5 settembre (1395): la nascita del Ducato di Milano (festa dell’Insubria)

Aquila e Biscione

Il 5 di settembre del 1395 veniva ratificata e celebrata la nascita, per opera di Gian Galeazzo Visconti, del Ducato di Milano, costituito ufficialmente l’11 maggio dello stesso anno per mezzo di un diploma firmato dall’imperatore del Sacro Romano Impero Venceslao di Lussemburgo. La nuova bandiera ducale era così costituita dal Biscione visconteo in campo argenteo inquartato con l’Aquila imperiale teutonica su sfondo dorato. Alla sua massima estensione quattrocentesca, lo Stato milanese comprendeva pressoché tutti i territori di lingua lombarda (in senso stretto, ossia insubrico, orientale, alpino e meridionale) e buona parte di quelli etnici (bacino idrografico padano) con una propaggine veneta, raggiungendo l’apice della potenza proprio grazie a Gian Galeazzo, e alla casata dei Visconti in genere. A ben vedere, quindi, il 5 di settembre non è solo festa dell’Insubria propriamente detta (Lombardia occidentale tradizionale) ma di tutta la Lombardia transpadana linguisticamente lombarda, nell’accezione detta sopra, che si inserisce nel panorama etnico e storico della nazione lombarda come una sorta di regione modellata da fenomeni idiomatici e culturali.

Tale giornata costituisce così una festa etnoculturale, sub-nazionale, all’interno del mondo granlombardo, andando a celebrare la grandezza, il fasto e il prestigio del Ducato di Milano, che realizzò politicamente l’unità dei lombardi. Sfortunatamente, nei secoli successivi, tale potentato venne privato di componenti territoriali importanti a vantaggio dei vicini di casa e, soprattutto, degli stranieri, perdendo in autorevolezza e autonomia e finendo vessato da dominatori forestieri esosi ed incapaci, come francesi e spagnoli. Recuperò terreno con gli austriaci nel Settecento, ma sullo scorcio del secolo ebbe termine per cagione napoleonica. Rivisse, in un certo senso, nel Regno Lombardo-Veneto ottocentesco, come parte lombardofona dell’Impero austriaco. L’importanza dell’odierna ricorrenza sta non solo nella celebrazione della gloria viscontea, e anche sforzesca, ma chiaramente nella natura etnoculturale omogenea che caratterizzava il Ducato milanese e che, tra le altre cose, nel 1397, divenne ufficialmente Ducato visconteo di Lombardia. Oggi dunque, a ragione, è la festa dei territori e delle genti di Milano, Brianza, Lecco, Como, Valtellina, “Svizzera” lombarda (Poschiavo, Bregaglia, Bivio, Mesolcina, Ticino, Sempione), Seprio, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vigevano, Pavia, Lodi ma pure di Bergamo, Crema, Cremona, Brescia, Val Camonica, Mantova e di Valsesia, Vercelli, Biella, Alessandria, Tortona, Voghera, Piacenza, Parma, cioè ambiti di etnia cisalpina legati alla lombardofonia allargata.

3 settembre (569): la nascita del Regno longobardo (festa nazionale della Grande Lombardia)

Corona Ferrea di Monza

Il 3 settembre del 569 era volgare nasceva a Milano il Regno longobardo, fondato da re Alboino. Entrati in Padania via Friuli nella Pasqua del 568, secondo la tradizione il 2 di aprile, i Longobardi conquistarono via via le principali città granlombarde, vincendo la debole resistenza dei presidi bizantini. Si insediarono così, gradualmente, nel Triveneto (con l’eccezione delle lagune, da cui nacque Venezia), in Orobia, Insubria, Piemonte, Toscana, conquistando successivamente Emilia e Liguria; con alcune spedizioni i guerrieri longobardi penetrarono nel centro e nel sud dell’Italia etnica dando vita ai ducati di Spoleto e di Benevento, ed insidiando da vicino gli ultimi capisaldi rimasti in mano ai Bizantini, tra cui Roma (Patrimonio di San Pietro, assieme alle aree circostanti), con la Romagna in Cisalpina. Il Regno longobardo, tuttavia, racchiudeva il territorio della cosiddetta Langobardia Maior, che riguardava la contemporanea Italia settentrionale e la Toscana; la penisola era nelle mani dei duchi longobardi indipendenti, del papa e di Bisanzio. Nel 572, dopo un lungo assedio, cadeva Pavia, elevata a capitale del regno, già gotica, con Milano e Monza come altre capitali.

Il 3 di settembre, dunque, può rappresentare una data da ricordare come festa della Grande Lombardia, della Langobardia Maior, ossia di quelle terre che furono, per gran parte, territorio del Regno longobardo dal 568-69 sino alla capitolazione per mano dei Franchi, nel 774. La Grande Lombardia include tutta la Padania, con l’ovvia eccezione della Toscana, che chiaramente non appartiene al mondo cisalpino pur essendo stata da subito parte del Regno dei Longobardi. Una festa identitaria e nazionale della popolazione granlombarda perché sebbene i Longobardi non incisero in maniera cospicua sul dato biologico e antropologico degli indigeni, rappresentarono una tappa fondamentale nella storia delle Lombardie, tanto da avergli lasciato il nome! Oltretutto, la demonizzazione antica, cominciata con Papato e Franchi e sfociata nella retorica patriottarda catto-risorgimentale del Manzoni, si è dimostrata del tutto infondata e l’eredità longobarda è patrimonio significativo di “nord” e Tuscia, ma anche dell’Italia mediana e di quella meridionale continentale. Questo eterogeneo popolo di lingua e cultura germaniche (in buona parte anche di sangue, ovviamente) ci ha lasciato antroponimi, toponimi, usi e costumi, folclore, leggi e istituzioni durate per secoli e, ancorché meno, geni e tratti somatici. A buon conto possiamo dire che i Longobardi stanno a buona parte degli “italiani” – segnatamente ai lombardi – come i Franchi ai “francesi”.

Settembre – September

Germanico

Il mese di settembre (September) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, il settimo mese dell’anno a partire da marzo, successivo a quintile (luglio) e sestile (agosto). In età imperiale tale mese era dedicato a Germanico Giulio Cesare, politico e militare romano della dinastia giulio-claudia, nipote di Augusto, dotato di incredibile prestigio dovuto alle vittorie contro i Germani, e soprattutto a quella nella battaglia di Idistaviso (16 era volgare), rivincita romana sulle tribù germaniche capeggiate dal cherusco Arminio dopo il disastro di Teutoburgo. Riuscì anche a recuperare due delle tre aquile legionarie perdute nel 9 era volgare, in quel nefasto – per Roma – evento anch’esso accaduto in settembre (tra i giorni 8 e 11). L’imperatore Tiberio richiamò poi Germanico (cognomen ereditato dal padre Druso maggiore in seguito ai suoi successi in Germania) rinunziando così alla conquista delle terre teutoniche e allontanandolo da Roma per timore della sua grande intraprendenza. Morì ad Antiochia, forse avvelenato da un uomo di fiducia di Tiberio.

Settembre è mese legato alla vendemmia, come l’iconografia romana stessa ci testimonia. L’equinozio d’autunno cade in tale periodo (tra i giorni 22 e 23), e pare che il mese fosse posto sotto la tutela del dio del fuoco Vulcano; essendo però già preposto ad agosto, vedrei meglio la protezione di Diana, dea della caccia, e l’attività venatoria è legata al principio dell’autunno. Altri simboli di settembre sono fichi, mele, aratura dei campi, foraggio e gli strumenti per il raccolto dell’uva (tini, canestri, vassoi) e il vino, dai fiaschi alle lucertole, animali legati a Bacco, dio di tale bevanda. Da ricordare che il 13 del mese cade la celebrazione della Triade Capitolina, patrona della grandezza di Roma, e che in epoca antica una buona metà di settembre era dedicata ai Ludi Romani, giochi votivi in onore di Giove Ottimo Massimo. Per questo motivo il mese è consacrato a Giove, dio del cielo e padre degli dei (il 13 cadeva anche l’anniversario dell’inaugurazione del tempio dedicato a Giove Capitolino, sul Campidoglio, centro del culto di stato romano). September inizia con il sole nel segno astrologico della Vergine e si conclude, all’altezza dell’equinozio, con il suo ingresso nel segno della Bilancia, simbolo oltretutto di equilibrio tra le ore diurne e le notturne.

San Bortolo (festa dell’Istria)

Bandiera dell’Istria

Il 12 settembre del 1919 alcuni reparti del Regio Esercito, animati dal fronte politico nazionalista di Gabriele D’Annunzio, si ribellarono occupando Fiume e proclamandone l’annessione al Regno d’Italia. È l’Impresa di Fiume, che portò ad un’occupazione della città durata 16 mesi e alla nascita della Reggenza italiana del Carnaro (8 settembre 1920); scopo della sua proclamazione, appunto, unire Fiume al resto della (fasulla) Italia, in conseguenza della mobilitazione dovuta alla cosiddetta “vittoria mutilata”, causata dalla mancata annessione al Regno tricolore, dopo la Grande Guerra, come promesso dal Patto di Londra, della Dalmazia settentrionale. L’epilogo dell’Impresa fu segnato dall’approvazione del Trattato di Rapallo, con cui Italia e Iugoslavia stabilirono consensualmente i confini dei due regni; alla prima andarono Gorizia, Trieste, Pola e Zara, ma non Fiume che si costituì Stato libero (cessato nel 1924 con l’assegnazione della città a Roma). L’opposizione dei legionari dannunziani al Trattato portò il governo di Giolitti ad intervenire con la forza, sgombrando la città quarnerina nel Natale del 1920. D’Annunzio, rammaricato, lasciò Fiume e si ritirò nella sua villa di Gardone Riviera, il celebre Vittoriale.

Anni fa, in periodo italianista, reputavo il 12 settembre ipotetica festa regionale della Venezia Giulia storica, che potremmo anche chiamare Istria, costituita dai territori storicamente “italiani” della Venezia Giulia attuale, del bacino dell’Isonzo, del Goriziano, del Carso, della Carniola occidentale, di Istria e Fiume e del Quarnaro (isole di Cherso, Veglia, Lussino e Arbe), oggi sotto Slovenia e Croazia. Tornato alle originarie posizioni lombardiste, considero quelle terre – fino al Quarnaro – parte della Grande Lombardia, a partire dalla geografia. Anche la storia della Julia parla cisalpino, grazie a civiltà dei castellieri, Paleoveneti, Celti, Gallo-Romani, genti romanze, Longobardi, Patriarcato friulano e Serenissima ed essa andrebbe redenta restituendola alla grande patria della Lombardia storica. L’impresa di D’Annunzio fu certamente un sonoro schiaffo all’ipocrisia delle democrazie borghesi occidentali, potentati colonialisti e imperialisti che volevano impedire il ricongiungimento dei territori di civiltà giuliana (veneto-friulana, granlombarda orientale), al netto del patriottismo italico di cartapesta, ma credo che oggi la festa ideale dell’Istria possa essere rappresentata dall’ultimo saturdì di agosto, quando viene celebrata la sagra popolare di Gimino dedicata a San Bortolo (San Bartolomeo, che cade il 24 del mese). Una festa, la Bartulja, dalle remote radici che riecheggia usanze rustiche e domestiche in nome di comunità e famiglia.

Veneto e istrioto

Nel panorama linguistico della Grande Lombardia vi sono due idiomi moderni che esulano dal contesto propriamente galloromanzo cisalpino (formato dal gallo-italico e dal retoromanzo) e cioè veneto e istrioto. Quest’ultimo, quasi del tutto estinto e parlato nell’Istria meridionale, va distinto dall’istro-veneto, e cioè il veneziano coloniale parlato nella penisola orientale della Padania, e ovviamente dall’istro-romeno, frutto della diaspora valacca. Potremmo anche aggiungere il famoso dalmatico, oggi scomparso, lingua neolatina dell’ambito dinarico, tradizionalmente ritenuta Romània orientale assieme al dominio italo-romanzo (proprio) e a quello balcano-romanzo, ma che per certi versi si avvicina di molto all’istrioto e allo stesso veneto. A dire la verità i linguisti associano istrioto e dalmatico, ritenendoli ora romanzo orientale con l’italo-romanzo verace, ora romanzo occidentale con il gallo-italico (ma lo statuto e l’entità dell’italo-romanzo sono molto oscillanti); semplificando, potremmo dire che il dalmatico è quasi certamente più ad est che ad ovest, mentre l’istrioto subisce l’influsso del veneto e si avvicina perciò al dominio linguistico padano. Precisando, naturalmente, che il veneto contemporaneo, fondamentalmente basato sul veneziano, non è parte del gallo-italico, per quanto romanzo occidentale.

Stiamo parlando, nel caso degli idiomi romanzi di Istria e Dalmazia (la seconda non è parte, nemmeno a livello geografico, della Lombardia storica), di lingue comunque a cavaliere fra mondo neolatino orientale e occidentale, che peraltro subiscono pure l’influsso delle lingue slave meridionali. Istria e Dalmazia sono territori di crocevia, la prima in particolare, che nascono illirici ma con sicuri influssi celtici e venetici, vengono successivamente romanizzati e latinizzati e solo nel Medioevo conoscono l’insediamento di importanti elementi slavi, il che indebolisce l’aspetto storico romanzo. Nel caso dell’Istria va anche citata la presenza longobarda, seguita a quella bizantina. La colonizzazione veneziana riporta in auge la latinità e nei secoli successivi vi è continua contesa tra le pretese italiche e quelle slave, culminata nel tragico scontro fra istanze fasciste e comuniste. Oggi c’è da dire che l’ambito istriano, fiumano e isontino appartiene geograficamente alla Grande Lombardia e si lega ai restanti territori della Venezia Giulia storica. Certo, vi è un rimarchevole elemento slavo ora predominante, ma la storia anche linguistica di quelle terre – Dalmazia esclusa per ovvie ragioni – depone a favore di un reintegro a pieno titolo nel novero cisalpino.

26 agosto: la festa del patrono di Bergamo

Bergimus

Il 26 di agosto la Chiesa bergamasca celebra il suo patrono, Sant’Alessandro, presunto martire cristiano, tebano, decapitato sotto l’imperatore Massimiano nel 303 era volgare. Venne proclamato protettore di Bergamo e della sua diocesi nel 1689 sostituendo San Vincenzo, martire spagnolo, il cui culto venne probabilmente introdotto durante il periodo delle invasioni di Goti e Longobardi. A San Vincenzo, infatti, era intitolata la prima cattedrale di Bergamo (entro le mura), passata da cattolica ad ariana proprio sotto i Longobardi, che la resero loro duomo. Pur parlando di vicende storiche millenarie, preferisco riconoscere un ipotetico patrono bergamasco nella figura del dio celtico Bergimo (il gallo-romano Bergimus), eponimo del capoluogo orobico, a cui i nostri antichi padri celtici parrebbero essersi ispirati fondando e denominando il centro proto-urbano di Bergamo, in epoca golasecchiana (VI secolo avanti era volgare). Non possiamo sapere se esso fosse la principale deità celtica della città, o degli Oromobi stessi – la tribù celtica di lingua leponzia stanziata tra Como e Bergamo -, ma il fatto che abbia potuto dare il nome a Bergamo è assai indicativo.

Tradizionalmente, Bergimo viene associato ai monti e ai rilievi, ma probabilmente è una forzatura etimologica (vedi radice indoeuropea *bherg- ‘altura, luogo elevato’, da cui il celtico *brig- ‘rocca’) dovuta all’ostinazione di voler vedere un’origine “montana” nel toponimo di Bergamo, essendo il suo centro storico eretto su dei colli che sono ultima propaggine delle Prealpi bergamasche. Del resto pure l’etimologia letteraria (greca!) dell’etnico orobico tira in ballo le montagne, forse perché costante del nostro territorio e perché alletta collegare l’indole bergamasca alla natura montuosa. Secondo l’archeologo Angelo Maria Ardovino, invece, stando ai ritrovamenti archeologici in quel di Brescia, dove Bergimus era sicuramente venerato, esce una figura celtica ambigua, legata al tempo, alla luna, alla magia ricollegabile a Ogma-Ogmios, una specie di Marte gaelico che assume aspetto di tramite tra luce e tenebre, vita e morte, colui cioè che controlla il tempo mediante le fasi lunari e l’uso della parola. E se dunque il teonimo romanizzato Bergimus non fosse che un richiamo a Ogmios preceduto da un rafforzativo di area gallo-romana, e cioè Ber- (vedi latino bis)?

La linea von Wartburg

Lo studioso e linguista svizzero-tedesco Walther von Wartburg è colui che dà il nome alla nota linea linguistica, o fascio di isoglosse, Massa-Senigallia, più approssimativamente detta anche La Spezia-Rimini. Tale confine culturale marca una distanza netta tra il mondo romanzo propriamente occidentale, che nel caso padano-alpino è rappresentato dalla Gallo-Romània, e quello tradizionalmente ritenuto orientale, che oltre all’ambito balcano-romanzo comprende quello italo-romanzo. La Romània occidentale include Iberia, Gallia Transalpina e Cisalpina, con ogni territorio neolatino a nord delle Alpi, e nel contesto padano-alpino anche quelle lingue che non risultano propriamente galloromanze: alludiamo al ligure, al veneto, all’istrioto (lo statuto dell’estinto dalmatico è controverso). Gallo-italico e retoromanzo formano la Gallo-Romània cisalpina, con il secondo ancor più occidentale e conservativo del primo che per via dell’influsso erosivo del toscano ha perduto alcuni tratti schiettamente galloromanzi oggi conservati dal ladino in senso lato (ad esempio palatalizzazione e plurale sigmatico). Ma un tempo, come più volte ricordato, la Padania era linguisticamente unita, prima che volgare fiorentino e veneziano irrompessero nel continente.

La linea del von Wartburg coincide col confine etnonazionale meridionale della Grande Lombardia, che corre lungo lo spartiacque appenninico; anche se aree come Massa, l’antico ager Gallicus (odierna provincia di Pesaro-Urbino) e Senigallia possono apparire mistilingui, specie la cittadina oggi sotto la Regione Toscana, restano ricomprese nello spazio geografico cisalpino e non possono essere lasciate sotto il dominio italiano. La linea ideale Magra-Rubicone, di origine romana, coincide più con la La Spezia-Rimini, che però priva la Padania di ambiti indubbiamente nazionali come la Lunigiana e il settore terminale delle Romagne. Ciò sia detto tenendo in considerazione il fatto che da un punto di vista genetico l’intera Romagna, per certi versi l’Emilia orientale e soprattutto la parte settentrionale delle Marche, gallo-italica, risultano essere territori abitati da popolazioni crocevia tra Lombardia e Italia, che infatti si sovrappongono alla Toscana. Ma i geni non sono tutto, e sebbene i toscani appaiano più a ponente del mondo storico romagnolo non possono comunque rientrare nel novero etnoculturale delle Lombardie.

I ladini

Vi è sempre la tentazione di pensare che il cosiddetto gallo-italico, un termine improprio coniato e impiegato per primi dai linguisti Ascoli e Biondelli, sia un miscuglio di elementi francesi e italiani/toscani dovuto alla sovrapposizione moderna delle influenze d’oltralpe al prestigio letterario della lingua di Dante, affermatasi nei secoli in Ciscalpina a scapito dei volgari locali. A testimoniarlo, l’erronea e ridicola credenza che i “dialetti” procedano dal fiorentino letterario, confondendo così le nostre lingue indigene galloromanze con l’italiano regionale. In realtà il lombardo, o gallo-italico, non è un idioma di mezzo tra francese e italo-toscano bensì un’originale famiglia linguistica, classificata come ramo cisalpino del galloromanzo, che nasce dal latino volgare parlato nella Padania, modificato dal sostrato celtico e, meno, dal superstrato germanico. Nonostante possano esservi state influenze transalpine e toscane, il lombardo è del tutto peculiare e genuino, giunto sino a noi – sebbene oggi parecchio diluito – e un tempo accorpato, prima dell’erosione toscana e veneziana, al troncone orientale galloromanzo, rappresentato dal retoromanzo, o ladino in senso allargato.

Gli studi del linguista Pellegrini hanno dimostrato che questo retoromanzo (usando un’altra etichetta impropria) non ha alcun sostrato retico/nord-etrusco, cioè anariano, perché presenta quanto il gallo-italico sostrato celtico e superstrato germanico; anzi, rispetto alla lingua padana di ponente è ancor più conservativo e romanzo occidentale, caratterizzato da fenomeni che il gallo-italico ha perduto, ad esempio plurale sigmatico e palatalizzazione. Il ladino in senso lato, oltre al dolomitico, comprende romancio e friulano, e proprio i ladini dolomitici sono attestati come lombardi alpini, chiamati per giunta lumbercc dai germanofoni per sottolinearne l’identita wälsch, cisalpina/lombarda. Questo fatto viene più volte menzionato da studiosi quali lo stesso G. B. Pellegrini e Geoffrey Hull. Pertanto, possiamo dire che il ladino/retoromanzo è famiglia linguistica lombarda in senso storico, un tempo profondamente unita al padano d’ovest e comunque ancor oggi parte, con esso, del galloromanzo cisalpino. Il fossile alpino in questione è la prova del netto carattere celto-latino delle lingue granlombarde, con la nota pennellata germanica di superficie, fatti salvi ligure e veneto che risentono della toscanizzazione e, nel caso dell’ultimo, del dominio linguistico veneziano sul continente.

Forze armate

Una Lombardia libera, sovrana e indipendente da Roma e da ogni altro potentato mondialista dovrà riorganizzarsi sulle basi di un etnostato granlombardo repubblicano (a guida presidenziale), che faccia di etnonazionalismo, comunitarismo e lombardesimo la propria cifra politica. Di conseguenza, la rinata Lombardia avrà anche bisogno di forze armate e di polizia proprie, che siano schietta espressione del nerbo indigeno, a impronta maschile, e che sappiano garantire alla patria la difesa, il presidio del territorio, la salvaguardia dei confini e la giusta dose di autorità, onde prevenire invasioni. Le forze di polizia lombarde sostituirebbero così quelle italiane, affiancate da una guardia nazionale indigena, mentre esercito, aeronautica e marina granlombardi scalzerebbero l’occupante italico e quello americano. I militari incarnerebbero l’espressione armata della sovranità padano-alpina, che deve passare anche per la difesa, poiché una nazione libera ha l’esigenza vitale di un proprio esercito come garanzia di autoaffermazione, dissuadendo ingerenze esterne e, laddove necessario, recuperando la doverosa bellicosità nei confronti di chi non rispettasse l’integrità nazionale lombarda.

Le forze armate granlombarde devono avere aspetto indigeno e virile, aprendo magari ad una forma di ausiliariato femminile, e devono essere formate da professionisti. Tuttavia, il ripristino della leva, in una Lombardia libera, avrebbe un grande significato, così come un servizio civile destinato alle ragazze, affinché i giovani lombardi vengano formati in una palestra di orgoglio patriottico che insegni a “stare al mondo”, usare le armi e difendersi, amare e conoscere la nazione, promuovere autostima e coltivare valori sani utili alla mente e al corpo. Del singolo e della comunità. In parallelo, ecco l’idea di una guardia nazionale lombarda aperta a volontari civili, che possa essere un servizio offerto alla patria come presidio del territorio e supporto a forze armate e di polizia. Il ruolo del militare, oltretutto, potrebbe consentire ad ogni popolo che forma la Grande Lombardia di esprimere il meglio di sé, a seconda di vocazioni e predisposizioni, cosicché abbia ancora un senso poter bonificare le milizie di montagna, di terra, di aria e di mare da tutte le scorie del fasullo nazionalismo italiano e dal mefitico unipolarismo Usa-Nato.

Il sostrato celtico

Le lingue della Grande Lombardia, quelle del ceppo gallo-italico e retoromanzo, nascono dal latino volgare parlato nella Padania innestatosi sul substrato di origine celtica e gallica dovuto alle antiche lingue recate dalle popolazioni transalpine. Nello specifico, stiamo parlando del leponzio dell’età golasecchiana, un idioma celtico alpino intriso di elementi anariani, e del gallico continentale, impiegato dai Galli cisalpini oltre la conquista romana. Questo fondo linguistico ha chiaramente influenzato e alterato il latino parlato dell’area padano-alpina, differenziandolo da quello dei territori propriamente italici (il centrosud), e non solo a livello di fonetica ma anche di lessico, sintassi, morfologia, costrutti. Gli studi di Costantino Nigra, incentrati su poesia popolare e canti e balli cisalpini, evidenziano, parallelamente a quelli glottologici del Biondelli, i sicuri apporti culturali dei Celti, sopravvissuti sino ad oggi nei nostri idiomi ma pure nel folclore locale. La Padania è tuttora parte della Gallo-Romània, e dunque della famiglia galloromanza, ed esula dal contesto italo-romanzo propriamente detto.

Per quanto, secondo taluni studiosi come Glauco Sanga, la dominazione longobarda contribuì ad uniformare l’aspetto linguistico volgare “italiano” nel nome di una comune tradizione latina, i volgari che anticiparono i cosiddetti dialetti restarono affatto distinti e diversificati, come testimoniano gli stessi scritti danteschi in materia di lingue autoctone. Sanga medesimo riconosce l’esistenza di un filone gallico antico che accomuna Cisalpina e Transalpina, influenzando il latino parlato della Padania, poi rafforzato dalla dominazione franca che potrebbe aver contribuito a diffondere fenomeni puramente galloromanzi come le vocali turbate (forse anticipate dai Longobardi?), plausibile lascito germanico. Ma resta il fatto che, Franchi e infiltrazioni oitaniche a parte, come è resistito sino ad oggi un prevalente genoma preromano nell’eredità biologica padano-alpina (si vedano i pionieristici studi di Alberto Piazza) così è permasto un fondo celtico sopravvissuto ovunque, specialmente nelle aree ladine che sono un fossile dell’antica unità di lingua alpino-padana.