Sulla dipartita di Umberto Bossi

Non lo stimavo da vivo, non comincerò a farlo da morto per la consueta, untuosa retorica all’italiana, che contagia tutto il mondo politico. Umberto Bossi, venuto a mancare ieri a Varese all’età di 84 anni, è stato una figura molto importante in seno alla cosiddetta “questione settentrionale”, e gli si può riconoscere tranquillamente il merito di aver stimolato una sorta di coscienza unitaria, ancorché sfociata nel cialtronesco secessionismo padanista. Beninteso, non inventò nulla; autonomia e federalismo erano temi già trattati da altri, da Carlo Cattaneo a Gianfranco Miglio, passando per le varie leghe regionali. Il sottoscritto è cresciuto negli anni ruggenti del leghismo celodurista, dei comizi sul pratone di Pontida, dell’invenzione della Padania, delle camicie verdi schierate sul Po per celebrare la dichiarazione d’indipendenza del settembre 1996, e da bergamasco ha sempre avuto modo di constatare il forte radicamento della compagine bossiana nel territorio.

Ma Bossi, nato incendiario, morì pompiere, e dopo aver orchestrato e cavalcato il padanismo intransigente per un lustro (1995-2000), rinnegò il tutto archiviando Padania e secessione, svendendo l’ideale per Roma e l’Italia, e tornando mitemente a cuccia presso la corte del «napoletano del nord» (come amava definirsi Berlusconi stesso). Consacrò, così, il servaggio capitolino della Lega, che spalancò le porte al curatore fallimentare delle istanze cisalpine, Matteo Salvini, e finì la propria carriera tra scandali, “cerchi magici”, codazzo di intriganti ausonici. D’altra parte, Umberto violò per tre volte l’endogamia con una donna di origini siciliane, e pure l’ex felpato emulò il capo ingravidando una pugliese. L’identità, specie per chi sostiene di “avercelo duro”, dovrebbe cominciare dalla camera da letto.

Dopo il 2000, via Bellerio abbandonò ogni velleità seriamente identitaria, abbracciando il patriottismo italiano, riempiendosi di sud-italiani e ponendo le basi di ciò che, definitivamente, è divenuta oggi: un partito di nazionalisti tricoloruti (non senza simpatie fascio-terroniche), banalmente reazionario e baciapile, innamorato di Israele e degli ebrei, leccapiedi degli Stati Uniti e saldamente alleato/suddito della destra romana, senza alcun sussulto di residuo orgoglio alpino-padano. Il “carroccio” è un partito italiano fatto di italiani, ed era già evidente 25 anni fa, quando Bossi e soci presero nuovamente parte ad un governo col «piduista di Arcore», come soleva appellarlo il genio di Cassano Magnago, assieme ad altri gustosi epiteti poi, debitamente, rimangiati.

Qualche ingenuo potrebbe credere che il lombardesimo sizziano sia debitore del senatùr e della Lega Nord: un clamoroso abbaglio. Mai stato simpatizzante/militante leghista, e nemmeno elettore, e ho sempre riconosciuto di stimare non i politici in cravatta verde ma alcuni studiosi, sinceramente identitari, che orbitavano attorno al movimento e che contribuirono, certo, ad animare il padanismo (Bossi, in questo senso, era soltanto un portavoce arruffone). Pensiamo a Gilberto Oneto, Gualtiero Ciola, Sergio Salvi, Federico Prati, Silvano Lorenzoni. Ma il concetto leghista di Padania, a ben vedere, era soltanto una messinscena pressapochistica che andava dalle Alpi a Terni, includendo la vera Italia centro-settentrionale (Toscana, Umbria, Marche), e adoperava un coronimo di recente conio che cassava la natura etnica cisalpina, e cioè la Grande Lombardia. Inoltre, il tema del secessionismo era del tutto fallace, perché faceva passare l’idea che un pezzo di Italia dovesse staccarsi dal resto della (presunta) nazione, quando in realtà la Cisalpina non è il nord di alcunché.

Il lombardesimo è nazionalismo etnico panlombardo, mentre il leghismo non è mai stato etnonazionalista, e non ha mai parlato di Lombardia in senso etnico, linguistico e storico. Sebbene, va detto, il periodo 1995-2000 rappresentasse una rivolta sui generis contro il sistema-mondo. Il pensiero sizziano si fonda sulla lezione dei movimenti völkisch sangue, suolo e spirito, applicandola alla realtà padano-alpina, che a tutti gli effetti costituisce un’entità nazionale ben precisa, e rielaborandola in maniera inedita e originale mediante la cifra filosofica dell’etno-razionalismo. Con uno sguardo al GRECE e alla “nuova destra” d’oltralpe. Questa riscoperta identitaria granlombarda, che a dire il vero ha tutto l’aspetto di una palingenesi, una rivoluzione, è stata possibile, anzitutto, grazie alla cultura, all’antropologia, alla genetica, alla linguistica, agli studi del territorio e del folclore, all’approfondimento storico e a un sentimento patriottico “giovane” che, noto, sta diffondendosi, augurandomi che lo scrivente possa esserne in parte ispiratore. Assieme, ovviamente, a tutti gli altri sodali lombardisti. Sit tibi terra levis, Umberto, ma il lombardesimo, per fortuna, non è leghismo.

Autoaffermazione

L’obiettivo finale del lombardesimo, si capisce, è la totale libertà, la completa autoaffermazione dei popoli padano-alpini, in seno alla Grande Lombardia. Ma, si capisce, dal punto di vista dell’etnonazionalismo völkisch la causa indipendentista è un mezzo per raggiungere la definitiva autodeterminazione dell’etnostato granlombardo, finalmente affrancato da Roma, dall’Italia, da Ue e Nato e dal carrozzone unipolare americano, dunque dal mondialismo. La nostra condanna nei confronti della contemporanea decadenza occidentale è piena, senz’appello, ed è logico che non basti dirsi semplicemente indipendentisti; occorre essere nazionalisti etnici, prima di tutto, perché il lombardesimo presuppone la lotta per la libertà, ma non viceversa. E lo dimostrano egregiamente gli storici indipendentismi europei, che strizzano l’occhio alla sinistra progressista, se non addirittura mondialista. Il singolo individuo è parte integrante della comunità e deve ragionare in senso comunitario, pena lo sradicamento orchestrato dall’intero arco parlamentare. L’individualismo rema contro l’autoaffermazione lombarda, e sappiamo bene quanto lo sciagurato culto del fatturato sia sinonimo di ecatombe, per le genti alpino-padane.

Il traguardo ultimo della visuale lombardista è l’indipendenza, che comporti, ovviamente, la creazione di un etnostato presidenziale, blandamente federale, fondato sulla solidarietà comunitaria, il socialismo nazionale, la terza via, rivista grazie all’etno-razionalismo e al comunitarismo. Ma l’etnonazionalismo panlombardo, che Sizzi e i suoi rappresentano, resta qualcosa di estraneo rispetto al farsesco secessionismo leghista e ai suoi replicanti da Lega patacca: l’affrancamento della Grande Lombardia si raggiunge non soltanto sbarazzandosi di Roma e dell’Italia ma applicando pure una palingenesi radicale verso ogni nefasto fenomeno globalista che sta lentamente avvelenando la nostra patria in termini migratori, etnici, razziali, sociali e comunitari. L’etnostato cisalpino permetterebbe assoluta libertà di manovra, piena sovranità, integrale autorità alle genti lombarde, affinché spezzino qualsiasi catena mondiale che passa per finte nazioni, culti del deserto, esodi, meticciato, sudditanza verso i soliti noti. Lo diciamo da sempre, che senza nazionalismo etnico e razzialismo l’indipendenza lombarda sarebbe alla lunga inutile; occorre coniugare mirabilmente l’istanza identitaria con quella indipendentista, unico modo possibile per garantire un futuro roseo, di vera libertà, alle popolazioni della Padania.

Cibo

Tra i tanti mezzi identitari a disposizione del lombardesimo ecco, sicuramente, l’enogastronomia (e lo sa bene lo storico camerata Adalbert Roncari), che un po’ come la lingua o il folclore dice moltissimo sulla nostra cultura, e non è passibile di “razzismo”. La Grande Lombardia è una terra ricchissima di tradizioni enologiche e culinarie, un crocevia fra l’Europa centrale e il Mediterraneo che ha saputo sviluppare una cucina originale, dai caratteri propri, ma che di certo mostra influssi celtici, romani e germanici presenti altrove. Anche le bevande alcoliche del nostro territorio dicono molto circa la storia e il paesaggio cisalpini, dai vini alle grappe, dagli amari ai liquori, dagli spumanti allo sporadico consumo di birra e di sidro, e gustate con moderazione non costituiscono un problema. Questo, per dire che il cibo, l’alimentazione, oltre a rappresentare un elemento identitario molto importante, è anche il mezzo per poter avere una vita sana, grazie ad una dieta equilibrata che riduca al minimo – o preferibilmente elimini – ciò che appare rischioso per la salute.

La storia della nostra nazione, a livello socioeconomico e popolare, passa anche per ciò che mangiamo e beviamo, e la sua bontà è importantissima per noi, le nuove generazioni e i posteri. Come ripudiamo il fumo, l’abuso di alcol, l’uso di droghe e sostanze, così condanniamo la malnutrizione, che nel mondo occidentale porta a disturbi alimentari e alla piaga dell’obesità (lo sanno bene nelle assolate lande ausoniche, nonostante la decantata dieta mediterranea) – e a malattie e tumori, ovviamente – e il cibo spazzatura. Auspichiamo la produzione di alimenti di qualità grazie anche ad una rinnovata ottica agroalimentare che privilegi la permacultura, riveda l’agricoltura convenzionale e trasformi un allevamento industriale che, oltre a nuocere alle bestie, fa alla lunga del male pure a noi, che ne consumiamo i derivati. Abbisogniamo di cibo sano, di promuoverne un consumo razionale e di qualità, equilibrato, e di abbinarlo ad una vita sana, all’aria aperta, fondata sul solare ethos ariano che noi abbracciamo. Concedendo, di tanto in tanto, qualche sgarro, che strizza l’occhio agli alcolici e ai dolci tradizionali della Padania.

Salute

Promuovere ideali, valori e principi virtuosi, da un punto di vista etico, significa anche favorire lo sviluppo di una coscienza – individuale e collettiva – volta alla preservazione della salute del singolo, che del resto va di pari passo con quella della comunità nazionale (etnia e razza). Ogni ideologia patriottica ha il dovere di esaltare stili di vita sani, condannando la corruzione di mente e fisico che deriva dal fumo, dall’abuso di alcol, da droghe e sostanze, dal cibo spazzatura (da cui la piaga dell’obesità), ma anche da sesso promiscuo, pornografia, prostituzione, vizio in genere, giuoco d’azzardo e dipendenze. Avere individui in salute, che sappiano badare in autonomia alla propria condizione fisica (e mentale), significa sviluppare uno spirito di solidarietà comunitaria inteso ad alleggerire i gravami del servizio sanitario, ma anche incoraggiare quegli atteggiamenti volti a forme di eugenetica preventiva, necessaria per evitare nascite indesiderate (parlando, ovviamente, di dinamiche riproduttive). La sanità è un bene inestimabile che tutti devono difendere e conservare, e non è soltanto fisica ma anche, si capisce, mentale e psichica.

Da qui, la logica conclusione che il lombardesimo favorisca qualsiasi forma di preservazione dell’integrità di individuo e popolo, sostenendo il fondamentale bisogno del diporto, dell’esercizio fisico, della vita all’aria aperta, della nutrizione sana ed equilibrata, del ripudio del vizio e delle dipendenze, in nome di quella libertà individuale che si incastra alla perfezione nell’esaltazione dello spirito comunitario. Senza società, l’individuo diventa sradicato e in balia di deleterie mode, votate alla distruzione del tessuto etnoculturale originale delle nostre terre, a vantaggio dell’agenda mondialista. Lo stile di vita sano è un diritto e un dovere per ogni soggetto che componga la comunità; oggi, uno strumento formidabile per poter garantire integrità psicofisica è certamente la riscoperta della vita immersa nella natura, a contatto col sacro suolo dei padri (montagna e campagna), assieme al ruralismo, al contadinato e al comunitarismo, sebbene le città lombarde siano vieppiù tentacolari. Questo deve però essere da monito, e da fomite, per riscattarsi dal torpore e acquisire la necessaria consapevolezza che un organismo statuale sano sarà per forza di cose composto da persone sane.

Vizio

Quando ieri parlavamo delle attività legate al diporto, accennavamo alla promozione di salute psicofisica, esercizio ginnico, benessere, e va da sé che tutto questo sottintendesse la nostra condanna nei confronti del vizio. Pensiamo all’etilismo, al fumo e alle droghe, alle sostanze, ma anche al giuoco d’azzardo, a prostituzione e pornografia, al cibo spazzatura e a quello che corrompe fisico e spirito. Promuovere uno stile di vita sano e virtuoso, implica prendere le distanze da ciò che mina la salute e avvelena mente e anima, e logicamente non riguarda soltanto i casi estremi di tabagismo, abuso di alcol e droghe; la vita dissoluta passa anche per la promiscuità sessuale, la malnutrizione (si pensi alla piaga dell’obesità e ai vari disturbi alimentari), le dipendenze e la mancanza totale di principi che coltivino lo spirito in un corpo sano, preservato dall’autodistruzione. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da turbe della psiche e del comportamento, specie tra i più giovani, e si impone una seria riflessione sull’educazione, e l’esempio, che gli adulti sono chiamati ad esercitare nei confronti di chi non è ancora pienamente maturo.

Evitare che la pianta cresca storta, nella fase critica dell’esistenza di maschi e femmine, farà sì che un domani avremo uomini e donne virtuosi, certo non perfetti – perché umani – ma di sicuro lontani da ciò che attossica mente e fisico. La stessa ipersessualizzazione di una società egoista, individualista, senza scrupoli e prostrata di fronte al materialismo più becero e zoologico, mercifica la dignità delle giovani, ma pure dei giovani, riducendo la vita degli individui a un usa e getta in cui i valori tradizionali (ma direi pure naturali) vengono calpestati. E, inoltre, svenduti in nome del danaro. I risultati li vediamo, con lo sdoganamento della pornografia e della prostituzione, ma anche di una superficialità carnale che trascura la dimensione interiore dell’umano, intrecciandosi con il culto del futile, del superfluo. Del resto contestuale al vizio in genere, che non porta ad alcunché, se non a dipendenze con ricadute drammatiche in termini di salute psichica e fisica. La lotta del lombardesimo a tutto quello che si fa corruzione, si allinea agli ideali comunitari che noi difendiamo, necessari per rinsaldare i vincoli di solidarietà etnica e sconfiggere il demone del nulla di marca occidentale.

Diporto

Le attività sportive, in mancanza di leva e/o di quelle militari, costituiscono, specie pei giovani, un veicolo di salute fisica e mentale, che può concorrere allo sviluppo e alla promozione dell’orgoglio patriottico. Se lo sport smarrisce il carattere etnonazionale di agonismo perde completamente di significato, e si riduce ad un balocco nelle grinfie di pubblicità, capitalismo, consumismo, cosmopolitismo e aspetti deteriori della modernità, ovviamente a livello professionistico. Lo vediamo perfettamente nel mondo del calcio: compagini, anche “nazionali”, farcite di allogeni o di mezze cartucce deviate dall’edonismo, che si fanno sponsor del mondialismo, traviando così i ragazzi. E le stesse competizioni olimpiche stanno perdendo il carattere etnico, nazionale e razziale, a livello europeo, con rappresentative che, volutamente, assoldano allogeni per ottenere medaglie. Ma è, ancora una volta, il pallone che dimostra questo deleterio fenomeno, basti pensare alla “nazionale” francese, dove i più depigmentati sono ormai nordafricani. Se il diporto liquida l’aspetto identitario, l’agonismo non ha più senso, e di conseguenza la palestra di virtù e principi che contribuisce a forgiare il giovane si riduce a sterile esercizio muscolare. Discorso che vale anche per la confusione tra stati e nazioni…

Da lombardisti crediamo nel valore dello sport come mezzo che esalti ideali sani, contro ogni droga, corruzione, raccomandazione, narcisismo, vizio e a maggior ragione contro la xenofilia, l’antirazzismo, il meticciato, gli ideali nazionali prostituiti al finto progresso e venduti come fratellanza globale, e altre sciocchezze da apolidi. Per questo, ogni sport dovrebbe, radicandosi nel territorio, non pensare soltanto all’attività fisica intesa come palestra che modelli fisico e salute, ma anche ragionare in termini etno-razziali e patrii, sviluppando vivai di autoctoni che possano tenere alta, coerentemente, la bandiera locale e lombarda. Non esiste solo il pallone, che oggi è divenuto un culto ipertrofico di sradicati e ammanicato con la temperie globalista (per tacere delle assurdità multimilionarie), ma restando in tema di tradizioni cisalpine dobbiamo guardare anche al ciclismo, allo sci (le olimpiadi invernali sono, logicamente, un tripudio di atleti e di olimpionici granlombardi), agli sport di montagna in genere, al rugby o ai motori, fra quelli più popolari. Ma anche l’interessante fenomeno del Softair e le altre attività di tiro, che permettono di instradare verso l’autodifesa e il saper maneggiare armi. A livello folclorico, citiamo con sapidità il tamburello, le bocce e la lippa.

Ricerca

Il lombardesimo crede fortemente, e fermamente, nella necessità di promuovere a pieno regime la visuale etno-razionalista, la nostra cifra filosofica, di primaria importanza per poter liquidare tutte le superstizioni semitiche del deserto, la metafisica apolide ma anche l’universalismo ateo. Siamo convinti laici, razionalisti, ghibellini, ispirati ai principi del vero progresso, che è quello scientifico e tecnologico affrancato da ogni legaccio ideologico che puzza di sagrestia. Di conseguenza, promuoviamo il pensiero e l’indagine scientifica a tutto campo, per una ricerca che sia davvero libera e senza alcun padrone religioso e/o politico; oggi, l’assolutismo abramitico, in Occidente, ha ceduto il posto al dispotismo cosmopolita dei soliti noti, portando a un laicismo e a un ateismo ben poco razionali, perché improntati alle balle apolidi di chi nega l’evidenza scientifica: esistenza delle razze umane, anormalità delle deviazioni sessuali e delle parafilie, patologia della disforia di “genere” e di chi arriva a insane scelte, veridicità del sesso sulla baggianata liberal del genere, inesistenza dell’uguaglianza (concetto antiscientifico), differenze tra uomo e donna e via dicendo.

La rivoluzione lombardista investirebbe massicciamente nell’educazione, nell’istruzione di ogni ordine e grado e, appunto, nella vera ricerca scientifica, privilegiando percorsi di studio improntati alle discipline delle scienze esatte. Abbiamo bisogno di un vero e razionale sviluppo che si ispiri all’indagine del reale, lasciando da parte le perdite di tempo teologiche e metafisiche. Ciò non significa che, ad esempio, le discipline umanistiche e la cultura generale siano inutili, ci mancherebbe, solo che urge dare maggior mordente a tutto quello che sia puramente scientifico, perché la nazione lombarda ha proprio la necessità di investire su ciò che è razionale, e ha vitali risvolti in termini di scientificità e realismo. Anche, si capisce, per liberarci dalla dittatura del relativismo, che lava il cervello ai più giovani convincendoli che non esistano razza, sesso, genere che coincide col sesso, orientamento sessuale naturale, salute psicofisica e concetto salutare di normalità. Una normalità che, ovviamente, non coincide con quella relativa alla grettezza borghese. Demolire gli idoli dell’antirazzismo e dell’antifascismo è oggi di importanza vitale, e non per promuovere razzismi o fascismi, bensì per ripristinare la verità e favorire un pieno sviluppo della patria, liberata dal mondialismo.

Scuola

Il lombardesimo auspica una radicale riforma del mondo della scuola, di ogni ordine e grado includendo quello accademico e universitario, per far sì che l’educazione e l’istruzione rispettino i criteri etnici e nazionali della Grande Lombardia. La scuola deve essere palestra di orgoglio patrio, restituita a discenti indigeni e gestita da docenti e personale didattico del luogo, troncando ogni rapporto con Roma, l’Italia e la Chiesa cattolica. La rivoluzione lombardista abbisogna di educare e istruire i propri figli, lungo l’arco della loro gioventù, nel solco del benessere e del vero progresso dell’intera nazione, preparandoli al futuro con un solido bagaglio culturale e la predisposizione al lavoro, specie in ambito tecnico e scientifico. Per tale ragione, andrebbero incentivati quei percorsi di studio che privilegiano le discipline scientifiche, senza nulla togliere a quelle umanistiche, più importanti da un punto di vista culturale. I ragazzi devono crescere con la consapevolezza di essere lombardi, sviluppando un retroterra identitario e convogliando le proprie capacità verso il mondo del lavoro, affinché siano per davvero linfa vitale della nazione.

La scuola granlombarda deve dare un taglio netto all’immigrazione, all’italianizzazione, alla dipendenza da Roma, dall’Italia, dagli enti sovranazionali e dal patologico concetto contemporaneo di Occidente; altresì, liquidare le influenze e le ingerenze del Vaticano, eliminando l’ora di religione, il paritario asservito ai preti, i simboli dei diversamente ebrei e delle altre religioni del “libro”. Piuttosto, investire sulla comunità di popolo e l’acculturazione antropogenetica e razzialista, arrivando anche ad avere soltanto docenti indigeni per discenti indigeni. I concorsi devono essere appannaggio dei locali. Da lombardisti, privilegiamo il pubblico a scapito del privato, e siamo a favore di un mondo dell’istruzione gestito dallo Stato e votato al vero progresso, al benessere e allo sviluppo della patria. L’educazione e l’istruzione vanno “nazionalizzate”, per la maggior gloria della Grande Lombardia. Restituendo ai lombardi le scuole di ogni ordine e grado, così come il settore accademico, avremo la possibilità di eliminare la vulgata italo-mondialista e ogni residuo giudeo-cristiano, per dare finalmente voce al territorio, affrancato dall’occupazione straniera.

Lavoro

Uno dei punti di forza della Grande Lombardia, da sempre, è la spiccata mentalità del lavoro che caratterizza le nostre terre, e che è il frutto di etnia, storia, temperamento e cultura. Da non confondersi con lo sciagurato culto del fatturato, esasperazione delle nostre doti (specie ad ovest), il quale ha trascinato il cuore della Lombardia etnica nel baratro etnonazionale, sacrificando i destini identitari al profitto. Il lavoro granlombardo si contrappone al parassitismo e alla ricchezza vampiresca, all’usura e al grande capitale apolide, forgiando classi di lavoratori che sono il motore del nostro sviluppo. Anche in termini di artigianato, cultura, terziario, promozione del territorio ed eccellenze che costituiscono il fiore all’occhiello del sedicente “made in Italy”. Ma non dobbiamo dimenticare agricoltura e allevamento, enogastronomia, cura del paesaggio che rappresentano le forze tradizionali della Cisalpina, chiaramente unite all’assennata imprenditoria locale che ha saputo sfruttare al meglio la lussureggiante natura padano-alpina, soprattutto in termini idrici.

Vi è poi tutto il comparto dell’impiego qualificato, professionisti che mettono al servizio della patria la propria perizia, anche se va detto che la politica romana abbia abbondantemente traviato il settore, riempiendolo poi di soggetti provenienti dal mezzogiorno. Il che si registra ai massimi livelli in ogni ambito del pubblico, dacché la Padania è una terra colonizzata in lungo e in largo dagli italiani, proprio come ai tempi dell’Impero romano. Per tacere di forze di polizia, forze armate, magistratura. Il lombardesimo ha una visuale nazionale e sociale che esalta i lavoratori indigeni, e crede nel corporativismo, nel socialismo sublimato dall’istanza etnonazionale e, naturalmente, nel comunitarismo, dove le forze di chi produce vengono convogliate nell’alveo del benessere patrio. L’eterna lotta del sangue contro l’oro, tema già cavalcato dalla Repubblica Sociale, è ancor oggi attuale, poiché a fronte di chi suda per guadagnarsi il pane onestamente e contribuire così al vero progresso del territorio, permangono sacche parassitarie a noi aliene, le quali remano contro i destini della Grande Lombardia.

Estero

Il lombardesimo promuove l’autoaffermazione della nazione storica lombarda, nel quadro di un etnostato presidenziale, blandamente federale, che dia volto e voce alle istanze etnonazionali dei popoli granlombardi. A livello internazionale, esso condanna la Repubblica Italiana, l’Unione Europea, la Nato, l’Onu e il carrozzone unipolare americano, così come lo Stato di Israele, ma prende anche le distanze da un’idea multipolare di taglio terzomondista, che ha in non cale il razzialismo europide. La Grande Lombardia, affrancata dall’Italia, stabilirebbe buoni rapporti, anzitutto, con le realtà dell’arco alpino, auspicando assumano anch’esse un serio volto etnonazionale, puntando poi allo spazio carolingio (gallo-teutonico) e al resto dell’Europa, senza escludere la Russia. Come sapete, noi crediamo nell’Euro-Siberia, la grande confederazione “imperiale” che affratelli tutte le nazioni europidi indigene, estendendo il consorzio alle terre eurasiatiche colonizzate dalla Russia: Ciscaucasia e Siberia. E valutando la Groenlandia, sotto controllo danese ma geograficamente americana. Questo non nega di poter essere in buoni rapporti con le altre realtà bianche sparse per il globo, senza però dimenticare che il vincolo sangue e suolo va rispettato (e per questo non contempliamo ammucchiate “boreali”, estese poi a Sudamerica, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda).

L’europeismo völkisch è per noi basilare, al netto, lo ribadiamo, di quell’ottica multipolare da BRICS sposata da Putin, che calpesta il concetto di razza. L’unipolarismo americano, appaiato al suprematismo sionista, è un cancro, ma non dobbiamo certo credere che la soluzione sia la geopolitica dell’attuale Federazione Russa, ossessionata dal nazismo al punto da combattere una guerra fratricida con l’Ucraina, usando perfino soldataglia allogena come macellai. I russi etnici sono parte della civiltà europea, nessun dubbio a riguardo, ma l’imperialismo cristiano e meticcio di Mosca va rigettato, così come la contrapposizione tra blocchi che stritola il continente europeo, mettendo popoli fratelli l’uno contro l’altro. Anche la Russia deve guardare all’Europa, non più a Cina e altre realtà esotiche, e il resto dell’Europa deve guardare ad est, non più ad ovest in direzione atlantica. O peggio ancora solidarizzare coi giudei. Per quanto invece concerne gli ambiti extraeuropei, il lombardesimo è isolazionista: nessun rapporto con gli altri continenti, l’Euro-Siberia servirebbe proprio per tutelare autorità, sovranità e autarchia, ripudiando il terzomondismo, l’americanismo, il filo-sionismo. Conservando, al più, un rispetto reciproco verso i popoli arianizzati dell’Eurasia.