Settembre – September

Germanico

Il mese di settembre (September) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, il settimo mese dell’anno a partire da marzo, successivo a quintile (luglio) e sestile (agosto). In età imperiale tale mese era dedicato a Germanico Giulio Cesare, politico e militare romano della dinastia giulio-claudia, nipote di Augusto, dotato di incredibile prestigio dovuto alle vittorie contro i Germani, e soprattutto a quella nella battaglia di Idistaviso (16 era volgare), rivincita romana sulle tribù germaniche capeggiate dal cherusco Arminio dopo il disastro di Teutoburgo. Riuscì anche a recuperare due delle tre aquile legionarie perdute nel 9 era volgare, in quel nefasto – per Roma – evento anch’esso accaduto in settembre (tra i giorni 8 e 11). L’imperatore Tiberio richiamò poi Germanico (cognomen ereditato dal padre Druso maggiore in seguito ai suoi successi in Germania) rinunziando così alla conquista delle terre teutoniche e allontanandolo da Roma per timore della sua grande intraprendenza. Morì ad Antiochia, forse avvelenato da un uomo di fiducia di Tiberio.

Settembre è mese legato alla vendemmia, come l’iconografia romana stessa ci testimonia. L’equinozio d’autunno cade in tale periodo (tra i giorni 22 e 23), e pare che il mese fosse posto sotto la tutela del dio del fuoco Vulcano; essendo però già preposto ad agosto, vedrei meglio la protezione di Diana, dea della caccia, e l’attività venatoria è legata al principio dell’autunno. Altri simboli di settembre sono fichi, mele, aratura dei campi, foraggio e gli strumenti per il raccolto dell’uva (tini, canestri, vassoi) e il vino, dai fiaschi alle lucertole, animali legati a Bacco, dio di tale bevanda. Da ricordare che il 13 del mese cade la celebrazione della Triade Capitolina, patrona della grandezza di Roma, e che in epoca antica una buona metà di settembre era dedicata ai Ludi Romani, giochi votivi in onore di Giove Ottimo Massimo. Per questo motivo il mese è consacrato a Giove, dio del cielo e padre degli dei (il 13 cadeva anche l’anniversario dell’inaugurazione del tempio dedicato a Giove Capitolino, sul Campidoglio, centro del culto di stato romano). September inizia con il sole nel segno astrologico della Vergine e si conclude, all’altezza dell’equinozio, con il suo ingresso nel segno della Bilancia, simbolo oltretutto di equilibrio tra le ore diurne e le notturne.

San Bortolo (festa dell’Istria)

Bandiera dell’Istria

Il 12 settembre del 1919 alcuni reparti del Regio Esercito, animati dal fronte politico nazionalista di Gabriele D’Annunzio, si ribellarono occupando Fiume e proclamandone l’annessione al Regno d’Italia. È l’Impresa di Fiume, che portò ad un’occupazione della città durata 16 mesi e alla nascita della Reggenza italiana del Carnaro (8 settembre 1920); scopo della sua proclamazione, appunto, unire Fiume al resto della (fasulla) Italia, in conseguenza della mobilitazione dovuta alla cosiddetta “vittoria mutilata”, causata dalla mancata annessione al Regno tricolore, dopo la Grande Guerra, come promesso dal Patto di Londra, della Dalmazia settentrionale. L’epilogo dell’Impresa fu segnato dall’approvazione del Trattato di Rapallo, con cui Italia e Iugoslavia stabilirono consensualmente i confini dei due regni; alla prima andarono Gorizia, Trieste, Pola e Zara, ma non Fiume che si costituì Stato libero (cessato nel 1924 con l’assegnazione della città a Roma). L’opposizione dei legionari dannunziani al Trattato portò il governo di Giolitti ad intervenire con la forza, sgombrando la città quarnerina nel Natale del 1920. D’Annunzio, rammaricato, lasciò Fiume e si ritirò nella sua villa di Gardone Riviera, il celebre Vittoriale.

Anni fa, in periodo italianista, reputavo il 12 settembre ipotetica festa regionale della Venezia Giulia storica, che potremmo anche chiamare Istria, costituita dai territori storicamente “italiani” della Venezia Giulia attuale, del bacino dell’Isonzo, del Goriziano, del Carso, della Carniola occidentale, di Istria e Fiume e del Quarnaro (isole di Cherso, Veglia, Lussino e Arbe), oggi sotto Slovenia e Croazia. Tornato alle originarie posizioni lombardiste, considero quelle terre – fino al Quarnaro – parte della Grande Lombardia, a partire dalla geografia. Anche la storia della Julia parla cisalpino, grazie a civiltà dei castellieri, Paleoveneti, Celti, Gallo-Romani, genti romanze, Longobardi, Patriarcato friulano e Serenissima ed essa andrebbe redenta restituendola alla grande patria della Lombardia storica. L’impresa di D’Annunzio fu certamente un sonoro schiaffo all’ipocrisia delle democrazie borghesi occidentali, potentati colonialisti e imperialisti che volevano impedire il ricongiungimento dei territori di civiltà giuliana (veneto-friulana, granlombarda orientale), al netto del patriottismo italico di cartapesta, ma credo che oggi la festa ideale dell’Istria possa essere rappresentata dall’ultimo saturdì di agosto, quando viene celebrata la sagra popolare di Gimino dedicata a San Bortolo (San Bartolomeo, che cade il 24 del mese). Una festa, la Bartulja, dalle remote radici che riecheggia usanze rustiche e domestiche in nome di comunità e famiglia.

26 agosto: la festa del patrono di Bergamo

Bergimus

Il 26 di agosto la Chiesa bergamasca celebra il suo patrono, Sant’Alessandro, presunto martire cristiano, tebano, decapitato sotto l’imperatore Massimiano nel 303 era volgare. Venne proclamato protettore di Bergamo e della sua diocesi nel 1689 sostituendo San Vincenzo, martire spagnolo, il cui culto venne probabilmente introdotto durante il periodo delle invasioni di Goti e Longobardi. A San Vincenzo, infatti, era intitolata la prima cattedrale di Bergamo (entro le mura), passata da cattolica ad ariana proprio sotto i Longobardi, che la resero loro duomo. Pur parlando di vicende storiche millenarie, preferisco riconoscere un ipotetico patrono bergamasco nella figura del dio celtico Bergimo (il gallo-romano Bergimus), eponimo del capoluogo orobico, a cui i nostri antichi padri celtici parrebbero essersi ispirati fondando e denominando il centro proto-urbano di Bergamo, in epoca golasecchiana (VI secolo avanti era volgare). Non possiamo sapere se esso fosse la principale deità celtica della città, o degli Oromobi stessi – la tribù celtica di lingua leponzia stanziata tra Como e Bergamo -, ma il fatto che abbia potuto dare il nome a Bergamo è assai indicativo.

Tradizionalmente, Bergimo viene associato ai monti e ai rilievi, ma probabilmente è una forzatura etimologica (vedi radice indoeuropea *bherg- ‘altura, luogo elevato’, da cui il celtico *brig- ‘rocca’) dovuta all’ostinazione di voler vedere un’origine “montana” nel toponimo di Bergamo, essendo il suo centro storico eretto su dei colli che sono ultima propaggine delle Prealpi bergamasche. Del resto pure l’etimologia letteraria (greca!) dell’etnico orobico tira in ballo le montagne, forse perché costante del nostro territorio e perché alletta collegare l’indole bergamasca alla natura montuosa. Secondo l’archeologo Angelo Maria Ardovino, invece, stando ai ritrovamenti archeologici in quel di Brescia, dove Bergimus era sicuramente venerato, esce una figura celtica ambigua, legata al tempo, alla luna, alla magia ricollegabile a Ogma-Ogmios, una specie di Marte gaelico che assume aspetto di tramite tra luce e tenebre, vita e morte, colui cioè che controlla il tempo mediante le fasi lunari e l’uso della parola. E se dunque il teonimo romanizzato Bergimus non fosse che un richiamo a Ogmios preceduto da un rafforzativo di area gallo-romana, e cioè Ber- (vedi latino bis)?

1-2 agosto: la festa del sole e degli uomini

Lughnasadh – Lammas

I primi giorni di agosto (1-2 del mese), fulcro dell’estate, rappresentavano un tempo la festa del sole. Nell’antichità (indo)europea l’inizio del mese di agosto segnava la ricorrenza sacra delle celebrazioni agresti del sole, dei falò estivi agostani (come nei Volcanalia romani), del raccolto, della luce benigna dell’astro maggiore e dei benefici che la sua virile forza apporta alla natura e all’uomo. D’altronde, un po’ tutta l’estate è caratterizzata, in senso sacrale, da queste celebrazioni, che principiano in giugno col periodo solstiziale. Festività come la celtica Lughnasadh (in onore del dio solare Lúg) e la germanica Lammas (ringraziamento per i pani) si consumavano in onore delle messi, del raccolto e del pane, alimento base ancor oggi della nostra dieta e che simboleggia anche il frutto primiero dell’agricoltura, nonché il sacrificio della solare divinità ariana che si “offre” sotto forma di pane, di alimento, al suo popolo, all’interno del ciclo naturale delle stagioni e del raccolto. Chissà da dove proviene l’eucarestia…

Il primo o il secondo giorno di agosto, ricollegandosi alla forza maschile della nostra principale stella, cadono anche in onore dell’uomo, della sua energia e potenza che si fanno pure sessuali (come è ovvio che sia), e quindi del fallo e degli attributi, dei testicoli, tanto che segnatamente in ambito granlombardo – presumibilmente per via di qualche antico retaggio celtico, visto che è ricorrenza assai sentita lungo l’arco alpino – il 2 di agosto si celebra proprio “la fèsta di òmegn“. E in senso lato i “du de óst” rappresentano le gonadi maschili, e naturalmente la loro funzione riproduttiva, l’energia vitale del seme maschile. In senso astronomico, la festa del sole e del raccolto dovrebbe cadere il 7 del mese agostano, essendo questa data intermedia tra il solstizio d’estate del 21 giugno (Litha, nel mondo anglosassone, la notte nordica di mezz’estate) e l’equinozio d’autunno del 22-23 settembre (Mabon, secondo il neopaganesimo di ispirazione celtica, festa del raccolto e della vendemmia in previsione del riposo invernale).   

Agosto (sestile) – Augustus (Sextilis)

Ottaviano Augusto

Agosto (Augustus) è mese dedicato a Ottaviano Augusto, pronipote e figlio adottivo di Giulio Cesare (cui è dedicato il precedente mese di luglio), primo imperatore romano. Pater Patriae, diede vita ad un’età che fu una svolta per la storia di Roma, con il definitivo passaggio dal periodo repubblicano al principato. Fu anche pontefice massimo, e dopo la sua morte venne consacrato come Divus Augustus Divi filius, in quanto figlio adottivo di Giulio Cesare, dittatore divinizzato; del resto, il suo nome per esteso era Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (e Caesar divenne parte integrante della titolatura imperiale). Augusto unificò politicamente l’organismo “italico” e lo suddivise in undici regioni, arricchendolo – sul modello romano – di nuovi centri e fondandovi ben 28 colonie. Anche Augustus divenne titolo imperiale, e la sua etimologia va ricondotta al verbo latino augere ‘aumentare, accrescere’, e dunque vale ‘grande’. Dalla dinastia giulio-claudia, cui Giulio Cesare e Augusto appartenevano, uscirono i primi cinque imperatori di Roma.

Nel calendario romano romuleo ciò che, successivamente, divenne agosto, in onore appunto del primo imperatore, era chiamato sestile, essendo il sesto mese a partire da marzo (inizio dell’anno sacro), e seguiva quintile (poi luglio, in onore di Giulio Cesare). Da Augusto prende il nome, parimenti, Ferragosto (feriae Augusti), sin dall’antichità periodo di riposo e di festeggiamenti estivi che cadevano il primo del mese, successivi alle settimane di intensi lavori agricoli nelle campagne; le festività preesistenti al Ferragosto erano già di per sé votate alla celebrazione della fine delle attività rustiche, segnando una fase di riposo, in un periodo, fra l’altro, contraddistinto da grande calura e dal bisogno di refrigerio. La Chiesa spostò la ricorrenza al 15 del mese, per farla coincidere con la festa dell’Assunta. In agosto erano celebrati, tra gli altri, la dea della caccia Diana e il dio del fuoco terrestre e distruttore Vulcano, che era anche connesso al dio Sole, e non certo a caso agosto significava, nell’antichità comunitaria ariana, la celebrazione del sole e della luce benigna, e dunque del raccolto e del pane. In onore di Vulcano venivano accesi grandi falò estivi di sterpi, sempre in contesto agreste. Infine, il mese agostano è caratterizzato dai segni zodiacali del Leone (sino al 22) e della Vergine.

19 luglio (1747): la battaglia dell’Assietta (festa del Piemonte/Taurasia)

La morte di Belle-Isle

Il 19 luglio del 1747 si combatté la battaglia dell’Assietta, in Val Chisone (Piemonte), tra il Regno di Sardegna sabaudo di Carlo Emanuele III e il Regno di Francia di Luigi XV. Fu un episodio della Guerra di successione austriaca, in cui il Piemonte era alleato degli austriaci contro gli eserciti franco-spagnoli, che miravano alla conquista della Padania. La battaglia fu vinta dai piemontesi agli ordini di Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio, e secondo la leggenda fu decisiva la resistenza del Conte di San Sebastiano, che rifiutando di ritirarsi pronunciò la famosa espressione subalpina bogia nen, “non ti muovere”, passata a designare i soldati piemontesi e lo stesso popolo della Lombardia etnica occidentale. Le truppe austro-sabaude, 4.800 soldati, sconfissero così 40.000 francesi guidati dal Conte di Belle-Isle, che perì in battaglia. Tale ricorrenza, giustamente, è ancor oggi celebrata dai piemontesi ed è degnamente la festa popolare dello stesso Piemonte (anche detto Taurasia, utilizzando l’antico toponimo di Torino, dal sapore etnico, in riferimento agli avi celto-liguri Taurini).

Il 1747 fu anche l’anno in cui il barone von Leutrum (generale tedesco al servizio dei Savoia e popolare personaggio celebrato dai subalpini come Barôn Litrôn) respinse vittoriosamente un assalto franco-spagnolo al Ponente ligure, mentre gli austriaci assediavano Genova. Il fatto d’arme più noto a cui il von Leutrum prese parte fu però l’assedio di Cuneo, nel 1744, in cui questi liberò la città da francesi e spagnoli, e che gli valse la riconferma a governatore della città e della sua provincia. Sono vicende belliche, queste, che possono essere accostate all’atto eroico di un altro grande personaggio popolare del Piemonte, che è Pietro Micca, il quale nel 1706 sacrificò la sua vita nella difesa di Torino facendo saltare in aria una galleria, al fine di impedire ai francesi che assediavano la capitale sabauda di penetrare nella cittadella. L’assedio terminò con la vittoria austro-piemontese dei soldati del principe Eugenio di Savoia e del duca Vittorio Amedeo II, e la conseguente sconfitta franco-spagnola. Ancor oggi, il 7 settembre (che nel 1706 significò lo scontro finale tra sabaudi e transalpini), viene celebrato un Te Deum di ringraziamento presso la Basilica di Superga, fatta costruire dai Savoia a ricordo della vittoria.

10 luglio (1009): la nascita di Alberto Azzo II d’Este (festa dell’Emilia/Boica)

Aquila estense

Il 10 luglio 1009 nasceva, probabilmente a Modena, Alberto Azzo II d’Este, margravio di Milano, capostipite della casata nobiliare estense, essendo stato il primo della famiglia ad assumere il titolo imperiale di marchese del feudo di Este, nel Padovano. Data l’importanza ricoperta, nella storia emiliana, dagli Estensi, vedo bene in questa data una ricorrenza che possa prestarsi come festa popolare dell’Emilia/Boica, ossia della Lombardia cispadana. Alberto Azzo II era discendente del franco (o longobardo?) Oberto, primo marchese della Marca Obertenga, entità imperiale che comprendeva parte dei territori della Padania occidentale, assieme alle altre due marche: l’Aleramica e l’Arduinica (già Anscarica). L’Obertenga, in particolare, racchiudeva le terre della Liguria orientale assieme alla Lunigiana, dell’attuale Lombardia (con la Svizzera “italiana”), del Piemonte orientale, dell’Emilia senza Bologna, con altre piccole aree limitrofe, come ad esempio la Garfagnana. Essa (nata nel 951) ereditò, insomma, il precedente ambito della franca Marca di Lombardia, creata nell’891. Oberto, antenato di Albertazzo II, ricopriva il titolo di conte palatino e di marchese di Milano e Genova. Il nipote Alberto Azzo I fu padre del Nostro, riconosciuto, appunto, come capostipite della casata d’Este.

Dagli Obertenghi, dunque, discesero Estensi, Malaspina, Cavalcabò, Pallavicino, Gavi e altri e i primi furono sicuramente il ramo nobiliare più importante a cui diedero vita. La preminenza storica assunta dagli Este per l’Emilia è cosa ben nota. Essi furono signori, e poi duchi, di Ferrara, estendendo i propri domini, limitandoci alla terra cispadana, a Modena, Reggio di Lombardia, Carpi, Correggio, Mirandola, Novellara e Massa e Carrara, due città queste etnicamente e linguisticamente a metà strada (come la Lunigiana medesima) tra Liguria e Boica, nonostante un sensibile influsso toscano sul Massese. Gli Este perdettero il Ducato di Ferrara, fagocitato dallo Stato Pontificio, continuando a regnare su quello di Modena e Reggio, che a sua volta persero in seguito alle vicende napoleoniche, riconquistandolo poi, come Asburgo-Este, grazie alla Restaurazione, aggiungendovi Guastalla. Sebbene le origini dei capostipiti estensi, gli Obertenghi, sembrino più imperiali che longobarde, parrebbe che Oberto stesso e il margravio Adalberto suo padre professassero legge longobarda, e fossero discendenti di Bonifacio, nobile baiuvarico fedele a Carlo Magno, governatore della Cisalpina per i Franchi e primo marchese/margravio di Tuscia.

Luglio (quintile) – Iulius (Quintilis)

Gaio Giulio Cesare

Luglio (Iulius) è mese dedicato a Gaio Giulio Cesare, uno dei personaggi più importanti e influenti della storia e vanto imperituro dell’Italia etnica, nato il 12 o il 13 del corrente mese. Ebbe un ruolo cruciale nella transizione del sistema di governo romano dalla forma repubblicana a quella imperiale, e per questo venne spesso considerato il primo dei Cesari. Fu dittatore perpetuo di Roma e capo indiscusso dell’Urbe, prima dell’avvento del figlio adottivo Ottaviano Augusto, fondatore dell’Impero e primo imperatore effettivo della storia romana. Le infami pugnalate dei cospiratori cesaricidi misero fine troppo presto alla sua epopea terrena, aprendo però le porte alla sua divinizzazione. Il nome gentilizio Giulio deriva dalla nobile famiglia romana della Gens Iulia, di cui Giulio Cesare fu appunto il più illustre esponente, e sembra che l’etimologia del nome sia da connettersi alla consacrazione a Giove, massima divinità italico-romana. Il cognomen Caesar, divenuto sinonimo di imperatore, è invece di origine dibattuta, e non si può escludere sia di etimo etrusco (col significato di ‘grande, divino’).

Nel calendario romano romuleo ciò che divenne successivamente luglio era chiamato quintile, essendo il quinto mese a partire da marzo (il primo di quel mese segnava l’inizio dell’anno sacro, secondo arcaica tradizione ariana), posto sotto il patronato di Giove, ed era consacrato ad Apollo, dio del sole, e Nettuno, dio delle acque e del mare. Tale periodo dell’anno era caratterizzato da festività agricole volte a propiziare un buon raccolto, ma in epoca imperiale queste persero di importanza a vantaggio delle celebrazioni di Apollo (Ludi Apollinares) e di Giulio Cesare. Luglio è invece il settimo mese dell’anno, secondo l’attuale calendario, prepotentemente estivo, caratterizzato dai segni zodiacali del Cancro (sino al 22) e del Leone. Non stupisce che essendo un periodo di piena estate, contraddistinto dal solleone, il mese di luglio sia stato consacrato dagli antichi ad Apollo, divinità intrisa di solarità ariana (trainante il famoso carro infuocato) patrona di arti, musica, profezia, poesia, scienza e del lume dell’intelletto. Da qui lo spirito apollineo di nicciana memoria.

24 giugno: la Notte di San Giovanni

Croce di San Giovanni Battista

La  notte del 24 giugno si celebra il ricordo di San Giovanni Battista, personaggio naturalmente fittizio festeggiato per occultare le celebrazioni solstiziali che vanno dal 21 al 25 giugno, caratterizzate dai grandi falò notturni all’aperto, a simboleggiare il trionfo estivo della luce diurna del sole (come da tradizione astronomica indoeuropea), che però segna anche il suo lento declino a vantaggio delle notti che si allungano. Tali ricorrenze erano (e sono) molto sentite nel Nord dell’Europa, dove il 24 giugno è anche chiamato mezza estate, a ricordare l’antica data intermedia dell’estate nordica, nonché il principio dell’estate astronomica segnato dal solstizio del 21 giugno. La festività collegata al santo cattolico si celebra, anche in Padania e Italia (a Firenze, ad esempio), nella notte tra il 23 e il 24 giugno e ricalca, logicamente, le antiche celebrazioni pagane; la Chiesa l’ha ivi collocata non solo per scalzare la ricorrenza pagana assorbendola ma anche perché tale data cade sei mesi prima del Natale, altra festa palesemente pagana distorta e pervertita dai cristiani. Come il 24 giugno simboleggia la nascita del precursore di Cristo, così il 25 dicembre simboleggia quella di quest’ultimo. I falò, le luci, i fuochi pirotecnici, le luminarie sono tutte manifestazioni che trovano giustificazione nel nostro arcaico sostrato ariano.

Il santo, tra le altre cose, dà il proprio nome anche alla Croce imperiale, di origine medievale, della fazione storica ghibellina, che riprende la Blutfahne, bandiera da guerra del Sacro Romano Impero; allo stesso modo la classica Croce comunale di fazione guelfa prende il nome dal leggendario San Giorgio, una figura guerriera cara, come San Michele, ai Longobardi (ma anche il Battista era significativo nella loro devozione). Stiamo parlando di due simboli sì concepiti cristianamente (anche se il simbolo della ruota, il disco solare ariano, è una croce sovente inscritta in un cerchio, dalla valenza sacrale connessa all’astronomia e all’unione di terreno e uranico), ma che trasudano un potente significato storico che forse proprio nelle Lombardie raggiunge il suo culmine: nella Grande Lombardia, anello di congiunzione galloromanzo tra Mediterraneo e Mitteleuropa, tra romanitas italica e nordicismo germanico, le Croci medievali (e i loro significati) si incontrano e scontrano, e da questa dialettica principiata nel Medioevo vengono a formarsi la comunità etnoculturale granlombarda e il sentimento di appartenenza europeo, che proprio nel Sacro Romano Impero trova la sua concretizzazione. Alla faccia di chi oggi spaccia per Europa la sua negazione mondialista. La Croce di San Giovanni Battista è ancor oggi emblema del Piemonte e di importanti comuni granlombardi quali Pavia, Como, Novara, Lugano, Domodossola, Bormio, Asti, Cuneo, Mondovì, Susa, Aosta, Fidenza, Forlì, Vicenza, Treviso, Castelfranco, Ceneda. 

20-21 giugno: il solstizio d’estate – Notte di mezz’estate

Litha

Il 20-21 giugno (quest’anno 21) cade il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno (e di conseguenza la notte più corta, dell’anno). Nell’antichità precristiana i popoli arii festeggiavano con grandi falò sulle colline e i monti l’arrivo dell’estate, la stagione del sole, e protagonisti indiscussi erano il fuoco, la luce, il solare spirito indogermanico che scacciava le tenebre e le forze maligne. Dalla dirompente forza del sole, che segna il cammino dell’uomo di retaggio ariano, ecco la celebrazione della fertilità virile che feconda la natura portando ad un tripudio di fiori, di erbe, di frutti, di biondeggianti messi. Con l’avvento del cristianesimo, il solstizio e la sua celebrazione sono stati assorbiti dalla notte di San Giovanni (24 giugno), in cui la veglia nella notte più breve dell’anno viene accompagnata, per l’appunto, dai tipici grandi fuochi all’aperto dal valore purificatorio e apotropaico. Come per il solstizio d’inverno (paradossalmente, il 21 giugno segna l’inizio del declino del sole che rinascerà proprio nel periodo solstiziale del 21 dicembre) e gli equinozi, siamo di fronte ad una festività alquanto rurale e pastorale, impregnata di rustica indole agreste che riecheggia il mondo protoindoeuropeo, in cui l’ethnos esaltato dal contadinato entra in ancor più intimo contatto e simbiosi con la natura circostante.

Il solstizio d’estate segna l’inizio della “bella stagione”, la stagione del sole, del caldo, dei cieli luminosi, del bel tempo, della vita all’aperto, e non a caso ha sempre assunto un importante significato sacrale e comunitario presso i popoli antichi, sia pagani (vedi, ad esempio, la celebrazione di Litha nell’Europa settentrionale) che cristianizzati (ricordiamo la natività di Giovanni il Battista, 24 giugno, da cui la notte di San Giovanni o di mezza estate, particolarmente significativa in Iscandinavia ma presente anche in Padania). Il folclore è poi giunto sino ai nostri giorni, gettando un ponte tra gli antenati e i loro posteri. Le ricorrenze pagane erano volte ad esaltare il sole anche per rafforzarne l’azione benefica, essendo il solstizio d’estate l’inizio del lento declino del giorno a vantaggio della notte. Avevano, dunque, carattere propiziatorio e venivano vissute intensamente dai convitati che si tenevano per mano, recitando formule magiche, attorno ai grandi falò notturni accesi durante il periodo solstiziale estivo. Essendo il sole allo zenit al Tropico del Cancro, il 21 giugno, il solstizio sancisce il suo ingresso nel segno astrologico omonimo (in passato, l’astro precipuo, nel solstizio estivo, si trovava nella costellazione del Cancro, ma oggi, per via della precessione degli equinozi, non è più così).