Le tre lombardità

Sizzi e il lombardesimo, spesso, ci parlano di tre forme di identità lombarda, di tre lombardità, che sono manifestazioni e declinazioni concrete del vero concetto di essenza identitaria cisalpina. Si tratta delle lombardità etnica, etnolinguistica e storica che coincidono con la Lombardia etnica, l’etnolinguistica e la Grande Lombardia, e cioè la Lombardia storica che abbraccia l’intera Padania geografica. Oggi, purtroppo, nel linguaggio comune la Lombardia è semplicemente la misera regione artificiale della Repubblica Italiana, un ente creato negli anni ’70 del secolo scorso che ha poco a che vedere con la realtà etnonazionale lombarda. Per tale ragione il lombardista ha il diritto e il dovere di diffondere la vera accezione della nostra comunità nazionale, della nostra patria, sconfiggendo le tenebre dell’ignoranza alimentate dal regime tricolore.

La lombardità etnica, che corrisponde alla Lombardia etnica, riguarda il bacino imbrifero del fiume Po e tutti i territori e le genti racchiusi da esso. Parliamo del fulcro della nazione lombarda, caratterizzato dalla stratificazione identitaria celto-ligure, gallo-romana e longobarda, dalla presenza delle lingue schiettamente lombarde e dall’azione storica unificatrice della Lega Lombarda e del Ducato visconteo. Il concetto di Lombardia etnica è stato promosso dal lombardesimo sin dagli albori, in quanto palcoscenico d’elezione dell’azione politico-culturale lombardista e cuore della nazione padano-alpina più profonda.

La lombardità etnolinguistica, che corrisponde alla Lombardia etnolinguistica, concerne l’intero ambito del cosiddetto gallo-italico (che poi è il vero lombardo moderno), dunque oltre alla Lombardia etnica anche l’Emilia orientale, la Romagna con San Marino, l’antico ager Gallicus e l’areale ligure (la regione odierna, la Lunigiana, Montecarlo e il Nizzardo). Il confine meridionale è dato dalla nota linea Massa-Senigallia – sebbene lo statuto del massese sia dibattuto – che coincide con lo spartiacque appenninico e con il limite sud-est della Romània occidentale. È quella che potremmo definire (Grande) Lombardia occidentale, fondata sulle radici galliche e sulla linguistica lombarda in senso allargato (in senso stretto è la lombardofonia dei linguisti).

Infine, la lombardità storica, che coincide con la Lombardia storica/Grande Lombardia, abbraccia tutta la Cisalpina ed è la sovrapposizione della Langobardia Maior (logicamente senza Tuscia) alla Gallia Citeriore, dalla geografia subcontinentale e anello di congiunzione storico fra Europa centrale ed Europa mediterranea. Interamente parte della Romània occidentale, pur essendo caratterizzata anche dal veneto moderno che non è una lingua di sostrato celtico (essendo forgiato sul modello del veneziano), è la terra del galloromanzo cisalpino, ossia gallo-italico col retoromanzo. A ben vedere, anche il ladino (in senso lato) può essere chiamato storicamente lombardo, e quindi il galloromanzo cisalpino non è altro che il ramo lombardo, padano-alpino, della Gallo-Romània.

La nazione lombarda nella sua interezza viene da noi chiamata, per comodità e per agevolare la comprensione, Grande Lombardia, con un troncone occidentale (quello etnolinguistico) e uno orientale (reto-veneto). Si dovrebbe poter parlare di Lombardia tout court, nella sua accezione squisitamente storica (nel Medioevo l’intero “nord” era chiamato Lombardia), segnalando la distinzione identitaria tra ovest ed est, ma il concetto delle tre lombardità aiuta a cogliere le precipue sfumature comunitarie della nostra patria, che conducono gradualmente al significato unitario della nazione. Forse parlare di Lombardia etnica potrebbe trarre in inganno, ma in realtà è utile per indicare il cuore continentale, terragno, della lombardità più profonda, che è comunque destinata ad abbracciare l’intera Padania come espressione etnoculturale del mondo storicamente granlombardo.

6 maggio (2011): la nascita del Movimento Nazionalista Lombardo

Il MNL

Il 6 maggio è la data astronomica intermedia tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate, che è quanto celebravano, ad esempio, i Celti con Beltane (Calendimaggio), festività che tradizionalmente cade il primo giorno del mese. Beltane si colloca all’opposto di Samonios, nel calendario astronomico, e mentre quest’ultimo è celebrazione incentrata sull’autunno, le tenebre, il mondo dei morti, il freddo che avanza, il riposo della terra, il primo è la festa della gioia, della luce, del fuoco, della fertilità, dunque della vita, in un momento dell’anno in cui le giornate si allungano a scapito della notte e la natura rifiorisce grazie al risveglio della primavera (e, di conseguenza, riprendono a pieno regime le attività agresti, grazie alle belle giornate). Per via della valenza sacrale, e astronomica soprattutto, ricoperta dal 6 di maggio, nell’anno 2011 nasceva, presso i boschi sepriesi della Froda (alto Varesotto), il Movimento Nazionalista Lombardo, soggetto fondato da Adalbert Roncari e Paolo Sizzi, e confluito successivamente in Grande Lombardia. Nasceva come laboratorio di idee etnonazionaliste a partire dal lombardesimo delineato dall’umanista orobico Sizzi nel biennio 2009-2010, e poi corroborato dall’esperienza scientifica dell’economista alto-insubrico Roncari.

Il MNL, seppur il punto di vista indipendentista venisse messo in secondo piano a vantaggio della cultura militante, delineò il nucleo fondante e fondamentale della Weltanschauung dei lombardisti: l’etnonazionalismo völkisch e il comunitarismo, grazie a cui è stato definito il concetto di Lombardia etnica, di Grande Lombardia e di lombardità, e di quello che potremmo chiamare etno-razionalismo: non fumose astrazioni metafisiche ma schietta e genuina natura di sangue e suolo (e cultura che li anima, chiaramente), su cui si innerva la ragion d’essere della patria alpino-padana, caratterizzata da tutta una serie di aspetti che la distinguono dalla vera Italia, che è il centrosud. E naturalmente il discorso si allarga fino ad abbracciare l’intero continente europeo. La battaglia, dopo la successiva esperienza di Grande Lombardia, viene portata avanti oggi da Nazione Lombarda, dove tematiche di primaria importanza sono la difesa etnoculturale dei lombardi, la salvaguardia del loro territorio, la promozione della totale autoaffermazione nazionale e del comunitarismo (emanazione etnicista del socialismo nazionale), l’aspra critica contro il semitismo culturale delle religioni abramitiche, l’orgoglio di appartenere alla grande famiglia indogermanica europide e la lotta contro ogni veleno mondialista, progressista, capitalista, nonché contro l’arido materialismo occidentale.

Dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone. Salut Lombardia!

1 maggio: Calendimaggio – Beltane

Beltane

Il primo giorno di maggio è una data densa di significati sacri, magici e simbolici. Veniva ricordato dai Romani con i Floralia dedicati a Flora (e maggio era dedicato a Maia e a suo figlio Mercurio), dai Celti con Beltane in onore di Belenos, dai Germani con la Notte di Valpurga e l’albero di maggio (che si collega all’albero cosmico di Wotan). Queste ricorrenze erano tutte accomunate dal trionfo della primavera sulle forze del male; dal sole, dalla luce, dal fuoco che sconfiggono le tenebre; dal rifiorire della natura simboleggiato dalle ghirlande di fiori e dagli alberi sacri venerati dagli Ariani dell’Europa centrale; dalla celebrazione della fecondità sia delle donne che del bestiame (maggio = Maia = maiale); dalla celebrazione, dunque, dell’amore e della fertilità con balli, canti e anche orge. Tali usanze sono, successivamente, sfociate nei riti primaverili dell’Europa medievale, che per quanto concerne la Padania riguardano principalmente la rustica festa di Calendimaggio, molto cara ai territori di tradizione celto-ligure e appenninica.

Lo speciale legame tra la natura e i popoli antichi ritorna anche nel famoso palo della cuccagna, che è una evoluzione dell’albero di maggio (introdotto probabilmente proprio dai Germani, a sud delle Alpi). Il retaggio celtico è invece forte lungo l’arco alpino, dove si possono trovare residui di antiche tradizioni caratterizzate da falò sulle alture, ghirlande infuocate lanciate dai pendii, canti e balli tra innamorati, omaggi floreali al gentil sesso e tanto baccano, che proprio come nella Notte di Valpurga serve a scacciare le “streghe” e le altre forze delle tenebre. Il fuoco benedice e purifica il bestiame, ma anche le persone, cosicché sia animali che uomini venivano invitati ad attraversare corridoi infuocati come buon auspicio. Beltane si svolgeva in onore del dio proto-celtico della luce Belenos e della sua compagna Belisama, dea del fuoco (e qui si intravvede anche quella salutare complementarità sentimentale e sessuale, relazionale, tra uomo e donna).

Maggio – Maius

Floralia

Il mese di maggio (Maius), terzo mese dell’anno nell’antico calendario romano (successivamente il quinto dopo aprile), prende il nome da Maia, dea della fecondità e del risveglio primaverile della natura, e madre del dio Mercurio (la cui venerazione era legata proprio al mese di maggio). Il teonimo di Maia è collegato al latino maius, maior cioè ‘più grande, maggiore’, alludendo, sicuramente, al concetto di crescita, e fors’anche al fatto che la divinità fosse la madre di Mercurio, e quindi più grande di lui a livello generazionale; ricordiamo, comunque, che maggio era mese propizio per placare le ombre inquiete dei lemures, ossia dei defunti antenati, dei maiores. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio si tenevano i Floralia, una delle feste più licenziose dell’antica Roma, con cerimonie orgiastiche e sfrenate di tema pastorale; nello specifico, Calendimaggio (1 maggio) è giorno dedicato a Flora, dea italico-romana della primavera, dei boccioli, della rifioritura, delle piante utili all’alimentazione come i cereali. La Chiesa spazzò via queste celebrazioni con il culto (molto incentrato sui fiori e le ghirlande, vedi il rosario) della Madonna, appropriandosi, come sempre, di un bagaglio culturale di origine pagana.

La figura di Flora si incrocia con quella suddetta di Maia, mitica madre di Mercurio che dà il nome al mese di maggio, come già ricordato (e al maiale, poiché in onore di Maia veniva sacrificata una scrofa gravida ogni primo giorno di maggio), ed è anch’essa connessa alla fecondità e al risveglio primaverile della natura, e che in origine si identificava con la Bona Dea, divinità femminile dei campi (suggestivo, peraltro, come il consorte fosse il dio del fuoco Vulcano, un elemento, il fuoco, che nel passaggio tra il 30 di aprile e il primo giorno di maggio riveste un ruolo fondamentale nei rituali di origine ariana). Nei riti celebrati in onore di Flora, la donna e la sessualità assumevano un ruolo centrale e si sovrapponevano alla tematica della fecondità dei campi, dato che si pensava che stimolando la fertilità muliebre (e la sessualità umana, logicamente) con la celebrazione sacra si poteva stimolare anche quella vegetale. Ecco perché la nudità femminile era tema ricorrente dei Floralia. Una curiosità: in epoca imperiale si celebravano, soprattutto a maggio, i Rosalia (o Rosaria), festa delle rose, una commemorazione dei defunti da cui l’usanza di porre fiori sulle tombe. Facile intuire donde provenga il rosario e la dedicazione cattolica del mese in questione alla Vergine Maria… Maggio si apre con il sole nel segno del Toro, e termina con il suo ingresso in quello dei Gemelli (dal 21 del mese).

30 aprile – 1 maggio: la Notte di Valpurga

La Notte di Valpurga

La notte fra il 30 di aprile e il primo di maggio nei Paesi germanici è nota come Notte di Valpurga (dal nome di una santa anglosassone attiva in Germania) e riveste l’aspetto di una festa di celebrazione primaverile. In tale data, la leggenda mitteleuropea vuole che streghe e demoni si radunassero sul monte Blocksberg (montagne dell’Harz) per danzare in onore della luna, in un vero e proprio sabba (che in Ticino viene indicato col termine barlott). Per scacciare queste forze perverse e demoniache, i giovani contadini si radunavano sulle alture accendendo falò, ove venivano gettate ruote solari in legno, danzandovi intorno ed intonando allegri canti, con tanto di ghirlande floreali appese ai rami di alberi ritenuti sacri dalla saggezza popolare di schietto sapore pagano. Erano celebrazioni rituali dell’amore, della fecondità, del calore gioioso e purificatore del fuoco e del sole primaverile, che spesso finivano in un gran baccano con orge e conseguente condanna clericale medievale. Col chiasso, il fuoco, il rifiorire della natura e la gaiezza si combatteva questa caccia alle streghe (intese come potenza maligna), in una battaglia che termina sempre con la vittoria della primavera, ossia delle forze benigne.

In siffatte usanze confluiscono antichi rituali celtici e germanici tipici dell’Europa centrosettentrionale, ma influssi di tale tipo possono trovarsi anche in Padania e in particolar modo lungo l’arco alpino, dove si intersecano coi riti di celebrazione della primavera caratteristici dei primi giorni di maggio (Beltane, Calendimaggio, i Floralia romani!). Tema ricorrente è quello dell’albero sacro, “magico”, che ritorna nel palo della cuccagna o albero di maggio, simbolo di fecondità e prosperità a sua volta connesso con l’albero cosmico di Godan. Ed è qui che, per chiudere, entrano in scena le streghe di Benevento, frutto leggendario della fusione tra i riti antichi italico-romani dei Sanniti e quelli germanici dei guerrieri longobardi fedeli di Wotan-Odino, che danzavano attorno al noce magico in ricordo di ritualità orgiastiche pagane perdute nel tempo, logicamente demonizzate dalla Chiesa capovolgendo del tutto il significato di cerimonie dal valore benigno e testimonianza della solarità del credo dei nostri arii padri. Insomma, la gioia di vivere simboleggiata dalla solarità ariana dell’amore, dell’energia e anche della guerra (maggio era mese germanico e medievale di campagne militari) che si contrappone ed esce vittoriosa nello scontro con le tenebre lunari e ctonie delle ideologie dal fortore mediorientale.

25 aprile: San Marco (festa della Venethia)

Leone di San Marco

Il 25 di aprile ricorre San Marco evangelista, patrono del Veneto e delle Venezie, protettore dell’omonima Repubblica Serenissima. Ancor oggi è forte l’attaccamento dei veneti al loro santo patrono, probabilmente perché gli ricorda i fasti di una repubblica plurisecolare durata dal 697 al 1797, ben 1.100 anni. Un’entità politica nota per il suo buongoverno e per la concessione di larghe autonomie ai popoli ad essa soggetti, come, ad esempio, i bergamaschi, parte dei domini marciani dal 1428 al 1797. Venezia non fu un potentato propriamente etnico, per così dire, perché piuttosto incentrato su commerci, traffici marittimi, borghesia mercantile, patriziato cittadino (da cui i dogi), presenza nel Mediterraneo orientale, echi bizantini; ciò nonostante contribuì grandemente alla formazione di una coscienza etnoculturale veneta (pensiamo alla lingua e alle manifestazioni folcloristiche), ed il Leone alato è un simbolo assai potente di questa feconda identità storica. Un’identità che, tra l’altro, spesso coinvolge anche territori non veneti, come la Bergamasca o il Bresciano, o il Friuli e Trento e il Trentino venetofono, per non dimenticare terre un tempo venete come Istria e Dalmazia.

Da bergamasco non posso che ricordare questo giorno non come festa patriottica, ovviamente, non essendo Bergamo un territorio veneto, ma come ricorrenza storica che riporta alla memoria gli iniziali benefici derivanti da un governo serenissimo tendenzialmente rispettoso di culture, autonomie, diritti, che seppe dimostrarsi saggio ed efficace in momenti di grave crisi come la pestilenza del 1630 (che invece devastò letteralmente il Milanese), e che seppe fronteggiare con valore vittorioso le minacce ottomane verso la Cisalpina e l’Europa. Grazie a Venezia, nel Bergamasco vi fu un grande rigoglio artistico e culturale, e come non menzionare qui il Rinascimento orobico e bresciano, la testimonianza artistica di Lorenzo Lotto, la costruzione delle Mura venete (divenute patrimonio Unesco) e la fioritura della Commedia dell’Arte… Bergamo fu premiata per la sua fedeltà e la sua posizione strategica di baluardo occidentale di terraferma, contrapposto ad un territorio milanese-insubrico che da Visconti e Sforza passò, purtroppo, di dominatore straniero in dominatore straniero, mentre Venezia si confermava repubblica indipendente più longeva della storia. Viva San Marco, dunque, ma senza perdere di vista il fatto che la Lombardia orientale contemporanea non è veneta, e che, anzi, sono le stesse Venezie a far parte della nazione lombarda, a livello etnico-culturale e nazionale.

23 aprile: San Giorgio (festa del vessillo storico lombardo)

Sangiorgio

Il 23 aprile si celebra San Giorgio, figura leggendaria della Chiesa legata al famoso drago da lui sconfitto, santo guerriero che dà il nome all’omonima Croce, la nota bandiera costituita da croce rossa in campo bianco (ritenuta emblema della vera croce di Cristo). Assieme a San Michele, al Santo Salvatore e a San Giovanni Battista (da cui il negativo della Croce di San Giorgio, la Blutfahne imperiale e ghibellina), il vincitore cappadoce del drago era personaggio sacro caro alla devozione popolare dei Longobardi, per via dei panni militari, tanto che per alcuni la sua croce sarebbe, appunto, di derivazione longobarda. Ciò che è certo è che il Sangiorgio sia vessillo guelfo panlombardo, insegna di Milano, Genova (soprattutto), Bologna, Imperia, Ivrea, Alba, Novi Ligure, Acqui Terme, Alessandria, Vercelli, Bobbio, Reggio di Lombardia, Varese, Lecco, Mantova, Padova, Rimini, nonché della medievale Societas Lombardiae, la Lega Lombarda. Il tema della croce e del cromatismo bianco-rosso (anche nella Croce di San Giovanni Battista) sono peculiari della Grande Lombardia, come dell’arco alpino, e le due note insegne possono, giustamente, essere chiamate “croci lombarde”.

Questa bandiera è, comunque, legata in particolar modo a Genova e alla sua repubblica marinara – così come alle Crociate – e ancor oggi è simbolo di quella città e della Liguria (come San Giorgio medesimo lo era della Repubblica). Londra e l’Inghilterra ne sono debitrici, essendo la Croce di San Giorgio inglese una concessione genovese risalente al Medioevo, quando gli Inglesi ottennero la possibilità di utilizzare la bandiera crociata per avere le navi protette, nel Mediterraneo (e nel Mar Nero), dalla flotta genovese, contro gli attacchi dei pirati. La monarchia inglese, per questa ragione, corrispondeva al doge della Repubblica di Genova un tributo annuale, divenuto recentemente oggetto di contesa proprio tra la “Superba” e Londra. Probabilmente da Genova passò anche a Milano, e da Milano alla Lega Lombarda, tanto che la Croce di San Giorgio è un po’ il simbolo storico della Lombardia, assieme al Biscione visconteo. Per questo motivo il 23 di aprile, in quanto giorno dedicato a San Giorgio, è anche festa di questo vessillo storico lombardo e, dunque, della Lombardia etnica, senza dimenticare la stessa Grande Lombardia – la Cisalpina intera -, in cui il Sangiorgio è stemma di diverse importanti città, incontrate più sopra.

Contro globalismo e universalismo

In un momento storico in cui vilipendere le vere patrie è divenuto quasi un dovere morale, la sfida del lombardesimo è quella di dare voce ad una nazione storica come la Lombardia, che per quanto dormiente ha tutte le carte in regola per potersi battere per la propria autodeterminazione, nel solco dei principi völkisch di sangue, suolo, spirito. Il nostro nemico mortale, oltre al patriottismo di cartapesta all’italiana, è certamente il sistema-mondo, dunque la globalizzazione, ma anche la mentalità universalistica portata avanti da dottrine nefaste come lo stesso cristianesimo. Sradicare il sentimento identitario di una comunità, in nome delle ammucchiate pluraliste ed ecumeniche, è un crimine e un tradimento nei confronti della collettività autoctona.

Per quanto mondialismo e universalismo, tecnicamente, non siano la stessa cosa, resta il fatto che la loro natura parta dal medesimo presupposto: che gli uomini siano tutti uguali e fratelli, senza razza, che la terra non sia di nessuno perché i popoli indigeni sono soltanto di passaggio e che al di sopra di tutto si collochi un dio o un demone assolutista a cui tutti gli esseri debbano obbedienza, senza alzare la testa e ribellarsi. Il semplice, apparentemente innocuo concetto di umanità, a ben vedere, è intriso di retorica e ipocrisia egualitarie, fatto apposta per turlupinare le genti europidi, bianche, direttamente a casa loro. A tutto vantaggio dello status quo.

Non possiamo permetterci di alimentare l’auto-genocidio lombardo contribuendo alla narrazione globalista, sacrificando così la verità assoluta del sangue sull’altare del moloc internazionalista ed unipolare (ma anche multipolare, se questo comporta un’ottica terzomondista): noi dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per giungere alla vittoria e alla salvazione della Lombardia, e per farlo occorre sconfiggere ogni velenosa menzogna figlia dei principi giacobini e rivoluzionari. I fratelli dei lombardi sono soltanto i lombardi medesimi, non c’è fesseria da Libro Cuore che tenga.

Ogni ideologia che promuova uguaglianza e fratellanza in un’ottica umanitaria, antifascista e antirazzista va condannata e respinta, perché è proprio così che si affossano i destini della nazione e, dunque, che ci si suicida. Non lasciamoci infinocchiare dalla propaganda di regime – tricolore, euro-stellata o atlantista che sia -, o da quei culti, religiosi o meno, che puntano tutto sull’annientamento di razza, etnia, nazione, patria, comunità per poter plasmare quel vomitevole omogeneizzato variopinto funzionale all’alta finanza, e ai suoi pescecani. L’identità cisalpina è un patrimonio inestimabile e insostituibile, perché la Lombardia vale infinitamente di più di qualsivoglia “paradiso”. La nostra terra viene prima di ogni cosa, ovviamente intesa non come “banale” paesaggio ma come comunità di popolo.

E allora, se stigmatizziamo globalizzazione e sistema-mondo in quanto espressione patologica di quell’unipolarismo all’americana che mira a tramutare il pianeta, a partire dall’Europa, in una gigantesca fogna multirazziale e cosmopolita, così dobbiamo condannare l’universalismo greco-romano e/o giudeo-cristiano, perché non esiste alcun ente sovrannaturale posto al di sopra dei nostri crani e perché la fratellanza tra uomini e donne di ogni dove è soltanto un parto malato di chi è nato per odiare e combattere sangue, suolo e spirito, dunque la natura e la civiltà. Il tutto, molto banalmente, per asservire le genti migliori a quella volgarità democratica che, dopotutto, non è altro che uno squallido tributo alla mediocrità imperante nell’odierno Occidente apolide.

7 aprile (1167): il giuramento di Pontida

Giuramento di Pontida

Il 7 aprile 1167 è la data del giuramento di Pontida che sancì, secondo la tradizione, la nascita della Societas Lombardiae, la Lega Lombarda, creata per far valere i diritti dei lombardi di fronte all’opprimente pressione fiscale e alle angherie dell’Impero germanico. L’avvenimento non è storicamente accertato, ma la sua importanza simbolica è arrivata sino ai nostri giorni, passando per Risorgimento e primo leghismo (bossiano). Il solenne giuramento pronunciato nell’abbazia cluniacense del borgo bergamasco valse la decisione di unione e aiuto reciproco tra città lombarde, e di ricostruzione della città di Milano, rasa al suolo da Federico II Barbarossa. La Lega riuniva gran parte delle città lombardo-etniche e/o granlombarde, ma inizialmente era formata da Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Milano, Ferrara, Lodi, Piacenza, Parma, Modena e Bologna e alcuni altri comuni. Successivamente ottenne l’appoggio di Venezia, Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona, Pavia e si fuse con la Lega veronese, dandosi un’organizzazione federale. La Societas venne vigorosamente sostenuta dal papa Alessandro III, in onore del quale venne chiamata Alessandria la piazzaforte sorta per contrastare il marchese del Monferrato, alleato del Barbarossa.

Al di là della lotta contro il SRI degli Staufer, frutto questo del mirabile connubio tra romanità continentale e Germania, nel nome dell’idea imperiale latina, e dell’appoggio papale e guelfo, Pontida fu un episodio simbolico importante della storia lombarda; una presa di coscienza dei cisalpini, che oltretutto non mettevano in discussione la bontà dell’Impero, ma chiedevano semplicemente maggiore autonomia al suo interno. Per la verità l’idillio durò poco, perché dopo aver sconfitto a Legnano il Barbarossa (29 maggio 1176) i comuni lombardi tornarono a scontrarsi e a lottare fra di loro per i propri interessi di parte. Questo, certo, non impedì la nascita della seconda Lega, nel 1226, volta a contrastare le mire di Federico II, che voleva revocare i privilegi dei comuni ottenuti grazie alla Pace di Costanza (1183): la Lega Lombarda venne sconfitta a Cortenuova (Bergamo) nel 1237, ma batté lo Svevo a Parma e Fossalta (1248-49). Nonostante il giuramento sia un fatto più mitico che storico, nebuloso, di cui non si hanno fonti dirette, resta nell’immaginario collettivo lombardo come orgoglio civico dei liberi comuni padani uniti per la propria autodeterminazione, anche se la connotazione (neo)guelfa dell’evento risulta indigesta. Così come l’illegittima appropriazione da parte dei sostenitori del Risorgimento. Quel che importa è leggervi l’affermazione di un’identità lombarda condivisa che abbraccia tutta la Lombardia etnica e storica, ossia la volgare “Altitalia”, a cominciare dal bacino imbrifero del Padus.

3 aprile (1077): la nascita dello Stato patriarcale di Aquileia (festa del Friuli/Carnia)

Bandiera del Friuli

Il 3 aprile del 1077 nacque lo Stato patriarcale di Aquileia, anche detto Patriarcato di Aquileia, che più tardi venne ribattezzato Patria del Friuli (Patrie dal Friûl, in friulano). Fu uno stato vassallo del Sacro Romano Impero dal 1077 al 1420, anno in cui venne conquistato dalla Repubblica di Venezia. Il suo territorio non si limitava all’attuale Friuli, ma inglobava la Venezia Giulia, parti dell’Istria, il Cadore, parti di Carinzia, Carniola e Stiria. Univa così al mondo latino friulano quello germanico dell’Austria e quello slavo delle future Slovenia e Croazia. La residenza del patriarca era, nominalmente, Aquileia, ma un ruolo importante ricoprivano anche Cividale e Udine, che divennero capitali a tappe diverse. Il Patriarcato seguì la Marca di Verona e Aquileia e precedette la conquista del Friuli da parte della Serenissima. La nascita dello Stato friulano si deve all’investitura feudale di Sigeardo di Beilstein, patriarca bavarese, primo di una lunga serie di governanti germanici fedeli all’imperatore; il loro titolo era quello di principi dello Stato patriarcale di Aquileia.

Naturalmente, il 3 aprile, in ricordo dell’istituzione del Patriarcato, è degna festa del Friuli, anche perché questa significativa istituzione politica della Padania medievale non solo raggiunse una certa unità territoriale, che racchiudeva l’intera Carnia, ma si dotò nel tempo (a partire dal XII secolo) di uno dei parlamenti più antichi d’Europa, espressione della società friulana in termini di nobiltà, clero e anche di comuni. Questa istituzione durò oltre sei secoli, fu mantenuta anche sotto il dominio veneziano, e venne abolita dal Bonaparte solo dopo il 1805. Simbolo dello Stato patriarcale-Patria del Friuli, e del Friuli/Carnia, è il famoso vessillo con aquila araldica dorata con le ali aperte, su sfondo blu (rosso nel caso della bandiera usata in tempo di guerra), la cui origine risale ai sigilli del principato; ma il motivo dell’aquila araldica campeggiava anche su monete e pitture murali, in particolare sulle monete del patriarca Bertrando di San Genesio (1334-1350). Di sicuro la bandiera friulana è molto antica, come antica è la coscienza identitaria di un popolo, il friulano, che ha saputo conservare nel tempo l’orgoglio comunitario di appartenere ad una terra euganea, venetica, celtica (i Carni), gallo-romana, germanica (vedi i Longobardi), di lingua retoromanza, e crocevia di popoli, tra Lombardia e mondo mitteleuropeo.