Il ritorno (sul “Tubo”) di Paolo Sizzi

Pavol Sizz

Ebbene sì, signori, dopo dieci anni esatti Paolo Sizzi è tornato sul “Tubo”, aprendo un canale in cui si occupa di divulgazione culturale all’insegna del lombardesimo e della lombardità. Assieme a ciò sono anche sbarcato sul “Telegramma” inaugurando, parimenti, un canale in cui pubblico settimanalmente dei video, cioè gli stessi proposti su YouTube. In quest’ultima piattaforma mi trovate come Il Lombardista mentre su Telegram il canale è denominato come il blog da cui scrivo, Lombarditas. Mi auguro di fare cosa gradita a quanti sentivano la mancanza in video di chi scrive, e a tutti coloro che possono essere interessati a queste nuove avventure. Sino ad ora ho reso pubblici 6 filmati: uno di presentazione sul “Tubo” (con la versione bergamasca) e quattro sul “Telegramma”, e vedrò di portarmi in pari. Il giorno d’elezione della realizzazione è il saturdì/sabato, sull’esempio dei vecchi tempi, ma la condivisione sulle reti sociali viene posticipata al lunedì sera.

Se una decina di anni fa lo scopo era la propaganda politica e ideologica, relativamente al Movimento Nazionalista Lombardo, oggi mi voglio occupare principalmente di divulgazione, acculturazione e trattazione lombardista in chiave etnoantropologica, riservandomi di pubblicare, più avanti, qualche video di contenuto metapolitico e dottrinale. Il mio punto di vista, ovviamente, non è del tutto neutro, perciò è evidente come si possa intuire l’ideologia etnonazionalista ed indipendentista; tuttavia, si vuole cercare di dimostrare che, al di là della politica, le Lombardie hanno tutte le carte in regola per dirsi comunità nazionale, patria e insieme di popoli omogenei affratellati da un comune passato. Il vecchio canale fu chiuso con la cessata esperienza dell’MNL, ma devo dire che riscosse un discreto successo, che spero di eguagliare e superare.

Del resto, come si evince dalla casacca da me indossata, il colore sociale e la fede lombardista vengono rispettati, riallacciandomi idealmente all’esperienza militante degli anni scorsi. Vorrei, comunque sia, che il pubblico non partisse prevenuto sull’affidabilità e la credibilità di quanto dico, e sappia dunque ascoltarmi con attenzione, aprendosi poi – perché no? – al dibattito e al confronto, interagendo con me e con tutti quelli che mostreranno la mia stessa sensibilità e il mio stesso interesse circa gli argomenti affrontati. Invito sempre ad un dialogo franco e schietto ma al contempo civile e costruttivo; la goliardia e i toni accesi ci possono anche stare, a patto che non si esondi nelle sterili provocazioni e nel caos.

I commenti sono attivati tanto su YouTube che su Telegram e, già che ci sono, vi ricordo anche di aggiungermi, qualora lo vogliate, su Twitter e su Instagram: sul primo do spazio, oltre alla cultura, all’attualità, mentre sul secondo posto immagini relative all’esperienza del lombardesimo associativo, all’antropologia fisica, alla civiltà lombarda e alla dimensione culturale ed etnoantropologica del lombardesimo. I vecchi profili furono chiusi nella primavera scorsa per motivi di lavoro, e oggi vengono riproposti in una veste contenutistica rinnovata, per quanto sempre sotto l’egida del pensiero sizziano, come è ovvio che sia. Vi chiedo, nelle vostre possibilità, di aiutarmi a spargere la voce perché gradirei che il ritorno del Sizzi fosse accompagnato da una certa eco, che possa permettergli di raggiungere un uditorio sempre più ampio, non per velleità narcisistiche ma per diffondere la vulgata panlombarda e, quindi, lombardista.

Dai profili social diffondo anche gli articoli del blog, a cui invito ad iscrivervi per rimanere aggiornati e commentare. Ne approfitto per ringraziarvi anticipatamente della sequela, vedendo anche la risposta positiva in termini di iscrizioni ai canali succitati, che in pochi giorni hanno visto un concreto incremento. Mi fa piacere riscontrare un certo interesse, perché tutto quel che faccio è ispirato alla lombardità e vuole essere un tributo alla mia vera patria, che non è una piccola “matria” italica bensì una nazione a se stante a metà strada fra Mediterraneo ed Europa centrale. Vi esorto dunque alla sequela e al dibattito, senza precludermi, un domani, una trattazione più politico-ideologica che, comunque, in controluce è sempre presente.

Salut Lombardia!

Alcune noterelle sul cognome Sizzi

Blasone dei Sizzo de Noris

Sizzi è un raro [1] cognome bergamasco peculiare della Val di Scalve (tributaria orobica della Val Camonica), le cui origini sembrano però da attribuire al paese di Gandino, in Val Seriana, come ramo della famiglia Rudelli [2]. Secondo alcuni studiosi di araldica (Passerini [3], Tettoni-Saladini [4]) il casato sarebbe di origine toscana, Firenze per la precisione, ma la connessione non è documentata. Il cognome Sizzi (con la forma primigenia, unica, Sizi) è presente, scarsamente, tra il capoluogo toscano e Prato ma a tutta evidenza è un ceppo indipendente da quello bergamasco.

Sizzi potrebbe essere il frutto di un patronimico derivato da una versione ipocoristica di nomi germanici in *sig- (‘vittoria’) [5] che, come in tedesco, o meglio, in antico alto-tedesco, esprime l’ipocorismo, sulla base di leggi fonetiche, mediante la particella -zz- [6]; nella fattispecie, il nome abbreviato è Sizzo, che può essere confrontato con altri vezzeggiativi medievali di origine teutonica quali Frizzo, Azzo, Sigizzo, Uzzo, Wizzo, Gozo e via dicendo, testimoniati da fonti documentarie della Germania meridionale; fra i nomi tedeschi contemporanei vengono in mente Heinz, Fritz, Götz ecc. [7]. Diversi cognomi padani e toscani, frutto della forte impronta culturale – soprattutto longobarda – lasciata dalle élite germaniche, possono essere ricondotti al fenomeno in oggetto: citiamo Frizzi, Albizzi, Opizzi, Oppizzi, Obizzi, Azzi a mo’ d’esempio.

Sizzo è dunque riconducibile a Sighard o Sigfrid, tanto che, come si diceva, si trova anche oltralpe, sparso per la Germania centromeridionale, segnatamente in Turingia dove c’è un Sizzo capostipite della medievale casata di Schwarzburg, ed un principe ottocentesco del medesimo casato, anch’egli chiamato Sizzo [8]. Interessante notare come sia in Germania che in Toscana [9] Sizzo (o Sizo) proceda da Sigizo, ipocoristico già segnalato nelle note.

I Sizzi toscani, di stirpe notabile, sono probabilmente derivati dai Sizi (da Sizo/Sizio, altro vezzeggiativo germanico come abbiamo visto), ed erano una tra le prime famiglie storiche fiorentine, originaria di Fiesole e dunque del contado, imparentata coi Medici, proprietaria di torri e chiese, ricca di consoli e di parte guelfa (vedi segnatamente la testimonianza di Luigi Passerini indicata nelle note, reperibile su Google Libri).

Dante Alighieri cita i Sizi pure nella Commedia, per bocca dell’avo Cacciaguida, come una, per l’appunto, delle famiglie più antiche e illustri della prima cerchia di Firenze, grazie alle origini e al loro impegno consolare:

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
era già grande, e già eran tratti
alle curule Sizii e Arrigucci.

(Paradiso XVI, 106-108)

Il blasone dei Sizi è «losangato di rosso e d’oro» [10] e quello dei Sizzi fiorentini «d’argento, alla banda alata di rosso» [11]. Il primo è visionabile qui, mentre del secondo non ho trovato traccia. L’argento (e prima ancora il bianco), comunque, era tradizionale colore guelfo; rosso ed oro sono, invece, classici colori nobiliari.

Secondo lo storico Lorenz Böninger vi fu, sul finire del ‘300, un’immigrazione di artigiani tedeschi nella città di Firenze tra cui dei “Sizzi” assimilati al tessuto etnoculturale e sociale della città toscana. Nel suo testo [12] egli dedica un capitolo apposito al successo professionale e all’integrazione di tre famiglie ritenute, appunto, di origine teutonica: Riccardi, Sizzi e Frizzi. Se questa tesi è concreta il cognome “Sizzi” sarà una toscanizzazione del casato originale (visto che i Sizi/Sizzi fiorentini esistevano già nel XII secolo). Potrebbe essere la riprova di un antroponimo germanico alla base della cognominazione ma, sicuramente, non vi è alcun legame tra il ceppo bergamasco e questi immigrati d’oltralpe.

Non si può escludere, comunque, che il mio cognome possa essere derivato, forse più verosimilmente (nonostante la radicata moda onomastica medievale di gusto germanico), dal nomen latino Sittius, (vedi la gens romana Sittia), il cui oscuro etimo potrebbe venir accostato a qualche significato connesso alla siccità, all’aridità, alla sete e dunque in senso lato alla brama [13]. Fra l’altro, i toponimi Siziano (Pavia) e Sizzano (Novara) credo siano da ricondurre al gentilizio latino in oggetto (anche alla luce della classica desinenza prediale latina -anus). Inoltre, per il Bergamasco, un atto del 1184 relativo alla località di Isola di Fondra (Val Brembana) ci tramanda il nome di un certo Sizio, evidentemente radicato anche nel nostro territorio [14].

In toscano esiste, curiosamente, il termine sizio [15], che indica un lavoro sedentario (vedi tedesco Sitz ‘seggio’), oppure un lavoro penoso (rifacendosi, in questo caso, all’espressione evangelica del Cristo in croce «Sitio» ossia «Ho sete»). Un’altra voce toscana interessante è sizza [16], “soffio di tramontana”, dal latino sidus ‘freddo’. Ma queste ultime voci si confanno, chiaramente, ai Sizzi gigliati; nel caso bergamasco, il mio, il casato Sizzi deve il suo nome sicuramente ad un patronimico, germanico o latino che sia.

Stando alle testimonianze incrociate di Passerini, Tettoni-Saladini e dell’Archivio di Stato di Firenze (interpellato anni orsono), il capostipite dei Sizzi fiorentini fu un certo Sizzo, della famiglia dei Sizi (le cui radici affondano almeno nel XII secolo), console di Firenze nel 1201. Quello bergamasco, come detto più sopra, era un membro della casata dei Rudelli, separatosi nel basso Medioevo. Si veda l’opera di Tullio Panizza citata nelle note. Rudelli è un tipico [17] cognome bergamasco, che suppongo derivato dal gentilizio romano Rutilius il cui significato va rintracciato letteralmente nel colore rosso o biondo scuro della capigliatura [18].

Dopo la battaglia di Montaperti del 1260, in cui i ghibellini senesi sconfissero i guelfi fiorentini, pare che alcuni Sizzi gigliati, stando alla testimonianza di Passerini e Tettoni-Saladini, ma anche di Roberto Ciabani [19], prendessero la via dell’esilio trapiantandosi altrove (persino in Francia) dandosi alla mercatura. Non ci sono comunque documenti che attestino la presenza di questi esuli toscani nel Bergamasco. Il fatto che il mio cognome sia presente a Bergamo e a Firenze – sebbene in ceppi distinti e indipendenti – può essere, qualora sia di etimo germanico, attestazione del prestigio goduto dai Longobardi tanto in Lombardia quanto in Toscana, e infatti diversi cognomi presenti nella prima ritornano nella seconda (forse pure per fenomeni migratori lombardi medievali [20]).

Ho notato che vi sono dei Sizzi anche a Taranto ma, documentandomi in passato, grazie alla testimonianza di alcuni di loro ho scoperto che non sono dei Sizzi reali (bergamaschi o fiorentini) bensì Ziz giuliani (di Pola) italianizzati durante il fascismo e trasferitisi in Salento nel secondo dopoguerra. Il loro cognome originario dovrebbe essere un etnico riferito alla Cicceria, regione storica del Carso terra degli istroromeni [21].

Dall’orobica Valgandino i Sizzi, derivati dai Rutellis de Noris (Rudelli e Noris sono ancor oggi cognomi squisitamente bergamaschi), si spostarono, sul finire del ‘300, a Brescia (ramo estinto) e a Trento – venendo ascritti alla nobiltà imperiale come Sizzo de Noris – dove tuttora risiede un conte discendente del vescovo-principe di Trento Cristoforo Sizzo de Noris. Le vicende dei Sizzo trentini sono state ricostruite, come ricordato supra, dall’araldista tridentino Tullio Panizza, nelle opere citate in calce all’articolo.

Non ho notizie di legami del mio ceppo famigliare paterno con questa aristocratica prosapia; come è noto chi, oggi, porta un cognome “illustre” lo ha ereditato biologicamente, con tutta probabilità, da coloni più che dai nobili medesimi. Ricordo solamente che in famiglia circolava una diceria di un prozio sacerdote (don Ariele Sizzi) relativa ad una lontana origine austro-ungarica, sicuramente motivata dai Sizzo de Noris di Trento (che però sono, appunto, originari del Bergamasco).

Ad ogni modo, io discendo dai Sizzi rimasti in Val Seriana, che poi verso l’800 si trasferirono in Val di Scalve, a Vilminore, e non so dire, come accennato, se questi fossero nobili spiantati o valligiani un tempo al servizio dei Sizzi patrizi. I Sizzi seriani sono documentati come una delle famiglie laniere del territorio di Gandino, parliamo del XVI secolo [22]. Bisognerebbe condurre serie e approfondite ricerche d’archivio per saperne di più. Comunque sia la provenienza etno-geografica è fuor di dubbio. Panizza riporta anche le oscillazioni grafiche del cognome Sizzo de Noris: Sicci, de Siciis, Sitius, Sitz, Siz, Sizo, Sizzi, Sizza.

In apertura ho inserito il blasone dei nobili trentini, riportato da Tettoni-Saladini e così descritto: «ancora di nero a 2 marre su scudetto di argento su – aquila di nero su oro – barca con albero e bandiera bifida svolazzante a destra recante 2 bambini nudi che si danno la mano tutto di argento su mare fluttuoso di azzurro su azzurro». Direi che l’aquila nera su sfondo dorato è un chiaro tributo al Sacro Romano Impero.

Per concludere la vicenda dei Sizzi bergamaschi diremo che, una volta estintosi il ramo gandinese, alcuni degli scalvini – divenuti artigiani – presero la via del Milanese e della pianura bergamasca; tra quest’ultimi mio nonno, divallato alla volta di Brembate di Sopra (pochi giorni prima del disastro della diga del Gleno, 1 dicembre 1923, a quanto sembra) dopo aver sposato una donna di Azzone, sempre in Val di Scalve. Impiantatisi a Brembate, i Sizzi si dedicarono, oltre al mestiere di artigiani, alla coltivazione e all’allevamento e, ovviamente, proliferarono. La mia famiglia nasce dunque dall’incontro fra le Orobie e l’Isola bergamasca.

Infine, una curiosità genetica di cui avrò modo di riparlare: come già dissi in passato, il mio lignaggio paterno (determinato dall’aplogruppo Y R1b-U152 (scoperto con il test di 23andMe) clade Z36 (celtico di La Tène [23][24], appurato grazie ad YSEQ) è diffusissimo nella Lombardia etnica (il bacino del Po) segnatamente orientale dove registra il suo picco “italiano” [25]. Anche questo depone a favore di un’origine indigena dei Sizzi bergamaschi, per quanto, da umanista, vedere un’omonimia nei Sizii fiorentini citati da Dante nell’acme paradisiaca del suo capolavoro letterario abbia indubbiamente un certo fascino [26].

[1] Vedi Gens Labo e Cognomix.
[2] Le notizie circostanziate sui Sizzi bergamaschi e i Sizzo de Noris sono tratte da Tullio Panizza, Famiglie nobili trentine d’origine bergamasca. In: Bergomum – A. 8 (1933) e Tullio Panizza, Secondo contributo alla storia di famiglie nobili della Venezia Tridentina di origine bergamasca. In: Bergomum – A. 9 (1934).
[3] Luigi Passerini, Memorie storiche intorno alla famiglia fiorentina dei Sizzi, Milano, 1855.
[4] Leone Tettoni, Francesco Saladini, Teatro araldico ovvero raccolta generale delle armi e delle insegne gentilizie delle più illustri e nobili casate che esisterono un tempo e che tuttora fioriscono in tutta l’Italia, Milano, 1847.
[5] Vedi Cognomix.
[6] Si vedano queste fonti reperite su Google Libri, dove si suggerisce che il vezzeggiativo Sizzo derivi da Sigizo, a sua volta diminutivo di Sigfrid.
[7] ibidem 
[8] Sizzonen
[9] Cfr. questa ricerca su Google Libri.
[10] Ceramelli Papiani 
[11] ibidem
[12] Die deutsche Einwanderung nach Florenz im Spätmittelalter, Leida, 2006, opera citata dal primo volume de La mobilità sociale nel Medioevo italiano, di Lorenzo Tanzini e Sergio Tognetti (Viella, 2016), presente su Google Libri.
[13] Dizionario Latino Olivetti
[14] Cenni storici
[15] Dizionario Etimologico Online
[16] ibidem
[17] Gens Labo
[18] Rutilio
[19] Le famiglie di Firenze, Bonechi, 1992. Tra i Sizzi toscani val la pena ricordare Francesco, astronomo fiorentino avversario di Galileo.
[20] Leonardo Rombai, Geografia storica dell’Italia, Le Monnier, 2002, p. 189.
[21] Nota di Marino Bonifacio di Trieste sulla Rivista Italiana di Onomastica, anno XXV (2019).
[22] Museo della Basilica di Gandino
[23] Eupedia
[24] «The Z36 sub-clade has also been associated with Celtic populations; as it occurs in moderately high frequencies, approximately 30-40%, in Italy including, Liguria and Lombardy, France, southwestern Germany (specifically Baden-Württemberg), and western Switzerland» Tratto da Mallory J. Anctil, Ancient Celts: A reconsideration of Celtic Identity through dental nonmetric trait analysis, 2020, consultabile qui.
[25] «Northwestern Italy has a very high percentage of haplogroup R1b (around 70 %) with the highest proportions in the area of Bergamo […]. In this pre-alpine region […] the percentage of individuals with haplogroup R1b-U152 is around 50 % […]. This local present day hotspot for haplogroup R1b-U152 fits quite well the ancient habitats of Celtic cultures» Tratto da questo studio di Martin Zieger e Silvia Utz, che cita quello di Grugni et al. 2018 in cui, per la Bergamasca, si danno le seguenti stime di R-U152: 46,2 per le valli e 53,2 per la pianura. Globalmente, R1b raggiunge l’80,8% nelle valli orobiche (il 70,9% in pianura).
[26] Ricordiamo, per completezza, che l’aplogruppo R-U152 è ben rappresentato anche in Toscana dove, tuttavia, è più probabile una sua filiazione villanoviana (vedi il collegamento ad Eupedia citato alla nota 23). In Lunigiana (che tecnicamente non è Toscana, bensì crocevia tra Liguria ed Emilia) sarà invece, più probabilmente, segnale ligure apuano, come suggerito da questo studio di Bertoncini et al. 2012. U152 è, genericamente, ritenuto una mutazione legata a genti protostoriche centroeuropee che irradiarono, pure verso sud, culture che potremmo definire italo-celtiche. In tale novero rientrano Celti, Liguri, Italici e Veneti, anche nella loro fase embrionale.

Paolo Sizzi, una biografia

Il Sizzi

Paolo Sizzi nasce venerdì 5 ottobre 1984, alle 10:25, presso la clinica di Ponte San Pietro (Bergamo). Terzo di tre figli, appartiene ad una famiglia bergamasca dalla notte dei tempi e di estrazione rustica che lo cresce secondo i dettami cattolici e tradizionalisti. Il ramo paterno è originario della Val di Scalve, mentre quello materno è nativo dell’Isola, ossia di quel territorio incuneato tra i fiumi Adda ad ovest e Brembo ad est. La coscienza e l’orgoglio identitari, derivanti da un fortissimo senso di appartenenza, non abbandoneranno mai il giovane orobico, segnando indelebilmente il suo percorso ideologico-politico e portandolo ad una adesione entusiastica al pensiero etnonazionalista.

Seppur residente a Brembate di Sopra, a mo’ di segno del destino, Sizzi frequenta l’asilo di Cerchiera, frazione di Pontida, a poca distanza da quell’abbazia che secondo la tradizione fu sede del celebre giuramento, atto fondativo della Lega Lombarda (7 aprile 1167). Questo offre il destro per ribadire, ancora una volta, come la vera Lombardia sia l’intero settentrione della Repubblica Italiana, e non soltanto l’artificiale regione del Pirellone; la Lombardia è la Padania medievale, grazie a cui potevano dirsi lombardi tanto a Vercelli quanto a Ferrara (Dante insegna) e tanto a Bergamo quanto a Treviso. Del resto, ‘Piemonte’ ed ‘Emilia’ non vogliono dire nulla, e il Triveneto (concetto risorgimentale), prima dell’espansione del veneziano, parlava lombardo, come testimoniano ladino e friulano che gli sono affini.

Nel paese dell’Isola suddetto, Brembate di Sopra, Sizzi cresce e frequenta le vecchie scuole elementari e medie, rimanendo nell’ambito di parrocchia e oratorio, da cui del resto si distaccherà alla soglia dei 25 anni. L’educazione impartita dalla famiglia all’Orobico è rigorosamente cattolica osservante, ma assieme a ciò trova spazio una vigorosa presa di coscienza identitaria che lo ancora solidamente al territorio bergamasco e lombardo concretizzandosi, ad esempio, nell’uso quotidiano dell’idioma di Bergamo, pressoché unica lingua impiegata in ambito famigliare, con orgoglio. È suggestivo che Brembate Superiore si trovi a metà strada fra Sotto il Monte – paese natale del Roncalli – e la già citata Pontida, quasi a rimanervi doppiamente influenzato; d’altra parte, il giovanissimo Paolo matura negli anni ruggenti del leghismo secessionista.

Dopo le medie inferiori, nel 1998, ecco le superiori in Bergamo, grafica pubblicitaria presso un istituto professionale. L’impatto con la realtà cittadina rappresenta per il rustico virgulto brembatese un’esperienza spiazzante; Sizzi deve misurarsi con un ambiente caratterizzato da pluralismo (tanto etnico – significativa presenza di italiani etnici e qualche gettone allogeno – quanto ideologico) e dall’inevitabile strascico frutto di un relativismo ormai imperante presso la gioventù occidentale: blasfemia, libertinaggio, immoralità, crisi valoriale, progressismo, deviazioni assortite, uso e abuso adolescenziale di bacco e tabacco (e non solo), deliri da centro sociale, occupazioni/autogestioni e via di questo passo. Superfluo dire che questi 5 anni acuiranno il temperamento reazionario del Nostro, portandolo ad un’idiosincrasia per tutto quello che puzza di sinistra mondialista e libertarismo.

Ottenuta la maturità nel 2003, Sizzi consegue un attestato post-diploma in e-commerce, per perfezionare le conoscenze multimediali. Ma la vera svolta, assieme alle prime esperienze lavorative, è data dall’iscrizione alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bergamo, coronando la propria passione umanistica, sopitasi negli anni precedenti a vantaggio della vena grafica e artistica. Paolo si laureerà nel 2014 in Lettere, e nel 2017 diverrà dottore magistrale in Culture moderne comparate. Il periodo universitario coincide con la scoperta dell’etnonazionalismo, risalente al 2006; una rivoluzione ideologica e culturale nel mondo dottrinale dell’Orobico, principio della personale saga lombardista. Cerchiamo di ripercorrerne le tappe salienti.

Nel 2006, come detto, Sizzi si avvicina all’etnonazionalismo, grazie alle opere di Federico Prati divulgate sulla rete da un forum völkisch della vecchia Politica On Line; parimenti, il Nostro comincia ad appassionarsi all’antropologia fisica – dunque alla craniologia – e alla genetica delle popolazioni, scoprendo gli scritti antropologici di alcuni autori fondamentali quali Coon, Biasutti, Sergi, Günther, von Eickstedt, Lundman, Deniker, Hooton, Angel, Baker e altri, e seguendo i vari studi in materia di genetica via via pubblicati anche su internet, a partire dalla fondamentale opera di Cavalli-Sforza e dei suoi collaboratori. La biologia e la razziologia ricoprono un ruolo basilare nel pensiero sizziano, perché se l’identitarismo non è etnoantropologico si riduce a flatus vocis, soprattutto alla luce della situazione “italiana” (cioè di un quadro pseudonazionale, data la sua estrema diversità).

Nel medesimo anno Paolo scopre il Fronte Indipendentista Lombardia, soggetto nato da fuoriusciti leghisti in polemica con Bossi, e comincia ad interessarsi alla questione nazionale lombarda nella sua reale estensione etno-storica; l’etnonazionalismo lo distacca pian piano dalla sfera reazionaria e cattolica, in favore di una dimensione più intimamente legata alle origini e alle radici (anche spirituali) cisalpine. Due anni più tardi si tessera per il FIL entrando in contatto con diversi indipendentisti lombardi, fra cui il compianto Simone Riva. Sino al 2010 collaborerà con quest’ultimi al progetto di un coerente e radicale movimento lombardista che – con loro – non verrà mai alla luce. In compenso Sizzi conosce Adalbert Roncari, con cui stringe un sodalizio che porterà alla fondazione del Movimento Nazionalista Lombardo (2011) e di Grande Lombardia (2013).

Nel 2009 il Nostro getta le basi del lombardesimo mediante la creazione di alcuni blog. Il lombardesimo è l’etnonazionalismo lombardo, ovviamente indipendentista, che rappresenta il fecondo incontro fra il filone völkisch e l’identitarismo cisalpino; inizialmente esso incarna anche una durissima polemica contro il cristianesimo, dopo che Sizzi decide di abbandonare la fede cattolica per sposare una linea culturalmente paganeggiante e spiritualmente nativista, senza comunque aderire ad alcun credo specifico. Sono, infatti, gli anni dell’etno-razionalismo, un connubio che conduce il Bergamasco ad una visuale tendenzialmente atea ma rispettosa dei culti tradizionali europei. Sempre nel 2009 Sizzi diviene membro del senato accademico di Bergamo per la facoltà di Scienze umanistiche (Lettere), esperienza che lo espone all’inquisizione progressista con conseguenti denunce per i caustici contenuti dei suoi blog. Da questa vicenda matura il noto infortunio giudiziario per reati d’opinione: offese al PdR e istigazione alla discriminazione razziale.

Come ricordato, la fondazione del primo soggetto lombardista, l’MNL, risale al 2011, e il campo d’azione era rappresentato dalla Lombardia etnica, cioè il territorio nazionale lombardo racchiuso dal bacino del Padus (Insubria, Orobia, Emilia fino al Panaro, Piemonte); successivamente, nel 2013, il Movimento confluisce in Grande Lombardia e apre all’intero panorama storico lombardo, ossia alla Padania nella sua globalità. La riflessione sizziana, tuttavia, non si fermerà qui, e nell’aprile 2014 Paolo decide la svolta: esce da GL e coniuga l’istanza etnicistica con l’idea di un federalismo italico, per cercare di non buttare il bambino assieme all’acqua sporca. Questa sorta di etnonazionalismo patriottardo, in senso antico-romano ma per nulla statuale/repubblicano, si prefigge il recupero della nobiltà dell’ideale panitaliano, senza comunque rinnegare il prima lombardista ma adeguandolo alla nuova bisogna. Per un settennio la linea di Sizzi sarà, dunque, etnofederale, italico-romana, lombardista epperò sposata ad un italianismo che si voleva animato da un sacrale afflato ispirato alla terra di Saturno.

Ciononostante, questa esperienza, caratterizzata anche da diversi anni di collaborazione con il consorzio di EreticaMente, sarà destinata ad esaurirsi nell’estate del 2021, sia per un rinnovato fervore lombardista di Paolo, desideroso di radicalità, sia per le riflessioni maturate alla luce dei più recenti studi di genetica delle popolazioni, che sottolineano non solo l’eterogeneità italiana (unica nel continente) ma pure il dato esotico, antico e recente, che contraddistingue l’Italia vera e propria, cioè la Penisola e la Sicilia. Cosicché, per ragioni di coerenza, serietà e maturità, Sizzi abbandona l’italianismo, ancorché etnofederale, e riabbraccia la causa lombardista tornando sulle primigenie posizioni etnonazionaliste in chiave panlombarda. Il blog da cui si scrive nasce da tale riscoperta delle origini, conseguenza della chiusura del vecchio Il Sizzi, e questa volta non si tornerà più indietro. Unica sensibile differenza, rispetto agli albori del 2009, sta nella cessata ostilità nei riguardi del cristianesimo cattolico (tradizionalista), per cercare una convergenza tra lo spirito pagano e quello romano-cristiano d’Europa.

Attualmente Paolo Sizzi non fa parte di alcun movimento o associazione, ma rimane idealmente vicino alle posizioni di MNL e GL, soggetti da lui fondati. Indipendentemente dalla militanza, la testimonianza sizziana continua all’insegna del lombardesimo dei primordi, insistendo soprattutto sulla bontà del panlombardismo etnico; va da sé, comunque, che anche i restanti territori cisalpini siano parte integrante della propria idea di Lombardia, essendo storicamente ancorati alla dimensione padano-alpina e, dunque, granlombarda. Non avrebbe senso, infatti, lasciare Liguria, Romagne, Venezie, Friuli, Trentino e Tirolo meridionale al proprio destino: devono anch’essi partecipare al consesso lombardo, sebbene non rientrino nell’ambito propriamente etnico. Da notare che la divulgazione delle idee sizziane è stata agevolata da alcune interviste (televisive e radiofoniche) e da qualche polemica sulle reti sociali animata persino da noti tromboni liberal; il regime cerca in ogni modo di mettere in cattiva luce chi esce dal coro di belanti pecoroni antifascisti, ma così facendo gli regala visibilità e pubblicità. Ecco il perché del mio espormi con nome, cognome e faccia, nonostante tutto e tutti.

Oggi, assieme al lavoro, Sizzi porta avanti il proprio impegno, soprattutto culturale, per rendere giustizia all’identità etnica e storica lombarda, dopo essersi assestato sulle posizioni etnonazionaliste primigenie. Egli auspica l’autoaffermazione delle genti lombarde tutte, e di conseguenza un’Europa delle (vere) nazioni affrancate da ogni giogo statolatrico (e sovranazionale) insensibile ai richiami di sangue, suolo e spirito. La cultura è fondamentale, per riscoprire se stessi, e l’Orobico vuole insistere per l’appunto sulla bontà della battaglia identitaria, che viene prima di quella politica. Non si esclude, in futuro, una nuova sfida lombardista in chiave associazionistica, ma per il momento ciò che importa è non perdere di vista la basilare dottrina völkisch, declinandola in senso etnoantropologico e spirituale; la tenzone culturale va portata avanti giorno dopo giorno, in nome dei valori più alti e nobili che animano uomini e donne desiderosi di vera identità, dunque di vera libertà.

SL

Ritorno alle origini

P. Sizzi

Un anno fa, dopo un settennio trascorso all’insegna della conciliazione fra pensiero lombardista e italianismo etnofederale, decisi di riabbracciare in toto il lombardesimo delle origini, tornando sulle mie posizioni etnonazionaliste iniziali incentrate sull’autodeterminazione lombarda e sull’identitarismo etnico applicato al contesto cisalpino. Tale svolta fu il frutto di una riflessione estiva motivata dall’esigenza di una rinnovata coerenza comunitaria (dunque nazionale e sociale), dove sangue, suolo e spirito venissero ricollocati al centro del dibattito senza più compromessi; la decisione fu agevolata dalla pubblicazione di alcuni studi di genetica delle popolazioni (da affrontare più avanti) che ribadivano con forza non solo la straordinaria eterogeneità – unica in Europa – di ciò che oggi chiamiamo Italia, ma anche quanto andava emergendo nelle ricerche degli anni precedenti: il contributo esotico, antico e recente, al genoma italico, ossia centromeridionale (segnatamente meridionale).

Avremo modo di parlare compiutamente della questione genetica italiana, ma sin da ora appare utile sottolineare come il dato biologico, nell’ottica sizziana, rimanga fondamentale al fine di plasmare un concreto e lineare pensiero politico-ideologico che poggi su solide basi etnoantropologiche: stirpe e terra, dunque la patria sublimata dal radioso spirito indoeuropeo, sono sempre state le irriducibili guide della visione del mondo del sottoscritto, non per razzismo o suprematismo ma per questioni di serietà, trasparenza e coerenza; il dato razziale (inteso come origine, nazione, discendenza) esige una salutare radicalità che nelle destre di ogni tempo viene meno ma che in ambito etnonazionalista rappresenta il fulcro della filosofia völkisch.

Il Sizzi nasce lombardista, l’originalità del lombardesimo fa parte della sua cifra ideologica e politica, nonché culturale ed antropologica, ed era dunque giusto e doveroso recuperare il senso del messaggio primevo lasciandosi alle spalle l’esaurita esperienza italianista. A maggior ragione è doveroso in un momento in cui trionfa il sovranismo tricolore sposato persino da coloro che un tempo si dicevano padanisti ma che, in realtà, sono sempre stati ambigui, ondivaghi e opportunisti. La Lombardia, ovviamente nella sua accezione etno-storica, non ha affatto bisogno di patriottismo italiano (non essendo Italia in senso nazionale) bensì di identitarismo genuino e di affrancamento da ogni giogo imposto dal sistema-mondo, a partire dalla gabbia statolatrica romana.

L’indipendentismo è dunque la logica conseguenza dell’azione metapolitica e politica lombardista, sebbene personalmente abbia sempre visto la dottrina etnonazionalista come prioritaria; infatti, l’etnonazionalismo presuppone, nel contesto padano-alpino, l’istanza indipendentista, ma non viceversa. Sappiamo, per l’appunto, che il separatismo europeo è solito sventolare lacere bandierine progressiste, a differenza del lombardesimo che è invece degna espressione etnonazionale del pensiero völkisch. Una comunità, una patria, un insieme di popoli omogenei coesi da identità e tradizione trovano il proprio fondamento nella natura e nella cultura, non certo nelle chiacchiere (o, meglio, nelle fanfaluche) della sinistra internazionalista che vede fascisti e razzisti in ogni dove.

Alla luce di quanto esposto era meritorio, da parte mia, un recupero integrale della dottrina lombardista – del resto da me forgiata – e un conseguente riavvicinamento agli storici sodali e al soggetto da me fondato, Grande Lombardia, erede del Movimento Nazionalista Lombardo (anch’esso frutto delle elucubrazioni e dell’azione sizziana). Attualmente GL è ibernata ma rimane l’unica associazione ideale nel panorama (meta)politico cisalpino, pur non appartenendovi più; i capisaldi della compagine sono quelli del sottoscritto, a partire da etnonazionalismo e panlombardismo. Unica differenza sta nel fatto che, nel tempo, ho abbandonato il ripudio del cristianesimo cattolico, optando per una conciliazione tra le due grandi componenti spirituali europee: la cristiana e la gentile (per quanto quest’ultima, oggi, sia inconsistente).

Precisiamo: non mi ritengo religioso e men che meno osservante ma le nostre radici sono indubitabilmente cattoliche, romane e ambrosiane. Per come la vedo, il cattolicesimo va preservato in senso tradizionale e preconciliare, prendendo le distanze dalla contemporanea deriva mondialista della Chiesa, e per quanto possa essere opera velleitaria la Lombardia dovrebbe adottare la visione integrista sganciandosi così dal Vaticano. Un cristianesimo latino sano condanna le contaminazioni giudaiche ed ecumeniste, così come la patetica tendenza al sincretismo buonista che grazie a Bergoglio ha subito un’impennata. Ricordiamoci che il Cristo è l’erede della solarità e dello spirito uranico indoeuropeo, e la rinascita della pietas continentale sta nella salvaguardia della tradizione, non certo nella difesa di un mellifluo monoteismo denominato abramitico (in sostanza, una concessione agli eretici, agli scismatici e soprattutto ad ebrei e musulmani).

La religione è comunque argomento secondario, ai fini politici e ideologici, e la vera svolta del mio personale credo sta nel ritorno alle origini lombardiste dure e pure, abbandonando l’italianismo, ancorché etnofederale, e riprendendo le fila del discorso interrotto nell’aprile 2014. La Lombardia, intesa come nazione storica permeata di schietta identità galloromanza cisalpina, non può dirsi Italia, in quanto figlia di una temperie etnoculturale che si colloca a metà strada fra Mediterraneo ed Europa centrale. L’Italia vera e propria è, invece, l’ambito peninsulare e insulare (Corsica e Sicilia) coeso dal dato italico-romano, romanzo orientale, puramente meridionale (nel quadro europeo) e influenzato dal mondo greco. Ritengo non si tratti di materia opinabile, anche perché lo stesso nome ‘Italia’ nasce nell’estremo sud ausonico.

Va da sé che il passo successivo al riconoscimento delle specificità lombarde, sia nei confronti dell’Italia che del resto d’Europa, riguardi l’indipendentismo, l’affrancamento identitario volto all’autodeterminazione delle genti padano-alpine, ancorché possa parere utopico. Nell’ottica di un’Europa delle vere nazioni, finalmente liberata dagli enti sovranazionali mondialisti, la Lombardia trova il suo spazio, ovviamente come realtà etnica allargata a tutti i popoli che possono dirsi cisalpini/lombardi; il punto di partenza è il bacino padano, cioè la Lombardia etnica, per poi giungere a tutto quanto il quadro settentrionale, che è la Grande Lombardia del Sizzi.

Lasciandomi alle spalle il periodo italianista, voglio intraprendere di nuovo il cammino völkisch, soprattutto per essere d’esempio ai più giovani, che giustamente anelano a quella intransigenza identitaria che passa per la riscoperta del patrimonio etnoantropologico natio. Non tornerò mai più indietro ma insisterò sulla bontà dell’etnonazionalismo, che a mio dire è l’unica ideologia capace di dare un senso profondo e rinnovato alle legittime aspirazioni patriottiche di popoli troppo spesso imprigionati in mere entità statuali, totalmente prive di connotati etnici e nazionali unitari. È questo il caso della Repubblica Italiana, espressione di un Occidente massificatore e standardizzante a guida americana che tiene completamente in non cale identità e tradizione. Riscoprire i primordi lombardisti è dunque basilare, e il mio augurio è quello di essere un modello positivo per tutti coloro che non piegano il capo di fronte all’omologazione di nazioni annichilite e umiliate da una globalizzazione inevitabilmente priva di valori, in quanto beceramente fondata sull’arido dato finanziario.

Presentazione

Paolo Sizzi

Salute a tutti voi, chi scrive è Paolo Sizzi, cultore di lombardità sulla rete ormai da 16 anni. Ho aperto questo nuovo spazio virtuale nell’autunno scorso, sentendo l’esigenza di riconciliarmi pienamente con le mie origini, nonché con la mia terra e la sua vera natura. Coloro che mi seguono avranno notato che ho rimosso gli articoli precedenti, dopo aver tenuto il sito privato in modalità provvisoria, contestualmente all’abbandono marzolino del vecchio “Cinguettatore”. Tale scelta deriva da motivi, per così dire, professionali, che mi hanno spinto ad una riconsiderazione della mia presenza sul web, accantonando per il momento questioni politico-ideologiche e, soprattutto, cambiando registro comunicativo. Non ho voluto, tuttavia, sacrificare Lombarditas, e si è deciso, dunque, di privilegiare il lato culturale dell’opera sizziana – sperando di fare cosa gradita ai lettori – a vantaggio di scientificità e imparzialità.

In questo blog, come anticipato nelle Informazioni, troveranno posto le classiche tematiche a me care, discusse dal 2006 a questa parte: storia, geografia, linguistica, dialettologia, araldica, onomastica, cognomastica, toponomastica, folclore, così come i “cavalli di battaglia” del sottoscritto, antropologia (fisica) e genetica delle popolazioni. Di politica, metapolitica e ideologia tratterò in altra sede; qui, allo stato dell’arte, si è scelto di dare degno risalto a tutto quello che concerne la cultura bergamasca e lombarda, dove ‘lombarda’ significa cisalpina, a partire dal nucleo fondante della nostra realtà etnica e nazionale, che è il bacino padano. Non mancherò di dare uno sguardo anche all’Italia e all’Europa.

Ho preservato gli articoli, scritti in tutto questo tempo, valevoli da un punto di vista culturale, e che per questo riproporrò senz’altro, con i dovuti aggiornamenti e miglioramenti. Essendo il frutto di un lavoro di studio e di ricerca, appare salutare un recupero del materiale più pregevole, aumentandone lo spessore scientifico con note, citazioni, bibliografia e/o sitografia. Il nuovo taglio assunto da questo giornale di bordo su internet, a differenza dell’impostazione originaria, pone maggior enfasi sull’erudizione, sebbene la divulgazione sia sempre stata l’intento principale dei miei scritti. Come ho più volte ricordato, a che pro darsi all’impegno ideologico e politico se non si sa nulla della storia del proprio territorio, della sua identità e del peculiare profilo delle genti che lo abitano? insomma, se non ci si conosce?

Oltretutto, si vuole raggiungere un duplice obiettivo: da una parte continuare la storia sizziana di trattazione etnoantropologica (segnatamente lombarda), dall’altra rendere affascinante, agli occhi soprattutto dei più giovani, la disamina di tutto quello che concerne la patria alpino-padana, una patria che Carlo Cattaneo definiva “artificiale” in quanto «immenso deposito di fatiche». Il pensiero del sottoscritto ormai è ben noto, e in attesa di tempi più propizi è giunto il momento di dare spazio alla cultura a tutto campo, senza per questo rinunciare alla discussione antropogenetica, che non verrà snaturata. Sarà per me un onore e un vanto riuscire a conquistare l’attenzione delle generazioni lombarde, in nome di quel sentimento d’appartenenza comunitario che è linfa vitale di ogni popolo.

Potremmo dire che questa è una novella, intrigante, tenzone poiché si vuole dimostrare come, al di là della visione politica lombardista – e quindi della personale prospettiva etnonazionalista – esista un insieme di genti etnicamente e storicamente lombarde ben differenziate nel quadro europeo, a partire dal confronto con la Penisola vera e propria, che è la primigenia Italia mediterranea, italica, romana e influenzata dal mondo greco. Il mio punto di vista non può, certamente, essere del tutto neutro, ma, conciliando le esigenze di cui sopra con la volontà di adottare un’ottica razionale, cercherò di illustrare, senza faziosità, la bontà del sentimento patrio in chiave grande-lombarda. Attenzione: la “Grande Lombardia” non è una velleità espansionistica dello scrivente, è semplicemente il nome impiegato per definire il contesto subalpino storico, in quanto sovrapposizione della Langobardia (Maior) alla (Gallia) Cisalpina. Non si parla certo di opinioni.

Avrò modo di citare diverse fonti documentarie utili a chi ha l’interesse e il piacere di approfondire quanto verrà trattato, perché lo scopo principale di questo spazio virtuale rimane quello di suscitare un desiderio di conoscenza con ricadute concrete sul sapere dei lettori. La grande sfida che riguarda il presente e il futuro dei nostri popoli concerne la salvaguardia del patrimonio tradizionale, mortalmente minacciato dalla società mondializzata, e questo dovrebbe essere un dovere trasversale da parte di tutti i lombardi, nello specifico, e degli europei, in generale. Se la lingua, la tradizione, l’identità, la mentalità, gli usi e costumi e, non da ultimo, l’etnia di una nazione muoiono a rimetterci non sono solo le fasce della società più avanti negli anni ma anche, e soprattutto, i più giovani e coloro che verranno. Avrà ancora un senso chiamare ‘Lombardia’ la Lombardia?

Anche per questa ragione, e non solo per quella palesata in apertura, appare utile avvicinare alle tematiche trattate coloro che sentono il bisogno di ampliare lo scibile in materia di lombardità – come da titolo di questo blog – poiché le Lombardie sono una ricchezza di ogni lombardo, e hanno il diritto di difendere le radici per alimentare un futuro roseo che passi per l’autodeterminazione dei propri virgulti. Naturalmente non rinuncerò mai alle mie idee e al mio retroterra ideologico e dottrinale, frutto del profondo legame col territorio orobico e padano-alpino, ma vorrei passasse il concetto che lo spirito d’appartenenza non è appannaggio di qualche movimento o partito (che, peraltro, nel tempo si è perso per strada). Ogni riferimento a via Bellerio è puramente casuale…

Lombarditas mira, quindi, al recupero di quel sano orgoglio lombardo che non significa odio, razzismo, discriminazione, bensì amore e rispetto, anzitutto per se stessi, per il proprio suolo natio, per la propria cultura; i lombardi possono dirsi etnia e nazione, come i sardi e gli italiani etnici. Togliamoci dalla testa l’idea che difendere l’identità sia un attacco nei confronti degli altri, poiché solo dalla difesa del rispettivo onore comunitario può nascere il riconoscimento di quello altrui. Qualcuno storce il naso perché parlo di ‘nazione lombarda’? Che dire, dunque, della Confraternita dei Lombardi in Roma, una compagnia religiosa creata per dare assistenza spirituale e materiale ai lombardi presenti nella capitale italica nel XV secolo, la cui denominazione seriore fu “Arciconfraternita dei Santi Ambrogio e Carlo della Nazione Lombarda”? La fierezza per i relativi natali non può essere preclusa alle popolazioni europee, a differenza di quelle del Sud del pianeta: il rullo compressore della globalizzazione capitalistica è una minaccia per tutti gli uomini, senza distinzione.

Vi auguro buona lettura e buona discussione, invitando a mantenere, nei commenti, toni civili e rispettosi, proprio perché l’intenzione è quella di confezionare un prodotto di qualità che, anche nel confronto, possa rappresentare un’occasione di edificazione per tutti, in particolare, torno a dire, pei più giovani. I commenti riguardo ideologia e politica non sono banditi, ma vi raccomando di non andare fuori tema e di rispettare questa nuova veste contenutistica del blog. Prossimamente rifletterò sull’opportunità di riprendere qualche tematica di trattazione (meta)politica, anticipandovi che in cantiere c’è dell’altro, ma di questo parleremo poi. Sfruttare la dimensione educativa dello strumento internettiano, soprattutto oggi, è un’occasione da non lasciarsi sfuggire, eziandio per il giovamento di ciò che, spregiativamente, viene liquidato come localismo.

P.S.: mi potete trovare sui nuovi profili Twitter e Instagram, da cui, fra le altre cose, diffondo gli articoli del weblog. Attualmente sono account incentrati per lo più sulla divulgazione culturale, a mo’ di appoggio all’opera di Lombarditas. Parimenti, vi segnalo il canale Telegram omonimo nel quale pubblico, con cadenza settimanale, dei brevi video circa la natura delle Lombardie, affiancato dal nuovo canale YouTube. A quanti vorranno contattarmi o chiedere in merito ad approfondimenti e questioni varie, ricordo l’indirizzo di posta elettronica lombarditas@gmail.com.