie che attraversavano il nostro territorio precedentemente alla Controriforma, vuoi anche per la tolleranza della Serenissima proprio nel Bergamasco fu possibile una consistente immigrazione di protestanti (e capitali) svizzeri, il che la dice lunga. Negli ultimi secoli, tuttavia, la Chiesa orobica è diventata assai potente ed influente, rendendo Bergamo una delle città più “bianche” e “reazionarie” della Cisalpina.

Anche in tempi recenti, nonostante la sciagurata svolta ecumenista del Concilio Vaticano II, l’Orobia rimane nota per lo zelo cattolico dei suoi figli più conservatori, particolarmente quelli che, quanto me, sono nati in famiglie vetuste della prima metà del ‘900, le cui origini affondano nell’humus povero e semplice del contado bergamasco tra le due guerre mondiali. Naturalmente anche a Bergamo e suo territorio, oggi, la presa del cattolicesimo è alquanto ridimensionata, nonostante l’alone di perbenismo da sacrestia rimanga; l’imponente seminario vescovile che domina la Città Alta è semivuoto.

I miei genitori – classe ’35 il padre e ’45 la madre – sono stati allevati a suon di imperativi morali cattolici, famigliari e lavorativi: cà-césa-laurà, laurà-césa-cà, in cui “ol Signùr” rimane sempre al centro delle preoccupazioni e degli interessi. Per carità, ottimo antidoto ai veleni della modernità (e dell’antifascismo), se non fosse che i preti ci marciavano (assieme alla bògia, l’epa, dei marchesi). Ho ancora impressi gli aneddoti paterni e materni sulla meschinità del clero dell’epoca – e sul parassitismo dei “nobili” – e per quanto non mi reputi certo un (neo)giacobino prendo le distanze dallo spirito vandeano: il binomio trono-altare non mi fa impazzire, anzi…

Dicevo, ho sempre riconosciuto il ruolo per certi versi positivo della triade vernacolare succitata; il culto della casa sprona all’endogamia famigliare proficua e al radicamento nel territorio, il che comporta attaccamento ai propri natali; il culto della religione cattolica allontana i grilli dalla testa della gioventù e contribuisce ad acquisire uno stile di vita sobrio e austero; il culto del lavoro allontana gli spettri dell’assistenzialismo e del lassismo che imperversano nel vero sud europeo (cioè nell’Italia etnica, per capirsi) suscitando le mafie, il familismo amorale e il profitto parassitario e truffaldino.

Però, si capisce, vi sono anche delle controindicazioni: il culto della casa può rendere ottusi, misoneisti, campanilisti, misantropi (individualisti in senso negativo, insomma); il culto della Chiesa – di questa Chiesa – rende schiavi del nefasto mito “giudaico-cristiano” e del malato universalismo postconciliare; il culto del lavoro – e del fatturato – intossica il Lombardo facendogli credere che si viva per lavorare (e non che si lavori per vivere), cosicché i furbastri se ne approfittano e noialtri facciamo la figura degli asini da soma ignoranti, bifolchi e succubi del sistema che ci frega ormai da decenni, dopotutto per il nostro disinteresse politico o per il gretto conformismo unionista.

Insomma, è una questione di equilibrio e razionalità e di ridimensionamento del concetto di ‘culto’, che si addice invece, pienamente, alla patria. La nazione (la Lombardia) non può essere messa in discussione ed è ciò che deve rappresentare, per tutti i Lombardi, la priorità, il bene inestimabile da difendere con le unghie e con i denti, il valore fondamentale che unisce, invece di dividere. Mi si consenta l’inciso sotto, a questo proposito.

La mia idea di Grande Lombardia non avrà nulla da spartire con quella di un ipotetico antifascista “lombardista”, però è suggestivo pensare che, finalmente, pure chi ha idee politiche agli antipodi delle mie possa guardare non più alla finta patria dalle Alpi alla Sicilia ma a quella vera dal Monviso al Nevoso e dal Gottardo al Cimone. Il concetto storico di Lombardia e il sentimento nazionale lombardo non sono l’elucubrazione di un pensatore o di un partito/movimento (che ne hanno l’esclusiva), sono la verità che tutti i Lombardi dovrebbero riconoscere ed abbracciare, a prescindere dalle ideologie. Detto questo, il Lombardesimo (inteso come etnonazionalismo lombardo) è una cosa ben precisa e per nulla inclusiva, ma la patria lombarda non è una fantasia o una proprietà intellettuale del sottoscritto. Ci possono essere diversi modi di essere lombardisti anche se, forse un po’ narcisisticamente, in questi anni ho rivendicato l’appellativo per me e per i miei sodali.

Torniamo a noi. Il credo famigliare delineato più sopra è profondamente intriso di alpinismo (antropologicamente parlando), risente cioè della mentalità tipicamente alpina, con le sue virtù ma anche i suoi bravi vizi: bigottismo, grettezza, feticismo del lavoro e del denaro, parsimonia esondante nella taccagneria, cocciutaggine scontrosa che però, spesso, svanisce di fronte al pungolo delle gerarchie – che se ne approfittano delle paure del popolino nostrano – dando luogo alla più bieca omologazione.

La Chiesa contemporanea sfrutta a meraviglia queste innate debolezze lombarde: se un tempo il clero si dilettava nel tenere immersi i poveracci nell’ignoranza più crassa e nell’oscurantismo, funzionali al suo arricchimento parassitario, oggi flagella i loro figli col terzomondismo e con quella melassa ecumenista e sincretica tesa ad accattivarsi le simpatie del mondialismo e del sistema (un sistema, paradossalmente, ateo, progressista e del tutto secolarizzato dalle ingordigie plutocratiche di una certa matrice).

A conti fatti la moderna religione cattolica non preserva affatto dall’auto-genocidio degli Europei, anzi, lo fomenta! Risulta peggiore dell’ortodossia in questo e in pari con gli eretici nordici: il luteranesimo ha spalancato le porte al delirio suicida dell’Europa settentrionale, imitato con zelo proprio dalla Chiesa postconciliare varata da Roncalli e Montini (è curioso come la distruzione del cattolicesimo sia avvenuta per opera di un tandem bergamasco-bresciano).

‘Cattolico’ significa ‘universale’, essendo la Chiesa di Roma erede dell’ideale imperiale romano, ma la coloritura che il Concilio Vaticano II ha dato al concetto di universalismo non è altro che un pervertimento di stampo progressista. ‘Universale’ non significa meticcio, cosmopolita, pluralista, relativista, arlecchinesco (in tutti i sensi), giudaizzato, tutti aggettivi che si confanno al cristianesimo cattolico uscito dal triennio da incubo 1962-1965.

Il sottoscritto, come ho già avuto modo di dire, è rimasto cattolico credente fino al 17 marzo 2009 anche se praticante smisi di esserlo nell’ottobre 2008. Questo distacco scaturì da un generale prolasso religioso principiato nella primavera del 2006 proprio quando mi avvicinai alla dottrina etnonazionalista.

Fino ad allora ero stato, a partire dai 14 anni, un cattolico duro e puro, gran bigotto, assiduo frequentatore di chiese e oratori, spietato nemico di blasfemia, ateismo, agnosticismo, modernismo, sincretismo, deviazionismi, eresie, sette e ostile agli altri credi, tra cui quelli neopagani (che non confonderei col paganesimo originale). Naturalmente, ma quello ancora oggi, ostile anche al degrado morale e spirituale delle giovani generazioni che mi circondavano. Più che intimamente cristiano ero esteriormente cattolico, insomma.

Prima dei 14, il mio cammino religioso non fa testo essendo frutto dell’educazione famigliare impartita dall’alto a tutti quelli della mia generazione, ma sicuramente acuita, nel mio caso, dall’anziana natura dell’ambiente domestico e sociale da cui provengo. La mia famiglia diede alla Chiesa due sacerdoti: un prozio e uno zio paterni.

Nel 2006, dunque, la svolta che mi portò nel giro di tre anni a piantare in asso la fede cattolica e tutti gli annessi e connessi. Abbandonai il cattolicesimo, il cristianesimo, e la religione medesima, perché stanco del mondo clericale “impreziosito” dal terzomondismo egualitarista; stanco di un credo che bollavo come semitico, e dunque all’Europa estraneo; stanco della superstizione, del bigottismo, dell’oscurantismo che promanano dalla religione in generale e dal cattolicesimo in particolare (questo ciò che credevo allora).

Con il 17 marzo 2009, giorno simbolico di San Patrizio (ovverosia il compromesso tra cristianesimo e paganesimo autoctono), divenni gradualmente anticristiano, irreligioso, empio tanto che feci del razionalismo identitario un nuovo credo, al fine di preservare l’identità e la tradizione genuine (per i parametri dell’epoca), senza più inquinamenti “giudeo-cristiani” e islamici.

Ho già ricordato come mi sia lasciato alle spalle questo periodo di furore ideologico giovanile (durato una decina d’anni), sorta di ribellione culturale ad un passato asfittico fatto di educazione cattolica maldigerita e mai vissuta come qualcosa di veramente genuino e cristiano. Tra l’altro non abbandonai la Chiesa per divenire neopagano, ma per sviluppare un punto di vista amorale (con riferimento alla filosofia di vita cristiana) mirato alla critica di ogni fenomeno religioso, sebbene – per coerenza etnicista – benevola nei riguardi dei credi tradizionali precristiani.

Oggi, pur non essendo religioso, riconosco tranquillamente la mia formazione cattolica, difendo il tradizionalismo tanto gentile quanto cristiano e prendo le distanze da quanto andavo dicendo sino all’estate 2019; maturando definitivamente (sono alla soglia degli -anta) posso conciliare l’anima pagana dell’Europa con quella cattolica, anche perché la solarità ariana della prima è confluita nella seconda. Il cattolicesimo cui mi riferisco, ovviamente, è quello preconciliare, e la gentilità che ho in mente è quella vera, precristiana. Il nuovo corso della Chiesa è uno snaturamento del cattolicesimo, e il neopaganesimo nient’altro che una pagliacciata modernista.

Non sono molto interessato alla spiritualità, non è il mio campo, tuttavia riconosco l’importanza culturale della religione nella vita identitaria di una comunità; a patto che non si metta di traverso in campo politico. Il cristianesimo cattolico alla Wojtyla mi ha attossicato, ma sarebbe sbagliato fare di tutte l’erbe un fascio sparando a zero su ogni culto (legato alla Lombardia e all’Europa, ovviamente). Nutro stima e simpatia per la religione tradizionale eurocentrica, perché marcia stando al passo col nazionalismo etnico, senza anteporvi stupidaggini irrazionali e buoniste che sono frutto dell’opportunismo di chi vuole sopravvivere inciuciando con la modernità. Difendo i valori spirituali, religiosi, culturali ereditati dall’epoca ariana, che sono certamente in linea coi valori razziali, ancorché filtrati dall’ottica greco-romana (quindi cattolica).

La paccottiglia postconciliare esalta la fantomatica componente giudaica del cristianesimo, rinnegando la classicità e l’eredità indoeuropea che sono alla base del credo cattolico. Il cristianesimo non è un’eresia dell’ebraismo, i fratelli maggiori dei cristiani non esistono, le radici giudeo-cristiane dell’Europa sono un mito a cui giusto il papa polacco (non per niente) e i suoi accoliti possono credere seriamente. E gli Ebrei restano gli uccisori del Cristo, i deicidi, con buona pace del mio pingue conterraneo riformista.

Gli innumerevoli elementi gentili mutuati dal cattolicesimo smentiscono ogni macabra fantasia di ammucchiate ebraiche. La liturgia, il calendario, la gerarchia ecclesiastica, il culto dei santi, le festività precipue e minori, il marianesimo (oggi decisamente eccessivo e invadente, sempre per cagione del Polacco), gli antichissimi riti, le preghiere, la figura del pontefice (!), l’adozione del latino sono tutti elementi gentili ricoperti di vesti cristiane. Che cos’è il cattolicesimo se non l’insegnamento di Gesù di Nazareth innestato sulla precedente religio romana? Per non parlare della scolastica, del tomismo, dell’apologetica che sono debitori del pensiero filosofico greco, sviluppatosi in contesti pagani. Possiamo concepire il cristianesimo senza mondo classico greco-romano?

E che dire della centrale figura del Cristo? Gesù era, certo, di formazione mosaica ma la sua figura storica scolora in quella sacrale della solarità indogermanica, tanto da venire accostato a diverse deità orientali venerate da popoli ariani. Il suo Natale è quello del Sole Invitto, la sua Pasqua di Risurrezione è la rinascita primaverile della natura osservata con sensibilità cosmologica dalla religiosità dei nostri arii padri. Il Dio (trinitario) di Gesù Cristo non è il dio dei moderni Giudei e dei musulmani: i primi praticano un credo medievale raccogliticcio avulso dal mosaismo “positivo” del Nazareno, i secondi praticano un’eresia del cristianesimo.

Il concetto di “religioni abramitiche” è una delle tante baggianate pressapochistiche che piacciono alla galassia modernista – nata su internet – dei vari neopagani, new age, wicca, amanti di magia ed “energia” e chi più ne ha più ne metta, le cui fissazioni e conclusioni nichilistiche non sono poi molto diverse da quelle dei liberal. Come si può mettere la cristianità cattolica, dunque la romanitas, sullo stesso piano di chi crede nel Talmud e nella cabala o nel Corano? Di chi si circoncide, per costumanze desertiche, e ha una forte connotazione etnica semitica? Di chi è intriso di Medio Oriente e in Europa è un corpo estraneo?

Gli Ebrei non sono “fratelli maggiori”, perché il cristianesimo non è un prodotto dell’ebraismo (che, ripetiamo, per come lo conosciamo oggi è un culto medievale) e accostare chi mise a morte Gesù con chi ne ha abbracciato il credo è blasfemo (e poi, gli Ebrei, prima di essere dei praticanti di una religione sono un insieme di popoli accomunati dalla matrice semitica; un cattolico europeo sarà fratello di costoro?). E i maomettani non sono “fratelli minori”, perché il loro culto desertico, totalmente estraneo all’Europa, sebbene eresia del cristianesimo non è fondato sul Dio di Gesù Cristo (per non parlare, anche qui, del bagaglio culturale levantino e della natura etnica e razziale della stragrande maggioranza dei credenti musulmani).

Mi fa molto divertire l’islamofilia anticristiana di alcuni ambienti neonazisti e neofascisti (nostalgici delle gesta filo-arabe degli originali, che avevano un senso ben preciso): da una parte fissati fino alla malattia con tutto ciò che è nordico, biondazzurro, gelido dall’altra con una fascinazione femminea per le scimitarre e la mitica “virilità guerriera” dei seguaci di Maometto, più semitici e desertici degli stessi Ebrei. Come se poi cristianesimo ed ebraismo fossero, appunto, la stessa cosa e come se l’Europa cattolica fosse stata imbelle, castrata, matriarcale ed effeminata… Ricordo anche, a questi soggetti, che la simbologia solare ariana (nonché l’iconografia della croce) è stata assorbita dalla cristologia; ai Giudei le stelle a sei punte, ai musulmani le stelle e le mezzelune.

Qualcuno dice che Gesù di Nazareth era ebreo: gli avete scattato delle foto che attestino la sua supposta fisionomia armenoide od orientalide? Oppure lo avete sottoposto ad un test genetico? Magari, già che ci siete, sposate anche tutto il resto del repertorio antirazzista della sinistra petalosa che va dal “Gesù profugo” al “Gesù alternativo” (con le varie diffamazioni empie dei bestemmiatori variopinti). Gesù, per chi crede, era anche Dio, e Dio non può avere caratterizzazione etnica o razziale. Se, comunque, qualche tizio anticristiano del XXI secolo ha i suoi raw data di 23andMe me li dia che li carico su Gedmatch. Sempre che alla storicità di Gesù Cristo questi personaggi ci credano perché mentre gli danno dell’eresiarca ebreo dicono che non è esistito…

Sarcasmo a parte, dico queste cose non solo pensando alla scomposta galassia neopagana (in cui, peraltro, possono anche esserci persone e associazioni rispettabili) ma pure a ciò che io stesso asserivo anni fa, in buonafede ma con indubbia superficialità e fanatismo. L’intento era quello di essere il più coerente possibile con l’etnonazionalismo völkisch e il nativismo, ma non resi un buon servizio alla causa schiettamente identitaria: non si può concepire un’Europa senza cristianesimo, e scristianizzarla equivarrebbe ad assecondare le empie brame del sistema-mondo (e di chi lo manovra), non certo quelle di 4 gatti “gentili”. Altresì, è una sciocchezza reputare il cristianesimo un corpo estraneo, non solo perché radicato nel nostro continente da quasi duemila anni ma anche perché, a ben vedere, non è un corpo estraneo, come già ricordato. Ovviamente, concepisco il cristianesimo esclusivamente in chiave cattolica tradizionalista: gli ortodossi sono scismatici, i protestanti eretici, i postconciliari giudaizzati.

Il mio punto di vista è quello di un laico che, nonostante le tentazioni razionaliste e anticlericali estreme del passato, riconosce l’importanza storica e culturale della religione, a patto che di religione cattolica genuina si tratti. Le altre, per quanto mi riguarda, non hanno alcuna legittimità in Lombardia. Posso tollerare una rinascenza pagana, perché affonda le radici nel passato precristiano celtico, romano, germanico, ma sono assai scettico sulla fattibilità e la serietà dell’impresa. Anche perché dovrebbe comunque essere un qualcosa che si inserisca nell’alveo del patriottismo lombardo, ed è facile per chi si professa pagano e anticristiano tracimare nella solita isteria antifa che accusa la società tradizionale forgiata dai nostri padri (che erano soprattutto cattolici, prima che gentili) delle peggiori nefandezze.

Sapete com’è: si comincia con le accuse al “monoteismo desertico” e si finisce per sposare i deliri dell’immondezzaio woke d’oltreoceano tra femminismo, antifascismo, antirazzismo, omofilia e piagnistei scomposti che puntano il ditino contro la proterva figura patriarcale del “privilegiato maschio bianco cis- eterosessuale cristiano normodotato”, il tutto condito dal delirium tremens di asterischi, pronomi e schwa. In questo, mi spiace dirlo, ma il paganesimo presta assai più il fianco del cattolicesimo (pure contemporaneo) alla barbarie postmoderna, con le sue ambiguità bisessuali, matriarcali, libertine, relativiste.

Sono, dunque, laico ma non ateo, laicista, pluralista, inclusivista e con soggetti stile UAAR non voglio avere nulla a che fare. Sogno uno stato lombardo non certo teocratico o confessionale ma che riconosca le radici gentili e cristiane della Lombardia e riconosca dignità e legittimità, in patria, soltanto alle forme indigene di religiosità: cattolicesimo (romano e ambrosiano) e rinascita pagana. Il Vaticano ce lo siamo giocato e, salvo improbabili restaurazioni, meno ficca il naso nei nostri affari interni meglio è. Non ci serve a nulla un papa che fa da carabiniere al sistema, anche se di tanto in tanto si ricorda, stancamente, della tradizione e della lotta al relativismo.

Allo stesso modo non vorrei che qualche “druido” improvvisato mettesse i bastoni tra le ruote al Lombardesimo in nome di chissà quale fola politeista, facendo le veci degli anemici preti castrati dal CVII. Ragazzi, va bene tutto, anche il ricostruzionismo (se proprio ci tenete) ma la politica non può andare al guinzaglio di una fede religiosa, che deve occuparsi di tutt’altro. Il credo assoluto della mia idea di entità statuale grande-lombarda è il sangue, il suolo, lo spirito, dove lo spirito attinge senz’altro dalla cultura ariana e romano-cristiana ma senza indugiare nel confessionalismo. Non serve una teocrazia per liquidare il marasma progressista e democratico e condannare ogni forma di rilassatezza dei costumi in materia di etica, bioetica e famiglia.

E dico questo non per lisciare il pelo alla società occidentale secolarizzata, che dal dogmatismo e dall’oscurantismo della Chiesa di secoli e secoli fa è passata al dispotismo “illuminato” dell’assolutismo areligioso. Oggi, nel mondo occidentale (concetto che aborro, io sono lombardo, europeo, bianco, non un affiliato alla succursale europeista degli Usa), si irride e discrimina chi crede in Dio mentre ci si prostra di fronte all’idolo dei diritti umani e civili, prostituendosi al peggior conformismo ateo e laicista. I sommi sacerdoti dello scientismo e del liberticidio vigilano grifagni, a suon di mancinate.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi se, in definitiva, sono credente oppure no, e in cosa. Non mi pongo troppo il problema; essendo argomento personale, complesso, intimo e nobile al momento non vi è una risposta netta, posso dire di considerarmi alla ricerca, senza pregiudizi atei, per quanto la mia sensibilità spirituale sia debitrice della formazione cattolica (anche perché non mi sono mai accostato ad altre religioni) e mi sia rappacificato con le origini. Ma nella Chiesa attuale non mi riconosco.

La religione è un fatto importante, ma non fondamentale ai fini della politica  e del governo di una nazione. Esiste un’eredità spirituale europea – laica – che abbraccia la cura militare e sportiva del corpo, lo studio, il lavoro (per vivere) e soprattutto la cura dottrinale, ideologica, culturale, politica della propria mente, della propria indole, della propria anima; oggi più che mai sarebbe necessario riviverla affinché gli Europei tornino guerrieri, padroni di sé stessi e della propria terra, ed indomiti avversari vittoriosi della superstizione mondialista (genocida ed auto-genocida) e del relativismo anti-identitario. L’attuale religiosità occidentale, fondamentalmente incarnata dal cattolicesimo (l’eresia luterana e calvinista non fa testo), sta perdendo il mordente spirituale e proprio per questo scende a patti col regime per riguadagnare terreno, con conseguenze disastrose. Ma la soluzione è la Tradizione, non la blasfemia.

Note politiche

La mia visione politica è solidamente ancorata al credo völkisch. Non può esistere una politica fatta di compromessi, trasformismi e ribaltoni in tale ottica proprio perché prima di darsi a quest’arte ci sarebbe l’impellente necessità di riabituare la popolazione ai sani dettami etnonazionalisti, ormai sepolti sotto metri di letame liberale e progressista.

Gli stessi soggetti (meta)politici che animavo in precedenza, a differenza della galassia pataccara leghistoide, prima di imbarcarsi in avventure elettorali e amministrative decisero, assai saggiamente, di informare, formare e catechizzare i Lombardi, per farli sentire tali, per acculturarli, per svolgere tra di essi una doverosa e costruttiva attività “missionaria” che mai nessun movimento/partito s’è preso la briga di condurre, preso com’è dall’ansia elettorale e dalla fame di voti, poltrone e stipendi dorati.

La visuale indipendentista, maturata nel 2006 e relegata in soffitta (per fallace Realpolitik) dal 2014 fino all’estate scorsa, è fondamentale e più che mai attuale, doverosa per sgombrare il campo da ogni equivoco circa l’inesistente italianità della Grande Lombardia. La mia visione politica è assai realista e concreta e prima dello strumento governativo avverte tutta la necessità di rieducare i Lombardi; ma l’obiettivo finale rimane la liquidazione della Repubblica Italiana e la totale auto-affermazione della nazione granlombarda, anche se ora può parere utopico.

Prima, comunque sia, si fa cultura, dottrina, propaganda ideologica e identitaria – lombardista nel nostro caso – e poi, se si hanno tutte le carte in regola, si può intraprendere la carriera politica. Farlo prematuramente sarebbe un suicidio per tutte le parti coinvolte. Però è chiaro: un soggetto politico ben avviato non deve più sottrarsi alla pugna e deve scendere in campo concretamente, dandosi da fare per la nazione lombarda, altrimenti la politica rimarrà sempre tra le grinfie dei plutocrati e degli utili idioti.

Ciò nonostante ho ben chiaro che tipo di politica io voglia per la Lombardia e l’Europa e non può che essere una politica etnonazionalista e comunitarista, del tutto aliena dalle classiche politiche bizantine, liberali o progressiste, attuali. Degne dunque della repubblica che rappresentano, dell’occupazione italiana delle Lombardie.

Una delle tipiche tare della politica mediterranea orientale, ma ormai globale, è quella del compromesso, del cavillo, dell’inciucio, del cosiddetto politicamente corretto basato sulla perversa logica del do ut des, che ha un tremendo fortore mafioso.

Oggi la politica occidentale funziona così: Americani ed Ebrei, dunque Israeliani, hanno sempre ragione, pertanto tutto il resto – a partire dall’Europa ridotta a Ue (ossia a cagna al guinzaglio dei ricchi padroni) – deve ruotare attorno ai loro capricci; non c’è alcuna possibilità di fare politica realmente basata sui bisogni del popolo amministrato, si deve sempre e solo sottostare ai dettami che provengono da oltreoceano, filtrati dagli enti supini come, appunto, l’Unione Europea e gli stati-apparato ottocenteschi, nati per strozzare le genti europee in favore del danaro, delle logge, delle mafie e degli interessi di pochissimi a scapito di moltissimi.

Sicché, chi decide di far politica deve ingoiare tutta una serie di rospi che portano inevitabilmente al crollo del proprio partito, se radicale, ma in compenso alla poltrona sicura per il politicante maneggione di turno, che ben si adatta ai vizi dei potenti. Camerieri in giacca e cravatta lautamente stipendiati.

Io sono del tutto nemico di una squallida politica simile; da lombardista, etnonazionalista, socialista nazionale non posso che avere in ispregio il compromesso e la modernità amministrativa che gira attorno al soldo e si dimentica del popolo; proprio per questo ritengo che prima di far politica si debba fare metapolitica, militanza con le mani libere (ma col cervello nel cranio, ovviamente) volta all’educazione degli elettori di domani, che oggi non sono altro che pecoroni, o figli di pecoroni, abituati a dire sempre di sì ai capricci dei poteri forti in cambio del classico panem et circenses.

Non auspico una dittatura, ci mancherebbe, ma vorrei che il dibattito politico non fosse inficiato dal dogmatismo liberale e socialdemocratico che pone mille paletti, mille tabù, mille bavagli a proposito di delicate e scottanti tematiche d’attualità, e che si configura – quello sì – come un regime dispotico. Si parla sempre, e sempre a sproposito, di libertà, e poi si finisce puntualmente con le censure, le leggi liberticide, le denunce con condanne, il tutto semplicemente perché si rivendica la libertà di pensiero e d’espressione che dovrebbe essere uno dei valori più cari di questa corrotta società “illuminista” e democratica.

Sappiamo però bene che l’Illuminismo non sia affatto sinonimo di libertà, semmai di semi-libertà all’interno di un regime carcerario che dura dal ‘700, salvo brevi luminose parentesi. E non parliamo delle rivoluzioni borghesi (o bolsceviche): scaturite da presupposti rispettabili – sbarazzarsi, cioè, dei parassiti – non sono state altro, nella loro degenerazione, che uno strumento anti-tradizionale nelle grinfie dei soliti noti. I padri “nobili” di antifascismo e antirazzismo vanno rintracciati in questi foschi periodi di egualitarismo sanguinario.

Non c’è spazio, oggi, per gli identitari seri in questa politica fatta mercimonio, una politica infida, mafiosa, massonica, vassalla del mondialismo e dei ricchi sfondati senza alcun merito e qualità. Ma è ora che gli identitari seri si diano da fare per poter, un domani, avere seriamente voce in capitolo.

Rivendico una visione politica schiettamente etnonazionalista, che nel caso lombardo traghetti l’attuale, inventata, Regione Lombardia dallo status quo italiano di artificiale entità amministrativa senza storia a motore insubrico di un’unificazione nazionale panlombarda che si batta per la libertà da Roma e dalla baracca euro-levantina del tricolore (così come da ogni altro ente sovranazionale che tiene l’Italia per le gonadi).

L’indipendenza è la tappa finale, cui si spera di approdare dopo aver posto le basi dell’irredentismo grande-lombardo: Insubria, Piemonte (e Val d’Aosta), Emilia, Orobia, Liguria, Romagna per la Lombardia occidentale “gallo-italica”, Veneto, Rezia cisalpina (Trentino e Alto Adige, cioè il vero Tirolo), Friuli e Venezia Giulia (storica, il Quarnaro è il confine naturale) per la Lombardia orientale reto-venetica. Questo per capirci; la distinzione canonica sizziana, come sapete, è quella tra Lombardia etnica e Grande Lombardia.

C’è una bella distinzione tra indipendentismo e famigerato “handipendentismo”: il primo è la sacrosanta battaglia di una nazione per l’affrancamento da una malata e corrotta entità statuale senza storia (Lombardia ∼ Repubblica Italiana), il secondo è una pagliacciata libertaria alla leghista, o alla progressista, fondata su tragicomiche rivendicazioni pseudo-nazionali dove l’oggetto del contendere è spesso una patetica micronazione. Gli stati-apparato vanno liquidati, ma non certo per fare spazio ad un’Europa ridotta a spezzatino in stile Liechtenstein, San Marino, Lussemburgo.

L’esempio negativo della Lega Nord è emblematico, anche perché funzionale all’inflazione e alla banalizzazione di tematiche altrimenti importantissime. A cosa sono serviti trent’anni di servaggio repubblicano (spesso governativo), nonostante una marea di proclami smargiassi prima autonomisti, poi federalisti, poi secessionisti, e ritorno? Dopo la farsa elettorale padanista, infatti, ecco di nuovo il federalismo, poi la devolution (termine molto padano, devo dire) e il federalismo solidale (?), tutto questo finalmente negato da una patetica svolta italianista dettata dal più becero opportunismo poltronaro. A che sono serviti, dicevamo? A nulla, se non a ridicolizzare l’istanza identitaria doverosamente indipendentista. Il leghismo, oltretutto, è sempre stato un fenomeno libertario, ora pitturato di rosso ora di nero a seconda della convenienza politica, del tutto avulso dall’etnonazionalismo (dunque dal razionale culto di sangue, suolo, spirito).

I furbastri verdoni (già, il verde, pacchiana trovata mercatistica) hanno però ottenuto – alle spalle dei cosiddetti “militonti” e dell’elettorato boccalone – poltrone, incarichi, ministeri, stipendi dorati, lauti vitalizi, ricche prebende, agevolazioni danarose d’ogni genere, scandalose immunità e la missione, per loro, è più che compiuta. Da qualche anno, per sopravvivere, colmano il vuoto lasciato dalla dipartita di Alleanza Nazionale nella destra italiana, anche se devono fare i conti col postfascismo meloniano, che è il vero erede di Almirante e Fini. Che triste epilogo, il “carroccio”…

Salvini ha definitivamente sgombrato il campo dagli equivoci padanisti della Lega, ma la situazione fu da subito evidente a tutti coloro che avevano un minimo di sale in zucca: la degenerazione italiana fu cagione dello stesso Bossi, uno che non disdegnava di circondarsi di “terroni” assorbendone il malcostume. Quelli con la cravatta verde – un po’ come oggi i pentastellati – dovevano conciare Roma per le feste rivoluzionandola, ma è stato l’esatto contrario: l’icastica immagine di un Umberto invalido, ingozzato di rigatoni dagli italici Alemanno e Polverini, è il ritratto perfetto della Lega Nord.

La scomparsa del leghismo vecchia scuola è un bene, perché non è mai stato nulla di genuinamente lombardista, anti-italiano, indipendentista. A livello locale, sicuramente, la Lega può anche aver avuto qualche merito, e alcuni personaggi vicini ad essa non sono stati degli imbecilli (penso a Gilberto Oneto). Oggi non esistono più partiti di peso che si occupino – anche se in maniera approssimativa e cialtronesca – dell’autodeterminazione grande-lombarda; ma, come dicevo sopra, prima occorre informare, rieducare, formare i popoli lombardi tramite l’acculturazione e la presa di coscienza della propria genuina identità, altrimenti è tutto inutile.

Esistono diversi soggetti politici padano-alpini che si occupano, senza la benché minima base ideologica e culturale, di fumosa indipendenza (per questioni meramente economiche, si capisce); sono gli orfani della Lega bossiana, fondamentalmente, che animano patacche e liste-civetta finalizzate ad ottenere qualche poltrona e nulla più. Oppure sono associazioni un po’ più serie, ma velleitarie, che ricalcano alcune realtà straniere per accreditarsi agli occhi dell’europeismo di Bruxelles, eleggendo a proprio campo d’azione regioni inventate dall’odiata Roma. L’indipendentismo privo di solido retroterra culturale (lombardista, nello specifico) è inutile e non farà altro che ricalcare gli errori “padani”, impelagandosi senza via d’uscita nelle solite faccende finanziarie.

Per carità, lasciamo perdere i replicanti leghisti e battiamoci, invece, per una vera e propria rivoluzione culturale etnonazionalista, che sia l’anticamera di una futura azione politica genuinamente indipendentista, non più fondata su finte nazioni, regioni artificiali, macroregioni di comodo ma sull’unica nazione dei popoli cisalpini, che è la Lombardia. E, naturalmente, giustificata non, o perlomeno non solo, da banali pretese pecuniarie (per quanto importanti) ma da ragioni etniche, culturali, linguistiche, geografiche, ambientali, antropologiche, storiche, civili, spirituali, folcloriche e così via.

Abbiamo tremendamente bisogno, anzitutto, di cultura militante, e poi, se tutto va per il verso giusto, di politica militante dura e pura che tenga in non cale la modernità e si batta con ogni mezzo per i diritti sacrosanti della Lombardia indipendente e di un’Europa confederale, imprigionate in gabbie amministrative e sovranazionali antistoriche che le opprimono in maniera inaccettabile.

Valori sacri come il sangue, il suolo, lo spirito (inteso come identità e tradizione) non possono essere negoziati, perché non si può negoziare sulla libertà e sulla vita degli Europei. È una questione di civiltà, una civiltà ormai da troppo tempo violentata dal regime antifascista che tiranneggia il continente, soprattutto ad occidente, riannodandosi all’infame mentalità contemporanea che è il frutto del 1789.

La politica deve finalmente essere radicale, rinnovata da una salutare palingenesi, perentoria, e deve attingere da forze fresche che sappiano conciliare a meraviglia la formazione spirituale con quella fisica, partendo dal presupposto che si debba avere le carte in regola anche da un punto di vista etno-razziale. Altrimenti tanto vale rimanersene a casa a poltrire in pantofole, piuttosto che fare danni su danni che naturalmente si ripercuotono sul popolo e non sui politicanti di turno.

Servono uomini, servono Lombardi, non polentoni, “italiani del nord” o “padani” (intesi in accezione legaiola). Vogliamo davvero farla finita con il perverso sistema-Italia (e il mendace concetto di nazione italiana) e il nefando sistema-mondo? Benissimo, dimostriamolo rivoluzionando la politica stessa sennò, davvero, la si smetta di bestemmiare il nome lombardo e si vada ad ingrassare le file dei partiti italiani di destra-centro-sinistra, tutti uniti nel leccare e riverire i padroni, essendo emanazione della rivoluzione borghese partita dalla Francia (altra finta nazione, sebbene non ai livelli demenziali dell’Italia).

Pertanto, prima si crei la base mediante cultura e attiva militanza metapolitica, mediante dottrina etnonazionalista, e poi e solo poi, se tutto va per il verso giusto, si scenda in politica come se si scendesse in battaglia, perché mentre si va al mercato delle vacche la gente ci rimette ogni giorno di più, schiacciata com’è da immigrati, regimi antifascisti e mondialisti, squali, rossi annacquati, preti degeneri, tasse, riforme suicide, reati d’opinione e via dicendo.

Prima Lombardi, poi politici, non il contrario, altrimenti è davvero la pietra tombale dell’autodeterminazione etnica. Allo stesso modo, prima l’etnonazionalismo, poi le politiche economiche, sennò sembra che ogni scelta partitica debba venire dettata dal soldo e dal materialismo consumistico: la Lombardia non è la Regione Lombardia, la si smetta di confondere colpevolmente le due cose, come se l’unica cosa che contasse per davvero fosse il fatturato.

La vita è guerra, signori; traccheggiare in giacca e cravatta è solo opportunismo auto-genocida e credo sia davvero il caso che la Lombardia riveda il suo pantheon ideale: dall’eroe imprenditoriale, all’eroe patriottico, in senso lombardista, ovviamente.

Note filosofiche

Non ho particolari autori di riferimento se non la natura: il sangue, il suolo, lo spirito, me stesso. Non credo ci sia bisogno di ispirarsi a qualcuno per maturare una propria visione del mondo e prendere posizione nei vari campi che ci stanno a cuore; spesso basta il buonsenso, ma è chiaro che questo deve essere corroborato da una buona cultura generale e, soprattutto, da una visuale personale sulla vita che passi anche per l’esperienza quotidiana del contatto sociale.

In questo senso gli autori e studiosi classici dell’area etnonazionalista, identitaria e tradizionalista sono assai preziosi, soprattutto se al centro dell’azione (meta)politica mettono il sangue. Più che per me, lo dico per le giovani generazioni, oggi facili prede di cattivi maestri che si fanno alfieri della temperie mondialista.

La mia attuale visione filosofica della vita e del mondo, la mia Weltanschauung, nasce da un percorso di maturazione che mi ha portato dall’impostazione cattolica postconciliare delle origini, spesso banalmente reazionaria e bigotta, all’amore per la verità che solo le dottrine völkisch sanno infondere compiutamente.

Prima, diciamo fino ai 22 anni, il mio mondo ruotava, un po’ prosaicamente, attorno ai valori della triade Dio-patria-famiglia, laddove Dio sta per il Dio di Gesù Cristo (in chiave cattolica annacquata), la patria sta per un’Italia neoguelfa (campanilista e regionalista, dunque) e la famiglia sta per la famiglia cattolica tradizionale timorata di Dio.

Per carità, va detto che crescendo con questi valori ho preparato il terreno alla mia visione del mondo rinnovata, e ho vissuto un’adolescenza e una prima gioventù integerrime di fronte alle tentazioni mondane della corruzione che nascono dal tipico nichilismo e relativismo dell’ambito giovanile occidentale.

La fede cattolica – ancorché postconciliare – tramandata dai vecchi mi ha sicuramente preservato dai veleni del mondo (non solo quelli blasfemi, s’intende) e a suo modo mi ha consentito poi di spiccare il volo verso lidi assai più seriamente tradizionalisti e anti-mondani, nonché coerenti con la mia genuina indole identitaria; pertanto non mi sento di rinnegare nulla della mia formazione etica e spirituale, ed è stato un bene crescere fino ad un certo punto cattolico “da manuale”; se non fossi stato educato cattolicamente e in maniera conservatrice, forse, oggi sarei in pasto al neomarxismo, al liberalismo, all’indolenza totale, al pecoronismo qualunquista, all’epicureismo.

La mia personale esperienza cattolica (forse più esteriore che intima) mi ha indubbiamente instradato verso i valori maturi che oggi difendo a spada tratta e che vorrei infondere e tramandare ai posteri. Sarò sempre grato a mio padre, mia madre, i miei vecchi per l’educazione ricevuta e non oso immaginare cosa sarei oggi se fossi cresciuto in una famiglia borghese al passo coi tempi, “illuminata”, lacerata da separazioni e divorzi e, soprattutto, da principi ispirati alla moderna temperie liberal e antifascista.

È sicuramente una questione più culturale che religiosa, perché genuinamente cristiano, in fondo, non lo sono mai stato; all’epoca mi son sempre dichiarato una sottospecie di crociato in perenne lotta con la dilagante corruzione modernista che fa scempio tra i giovani. Ed in questo, sicuramente, l’educazione famigliare è stata fondamentale perché la spartana mentalità alpina dei miei consente di mantenersi integri di fronte alla depravazione, e conservatori (nel giusto) di fronte all’eradicazione dell’identità e della tradizione. Tuttavia, va detto, i miei genitori non hanno mai approvato gli estremismi del sottoscritto, segno di una certa autonomia sizziana rispetto all’impostazione classica della famiglia.

Staccandosi dal cordone ombelicale del pensiero famigliare, è avvenuta la mia maturazione, frutto di meditazione, riflessione e presa di coscienza davanti alle sfide del futuro che mi e ci attendono. Oggi, come sapete, rigetto l’anticristianesimo, ma per una decina di anni decisi di assumere un punto di vista ostile alla religione cristiana, allora accusata di essere un corpo estraneo anti-europeo contrapposto al pensiero völkisch. Ma era un’esagerazione controproducente: a ben vedere non esiste contraddizione tra fede cattolica romana (o ambrosiana) tradizionalista – preconciliare – ed etnonazionalismo.

Nel 2009 ritenni necessario abbandonare la fede cristiana perché la giudicai inconciliabile con l’ideologia razzialista e nazional-sociale, preferendovi un tradizionalismo paganeggiante più in linea con le radici precristiane dell’Europa; volli essere coerente con il radicalismo völkisch adottando il solito repertorio neopagano che accusa, in maniera indistinta, il cristianesimo di essere una fede “abramitica” scaturita dall’ebraismo, di avere lo stesso Dio dei Giudei, di fondarsi su una figura (Gesù Cristo) di origine ebraica e di adottare una morale buonista, ecumenista, progressista, terzomondista, egualitarista, immigrazionista per nulla indoeuropea.

Per inciso: sono accuse, quasi del tutto, campate per aria, provenienti da ambienti troppo spesso pagliacceschi che riciclano in salsa tragicomica le argomentazioni nicciane o nazionalsocialiste, senza oltretutto distinguere tra le varie forme di cristianesimo e tra cattolicesimo tradizionale e modernista. La cosa, forse, più singolare è che mentre accusano il cristianesimo di essere irrazionale, superstizioso, fanatico e oscurantista (come pidocchi sessantottini qualsiasi) ricostruiscano – non si sa bene su che basi – un credo abbandonato dagli stessi gentili e interrotto da quasi 2000 anni; credo che, oltretutto, non era certo più razionale della fede cristiana, tra mitologia, politeismo, sacrifici umani, baccanali, orge ed eccessi di ogni tipo. Per non parlare della critica alla religione cristiana di essere molle, disfattista, masochista, femminea, smentita non solo dalle tendenze bisessuali, omosessuali, pederastiche e matriarcali del mondo classico ma pure dalla storia, antica e recente, dell’Europa cattolica (od ortodossa).

Ai tempi, il sottoscritto non ci andò troppo per il sottile, anche perché profondamente disgustato dagli scempi postconciliari di una Chiesa sradicata, scesa a patti con il sistema mondialista, che lo indussero a rompere con gli ambienti parrocchiali. Pur non aderendo a gruppi di ispirazione neopagana, o convertendosi alle pasticciate credenze da essi propugnate, simpatizzai per le pulsioni identitarie in chiave gentile, sviluppando una forma di irreligiosità verso il monoteismo “straniero”. Tuttavia, rigettai l’ateismo militante, dal puzzo marxista, e l’agnosticismo dei borghesi.

Col senno di poi, posso dire che distaccarsi dal cattolicesimo postconciliare (e dallo stantio bigottismo provinciale) fu più che comprensibile, in quanto scelta meditata a lungo e non certo frutto di un colpo di testa. Ma sull’anticristianesimo paganeggiante meglio stendere un velo pietoso; o si è l’imperatore Flavio Claudio Giuliano o qualsiasi attacco postmoderno alla fede in Cristo finisce per diventare un favore agli anticristiani per antonomasia, che non sono certo quattro spostati neopagani. Rispetto la gentilità, non la sua parodia modernista (plasmata su internet), senza dimenticare che lo spirito solare ariano è confluito nel cattolicesimo romano. Le storture “cattoliche” che abbiamo sotto agli occhi oggi sono il prodotto del Concilio Vaticano II: Paolo IV, Pio V, Pio XII non possono essere confusi con Roncalli, Wojtyla e Bergoglio.

Certo, i valori tradizionali del cattolicesimo non sono solo quelli patriarcali, conservatori, identitari, guerrieri, eurocentrici (oggi rinnegati dalle sciagure bergogliane principiate col mio famigerato conterraneo) ma anche quelli più squisitamente evangelici come l’amore, la pace, il perdono, la carità sebbene lo stesso Cristo non fosse di certo un pacifista e un buonista amante dei compromessi. Fermo restando che amore e perdono, o carità, hanno senso tra singoli, non tra stati, e che la politica nazionale di un Paese deve essere ispirata al patriottismo, non al catechismo.

E per quanto riguarda le bubbole delle “radici giudaico-cristiane”, dei “fratelli maggiori” e del “cristianesimo eresia dell’ebraismo” basti dire che la fede cristiana è stata plasmata nel mondo greco-romano (Europa), che accostare giudaismo e cristianesimo è ossimorico e che il concetto corrente di ebraismo è qualcosa di medievale; ai tempi di Gesù (che nemmeno era un locutore dell’ebraico) aveva un senso parlare di tradizione mosaica, non di ebraismo, una religione moderna basata su Talmud, cabala e Torah (che non è la Bibbia). Cristo era ebreo? Gli avete scattato foto o fatto un esame dell’ADN? Inoltre, per un cristiano, la vera fede è quella nel Dio (trinitario) del Nazareno, l’unica alleanza tra il divino e l’umano è la nuova ed eterna Alleanza e il vero popolo “eletto” è quello cristiano. I Giudei, uccidendo Gesù, si sono chiamati fuori da tutto questo. In che modo, dunque, il cristianesimo sarebbe un prodotto del giudaismo?

Personalmente, allo stato attuale delle cose, sebbene mi sia pacificato con quelle che sono le mie radici, non mi ritengo religioso, praticante, cristiano e per quanto di formazione cattolica il mio punto di vista non risente di influenze clericali, anche perché ho una concezione laica (non laicista) della politica. Va da sé che in Lombardia sarei disposto a tollerare solo il cattolicesimo tradizionale e una rinascenza pagana dei culti precristiani indigeni (anche se sono alquanto scettico al riguardo) e che la mia idea di laicità non ha nulla a che vedere con le cretinerie giacobino-massoniche dei liberali e dei democratici. Le radici dell’Europa affondano nella gentilità ariana e nella romanitas cristiana, non nell’Illuminismo, nelle rivoluzioni borghesi, nel giudeo-bolscevismo e nell’europeismo di cartapesta defecato dall’antifascismo.

Ad ogni modo, dopo i 22 anni, abbandonando gradualmente la fede cattolica (postconciliare) e la visione politica banalmente reazionaria e conservatrice, mi sono concentrato di più su quelle che sono le verità di scienza, non di fede: l’uomo e la natura. Capiamoci: non l’essere umano inteso come apolide animale planetario (l’unico animale a non avere razza, stranamente) ma come uomo europeo plasmato dalla natura continentale.

Gli uomini non sono di certo tutti uguali, sono suddivisi in razze, che a loro volta sono suddivise in sottorazze, ibridazioni fenotipiche, etnie e quel che a me sta a cuore è la situazione europea, segnatamente cisalpina, che è il territorio di competenza della Grande Lombardia delineata dal sottoscritto sin dal 2006.

Inizialmente, più che sentirmi lombardo, tendevo a rinchiudermi nel guscio del campanilismo bergamasco che non rinnega l’italianità. Il localismo esasperato, in un certo senso, è un sottrarsi alle responsabilità maggiori etnonazionali, senza peraltro mettere in discussione l’innaturale baracca del tricolore.

Ora invece, grazie al percorso di crescita che mi ha consentito di maturare una visione comunque indipendente rispetto al retaggio famigliare (religioso e anche filosofico-politico), posso dirmi lombardista ed etno-europeista, assumendo posizioni eurasiatiste focalizzate su di un cameratismo “imperiale” tra Europa occidentale, Europa orientale e Federazione Russa. L’impero confederale degli europidi va mantenuto, assieme ai buoni rapporti con tutti gli individui di razza bianca, non rinnegati, sparsi per il globo.

Al centro della mia visione filosofica c’è l’Europa, rappresentata dal sangue e dallo spirito e concretizzata nelle sue comunità etnonazionali e nel loro suolo patrio, che unendosi al sangue della stirpe ne ha plasmato il carattere, l’indole, la cultura, la civiltà. Questo non per razzismo o suprematismo bianco, ma per coscienza identitaria.

Tutto deve ruotare attorno al concetto di identità che significa insieme di caratteristiche fisiche e genetiche tipiche di un gruppo di popoli e trasmissibili per via ereditaria; un concetto che include sangue-suolo-spirito, la triade tradizionalista che preferisco, essendo “Dio-patria-famiglia” inflazionata dal pensiero clerico-fascista. Non che la spiritualità, il patriottismo e il patriarcato siano superflui o scontati, anzi! Dipende però da come vengono inquadrati perché il sottoscritto non si riconosce nella reazione, nel nazionalismo italiano e nel fascismo. Nell’ottica etnonazionalista – la mia – il dato religioso e spirituale (pagano e cattolico) rientra in sangue-suolo-spirito, e così patria e famiglia, ispirate alla vera identità e alla vera tradizione (cioè senza degenerazioni tricolori, mediterraneo-levantine e fascistoidi).

“Identità” significa concretezza, contrapposta a tutte le balle di comodo religiose, politiche, filosofiche atte a giustificare la globalizzazione, il multirazzialismo, il relativismo, il pluralismo genocida che distrugge l’Europa in cui i veri identitari credono. E a giustificare anche finte nazioni, come l’Italia, che sono funzionali al sistema mondialista e allo status quo.

Se non ci basiamo sul razionale, ripeto, razionale culto dell’Europa come continente plasmato dalla razza europide e dai popoli di identità biologica europea – figli di sangue e suolo natii – e dunque su una sorta di etno-razionalismo, su cosa vogliamo poggiare la nostra filosofia di vita? Sulle menzogne del politicamente corretto, del buonismo e di religioni moderniste piegate al volere dispotico del sistema-mondo? La razionalità, e il realismo, non sono in contraddizione coi valori spirituali, fondamentali per evitare di farsi risucchiare dal positivismo e dal materialismo zoologico. Fede e ragione sono compatibili, e il connubio potrebbe evitare tanto i fanatismi teocratici da Medio Oriente quanto le degenerazioni atee e laiciste (non meno feroci dell’oscurantismo clericale).

Chi vuole vivere per davvero, nel pieno senso del termine, esalta la genuina identità e tutti i suoi ideali e valori; chi vuole lasciarsi vivere, invece, esalta acriticamente il pervertimento dell’universalismo (che, di base, non è cosmopolitismo nichilista) e il conseguente annientamento di ciò che viene sprezzantemente liquidato come particolarismo, dunque la verità e la natura di una nazione. È il quieto vivere delle amebe standardizzate ed imbastardite dall’idolatria consumista e capitalista, nemica non solo dell’uomo – e dei suoi principi più sacri – ma anche dell’ambiente naturale che lo circonda, del pianeta Terra. E, purtroppo, nessuno si sottrae a questa satrapia globalista, tantomeno la Chiesa stravolta dalla rivoluzione dolciastra di Giovanni XXIII che ha barattato col volemosebbene la coerenza di un cattolicesimo tradizionalista nemico giurato della modernità.