7 marzo: la festa delle donne

Giunone Lucina

Alle calende di marzo (primo giorno del mese), presso gli antichi Romani, cadevano i Matronali, ricorrenze in onore di Giunone come Lucina, protettrice delle nascite e dei bambini. In tale celebrazione gli uomini facevano doni a mogli e madri, ottenendo lode e onore, soprattutto dalle compagne. Le donne erano solite fare dei voti, presso il tempio di Giunone Lucina a Roma, per la gloria dei mariti, proprio all’inizio dell’anno sacro romano, che coincideva con la ripresa delle attività militari; gli uomini ricambiavano, appunto, con dei doni, celebrando anche le nascite. I Matronali erano una festività che rivisitava la cerimonia privata del matrimonio, che veniva così ripetuta all’inizio dell’anno nuovo (il quale, come sappiamo, cominciava in marzo): ai presenti dei mariti rispondevano le lodi e le gratificazioni delle mogli. Il 7 di marzo, invece, a conclusione delle celebrazioni matronali, si tenevano gli Iunonalia, feste sempre in onore di Giunone, che devono sicuramente aver ispirato la moderna ricorrenza laica dell’8 marzo, festa della donna. Le calende di tutti i mesi erano consacrate al culto di Giunone, specialmente quelle di marzo che prendevano il nome di femineae kalendae.

Volendo individuare una festa delle donne (e delle donne come mogli e madri), eccola qui; una buona occasione anche per celebrare ciò che rende donna una donna: l’identità sessuale, il parto, la maternità, la femminilità, la sua complementarità al maschile, che è diversità, non certo inferiorità. Ma nemmeno ipocrita e ideologica parità di genere. Alla faccia della sovversione moderna che considera ormai una disabilità la visione naturale e tradizionale del gentil sesso, una taccia figlia del bieco patriarcato e via di queste sciocchezze progressiste. Che poi, mi chiedo cosa vi sia di progresso concreto nelle sparate della sinistra mondialista… Un’altra interessante ricorrenza centrata sul femminile cade il 31 di marzo (sempre tale mese): la festa della dea Luna, personificazione romana del satellite terrestre, complemento femminile alla personificazione maschile dell’astro solare, il Sol Invictus presso i Romani (ma anche il precedente, e autoctono, Sole Indigete, associato al radioso Apollo). Sembrerebbe che il carattere muliebre delle celebrazioni del mese di marzo derivi dal ruolo di mediazione svolto nel conflitto tra Romani e Sabini dalle stesse donne vittime del celebre ratto.

Il dualismo Carnevale-Quaresima

La veggia

Le celebrazioni della Quaresima (come della Pasqua) trovano riscontro nei lontani riti indoeuropei della morte e resurrezione delle divinità antiche, connessi ai culti agresti: si tratta delle feste del fuoco, tra inverno e primavera. Nel periodo in cui la terra sembra morta (nel riposo invernale), si passa ai primi tepori della primavera, durante i quali si assiste alla rinascita progressiva della natura. Il fuoco che si sprigiona dagli sterpi del falò, o da un pupazzo di legno (la lombarda veggia di mezza Quaresima, ad esempio), è un ricordo forte del fuoco sacro rituale, che doveva fugare ogni malanno dalle sementi nascoste sotto terra e propiziare l’abbondanza del raccolto. La Quaresima segue il Carnevale, oggi ridotto a mascherine, bambinate, stelle filanti e schiuma da barba spruzzata sui muri (o in faccia a ignari passanti), ma che trova precedenti significativi nelle Dionisie greche e nei Saturnali romani, espressione del bisogno di un temporaneo scioglimento degli obblighi sociali e delle gerarchie per fare spazio al rovesciamento dell’ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza orgiastica. Un disordine rituale temporaneo in vista di una solenne restaurazione ed esaltazione dell’ordine permanente, di derivazione divina. Nota bene: queste ricorrenze vanno di pari passo con i ritmi agresti stagionali, rappresentando l’intimo legame dell’uomo antico con la natura e gli astri del firmamento, suggellato dal sacro e dalla tradizione.

Il significato simbolico dell’antitesi tra Carnevale e Quaresima è da ricollegare all’antitesi distruzione-rigenerazione (vedi anche morte e resurrezione del Cristo), che si esprime nel mito dell’eterno ritorno e dei cicli cosmici. Una contrapposizione in cui il Carnevale trionfante finisce per morire, con tanto di celebrazione del suo funerale, in una sorta di parodia della passione di Gesù: il trapasso dalla gioia della vita alla fredda solitudine della morte. È anche interessante notare le anticipazioni di questo dualismo nel periodo dell’Avvento (che ricalca i Saturnali), di Capodanno e dell’Epifania, dove l’atmosfera orgiastica si alterna al perentorio richiamo alla sobrietà, al rigore, alla purificazione. I riti di accensione del fuoco segnano le fasi di transizione lungo l’anno solare, e fanno parte del bagaglio culturale di antichissime tradizioni indoeuropee pagane, prima che cristiane. Nei periodi di passaggio dell’anno si sono, da sempre, svolte cerimonie atte a purificare ed espellere i demoni del passato, celebrando il nuovo che ri-nasce sconfiggendo il vecchio: e cos’è la Pasqua cristiana se non questo, ossia il trionfo luminoso della primavera, della vita che si rigenera, abbattendo il passato invernale con la morte apparente della natura? Gli intermezzi carnascialeschi mimano il caos della fine, che precede la grande palingenesi e l’avvento dell’ordine – trascendente – assoluto. Come sempre, dietro la patina abramitica dei periodi “forti” dell’anno liturgico, si può ancor oggi intravvedere l’originale matrice ariana, presente in moltissime ricorrenze ecclesiastiche del calendario cattolico romano. 

Marzo – Martius

Marte

Il mese di marzo (Martius), primo mese dell’anno nell’antico calendario romano (successivamente il terzo dopo febbraio), è dedicato al dio italico e romano Marte, dio della guerra e della protezione armata della terra (in età arcaica era anche dio del tuono, della pioggia, della fertilità), e in relazione con la pratica italica del ver sacrum. Era ritenuto antenato del popolo romano, per tramite dei suoi figli Romolo e Remo. Il teonimo Mars, parente dell’osco Mamers, pare derivare da un antico latino *Maworts, che potrebbe significare ‘colui che piega/trasforma il combattimento’, o comunque sia riferibile ad un etimo da riconnettersi alla sfera bellica; un’altra ipotesi lo vuole apparentato col nome del dio etrusco Maris (accostabile al latino mas, maris ‘maschio’?), il dio ragazzo. Preposto alla seconda funzione dell’ariana tripartizione studiata dal Dumézil, ossia appunto quella militare, Marte presta il suo nome al mese di marzo in quanto, generalmente, le guerre iniziavano in tale mese (assieme alle attività agresti e alla navigazione). Il primo giorno di marzo era così il Capodanno sacro romano, in cui veniva rinnovato il fuoco di Vesta, dea del focolare domestico.

Presso gli antichi Ariani, infatti, il primo giorno del periodo marzolino segnava, con l’avvento della primavera, l’inizio dell’anno sacro (e non a caso settembre, ottobre, novembre, dicembre prendono tali nomi a partire da marzo); così era anche presso gli antichi Veneti, talché il Capodanno veneziano (more veneto, da cui il folclorico ciamar Marzo) cade l’1/3. Il fuoco sacro della dea Vesta era custodito dalle sue sacerdotesse (vestali) nell’omonimo tempio romano, a testimonianza di un antico culto indoeuropeo del fuoco, dunque del sole. Indovinate un po’ chi lo estinse, nel 391 era volgare…  Il mese di marzo è, quindi, mese dedicato a Marte e Vesta, sebbene la divinità tutelare, nell’antichità romana, fosse Minerva. Il periodo in oggetto è caratterizzato dall’equinozio primaverile, in cui la durata del giorno e della notte finalmente si equivalgono, dopo il freddo e buio periodo invernale, e le attività agricole a cui il mese era preposto consistevano nel predisporre i tralicci di vite, potare e seminare il grano primaverile. Marzo era pregno di ricorrenze religiose, per via della sua valenza di primo mese dell’anno, in cui la celebrazione di Marte, in quanto dio della guerra, era mirata alla sua esaltazione di guardiano dello Stato e dell’agricoltura, in associazione con il ciclo della vita e della morte. Le attività belliche e rustiche si chiudevano in ottobre, e con esse terminava la stagione di Marte, con altre celebrazioni. Marzo si apre con il sole nel segno dei Pesci, e termina con il suo ingresso in quello dell’Ariete (dal 21 del mese).

Il tempo di Carnevale

Maschere di Carnevale

Nel periodo attorno alla metà di febbraio, solitamente, o comunque a cavallo tra inverno e primavera, cade il Carnevale; etimologicamente vale ‘levare, togliere la carne’ prima della Quaresima, che inizia con il Mercoledì delle ceneri, nei Paesi cattolici. Le sue radici sono assai antiche, basti pensare alle Dionisie greche e ai Saturnali romani, e sta a rappresentare un rinnovamento simbolico, un rovesciamento dell’ordine, lo scherzo e la dissolutezza, e da un punto di vista più profondo e spirituale il bisogno di rigenerazione mediante abolizione del tempo e passaggio dal caos alla cosmogonia. Ma dopo questo clima orgiastico, l’ordine viene ripristinato. Il mascheramento tipico del Carnevale assume, allora, un significato apotropaico, in cui chi indossa una maschera acquisisce le caratteristiche soprannaturali dell’essere rappresentato (basti pensare ad Arlecchino e alle sue origini infere, e al culto degli avi): il passaggio da inverno a primavera incarnato dal tempo carnascialesco segna un transito aperto tra il mondo dei morti e quello dei vivi, simboleggiato altresì dall’energia riconquistata dalla terra, che si risveglia dal torpore invernale, e dal buio delle giornate brevi.

Il Carnevale ha il suo culmine nel giovedì grasso e nel martedì grasso, che sono gli ultimi prima della Quaresima; l’etimo, appunto, risale all’usanza del banchetto d’addio alla carne consumato la sera del martedì grasso, giorno prima del mercoledì delle Ceneri che sancisce l’inizio del periodo quaresimale. La maschera diventa la protagonista assoluta dei rituali e delle orge carnevaleschi, maschera che, però, nel teatro greco e romano ricopre un ruolo fondamentale, che è quello catartico: osservandola, deridendola, compatendola, ci si liberava di quegli aspetti presenti, in misura maggiore o minore, in tutti noi. Questo profilo si vede bene in una maschera come Arlecchino, figura antichissima caratterizzata da meschinità, bassi appetiti, stolidezza. Esso ha rimandi greci, italico-romani, germanici e romanzi, persino etruschi se pensiamo a phersu, la ‘maschera’, da cui l’italiano persona, e soprattutto personaggio (in latino significa parimenti ‘maschera’, nella sua accezione iniziale), dotato per giunta di vestito a scacchi, o maculato. Arlecchino è il simbolo del Carnevale “italiano” (cioè padano), per quanto figura tradizionalmente associata alla sola Bergamasca, tramite gli zanni lombardo-veneti e i poveri facchini delle valli orobiche che cercavano fortuna a Venezia, come scaricatori di porto.

13-15 febbraio: i Lupercali

Lupercalia

Nel culmine devozionale del mese di febbraio, periodo di purificazione tra inverno e primavera (in onore di Februus e Febris, divinità etrusco-romane della purificazione, appunto), si celebravano i Lupercali, giorni di festa in onore di Fauno come Luperco (protettore del bestiame dall’attacco dei lupi). Importante oggetto della celebrazione era la fertilità delle donne, che venivano colpite con delle fruste dai luperci, sacerdoti del rito, fecondandole simbolicamente. Una ipotesi vuole anche che queste celebrazioni ricordassero l’allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa, presso la grotta del Lupercale (Palatino). Figure animali centrali nei Lupercalia erano il capro (per la potenza fecondativa) e il lupo (il cui attacco andava scongiurato). La Chiesa, per cristianizzare tale festività pagana che cadeva tra il 13 e il 15 di febbraio, si inventò San Valentino, “patrono degli innamorati”, andando a sostituire la Candelora che venne anticipata al 2 del mese. A sua volta, la Candelora, ricalcò la valenza di luce e purificazione del mese di febbraio, parassitando la celtica Imbolc e gli attributi della dea Febbre, associata alla guarigione dalla malaria.

Perché San Valentino? Per via del tema della fertilità dei Lupercalia, e perché Valentino da Terni, vescovo e martire, sarebbe patrono dell’amore cristiano verso il prossimo, con particolare riferimento agli innamorati. La Chiesa ha sostituito i riti purificatori di febbraio, legati a Februus, Febris, ai Lupercali, con una serie di celebrazioni del tutto debitrici delle festività pagane, tese, quest’ultime, all’esaltazione del carattere purificatorio, luminoso e benaugurale del mese, periodo che si colloca a metà strada tra l’inverno e la primavera, pur essendo ancora del tutto invernale. Il tempo dal 2 al 4 del mese rappresenta la data mediana tra solstizio d’inverno ed equinozio di primavera, non a caso, e in virtù di questo gli antichi vi attribuivano un grande valore sacrale, intrecciato alle attività agresti, relativo al passaggio tra stagione fredda e primaverile, alla rinascente luce, alla purificazione della natura che va risvegliandosi dall’apparente morte invernale. La Chiesa, appropriandosi dei rituali pagani, ha distorto l’accezione delle feste di febbraio, cancellando il carattere schiettamente rustico, pagano nel senso etimologico del termine, delle ricorrenze in oggetto, sebbene ne abbia conservato la valenza purificatoria. Il significato della sola Candelora riassume, ancorché distorto, quello delle luminose ricorrenze italico-celtiche e romano-etrusche. Come sempre, i preti non hanno inventato nulla.

10 febbraio (1947): il ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani

Martiri delle foibe

Il 10 di febbraio si celebra il Giorno del ricordo, in memoria dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. 10 di febbraio perché, nel 1947, tale giorno sancì il passaggio alla Iugoslavia di Istria, Quarnaro e della massima parte della Venezia Giulia storica, con i trattati di pace di Parigi. Stiamo parlando di territori geograficamente e storicamente granlombardi, dalle radici venetiche, celtiche, anche illiriche ma riconducibili all’ambito padano-alpino in virtù delle origini antiche, del dominio longobardo e dell’epopea serenissima. Territori sicuramente slavizzati, dal Medioevo, ma inscindibilmente legati al dominio naturale della Padania, Dalmazia a parte. Il Giorno del ricordo, sebbene trovata tricolore e italianista, commemora i martiri dei massacri delle foibe e gli esuli istro-dalmati; i primi ammontano a 11.000 persone, tenendo conto anche di quegli italofoni morti tramite esecuzioni e/o nei campi di concentramento titini, i secondi ad una cifra compresa tra i 250.000 e i 350.000 individui, costretti a lasciare le terre dei padri nelle mani insanguinate di Tito e dei suoi scherani. Quest’ultimi, pur dicendosi comunisti, vennero ampiamente spalleggiati dagli Alleati e risultarono poi, nel dopoguerra, non allineati, rompendo con l’Unione Sovietica e abbandonando il Patto di Varsavia. Sappiamo che la ricorrenza del 10 febbraio sia stata fortemente voluta dalla defunta Alleanza Nazionale, e da ambienti neofascisti, ideologizzando tali eventi funesti in chiave italofila, ma commemorare le vittime è sacrosanto, anche per ristabilire la verità storica: i martiri delle foibe e gli esuli non erano italiani (per lo più), erano dell’areale venetico (cioè Lombardia storica orientale), vittime della sterile contrapposizione fra regimi e ideologie incuranti del genuino dato etnico.

Il ricordo è doveroso, perché i nostri fratelli padano-alpini orientali si sono trovati sotto il fuoco incrociato dell’Italia fascista e della Iugoslavia comunista, in ispregio delle vere radici identitarie della Venezia Giulia storica. Un discorso che può essere fatto in maniera analoga per quella fetta di popolazione slava angariata dagli occupanti fascisti (campi di concentramento, politiche aggressive nei confronti di territori al di fuori del contesto “italiano”, occupazioni frutto di vittorie altrui), poiché è evidente che se un potere politico non è animato da serie rivendicazioni identitarie diventa un’usurpazione. Resta certamente il fatto che decine di migliaia di nostri connazionali granlombardi siano stati sterminati, in quanto “italiani”, dai partigiani titini e che a centinaia di migliaia siano stati costretti all’esilio, abbandonando terre legate da secoli alla Cisalpina, strappateci per il volere dei vincitori occidentali dell’ultimo conflitto. Prima del Regno d’Italia, infatti, vi fu la Serenissima, e prima della Serenissima vi fu la Romània etnolinguistica, in parte sommersa dalle migrazioni slave medievali. Il caso dalmata è di poco interesse (sebbene la presenza storica veneta sia indiscutibile, pensiamo anche solo a Zara), ma di sicuro l’Istria, Fiume, la Venezia Giulia in senso allargato rientrano nello spazio patrio, sono Grande Lombardia, e questo non deve essere mai scordato, facendolo presente soprattutto a quei nostalgici comunisti revisionisti che parteggiano per un porco funzionale agli Usa (Tito), minimizzando i massacri, le persecuzioni, le angherie subite dai connazionali. Ma, allo stesso tempo, va rammentato ai patrioti italici che l’italianità della Lombardia orientale è una buffonata, frutto di colonialismo regnicolo e fascista divenuto controproducente per gli stessi martiri. Non dimentichiamoci delle vittime dell’odio iugoslavo e della volontà alleata, non dimentichiamoci delle terre orientali irredente che andrebbero ricongiunte alla vera madrepatria, non in nome del pezzente imperialismo tricolore bensì della loro storia granlombarda.

2-4 febbraio: la Candelora – Imbolc

Croce di Santa Brigida

Il periodo compreso tra il 2 e il 4 di febbraio è la datazione mediana tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera e, non a caso, per Italici/Romani e Celti (e poi per i cristiani) era periodo di importanti celebrazioni invernali, fatte di riti propiziatori e purificatori in vista della primavera, per scacciare l’inverno con le sue tenebre e il gelo (e i restanti rigori, con la morte apparente di flora e fauna) e ingraziarsi il risveglio primaverile della natura, affinché porti frutto. Mentre i Romani ricordavano la dea Febris/Februa (Febbre), incarnante un aspetto purificatorio di Giunone, i Celti celebravano Imbolc, festa della luce e del latte di pecora, in cui dominava il tema dei lumi e delle candele; allo stesso modo, le donne romane portavano fiaccole in processione, e si capisce così donde derivi la festa cristiana della Madonna Candelora, ma pure quella di San Biagio. La ricorrenza della Candelora – che è nome popolare della festa della presentazione di Gesù “luce delle genti” al tempio ma, prima ancora, della purificazione della Vergine – istituita dalla Chiesa, è servita per spazzare via le celebrazioni pagane del periodo di febbraio, tra cui i Lupercali romani che erano il culmine delle feste di purificazione comunitaria (poi sostituiti da San Valentino). Inizialmente, infatti, la Candelora cadeva il 14 di febbraio (40 giorni dopo l’Epifania) ma retrocedette al 2 del mese per farla coincidere coi 40 giorni dopo il Natale. Ovviamente scuse, queste, per incastrare i riti cattolici in quelli pagani, che ricalcavano il succedersi astronomico delle stagioni.

La Chiesa irlandese, invece, cercò di sopprimere il ricordo pagano celtico istituendo la festa di Santa Brigida d’Irlanda, il primo di febbraio; Santa Brigida che non è altro che la trasposizione cristiana della dea gaelica Brigid, sorta di Minerva celtica in quanto protettrice delle arti, dei poeti, dei guaritori, dei druidi e dei combattenti. Davvero suggestivo il parallelo tra Brigid e la romana Febbre (ed ecco perché vedo bene Minerva come patrona gentile di febbraio), simboli di ricorrenze pagane italo-celtiche incentrate sui riti della lustratio, sul culmine dell’inverno, sul ruolo della donna nelle comunità tanto italico-romane che celtiche/galliche. La stessa Madonna sostituisce Giunone, Febris e Brigid, ed è assai indicativo che le antiche figure femminili pagane siano state rimpiazzate dalla Vergine Maria nei suoi molteplici aspetti (che, del resto, erano già presenti come attributi di queste importanti deità pagane, come la stessa Giunone, moglie di Giove, la cui purificazione cadeva proprio in febbraio quanto quella di Maria di Nazareth, madre di Gesù presentato al tempio). La Madonna, allora, è una chiara invenzione giudeo-cristiana atta ad assorbire e rimpiazzare le figure matronali della gentilità, e la luce del cristianesimo, tema assai presente e ricorrente nella fede cattolica e cristiana in genere, non è che la luce, distorta, degli antichi dei, e dei culti tradizionali ad essi connessi.

Febbraio – Februarius

Febris/Februa

Il mese di febbraio (Februarius), secondo e più corto mese dell’anno, è dedicato alla dea romana Febris (Febbre), associata alla guarigione dalla malaria e alla purificazione in genere (grazie alla sua derivazione dal dio etrusco Februus), che veniva celebrata nei primi giorni del mese. In latino februare significa propriamente ‘purificare’, e ‘febbre’ risale dunque al medesimo significato; il februum era, altresì, uno strumento purificatorio atto alla lustrazione del popolo, proprio nel periodo di febbraio. I cristiani hanno rimpiazzato la celebrazione della dea romana con la Candelora del 2 febbraio, anche per spazzare via la ricorrenza celtica di Imbolc, che segna il passaggio da inverno a primavera e il ritorno della luce. Il concetto di purificazione e di luce incarnato dal Cristo ha così parassitato (come al solito) i culti tradizionali, e nello specifico la purificazione della febbre e la luminosità della primavera, due temi che del resto sono interrelati e collegano la religiosità italica a quella celtica nei riti propiziatori per la fertilità della terra. Le candele cristiane ricordano le fiaccole portate in processione dalle donne romane durante i Lupercalia del 14 febbraio. Tale periodo, nell’antico calendario romano, era praticamente l’ultimo mese dell’anno, essendo marzo il primo, ed era associato, in virtù della sua posizione nel calendario, alla chiusura e alla morte; non a caso in febbraio si celebravano i Parentalia, in onore dei defunti della famiglia (i Mani), e i Terminalia, festività dedicate all’arcaico Termine, protettore dei confini e delle proprietà (confini anche metaforici, dell’anno in corso). Il mese inizia con il sole nel segno astrologico dell’Acquario, e si conclude, dal 20, con il suo ingresso nel segno dei Pesci.

Il periodo tra gennaio e febbraio è denso di rimandi sacrali e celebra, con ritualità antichissime, l’auspicata fine dell’inverno e il graduale inizio della primavera. I fuochi, le pire, i fantocci arsi, il baccano dei fanciulli per scacciare l’inverno, la merla del folclore cisalpino che cerca di eludere i rigori della stagione fredda, la celtica ricorrenza di Imbolc che è culmine dell’inverno cadendo nel punto mediano tra solstizio d’inverno ed equinozio di primavera (2-4 febbraio), la celebrazione della luce e dell’arrivo della primavera e dunque la Candelora, festa della purificazione della Vergine Maria (e della presentazione di Gesù al tempio) che sostituisce quella di Giunone (ossia della dea Iunio Februata, la dea Februa/Febris)… Tutti quanti riti connessi all’arcaica vita agreste dei nostri antenati, come la stessa celtica Imbolc ricorda, con i rimandi agli agnelli che vengono alla luce e alla produzione di latticini ovini, fondamentali per il sostentamento dei più deboli della comunità, tra cui bambini e anziani. I medesimi Lupercalia del 13-15 febbraio (sostituiti da San Valentino il 14 di febbraio, data in cui si ricordava inizialmente la Candelora, tra l’altro) sono un po’ il culmine di queste ritualità purificatorie. Il 7 di febbraio era invece, tradizionalmente secondo il calendario agricolo romano, l’inizio rustico della primavera poiché il favonio cominciava a spirare favorevolmente, ed era ora, dunque, di preparare i terreni; si diserbavano i campi di grano, i vigneti venivano coltivati e le vecchie canne venivano bruciate, ulivi e alberi da frutto potati, prati e coltivi venivano purgati, intrecciando così strettamente le ricorrenze religiose coi ritmi agresti scanditi dal lavoro dei coloni. La divinità tutelare preposta al mese di febbraio pare fosse Nettuno, ma sarebbe più indicata Minerva, in quanto dea delle arti utili, della sapienza e della scienza medica, e dunque dea guaritrice e purificatrice.

La festa della Gioeubbia

Rogo della Giubiana

L’ultimo giovedì del mese di gennaio (quest’anno cade il 30) ricorre la festa della Giobia (o Giubiana, vedi milanese gioeubbia ‘giovedì’). Trattasi di popolare ricorrenza padano-alpina celebrata tra gennaio e febbraio, quando in antico si riteneva finisse l’inverno ed iniziasse la primavera. Il tradizionale fantoccio arso nel falò simboleggia proprio l’allontanamento della stagione invernale per propiziare la rinascita primaverile della natura, e può assumere le fattezze di una strega denominata Giubiana-Joviana (forse con rovesciamento apotropaico cristiano della figura di Giunone). Tale usanza, che affonda le proprie radici nelle costumanze celtiche di questa fase dell’anno, tra le quali vi è Imbolc, è tipica del territorio insubrico, ma si può trovare anche nel Bergamasco, ad esempio, dove ad Ardesio (alta Valle Seriana) si celebra la Scassada dol Zenerù. Il fuoco delle feste invernali ricopre un significato assai importante, poiché sta a significare la luce del sole, che pian piano rinasce, ma anche la purificazione del periodo freddo; non è un caso che la Giobia ricorra in concomitanza dei proverbiali giorni della merla, tradizionalmente i più freddi dell’anno, in cui il rito propiziatorio per scacciare le tenebre, il gelo, i rigori mortiferi dell’inverno (mortiferi per tutta la natura, che apparentemente muore, riposando) si fa fondamentale. E questo anche per rinsaldare i legami di sangue della solidarietà comunitaria.

Fuoco, roghi, fracasso, fantocci dati alle fiamme, baccano di ragazzi e anche goliardia che prefigura il Carnevale, riti propiziatori, apotropaici, purificatori, sono tutti elementi alla base di queste festività invernali celebrate tra gennaio e febbraio, ancora molto sentite in Lombardia. Elementi che confluiscono potentemente nel mese di febbraio, il periodo per antonomasia della purificazione, in cui vengono celebrate ricorrenze tanto pagane quanto cristiane (o meglio, pagane cristianizzate), ed è il caso dei citati giorni della merla – uno dei temi forti del folclore nostrano – e di Imbolc, della Candelora (e di San Biagio), del Carnevale ed infine della Quaresima, tempo dell’anno cristianizzato ma che rivela ancor oggi tratti inequivocabilmente pagani, propedeutico al trionfo della primavera, Ostara, da cui la Pasqua convenzionale. La Chiesa, come sempre, ha tentato – in parte, invano – di cancellare la natura gentile di queste usanze dandole una caratterizzazione cristiana/cristologica; ma se ci pensiamo, lo stesso Cristo (al netto del presunto personaggio storico ebreo) non è che la trasposizione evangelica del dio solare comune a tutte le antiche religioni indoeuropee, perpetrata per nobilitare la principale eresia del mondo giudaico antico, consentendole di penetrare in Europa come una sottospecie di cavallo di Troia. Vedremo meglio, nei prossimi appuntamenti, le celebrazioni pagane di questi giorni, sempre cercando di fare… luce sulle nostre vere radici spirituali.

17 gennaio: Sant’Antonio del porcello

Sant’Antonio Abate

Il 17 gennaio ricorre la festività di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali da cortile. Ma chi si cela dietro questa figura cristiana? E dietro il suo peculiare porcello? Semplice, come sempre, dietro il santo, si nasconde un’antica personalità divina precristiana, in questo caso agreste e dagli echi celtici; ma anche una figura druidica – si pensi al sonaglio e al bastone – o il dio Lug medesimo, dio celtico figlio del sole protettore del cinghiale (ed ecco il nostro porcello, bestia oltretutto molto presente e rinomata nei territori cisalpini popolati dai Celti, tanto da esser reputato sacro, da essi), animale totemico gallico per eccellenza. Da qui, col consueto sincretismo che mischia solari simboli precristiani indoeuropei a personaggi mediorientali cari alla Chiesa, otteniamo il noto protettore e patrono degli animali, soprattutto domestici, il cui santino (nell’immagine sopra) si trovava in ogni stalla dei nostri vecchi. Soggetti cristiani come Santa Lucia, il Cristo natalizio ed epifanico e Sant’Antonio sono tutti camuffamenti di figure pagane che scandiscono il cammino del sole durante il suo percorso astronomico solstiziale, il quale, lentamente, porta le giornate ad allungarsi a scapito delle tenebre notturne. 

Ma anche altri elementi peculiari di Sant’Antonio Abate rimandano al celtismo: il ruolo taumaturgico, il fuoco, il campanello, la sovrapposizione all’eremitico “uomo selvatico”, personaggio tipico del folclore alpino-padano, e non solo, spesso rappresentato con folta pelliccia fulva (colore associato alla peluria “celtica”). Quella di accendere fuochi in onore del santo, tra le altre cose, è una tradizione che ritrova nei riti solari di memoria pagana tutta la sua potenza evocativa. Attraverso l’incendio di cataste di legna, spesso fomentate da sterpaglie di ginepro per aumentarne il fragore, si sosteneva il risveglio del sole dopo il lungo letargo invernale. E lo stesso Arlecchino, simbolo del carnevale lombardo, trova similarità con l’òm saàdech demonizzato, irriso ed emarginato, ma anche con Wotan/Godan che guida la spettrale ridda della Caccia Selvaggia invernale, essendo infatti Arlecchino maschera che fonde due grandi filoni folclorici: quello diabolico del re infernale di origine franco-germanica con la tradizione degli zanni lombardo-veneti, divenuti maschere della Commedia dell’Arte (vedi il variopinto servitore brembano, Brighella e altri). Ma della tipica maschera bergamasca, e del Carnevale, parleremo meglio prossimamente. Sant’Antonio, celebrato in un periodo prossimo a quello delle dodici notti sacre solstiziali, è personaggio squisitamente pagano, non solo perché denso di riferimenti precristiani ma anche perché emblema della realtà rustica, del pagus, dove i riti antichi sopravvissero all’espansione del cristianesimo mediata dalla città.Â