Sesso

È chiaro che il sesso ricopra un ruolo assai importante nelle dinamiche relazionali della comunità, anche se il suo valore eminentemente riproduttivo ha perso quella centralità che aveva un tempo, in particolare in Europa. Oggi, in una società ipersessualizzata che perverte soprattutto il corpo femminile per veicolare bassi appetiti consumistici, i rapporti intimi appaiono più che altro alla stregua di intrattenimento ludico occasionale e promiscuo, spesso mordi e fuggi, isterilito da un edonismo che liquida maternità e paternità come zavorre patriarcali intollerabili. Se il retaggio sessuofobico semitico, promosso dal cristianesimo, poco aveva a che fare con lo spirito gentile europeo (si parla di eterosessualità, logicamente), va da sé che il suo opposto, l’orgia di erotismo e passione distorti cavalcata dal capitalismo, non sia migliore, in un Occidente che peraltro incensa a piene mani la pornografia e tollera la prostituzione. Questo discorso vale anche per quelle tizie che decidono di mettersi in vetrina su internet, a pagamento, lucrando su guardoni e maniaci dell’autoerotismo.

Come lombardisti siamo dell’idea che vada riscoperta la funzione procreativa dei rapporti sessuali, pensando in particolar modo alla drammatica situazione demografica della Grande Lombardia, senza necessariamente condannare da bigotti il divertimento fine a se stesso. Chiaro, sarebbe preferibile vivere la sessualità a guisa di legame carnale inserito in una piena relazione, progettando un futuro famigliare, ma non vogliamo ficcare il naso nelle camere da letto dei lombardi. Ripeto: parliamo di eterosessualità. Circa l’omosessualità il nostro atteggiamento è di rifiuto ed esecrazione, visto che oggi, oltretutto, ha assunto un significato anti-identitario e anti-tradizionale strumentalizzato dal sistema. Non condividiamo la posizione del cristianesimo, e non critichiamo la contraccezione (a patto che non comporti soluzioni abortive): è evidente che non si possa avere amplessi solo ed esclusivamente per riprodursi, per di più solo all’interno del matrimonio. Però, naturalmente, siamo a favore di una visione valoriale del sesso, che lo ripulisca e preservi dalla degenerazione contemporanea (e commerciale) promossa dall’Occidente materialista e che lo inglobi nella dimensione comunitaria, anche come mezzo di esaltazione endogamica.

Antropologia e identità: il caso cisalpino

L’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni, dunque lo studio del profilo biologico e razziale di una o più etnie e nazioni, rappresentano un caposaldo nell’ottica identitaria del lombardesimo, poiché l’identità dei lombardi riguarda anche e soprattutto il sangue. Un aspetto etnico cisalpino esiste e sussiste pure in termini antropologici, per quanto oggi si faccia di tutto per ridurre il concetto di etnia a qualcosa di meramente culturale, e innocuo. Ma è logico come la definizione di un’appartenenza comunitaria venga determinata da ciò che siamo biologicamente, essendo animali fatti di carne, ossa e sangue. E, naturalmente, di ADN. Coltivare, perciò, scibile antropogenetico permette di conoscersi, conoscere gli altri e comprendere la più che legittima vocazione indipendentista della Grande Lombardia.

Chi sa di antropologia fisica e genetica, non può ignorare la realtà dei fatti, e cioè che la Cisalpina sia un mondo a sé, rispetto all’Italia etnica, segnatamente meridionale. È chiaro come la luce del sole che le differenze nette che passano tra noi cisalpini e gli italiani riguardino pure la natura etno-razziale, dunque biologica, dell’identità continentale e peninsulare-insulare, perché i nostri popoli sono figli di geografie, climi, latitudini, etnogenesi, storie, stratificazioni demiche affatto diversi. Fa sorridere che taluno ritenga le differenze “interne” frutto di mera cultura, o di cucina (sic!), quando la cosiddetta Italia è l’ambito più eterogeneo d’Europa.

L’aspetto fisico delle popolazioni a sud delle Alpi varia sensibilmente da area ad area: oltre alle, evidenti, diversità di pigmento (pelle, capelli, occhi, peluria), vanno prese anzitutto in considerazione quelle craniologiche e antropometriche, e infatti statura, massa corporea e dimensione del cranio differiscono palesemente da settentrione a meridione. Mentre in Padania si fanno sentire gli influssi continentali, centroeuropei, che vanno a caratterizzare ulteriormente (specie lungo l’arco alpino) una popolazione di base sudoccidentale affine a francesi meridionali e iberici, ma con una craniometria decisamente mitteleuropea-balcanica, nell’Italia etnica predomina l’elemento mediterraneo, spesso con una sfumatura “greca”.

Il nord, dove più e dove meno, presenta un profilo intermedio tra continente e Mediterraneo nordoccidentale, includendo per certi versi Toscana e Corsica (comunque parte settentrionale dell’Italia etnica) che si avvicinano alla Romagna, all’Emilia e alla Liguria. L’area mediana, caratterizzata da mare e Appennini, fonde il precipuo strato mediterranide con componenti alpinoidi e dinaroidi, scolorando in direzione meridionale, dove alcuni elementi arcaici si mescolano al principale dato antropologico del sud, che è ovviamente quello mediterraneo: l’Ausonia, con la Sicilia, è il luogo d’incontro fra le correnti ibero-insulari e quelle greco-anatoliche. Sardegna, come sempre, isolata, anche se da un punto di vista fenotipico ricorda molto la penisola iberica meridionale e il mezzogiorno italico.

Abbiamo poi la genetica, che non fa altro che consolidare l’aspetto identitario corroborato dall’antropometria, con una Cisalpina essenzialmente sudoccidentale, in pari con Francia meridionale e Iberia, tendente ai popoli alpini e dei Balcani settentrionali; una Toscana intermedia fra nord e centrosud, con la Corsica (che risente comunque di un input sardo); un’Italia etnica mediana e meridionale di carattere sudorientale, ai livelli dei greci, che si fa sudorientale estremo nel caso del mezzodì, portando i suoi indigeni a rassomigliare profondamente agli isolani ellenici, ai maltesi, agli ebrei europei e, negli individui borderline, ai ciprioti. Checché ne possano pensare i nordicisti meridionali, il marcato elemento levantino, antico e recente, è una limpida realtà dei territori a sud della Toscana.

Avrò modo di offrire una rassegna dettagliata circa la facies antropologica e genetica della moderna “Italia”, pubblicando diversi articoli in materia, ma a tutti coloro che hanno occhi per vedere (e leggere) è ovvio come gli italiani, dalle Alpi alla Sicilia, non siano reali, soprattutto in chiave etnica. Nessuno nega che esistano differenze interne nella Grande Lombardia – soprattutto pensando alla dicotomia Alpi-pianura – ma sono nulla al cospetto della drammatica eterogeneità della Repubblica Italiana. Drammatica non perché la ricchezza identitaria sia indecente, ma perché, automaticamente, liquida tutte le fole retoriche sui “fratelli” che esistono soltanto nella testa dei patrioti tricolorati, denunziando l’assurdità dell’unità risorgimentale e lo statuto artificiale della pseudo-nazione peninsulare.

Contadinato

Le radici della Lombardia affondano nell’ubertoso passato agreste dei nostri padri, quando esisteva ancora un rapporto intenso con la nostra dimensione più intima, che è quella rappresentata dalla natura. Il mondo contadino era il custode di identità, tradizione, lingua, permeato di rustici richiami alle origini e a quella purezza, oggi quasi del tutto perduta, che scandiva le relazioni sociali, la vita comunitaria, l’armonia famigliare. Era un mondo incontaminato, per quanto estremamente cristianizzato e bigotto, e la sua lezione arriva ai nostri giorni, in una temperie in cui sangue, suolo e spirito vengono sistematicamente calpestati per far spazio alla “civiltà” del progresso, della tecnologia, del benessere (apparente) diffuso. La Lombardia odierna, segnatamente nel suo cuore insubrico, soffre tragicamente per i colpi letali assestatile dal feticcio dello sviluppo, che comporta arricchimento e miglioramento delle condizioni di vita (su taluni versanti) ma al contempo immigrazione di massa, dittatura della società dei consumi, globalizzazione e impoverimento identitario e tradizionale: il prezzo della modernità capitalista, pagato salatamente dal popolo indigeno, alla lunga si rivela disastroso ed insostenibile.

Proprio per questo, oggi, occorre un recupero del contadinato e delle virtù contadine, che caratterizzarono i nostri antenati, nell’ottica dell’affermazione di un salutare comunitarismo fondato su razza, etnia, nazione. Non siamo ipocriti: l’età contemporanea occidentale permette, senza dubbio, delle comodità che possono essere sfruttate anche in direzione identitaria, ma tutto quello che presuppone degrado, degenerazione, relativismo, ripudio di valori patriottici, idolatria del danaro e spregio della tradizione va risolutamente condannato. Il ripristino della comunità contadina, innestata nell’ambito del comunitarismo, va di pari passo con la promozione dell’econazionalismo e, dunque, di una società rigenerata grazie ad un ambientalismo patriottico che renda lo sviluppo eco- ed etno-sostenibile, proiettandoci in un futuro in cui i posteri possano beneficiare di un habitat bonificato, di un’agricoltura biologica e di un allevamento non più industriale. La qualità della vita dipende da ciò che mangiamo, dall’aria che respiriamo, dall’acqua che beviamo ma, soprattutto, da quel che decidiamo di insegnare ai nostri figli.

Una riflessione sulle pandemie

Poco più di quattro anni fa, sul proscenio mondiale, balzò agli onori delle cronache il contagio da coronavirus (dunque la Covid-19), che in breve monopolizzò le nostre esistenze proiettandoci in una quotidianità fatta di restrizioni, quarantene, confinamenti, mascherine, vaccini. Il morbo è sicuramente esistito, inutile negarlo, ma di certo la propaganda di regime lo ha cavalcato per imporre misure draconiane, che fecero il paio con le leggi liberticide contro idee, opinioni, ideologie politiche. Un po’ come all’indomani dell’11 settembre 2001, quando con la scusa del terrorismo ogni occasione fu buona per limitare la libertà delle persone, a tutto vantaggio delle angherie governative.

Devo dire che all’epoca dei fatti, nel 2020-2022 fondamentalmente, non mi esposi troppo sulla questione (non molto avvincente, oltretutto), per una semplice ragione: non sono un medico, un addetto ai lavori, perciò il rischio di parlare a sproposito era sempre dietro l’angolo. Allo stesso modo, non sono un sostenitore delle teorie complottiste, per quanto sia evidente che la politica mondiale ci abbia marciato, sul coronavirus, terrorizzando la gente per indurla alla mite obbedienza. Attenzione: è chiaro che il virus abbia mietuto vittime, anche e soprattutto in Padania (Orobia, nello specifico), ed inizialmente è stato senza dubbio sottovalutato; ha però rappresentato una vera minaccia solo nei confronti di anziani e soggetti debilitati (ve li ricordate i bambini immuni?), e forse sarebbe bastato tutelare le fasce a rischio invece di estendere obblighi indiscriminatamente.

La pandemia ha colto tutti impreparati, colpevolmente, si pensava che nel XXI secolo non vi fosse più il pericolo di un dilagare di un morbo su scala continentale e planetaria, nonostante nel recente passato vi fossero state delle avvisaglie: l’aviaria, la suina, la Sars, l’allarme ebola dell’estate 2014, epidemie peraltro principiate (e poi esportate sulle ali di viaggi, migrazioni, globalismo) in Paesi del terzo mondo, o dell’Asia. Circa il Covid-19 se ne sono dette di tutti i colori, ma pare che l’antefatto abbia avuto luogo in Cina; come da tradizione, l’Europa è stata colpita da una “peste” di importazione, a tutta evidenza nata nell’immenso carnaio mongolide.

Le costumanze barbare asiatiche, in materia di allevamento e cibo, può essere la cagione dei vari coronavirus, anche se in molti hanno pensato di scorgervi un esperimento di laboratorio finito male, e sfuggito al controllo dei medici. Il resto l’ha fatto la globalizzazione, quella che farcisce l’Europa di allogeni, seduce i bianchi con il turismo verso mete esotiche, ci regala parassiti alloctoni che colpiscono flora e fauna locali, ci allieta con le pandemie e, naturalmente, riduce il nostro continente a colonia anodina delle superpotenze globali, specie gli Usa. Ricordo ancora come, nel febbraio-marzo 2020, gli antirazzisti si affannassero a coccolare i cinesi, sperticandosi in lodi nei riguardi dell’internazionalizzazione. La stessa che avrebbe poi condotto la sanità lombarda quasi al collasso, spazzando via intere generazioni e dando vita a situazioni tragicamente grottesche.

Le campagne vaccinali hanno avuto un senso? Torno a dire che, forse, sarebbe bastato vaccinare i più fragili e anziani, vedi influenza stagionale. Come ho già detto non sono un medico, ma a tutta evidenza il coronavirus non è la peste bubbonica, anche se non voglio entrare nel merito di questioni scientifiche e tecniche che solo chi sa di medicina può trattare senza inanellare sfondoni. E riaffermo che non condivido le tesi del complotto, soprattutto quelle più spinte e assurde. Gli stati sul libro paga del mondialismo ci fregano alla luce del sole, non hanno bisogno di agire nell’ombra, ed è comunque chiaro che le case farmaceutiche straniere lucrino su medicinali e vaccini. Non per niente io sono sinceramente convinto del fatto che una Lombardia indipendente debba sganciarsi anche dal carrozzone globale targato Onu – e dunque dalle multinazionali apolidi – perché solo così può sconfiggere davvero la globalizzazione, con ipotetiche future pandemie annesse.

Mare

L’ambiente marittimo interessa anche la Grande Lombardia: Liguria, Romagna, Emilia orientale, lagune venete e friulane (con le coste giuliane). Al di là dell’ambito ligure, l’Alto Adriatico presenta un aspetto distinto da quello tipicamente mediterraneo e si smarca, infatti, dal contesto ambientale peculiare dell’Italia etnica e delle isole; per tale ragione l’impatto col mare dei granlombardi differisce da quello degli italiani, e la Cisalpina rimane una terra subcontinentale. La Grande Lombardia è, prevalentemente, terragna: planiziale, collinare, prealpina, alpina, appenninica. Senza dimenticare i grandi laghi che contraddistinguono il cuore padano, e che hanno contribuito a plasmare l’identità etnoculturale degli indigeni. Salvo per le zone suddette, periferiche, il mare è qualcosa di estraneo, nei confronti del panorama lombardo, e la nostra indole non è caratterizzata da una storia marinara; il fulcro identitario cisalpino si staglia su di un orizzonte continentale, e anche per tale ragione il sottoscritto ritiene l’elemento marino, non solo estraneo, ma pure l’emblema di un mondo straniante latore di valori ben poco völkisch.

Taluno si ricorderà della mia famosa intervista targata 2011, “Non ho mai visto il mare”, in cui delineavo il mio attaccamento e radicamento nella terra orobica e lombarda e, assieme a ciò, la presa di distanze sizziana da tutto quello che si ricollega all’ambito marittimo, a livello mentale, caratteriale, valoriale, soprattutto se il mare in questione è il Mediterraneo (parlando di Europa, logicamente). L’apertura mentale, l’incontro fra popoli e culture, l’ibridazione, l’annullamento di identità e differenze, il dissolversi dell’individuo nel marasma multietnico, la promiscuità da spiaggia, gli scenari esotici, il naufragio degli ideali e delle virtù terragni sono alcuni degli aspetti da me sempre esecrati e che sono intimamente correlati al caos che imperversa da millenni a certe latitudini. Il lombardesimo non è animato da spirito talassocratico, e non a caso non ha alcuna simpatia nei confronti della Repubblica di Venezia, o di quella di Genova, realtà storiche periferiche, rispetto al nucleo etnico della Grande Lombardia. Il mare è un elemento naturale che riguarda anche la Padania ma che, certamente, non ne permea le radici identitarie più genuine e profonde.

Il fenomeno della “pillola rossa”

In questi anni non mi sono mai soffermato sulle teorie della cosiddetta redpill, o sulla fenomenologia incel, che negli ultimi tempi hanno preso piede anche nel contesto italofono. Parliamo di un argomento che, ormai, conoscono tutti, su internet, dunque credo sia superfluo spiegarlo nel dettaglio; si tratta, tuttavia, della solita cianfrusaglia d’oltreoceano, di cui potevamo tranquillamente fare a meno, soprattutto considerando l’alluvione di paranoiche terminologie anglosassoni. Certo, c’è da dire che molti di coloro che si considerano “redpillati” hanno preferenze identitarie, tradizionaliste, anti-antifasciste, sebbene mi paia di capire che il focus dei loro interessi riguardi le donne e le dinamiche relazionali. Non escludo che tra di essi vi possano essere simpatizzanti lombardisti e indipendentisti, comunque sia.

La “pillola rossa” propone una lettura cinica, disincantata e pessimista – a tratti complottista – della realtà, portata avanti segnatamente da quanti si definiscono, o vengono definiti, celibi involontari, incel (anche questa una categoria nata nell’ambito nordamericano); essa contrasta la visione da “pillola blu” (termini mutuati dal film Matrix, con una vaga ispirazione platonica), che è quella delle apparenze, del perbenismo, della finzione, del romanticismo da riviste patinate, dei media asserviti, e che riguarda tutta la società, non solo la questione del rapporto uomo-donna. Eppure, nei vari ambienti redpillati, tale faccenda assume un’importanza centrale, sproporzionata, forse viziata dal risentimento e dalla frustrazione di chi si sente escluso dal mercato sessuale e sentimentale.

La redpill condanna risolutamente il femminismo, e su questo non possiamo che essere d’accordo. Il femminismo è un cancro progressista, un veleno da estirpare, ed è una delle cagioni della disgregazione di famiglia, comunità, nazione, e della morte della tradizione e del patriarcato. Sembra, tuttavia, che gli incel diffondano tesi misogine, e anche questo rischia di disgregare ulteriormente la comunità, scatenando inutili guerre tra sessi (che sono solo due, ricordiamolo). Capiamoci: la portata dell’odio verso il genere femminile dei celibi involontari, o dei “brutti”, non è paragonabile all’astio femminista nei confronti degli uomini, infatti gli incel non fanno alcun danno concreto. Almeno in Europa.

Oltreoceano si sono macchiati di stragi, ma l’America, si sa, è la patria della follia e della stupidità, al di là di colori politici, ideologici, sociali. Il vero rischio della pillola rossa è quello di esacerbare gli animi e di diffondere disfattismo, per quanto, sovente, le teorie redpillate sappiano descrivere con realismo la condizione di uomini e donne occidentali contemporanei. Innegabile che la martellante campagna femminista, unita a quella liberal e antifascista, cominciata negli anni ’60 del secolo scorso, abbia fatto danni incalcolabili nelle menti delle donne europee: troppo spesso la figura femminile si fa veicolo di sovversione valoriale centrata su relativismo, edonismo, consumismo e materialismo, con ricadute nefaste sulla stessa natalità, il tutto in nome di capricci e pretese di eterne principesse Disney. Ma, fortunatamente, esistono ancora femmine sane e integre, dotate di coscienza patriottica, perciò non si può generalizzare colpendo indiscriminatamente il gentil sesso bianco, componente fondamentale della società.

È vero, convincere le donne di essere uguali agli uomini, anche a livello sessuale, ha comportato inevitabilmente l’aumento di separazioni, divorzi, aborti e, si capisce, il calo demografico. La sedicente emancipazione sessuale ha indotto le ragazze a credere di poter fare le dongiovanni in gonnella, fino a 40 anni, ritardando così la maternità, con rischi per la salute del figlio (unico). Sempre che lo abbiano. Il femminismo vede la maternità come una zavorra patriarcale, ovviamente se si tratta di europei. Se la questione riguarda il terzo/quarto mondo, nessun problema: non solo gli extra-europidi possono far figli come conigli, ma anche emigrare in massa verso l’Europa, andando così a sostituire i vecchi e sterili nativi. La soluzione a questo sfacelo, ciononostante, non sta nella misoginia, nel risentimento di chi va in bianco da una vita, nel rancore del “caso umano”: sta nel recupero di identità e tradizione, che non passa soltanto per il rinsavimento della femmina, ma pure nella ritrovata virilità del maschio, oggi sempre più in crisi, poiché le donne senza guida non possono far altro che tralignare.

Terra

Abbiamo già parlato della Terra, intesa come pianeta, e della terra, intesa come suolo patrio. Vale però la pena riprendere quest’ultimo aspetto, perché intimamente correlato all’esistenza degli esseri viventi e, nello specifico, dell’uomo. Questi, grazie al legame identitario col suolo, corroborato dal sangue, da individuo anonimo che asseconda i propri istinti egoistici diventa membro attivo della comunità nazionale, perciò parte integrante di una collettività che non annulla il singolo ma, anzi, lo esalta in quanto necessario alle sorti della patria. Chiaro, il popolo viene prima dell’individuo, ma non si tratta di massificare, omologare, annientare le persone come entità, bensì di inserirle armoniosamente in un consesso identitario che si faccia motore patriottico e tradizionalista. La terra, dunque, è elemento basilare, in quest’ottica, e per tale ragione degno di tutela, preservazione, valorizzazione, soprattutto in un mondo occidentale sul viale del tramonto che oltre ad aver perso l’anima sta inesorabilmente perdendo la forza e la salute. La distruzione della natura, unita all’inquinamento pestilenziale di molte contrade europee, ruba il futuro alle giovani generazioni e avvelena chi le ha precedute uccidendo la memoria.

Il rapporto con il territorio, sia in accezione etnoculturale che ambientale, va salvato dalla mostruosa devastazione operata dagli agenti internazionali, funzionale all’affermazione della dittatura globalista con conseguente morte delle comunità nazionali, dei veri Paesi d’Europa. Difendere l’ambiente va di pari passo con la conservazione etno-razziale, culturale, linguistica, antropologica, genetica, ed è soprattutto il continente bianco a soffrire maggiormente per via della barbarie mondialista: il concetto politico-ideologico di mondo ammazza quello naturale e biologico di pianeta Terra, e di elemento terra, estirpando le radici, calpestandole e dandole in pasto al più bieco relativismo. Pare che solo i popoli del terzo/quarto mondo abbiano diritto alla lotta identitaria, quando in realtà è per l’appunto la nostra povera Europa a subire le più gravi conseguenze dell’agenda cosmopolita e globalista, la quale prevede anche la dissoluzione della collettività razziale, etnica e nazionale e ogni forma possibile di inquinamento ai danni dell’ambiente in cui viviamo e che ci circonda. La terra è la nostra dimensione vitale, al netto delle inutili masturbazioni metafisiche, e senza di essa, possibilmente integra o quasi, il domani delle nazioni europidi si tinge di nero. In tutti i sensi.

Ambientalismo? Econazionalismo!

Noi lombardisti abbiamo particolarmente a cuore le sorti ambientali della terra granlombarda, poiché comprendiamo appieno quanto sia importante coniugare l’istanza etnicista con quella ecologista. Tuttavia, non ci uniamo al coro dei pecoroni “verdi”, degli ambientalisti da salotto e dei guitti stile Greta Thunberg, perché questa gente ha completamente in non cale il carattere etno-razziale dei popoli europei, e propone una difesa della natura su basi progressiste e antifasciste. Senza mordente etnonazionalista, l’ambientalismo si riduce ad una inutile pagliacciata, come dimostrano ampiamente i personaggi pubblici che fanno gli ecologisti, a parole, soltanto per alimentare una sciocca moda occidentale che è figlia del pensiero liberal.

Proprio per questo motivo il lombardista crede fermamente nell’unione di sangue e suolo e, dunque, nella necessità di far procedere l’ambientalismo sugli stessi binari dell’identitarismo etnico. In tal modo propugniamo l’econazionalismo, che è il patriottismo conciliato con l’ecologismo, dacché non è pensabile difendere il suolo senza difendere il sangue. A che giova battersi per la tutela dell’habitat se ci si dimentica del popolo indigeno che lo abita? O forse vale solo per gli indios? I cosiddetti verdi condannano cementificazione, industrializzazione selvaggia, deforestazione, inquinamento, avvelenamento dell’aria senza capire che ignorare la portata del problema migratorio e della sovrappopolazione è semplicemente demenziale, oltre che miope e pericoloso. I selvaggi ritmi riproduttivi degli altri continenti, e la conseguente invasione dell’Europa, stanno alla base degli sfracelli che esperiamo quotidianamente.

Diventa sterile occuparsi soltanto di flora e fauna, e paesaggio, ignorando clamorosamente i destini della nazione. Se riteniamo dannosa l’introduzione di specie alloctone, che va a scapito di quelle autoctone, perché sorvolare sulla portata esiziale dei flussi migratori, essendo peraltro di massa? L’Europa è stata investita da un’alluvione di popoli del terzo mondo, che va a peggiorare un quadro già reso problematico dalle nefaste ricadute del culto del progresso e dal pazzesco calo demografico europide. Gli sciagurati credono che accogliere allogeni sia una soluzione alle nostre grane, quando in realtà è soltanto un modo imbecille di aumentarle a dismisura.

Sembra che solo le genti del sud del mondo abbiano il diritto all’autodeterminazione, alla difesa etnica, alla preservazione delle proprie caratteristiche biologiche e culturali. Gli europei paiono condannati inesorabilmente all’estinzione, e guai a ribellarsi: razzismo, nazismo, fascismo, suprematismo sono le tipiche accuse rivolte al continente, qualora avesse sussulti d’orgoglio tesi a preservare l’autoctono patrimonio antropologico. E nemmeno si parla di colonialismo, badate bene, ma di salvaguardia delle nostre terre. Però si sa, l’Europa è destinata al tramonto e al tracollo: da culla della civiltà, viene oggi ridotta a centrale del male discriminatorio. Figuratevi, poi, se il discorso etno-razziale si allarga a quello relativo a sesso, orientamento sessuale, capacità psicofisiche…

Il maschio bianco eterosessuale, “cis” e abile, peggio ancora se cristiano o gentile, è stato la colonna portante della civilizzazione occidentale. Nell’età contemporanea, invece, è assurto a nemico pubblico numero uno dei “diversi”, e di tutto quel ciarpame che viene definito “woke”. Allo stesso modo, l’ambientalismo viene privato della salutare fierezza identitaria, che consente di tutelare l’ambiente assieme al popolo indigeno, castrando l’orgoglio patriottico. Un baluardo, questo, contro ogni tipo di barbarie globalista, non a caso demonizzato e criminalizzato da tutti coloro che si genuflettono di fronte al sistema-mondo. L’econazionalismo è la soluzione alle questioni ambientaliste, in quanto schierato dalla parte di sangue e suolo e avversario mortale delle flatulenze socialdemocratiche e liberali, che appestano l’aere, invece di bonificare e sanare.

Universo

Un tempo, sulla scorta della religione cattolica che pretendeva di piegare l’intera società europea a uso e consumo dell’oscurantismo, si pensava che la terra fosse al centro dell’universo, ivi collocata da Dio, e che l’uomo fosse il signore indiscusso della stessa e del cosmo. Un pianeta, attorno a cui ruotava il sole (sostenevano in nome della Bibbia), e una galassia modellati a immagine e somiglianza dell’essere umano, riflesso del Padreterno, dove l’umanità rappresentasse la dimensione fondamentale e precipua di tutto il “creato”. La secolarizzazione ha eliminato dalla vita civile tutte queste balle, confinandole alle sagrestie, grazie anche all’innovazione scientifica e tecnologica che ha ridimensionato la portata del cristianesimo e dei suoi fratelli abramitici, elevando la razionalità a misura del rapporto fra uomo e universo. Non si vuol qui affermare che le rivoluzioni intellettuali abbiano sortito soltanto effetti positivi, anzi; sappiamo tutti benissimo come sviluppo e (sedicente) progresso cagionino anche alienazione, spersonalizzazione e dittatura scientista. Ma, nel III millennio era volgare, è ormai assodato che la ragione sia la guida dell’uomo, e che il metodo galileiano abbia cambiato, prevalentemente in meglio, le nostre vite.

Nell’ottica lombardista, il pensiero razionale è fondamentale, soprattutto se confrontato col ciarpame metafisico. Il globo è un pianeta finito dalle dimensioni finite, al pari degli altri corpi celesti del sistema solare, e lo stesso universo non è certamente infinito. Non vi è alcun disegno divino o soprannaturale dietro il cosmo, e tutto è il frutto del caso e del caos. Le nostre conoscenze sono ovviamente limitate, e la scienza, per sua stessa definizione, non ha certezze assolute, mettendosi sempre in discussione e sviluppando una visuale che passi necessariamente per l’esperimento e il vaglio accurato degli elementi naturali in nostro possesso. È, ad ogni modo, chiaro che l’esistenza umana, e animale, non obbedisca ad alcunché di trascendente, e che l’evoluzione sia un normale processo di adattamento all’ambiente circostante, per fini riproduttivi e di sopravvivenza. La visione del mondo ideale è quella dettata dalla ragione, specie-specifica dell’uomo, e dopo i colpi mortali inferti alle religioni – soprattutto fanatiche – dall’avvento del moderno metodo scientifico è davvero il caso di concepire universo, terra e vita su di essa come qualcosa di assolutamente naturale, slegato da ogni fola irrazionale e mitologica.

Repubblica o monarchia? Il pensiero lombardista

Il lombardesimo, fondamentalmente, opta per una forma di governo di ispirazione repubblicana, che sia alla base di un etnostato granlombardo presidenziale. L’opinione di Sizzi e Roncari, in merito, è sempre stata chiara: no alle monarchie, in quanto prodotto anacronistico di una forma di parassitismo che pone al di sopra del popolo una dinastia, o comunque una classe dirigente di estrazione nobiliare (sempre che tale aggettivo, oggi, possa avere ancora un senso), in nome di fole religiose o mitologiche. Lo stato, anzi, l’etnostato lombardo deve essere retto da un’aristocrazia in senso etimologico, un governo repubblicano dei migliori, in cui i politici chiamati a rappresentare la patria siano stati formati e forgiati in specifiche accademie.

Noi siamo da sempre allergici al binomio trono e altare, perché foriero di sfruttamento, oscurantismo e idea distorta di tradizione, messa al servizio di pochissimi a danno di moltissimi. Ma questa posizione non è giacobinismo, tutt’altro, è un repubblicanesimo basato sul sangue e sul suolo, che inquadri lo Stato come strumento al servizio della nazione, senza potere parassitario giustificato da vecchiume che nulla ha a che spartire con popolo, etnia e patria. La nostra idea di politica è laica, nazional-sociale, comunitaria, volta all’esaltazione razionale della stirpe cisalpina, che è la vera ricchezza di un ipotetico, e auspicabile, organismo statuale indipendente da Roma.

Prendiamo le distanze dal corrente concetto di democrazia, che non è altro che prostituzione antifascista in favore dell’alta finanza, del libero mercato, del sistema capitalista. È la nazione a giustificare uno stato, non viceversa, e anche per questo non vediamo di buon occhio una soluzione monarchica, dove le sorti della patria rischierebbero di venir messe in secondo piano rispetto ai privilegi di una casta, il cui unico merito sarebbe il pedigree nobiliare. Ma noi lombardisti crediamo nel valore del sangue, non del blasone, e siamo ostili al termine ‘suddito’, riferito al popolo. Così come siamo ostili a ciò che puzza di religione, specie se giudeo-cristiana, dal momento che la metafisica non può reggere il confronto con la verità etno-razziale.

Il vero problema della Rivoluzione francese fu la sua impronta borghese, che sviò la popolazione transalpina instradandola sui binari del cosmopolitismo, del laicismo (e non della laicità) e del progressismo. Il giacobinismo viene da noi condannato non certo per l’opposizione a preti e teste coronate, ma per il fatto che divenne in breve tempo funzionale a quel concetto di universalismo in base al quale la patria viene ridotta a stato, e cioè a qualcosa di artificiale cementato da egualitarismo, disprezzo di identità e tradizione, umanitarismo pezzente che calpesta le radici.

La soluzione al moderno marasma globalista non sta nell’innalzare troni e nell’insediarvi degli sfruttatori che si rifacciano ad un mitico passato, ma nell’erigere etnostati che diano un volto etnonazionale e razziale alla cosa pubblica, in nome di principi repubblicani e laici slegati da ogni zavorra “neo-giacobina”. Siamo a favore del presidenzialismo, del sistema unicamerale, di una visione economica corporativista, temprata dal comunitarismo. Non vorremmo indugiare troppo nel federalismo, per quanto si possa riconoscerne una forma blanda a livello cantonale, poiché siamo zelanti fautori di uno spirito unitario che anteponga agli interessi particolaristici il benessere della nazione lombarda. Vogliamo una repubblica granlombarda presidenziale, etnonazionale, comunitaria, lontana da ogni tentazione monarchica o teocratica.