Materia

C’è materialismo e materialismo. Se intendiamo il termine nella sua corrente accezione negativa, zoologica, in cui tutto è ridotto al capriccio derivante dai bassi appetiti borghesi, e i più alti valori e ideali vengono liquidati in favore del nichilismo, siamo concordi sul fatto che si tratti di ciarpame da condannare perché sta alla base del declino dell’Europa, e dell’Occidente inquadrato come proiezione malata dell’unipolarismo americano. Ma se parliamo di materialismo in chiave filosofica, razionalista e realista, grazie al quale abbiamo una visuale laica dell’esistenza umana che non contempli più le inutili astrazioni della metafisica per concentrarsi su ciò che è, e cioè che si manifesta, è evidente che il lombardesimo faccia propria tale prospettiva. Accertato, in termini razionali e scientifici, che qualsiasi parto della mente umana preistorica (Dio, dei, angeli, demoni, aldilà, anima, spirito e quant’altro) non esista è giocoforza concentrarsi sulla verità, e su quella realtà che rispecchia appieno la natura delle cose, dunque sulla materia. Il che non significa, e ne diremo oltre, svilire la potenza di quel che noi chiamiamo “spirito”, che è poi la forza vitale dell’individuo e della comunità nazionale grazie alla quale l’identità etno-razziale e geografica non resta lettera morta.

Ciò che esiste, e che dunque, come affermato, si palesa, è concreto, materiale, tangibile, poiché viene percepito attraverso la nostra sfera sensoriale, esiste a prescindere dalle idee che possono farsi gli uomini ed è fatto di realtà, non di metafisica. Non stiamo parlando del mondo dell’assurdo denunziato sopra, basato su fantasie umane primitive, e manifestandosi testimonia che l’unica cosa che conta è quanto insindacabilmente vero, grazie alla propria concreta esistenza. Anche ciò che è apparentemente “invisibile” può essere percepito, e non è certo il caso dell’immaginario ambito della spiritualità e delle credenze religiose. Abbiamo però precisato che l’ottica lombardista condanna il materialismo nella sua accezione deteriore, che è la stessa del consumismo, dell’edonismo, della massificazione capitalista, del relativismo e, l’abbiamo detto, del nichilismo che non crede in nulla e che arriva perciò a vilipendere la ragione stessa. Questo perché i valori su cui si poggia l’etnonazionalismo sono profondamente razionali e riguardano la bontà del sangue, del suolo e dello spirito inteso come forza, energia vitale di un popolo che nasce dall’incontro dei primi due elementi. È, insomma, la natura. La razza esiste, Dio no, e il bene supremo dei lombardi deve essere la Lombardia, senza la quale nessuno di noi sarebbe al mondo.

Superstizione

In un’epoca in cui l’uomo, allo stato primitivo, era in preda agli eventi senza potersi affidare ad una ragione rinforzata e corroborata dalla scienza, il trionfo della disperazione lo gettava tra le braccia delle superstizioni, che del resto stanno alla base di miti e religioni. Carestie, epidemie, guerre, cataclismi, lutti precoci su vasta scala ecc. inducevano le persone a sviluppare paranoie irrazionali, sfruttate a pieno regime da quei parassiti (clero) che sguazzavano nelle miserie umane per arricchirsi a scapito dei poveracci, un tempo maggioranza della società anche in Europa. Ecco donde nasce il rigoglio medievale del cristianesimo, lo strapotere islamico nel Medio Oriente (uno strapotere che non ha conosciuto illuminismi e secolarizzazioni) e il serbatoio inesauribile di fede rappresentato dal terzo mondo, che un ente come la Chiesa custodisce gelosamente, assai più che l’Europa, oggi profondamente disprezzata e per questo flagellata dall’immigrazione. Dove l’ignoranza crassa domina proliferano superstizioni, religioni, credenze irrazionali, e lo status quo pretesco ha tutto l’interesse a mantenere le masse nel buio più totale dell’insipienza. Nel nostro continente, la narrazione biblica ha proceduto indisturbata sino ai sonori ceffoni che la scienza moderna ha assestato alla baracca papale, allorquando la propaganda cominciò a correre ai ripari (“le verità evangeliche non sono quelle scientifiche”).

Certo, l’uomo, anche il più intelligente, essendo fragile e mortale potrebbe conoscere sbandate irrazionali che lo portino a confidare nell’assurdo; di fronte alla malattia, alla sofferenza e alla morte, alle tragedie un individuo rischia di abdicare alla propria specifica razionale, comportandosi come accadeva nei secoli più oscuri della nostra storia. Oscuri da un punto di vista scientifico, capiamoci; qui non si tratta di farsi abbindolare da certo modernismo scientista, che non si atteggia tanto diversamente dai pretini di campagna, tentando di ammannirci le bugie dell’egualitarismo. Anche in Europa, e presso gli europei, purtroppo c’è ancora spazio per maghi e ciarlatani, oroscopi, superstizioni, fedi religiose, sebbene si tratti di fenomeni che, logicamente, coinvolgono soprattutto le fasce più disagiate e sprovvedute. Questo vale specialmente per ciò che, oggi, è universalmente considerato alla stregua di pattume irrazionale (la superstizione), mentre una religione come il cristianesimo riesce ancora a sopravvivere, e non si può certo dire che tutti i credenti siano degli ignoranti. Investire nell’educazione e nell’istruzione, di ogni ordine e grado, e nella responsabilizzazione civile di famiglia e comunità, dovrebbe servire a sgominare i fantasmi del passato, ma attenzione bene: non in nome di un ateismo e di un laicismo apolidi che eccitano i petomani da salotto, bensì dell’etno-razionalismo di cui abbiamo più volte parlato.

Aldilà

La saggezza popolare recita: «Morto io, morti tutti», per indicare con cruda (cioè realistica) sagacia che dopo la morte, molto semplicemente, non vi è alcunché, e tutto – per chi trapassa – finisce. È la natura delle cose, succede ad ogni organismo vivente, e così succede all’uomo, che dopotutto è pur sempre un animale, anche se taluni lo raffigurano come creatura divina, a immagine e somiglianza del fantomatico Padreterno. La necessità di figurarsi un oltretomba riflette le paure ataviche dell’uomo, specie di preistoria e antichità, che in mancanza di adeguati strumenti razionali e scientifici finiva preda del terrore della sofferenza, della morte, dell’ignoto, dandosi in pasto alla superstizione e prestando così il fianco all’oscurantismo alimentato dal clero di sempre. Perché sappiamo perfettamente che le religioni, sull’ignoranza, ci marciano, al fine di sfruttare il popolino per tenerlo succube e mansueto, controllarlo e vampirizzarlo, spolpandolo delle proprie risorse. Il terrorismo dei preti, che agitavano lo spauracchio dell’inferno per arricchirsi sulle spalle dei poveri disgraziati, è la plastica dimostrazione di come la fede sia un insulto alla ragione e uno strumento utile in chiave parassitaria. Nonché un balocco per quanti conducono un’esistenza grama.

L’idea del premio e del castigo eterni, dopo la morte, che riflette le dinamiche terrene volte a separare i buoni dai cattivi, è dalla notte dei tempi un modo per controllare le masse immerse nell’ignoranza, per quanto l’anelito di infinito e di immortalità possa essere connaturato all’uomo primitivo e antico. Il mito e la religione attingono a piene mani da questa sensibilità arcaica, sempre e comunque frutto di ignoranza e irrazionalità (o al più di afflato poetico), ed è comprensibile che ognuno possa credere a ciò che vuole, sebbene oggi risulti essere un affronto nei riguardi del progresso, positivo, delle scienze. Non si capisce, tuttavia, come possa essere razionalmente tollerabile la storiella secondo cui un fantomatico dio, senza chiedere il permesso all’interessato, metta al mondo qualcuno per poi volerlo giudicare al termine della sua esistenza, spedendolo al paradiso, al purgatorio o all’inferno a seconda del proprio comportamento terreno. Ribadendo, peraltro, che paradiso, purgatorio ed inferno sono invenzioni umane atte a ricattare il popolo bue, per sfruttarlo a proprio piacimento. Ma anche Dio è un’invenzione, come lo è il demonio e ogni altra creatura immaginaria partorita dai culti, e cercare di dare spiegazioni metafisiche e oltremondane, a quanto può sembrare materiale e prosaico, direi che nell’Europa del 2026 è semplicemente assurdo.

Anima

Tra le tante sciocchezze a cui credono i cristiani (e non solo) dobbiamo inserirci l’anima, che al di là di un certo linguaggio convenzionale, poetico e letterario ovviamente non esiste. L’uomo, come tutti gli altri esseri viventi, è soltanto materia, ed è naturalmente circondato da elementi che esistono poiché possono essere percepiti grazie ai 5 sensi, dunque manifestarsi, anche se possono parere invisibili. Dentro di noi non vi è nulla di immateriale e impalpabile, siamo semplicemente il nostro corpo, e anche concetti come “mente”, “pensiero” e “coscienza” appartengono alla dimensione fisica grazie alla nostra attività cerebrale, che dopotutto è la nostra stessa esistenza. La scintilla vitale che ci anima passa attraverso il cervello, il cuore e le membra, senza intermediazioni metafisiche (interne o esterne) che ci pilotano e fanno da “regia”. Il concetto di “anima”, inteso come parte spirituale della persona, non ha alcuna pezza d’appoggio e può giusto popolare le fantasie di religiosi e credenti, a maggior ragione se viene per giunta ritenuta immortale e destinata, dopo il nostro trapasso, a sopravvivere in un immaginario aldilà, che ricrea le dinamiche terrene di premio e castigo, buoni e cattivi.

Certo, l’anima non è un gingillo meramente cristiano o abramitico: anche i padri indoeuropei credevano in un’entità immateriale che, grazie alla cremazione, andava liberata dalla prigione del corpo dopo la morte, per poter raggiungere le sedi celesti dei defunti. La spinta uranica, solare, degli Ariani ne testimonia una vita terrena ricca di spiritualità, che permeava ogni ambito del quotidiano. Ma stiamo parlando, a ben vedere, di epoche preistoriche e protostoriche. Pensare sul serio, ancor oggi, alla dicotomia tra corpo e anima, o a un tutt’uno da interpretarsi in chiave divina e votato all’eternità, come se esistesse realmente una dimensione spirituale, equivale a calpestare la ragione, la scienza e lo sviluppo, facendosi abbindolare dalle fiabe dei preti e contribuendo a mantenere in vita il parassitismo giudeo-cristiano, che si nutre di superstizione. Con il nostro decesso finisce l’esperienza terrena e non se ne inaugura una ultraterrena (anche se ciascuno è libero di credere a ciò che vuole), e morendo il corpo è destinato alla dissoluzione, assieme a quei concetti metafisici che rendono poeticamente ciò che è in verità parte integrante della persona fisica medesima.

Fede

Di tanto in tanto, ancor oggi, sentiamo discettare della liceità di conciliare fede e ragione, ovviamente secondo il punto di vista cristiano. Da una parte l’irrazionale, il mondo astratto della metafisica, le menzogne pretesche tramandate di generazione in generazione, dall’altra l’unico punto fermo dell’uomo, il dominio razionale per l’appunto, che è l’unico metro di misura possibile per chi vuole vivere degnamente, all’insegna della realtà (naturalmente, in quanto emanazione della verità). Partendo dal presupposto che la fede, e cioè la religione, si basa su un cumulo di baggianate – per carità, magari anche interessanti come argomento di studio folcloristico – che riflettono la mentalità dell’uomo preistorico (immerso nelle tenebre dell’ignoranza e della superstizione), con tutte le sue ataviche paure e il suo atavico terrore verso la morte e l’ignoto, possiamo tranquillamente affermare che vi sia ben poco da conciliare, poiché credo e razionalità stanno agli antipodi. Ci può stare che qualcuno ritenga fede, speranza e devozione come scommesse che non costino nulla (per chi è disposto a lasciarsi abbindolare), ma è logico che la ragione venga così facendo sacrificata in nome dell’oscurantismo.

Un oscurantismo che, oltretutto, non è nemmeno figlio legittimo dell’Europa e del suo retaggio ariano, ma un sottoprodotto culturale e spirituale di un mondo a noi estraneo (il Medio Oriente), che ha appestato, avvelenato lentamente terre e popoli che non nascono ebrei, cristiani o musulmani. E ribadiamo che a nostra detta il monoteismo abramitico sia un anticipo di globalizzazione. Sappiamo perfettamente che i nostri padri indoeuropei avevano una fortissima tensione verso i valori celesti, uranici, solari e la loro esistenza era permeata di religiosità e spiritualità, ma stiamo comunque parlando di millenni fa, quando ancora scienza, tecnologia, sviluppo erano di là da venire. La nostra visuale è quella dell’uomo europide del III millennio, che non ha più alcun bisogno dell’inganno della fede, o del gingillo patologico della speranza, ma di elevarsi rispetto ai bruti facendo totale affidamento sulla ragione. E quest’ultima consente non solo di liquidare le religioni, specie semitiche, ma anche il coacervo di assurdità antirazziste, egualitariste, relativiste (in materia non soltanto di sottospecie ma pure di etnia, sesso, orientamento sessuale, salute psicofisica, intelligenza ecc.) che competono con le credenze a livello di fideismi, dunque di irrazionalità.

Dio

Come, in maniera piuttosto sagace, si sente dire, da parte di ambienti razionalisti e laici, non è Dio che ha creato l’uomo ma viceversa. Nel III millennio appare con tutta evidenza che l’invenzione della divinità sia il frutto di epoche preistoriche, immerse nella più nera oscurità di ignoranza e superstizione, dove l’uomo era schiavo di avversità di ogni genere, sovente di carattere mortale, inducendolo – in quanto privo di strumenti scientifici e razionali validi – a gettarsi tra le braccia della credulità e della fede. Con l’aggravante, c’è da dire, del parassitismo di pochissimi (clero, aristocratici, capi politici) ai danni di una moltitudine di persone tenute, appositamente, nell’insipienza. Questa considerazione, si capisce, vale soprattutto per i culti organizzati, religioni messe in piedi per sfruttare a pieno regime il terrore del popolino nei confronti del dolore, della morte e dell’ignoto. E, se ci pensate, nel caso del monoteismo abramitico tale antichissima e inveterata attitudine non è mai venuta meno, stante la necessità di arricchirsi sulla pelle dei poveri bigotti e creduloni.

Ognuno, lo sapete, è liberissimo di credere alle balle che vuole e di inventarsi le identità che vuole, se non ledono la comunità nazionale, ma se dobbiamo guardare in faccia alla realtà è giocoforza affermare con risolutezza che Dio e dei non esistono, non vi è alcun aldilà, brutto o bello che sia, e che le paranoie metafisiche di sempre sono soltanto un modo masochistico e patologico di complicarsi un’esistenza terrena (che è l’unica) già di per sé sufficientemente tormentata. Specie nel panorama odierno, in cui le tenebre di superstizione, oscurantismo e credo religioso non dovrebbero avere più ragion d’essere, perlomeno in Europa. Abbiamo già detto, in altre occasioni, che esiste ciò che si manifesta, è percepibile grazie ai sensi e non sfugge alla ragione, unico nostro punto fermo; in caso contrario stiamo parlando di prodotti astratti della creatività umana, della nostra immaginazione (più o meno in buonafede), dell’atavico bisogno di trovare spiegazioni a quanto, in antichità, sembrava non averne. Non è solo Dio, dunque, il problema, anche le altre figure di fantasia, benigne o maligne, che costellano miti e culti, e che in chiave meramente culturale, oggi, possono risultare interessanti perché aiutano a comprendere mentalità e indole dei popoli del passato. Ma, per certi versi, pure moderni.

Religione

Il lombardesimo riconosce nell’etno-razionalismo, teorizzato da Paolo Sizzi e Adalbert Roncari, la propria cifra filosofica, vale a dire il superamento di ogni genere di metafisica (visioni religiose incluse) mediante il salutare connubio di etnonazionalismo e razionalismo: sangue e suolo, con lo spirito che nasce dai primi due sublimato dalla ragione. Stiamo, insomma, parlando della natura sovrana, regno a cui l’uomo – un animale – appartiene e non può sfuggire, dove lo spirito viene inteso come mentalità, carattere, cultura, lingua e così via, senza alcuna accezione trascendente. La conseguenza logica di questa visione del mondo è che la sfera religiosa deve restare totalmente ai margini, vissuta come fatto privato, puntualizzando che vi sono culti e culti. Da una parte le vere fedi tradizionali, precristiane, di Lombardia ed Europa (di stampo indoeuropeo), dall’altra il monoteismo abramitico rappresentato da giudaismo, cristianesimo e islam, che dal nostro punto di vista non dovrebbe più avere cittadinanza nel contesto padano-alpino. Tuttavia, tornando al privato, ognuno è libero di credere in ciò che vuole, a patto che non diventi confessionalismo (siamo tenacemente laici), sia completamente sottomesso all’etnostato granlombardo e non costituisca un pericolo per la nazione.

Sarò franco, noi siamo anticristiani, come inevitabile conseguenza di una prospettiva profondamente critica nei confronti del mondo spirituale semitico, ed esotico in genere, e dipendesse dal sottoscritto la religione del falegname ebreo di Nazareth verrebbe archiviata, assieme ad ebraismo e maomettismo. Vi è pure da aggiungere che il cristianesimo, e quindi cattolicesimo, coerenti sono incompatibili con il nazionalismo etnico razionale, non soltanto perché credi di origine straniera ma anche per i valori che propugnano: fratellanza globale, spirito evangelico (cioè masochismo e disprezzo di sé), egualitarismo, universalismo frutto della devozione nei confronti di un inesistente dio assoluto di conio giudaico. Inoltre, il cattolicesimo tiene la Grande Lombardia doppiamente soggiogata a Roma, per ragioni religiose e culturali, ma anche politiche: il Vaticano è un corpo estraneo che, tramite Roma, appesta l’Europa, a partire da chi vive la cattività tricolore. L’etno-razionalismo, coerentemente, propone una soluzione atea alla questione, di un ateismo razionale che non sia quella ripugnante paccottiglia apolide amata da marxisti, giudeo-bolscevichi e progressisti, ma accetta scelte individuali, purché rese innocue da un punto di vista politico. In questo senso, apre ad una sorta di “Chiesa nazionale ambrosiana” trasmutata in gentile, il che significa una Comunità di Popolo cisalpina che, pure in termini spirituali, dia la possibilità, a quanti lo desiderano, di recuperare le radici pagane (preromane, gallo-romane ed etene), specie in chiave culturale.

Metafisica

La metafisica, parlando di filosofia, si occupa di quello che sta oltre la fisica e che non può dunque essere indagato in termini meramente materiali e razionali. Un mondo completamente astratto che va dalle credenze alle religioni, dalle superstizioni alla mitologia, ma che cerca di approfondire anche tutto ciò che non è tangibile e che, quindi, sfugge alla sfera sensoriale. Un campo di indagine che poteva avere un senso fino a che l’uomo non avesse avuto tutti gli strumenti scientifici necessari per comprendere che la metafisica è un cumulo di idiozie, una gigantesca perdita di tempo, esattamente come la teologia. Sesso degli angeli e aria fritta. Oggi, pertanto, chi è capace di intendere e di volere, ha un briciolo di raziocinio e di cultura ed è intellettualmente onesto non avrà alcun problema a riconoscere che stiamo parlando di ciarpame, oltretutto sapientemente sfruttato dai preti e dai parassiti di sempre col fine di soggiogare il popolino, inchiodandolo all’ignoranza e all’oscurantismo per spremerlo a proprio piacimento, terrorizzandolo con l’incubo dell’inferno.

È chiaro che la civiltà possa anche costruirsi attingendo da miti, religioni, idee astratte e irrazionali, grazie a cui, ad esempio, è possibile esaltare il virtuosismo delle arti e della letteratura, ma se parliamo di scienza, e direi pure di filosofia, di visione del mondo, occorre lasciarsi alle spalle la metafisica, trattando l’argomento da un punto di vista storico e culturale che ricostruisca il percorso compiuto dallo scibile umano. La ragione deve essere il nostro faro, perché è l’unico antidoto all’ignoranza, ai fanatismi religiosi (ma direi tranquillamente alla religione stessa) e alle menzogne di qualsivoglia credo che schiavizzano l’uomo castrandone la volontà, l’autoaffermazione, il potere di essere padrone della propria vita e del proprio destino. Fra l’altro, oggi, assistiamo ad un impiego apolide o cosmopolita (che è poi la stessa cosa) della metafisica, teso a giustificare relativismi e universalismi, colludendo con l’ateismo medesimo di conio marxista: non vi è alcuna differenza tra l’invenzione di un dio assoluto e universale, a cui tutto deve essere sottomesso, e la sua negazione progressista, due facce dell’identico feticcio mondialista. Chi scrive si dice ateo, ma anche empio, non per giungere alle conclusioni woke (irrazionali quanto quelle pretesche), bensì per ricondurre la realizzazione dell’uomo alla ragione, che è quanto giustifica la visione etnonazionalista della vita.

Conoscenza

Abbiamo sempre ricordato come nell’ottica del lombardesimo sia fondamentale l’impegno culturale, che è quanto garantisce all’azione politica di poter porre le basi di una vera e propria rivoluzione identitaria. Senza cultura non vi può essere lo scibile umano, il sapere, che si nutre di conoscenze maturate lungo tutto l’arco della vita. E la conoscenza si arricchisce grazie all’esperienza quotidiana, allo studio e alle letture, al confronto, al desiderio di coltivare e anche ampliare i personali interessi, con lo scopo di poter vivere meglio, ovviamente di dare un significato ancor più profondo alla propria esistenza e pure di battersi concretamente per raggiungere degli obiettivi che stiano a cuore alla comunità. Conoscere, anzitutto sé stessi e ciò che più ci è vicino, è un altro di quei verbi che si addicono all’essere umano, il quale, tramite il sapere, ha edificato le nazioni e la civiltà, plasmato il paesaggio, elaborato le scienze e la tecnologia e, naturalmente, dato forma alla cultura.

Non possiamo trascurare il lato culturale della nostra vita, che non è soltanto arricchimento personale, ma anche collettivo, specialmente quando si tratta di poter ridestare le coscienze, da troppo tempo sopite per cagione di un regime politico, dell’edonismo, e di una diffusa ignoranza che torna assai utile a chi amministra (male) i nostri territori. E ha, quindi, tutto l’interesse a mantenere uno status quo che prevede la cattività delle genti lombarde. Conoscere equivale ad affrancarsi, per prima cosa mentalmente e individualmente, dall’oscurantismo, dalle superstizioni e dalle moderne convinzioni in materia di identità e tradizione, le quali anestetizzano la coscienza affinché il popolo resti asservito alle logiche del potere mondialista. D’altronde, non coltivare intelletto, curiosità e spirito critico significa spegnersi lentamente, morire dentro dandola vinta al sistema, e dunque tramutarsi in zombie manovrati a proprio piacimento dai nemici delle legittime nazioni europee. Tra cui la Grande Lombardia. L’apparente benessere materiale, derivante dal danaro, non può sostituire la libertà di un popolo, che passa per lo scibile umano messo al servizio della patria.

Estetica

Non mi vergogno di ammettere che il sentimento lombardista possa dirsi eurocentrico, nella misura in cui il popolo granlombardo possa riconoscersi europeo dai primordi, sotto ogni punto di vista, parte fondamentale e vitale dell’immortale concetto di civiltà europea (ed europide). La Grande Lombardia rientra nel cuore d’Europa, quello spazio modellato da Celti, Gallo-Romani e genti germaniche da cui il fulcro carolingio, il corridoio o asse lotaringio, la cosiddetta “Banana blu” che collega Londra a Milano. Questo areale coincide con le zone più ricche, urbanizzate e industrializzate del continente, il che rappresenta un vanto perché, come abbiamo sempre detto, la prosperità procede dall’etnia, ma ha anche ricadute negative che conosciamo perfettamente, e il nostrano “triangolo industriale” (ormai tutta quella che viene chiamata megalopoli padana) lo dimostra in maniera impeccabile. Immigrazione di massa, distruzione del tessuto etnoculturale originale, smog, inquinamento, pessima qualità dell’aria, cementificazione, deforestazione, perdita di identità e ossessione per la società dei consumi e il fatturato.

Nonostante queste sciagure, dicevamo, la Cisalpina è con orgoglio membro vivo del più profondo concetto di civiltà europea, poiché da sempre partecipa dello sviluppo continentale, bianco potremmo affermare. E, dunque, si esprime un eurocentrismo che non è razzismo, suprematismo o fregola colonialista (sia mai! il colonialismo ha portato soltanto iatture, a una terra come la Padania che, peraltro, mai è stata realmente colonialista) ma fierezza nell’essere europei ed europidi, culla della gloria storica del pianeta. In questo senso amiamo pensare a un concetto di estetica, di bellezza, che si rifà schiettamente ai canoni europei: vale per l’arte come per l’architettura, per la letteratura come per il paesaggio e la natura, per usi e costumi come per la bellezza fenotipica, specie femminile. Il senso del bello in cui crede il lombardesimo è eurocentrico se partiamo dal presupposto che anche gli europei hanno il sacrosanto diritto di essere orgogliosi di ciò che sono, e di optare per ciò che è europeo, senza ridicola compunzione insufflata dai deliri woke. D’altra parte, è quello che auspichiamo per ogni altra popolazione della terra: padrona di casa propria, libera da ingerenze straniere, fiera della propria identità e nemica del meticciato, senza sentirsi in difetto di fronte alla spazzatura defecata dal contemporaneo Occidente, che vive in funzione dell’odio apolide per le radici.