Esseri viventi

La biosfera, e cioè quella porzione della Terra che permette lo sviluppo della vita grazie alle proprie condizioni ambientali, è popolata da flora, fauna, umanità e naturalmente dai microrganismi. Anche l’uomo fa parte del mondo animale ma, certamente, si eleva al di sopra della ferinità grazie alla cultura, alla civiltà, allo spirito e alla ragione, e in virtù di tutto questo ha la facoltà di poter controllare la natura, dominandola laddove necessario. Purtroppo, si è lasciato prendere la mano sentendosi onnipotente, con ricadute disastrose sul mondo circostante, devastato da inquinamento, cemento, sovrappopolazione, città sempre più tentacolari e fenomeni migratori di massa. Non dobbiamo essere ipocriti, poiché lo sviluppo consente di migliorare le condizioni di vita promuovendo il benessere; tuttavia, lo sviluppo non può essere confuso col feticcio del progresso, che sacrifica sangue, suolo e spirito sull’altare della standardizzazione globalista, peste dei tempi moderni. La sfida che l’umanità deve affrontare è quella di cercare di preservare gli ecosistemi invertendo la rotta percorsa dalle società capitalistiche, in nome non solo di un ambientalismo razionale, ma pure dell’identitarismo etno-razziale.

La globalizzazione è la mortale nemica delle nazioni, dei popoli, delle comunità e, dunque, dell’ambiente incontaminato, degli organismi vegetali e animali, dell’intera biosfera di cui parlavamo in apertura. Lottare per un pianeta eco- ed etno-sostenibile implica bonificare la nostra esistenza quotidiana dalle scorie di un modernismo apolide che calpesta le leggi naturali, come se l’uomo, in fondo, non appartenesse al regno animale, e fosse piuttosto un concetto astratto frutto della storia e della politica, o delle dottrine religiose. È chiaro che gli esseri umani sovrastino le bestie, e che senza la culla della civiltà europea il mondo non sarebbe la stessa cosa, ma non dobbiamo dimenticarci che prima di essere gli artefici della cultura siamo figli del nostro habitat, al pari degli animali o delle piante. Per questo dobbiamo preservare lo statuto razziale che distingue i vari popoli del globo, ancorando la coscienza identitaria alla dimensione biologica dell’antropologia e della genetica, del sangue. Siamo animali, quindi come tutti gli animali abbiamo razze. Con buona pace della metafisica, dell’antifascismo, del progressismo e di tutte le balle sfornate dal ‘700 illuminista ed ereditate da sinistrorsi e liberali.

Lo spirito come fuoco identitario

Il lombardesimo dà, come giusto che sia, moltissima importanza al dato di sangue e di suolo, nell’ottica della riscoperta identitaria, poiché senza una solida base biologica e territoriale ogni discorso etnico e patriottico verrebbe meno. Va da sé, tuttavia, che se al binomio sangue e suolo manca l’elemento spirituale, il terzo, la coscienza patriottica rischia di crollare o quantomeno di perdere forza, segno che in assenza del carburante, per così dire, umanistico la componente biologica di un popolo diviene arida, sterile. Lo vediamo molto bene al giorno d’oggi, in quelle terre europee che possono sembrare esemplari sotto il profilo dell’identità etnica ma che celano una spaventosa voragine in termini di qualità spirituali, a causa dell’omologazione mondialista.

D’altra parte, se un popolo è privo di mordente culturale, è chiaro che spalanchi le porte non solo al relativismo distruttore ma pure a fenomeni nefasti di meticciato, promiscuità, multirazzialismo, compromettendo senza via d’uscita il tessuto etnico originale della nazione. Lo diciamo proprio perché l’esaltazione fanatica del sangue può sfociare nel materialismo, e il materialismo (orbato dell’accezione razionalista, si capisce) è l’anticamera del collasso di una civiltà, ridotta a prostituirsi in favore del consumismo, dell’edonismo, dell’affarismo. Noi lombardisti siamo tendenzialmente anticristiani, ma mai vorremmo che la scomparsa della religione di Cristo venisse colmata dalla spazzatura globalista tipica della mentalità cosmopolita.

Lo spirito è cultura, civiltà, mente, carattere, indole, umanesimo e non va necessariamente interpretato come qualcosa di trascendente. Chi scrive è piuttosto allergico alla fede, essendo profondamente etno-razionale, non crede in Dio o negli dei e non concepisce l’esistenza aòòa stregua di un rapporto tra piano orizzontale umano, terreno, e piano verticale divino, celeste. Nondimeno, io prendo le distanze dalla moderna temperie atea, di un ateismo pacchiano e annoiato che è frutto della nulla predisposizione occidentale alla riflessione e alla meditazione, e che strizza l’occhio ai veleni ideologici marxisti.

Ritengo che Dio (o chi per esso) non esista, sia un prodotto dell’astrazione umana, al pari della religione e del bisogno di credere in una vita oltremondana, ma condanno senza alcun dubbio quanto è scaturito dal pozzo nero del sedicente Illuminismo, che è stato la totale negazione dei valori identitari e patriottici europei. Non a caso, i progressisti hanno sempre la tentazione di far risalire le origini, le vere radici della civiltà europea al ‘700 dei philosophes, pur essendo quello sciagurato periodo la tomba dell’anima continentale, scavata da un (finto) Paese – la Francia – che è ancor oggi la patria nostrana dei corpi tossici che potremmo bollare senz’altro come giacobini.

Non serve concepire lo spirito in un’ottica di alito soprannaturale infuso all’uomo, e ai popoli, come parte più nobile ed elevata dell’anima (anch’essa inesistente, se intesa in termini giudeo-cristiani) degli individui. Serve, piuttosto, intendere questo fondamentale elemento culturale nella qualità di fuoco che permette alla razza, all’etnia e alla nazione di risplendere, e di fendere le oscurità di un mondo globalizzato in balia dei disvalori nichilistici. Il sangue e il suolo non bastano, hanno bisogno di ascendere, di venir sublimati, grazie al prodotto del loro incontro, lo spirito, che è quanto evita di seguire poco proficue derive di materialismo zoologico, del resto funzionali alla castrazione identitaria e tradizionalista della nostra gente.

Terra (pianeta)

La Terra, intesa come pianeta, è la cornice antropizzata della nostra esistenza, lo scenario naturale, certo plasmato dall’uomo, che contraddistingue le popolazioni umane, e animali. Diviene mondo grazie all’azione della cultura, della civiltà, delle nazioni, e in questo senso comporta anche ricadute negative, che sono il frutto della geopolitica, della politica internazionale, dell’alta finanza, ciò che sta a monte del cosiddetto mondialismo, e della stessa globalizzazione. Ma il pianeta, prima di essere concepito in qualità di mondo, appunto, va inquadrato come habitat naturale degli esseri viventi, e dunque come insieme di ecosistemi che garantiscono la sopravvivenza e permettono ad una specie animale di conservarsi e riprodursi. Da questo, si capisce bene quanto sia necessario, soprattutto per l’Europa, recuperare la dimensione naturale dell’uomo, contrastando inquinamento, cementificazione, devastazione e fenomeni migratori, che non fanno altro che peggiorare la situazione. Il peso insostenibile della demografia del terzo mondo, altresì, ha conseguenze nefaste per il nostro stesso continente, che a differenza del sud del globo è comunque riuscito a darsi una regolata, in termini di natalità. Fin troppo.

Non è certamente con l’ambientalismo pezzente di sinistra che si risolvono gli annosi problemi dell’Occidente, bensì con politiche etnonazionaliste ed econazionaliste mirate alla preservazione, anzitutto, dei popoli indigeni bianchi. Se si tutelano gli autoctoni, di conseguenza, si tutelerà anche l’ambiente naturale che li circonda, sebbene nelle aree metropolitane sia ormai quasi impossibile portare avanti politiche etniciste ed ambientaliste. La dittatura del progresso, ovviamente ideologizzato, ha in non cale i destini biologici e antropologici del popolo, così come l’integrità del paesaggio e della natura incontaminata, ed è soprattutto la Padania a pagare a carissimo prezzo il peso dello sviluppo ipertrofico delle medie e grandi città, sacrificando la comunità e i suoi più intimi legami territoriali sull’altare del capitalismo e dell’affarismo. Prendere coscienza delle sorti della Terra, equivale ad avere a cuore il futuro della nostra gente e dei nostri figli, ovviamente non per alimentare il circo salottiero degli sputasentenze ecologisti alla moda, ma per unire inscindibilmente la battaglia dell’autoaffermazione lombarda a quella della salvaguardia ambientale.

Non c’è sangue senza suolo, e viceversa

In un’Europa sempre più vittima del sistema mondialista e dello status quo globale, la necessità di salvaguardare sangue e suolo, da cui lo spirito, è impellente poiché ne va della nostra stessa identità. Difendere il sangue procede di pari passo con la difesa del suolo, e non ci può essere sangue senza suolo, e viceversa: l’etnia lombarda sussiste grazie anche al solido legame con la terra natia, e l’humus patria acquisisce un significato unico grazie al sacrale vincolo con il popolo. Del resto, è dall’unione di sangue e terra che proviene lo spirito, inteso come elemento culturale, linguistico, civile, mentale, caratteriale, che anima una nazione.

Sappiamo bene che oggi l’ambientalismo è una sterile manifestazione progressista totalmente slegata dal concetto di etnia e di razza, un fenomeno salottiero che ha in non cale il sangue e, dunque, che non mostra alcun rispetto per l’identità biologica dei legittimi popoli indigeni, specie se si tratta di europei. Da questo equivoco, frutto delle politiche “verdi”, nasce la convinzione erronea che l’ecologismo possa essere soltanto di sinistra, e senza alcun sistema di valori identitari che si battano per la salvaguardia dell’ambiente e anche per la preservazione del popolo indigeno che lo abita. Noi lombardisti, invece, siamo fortemente persuasi del contrario, e cioè che il vero ambientalismo possa essere soltanto völkisch.

Il binomio sangue e suolo, nato sull’onda del romanticismo teutonico, afferma una verità sacrosanta, vale a dire che un popolo privato della propria terra natia rischia di diventare una torma di sradicati, preda dei fenomeni migratori e dell’agenda mondialista. Allo stesso modo, il suolo natio orbato della gente autoctona che l’ha caratterizzato e, pure, plasmato diviene bottino di guerra delle invasioni allogene, nonché terra di conquista da parte di multinazionali, banche, lobby e agenti internazionali votati alla distruzione della natura, oggi più che mai ostaggio della barbarie capitalistica.

Occorre quindi rimettere al centro di tutto i destini della comunità, affinché la dimensione più intima dell’essere umano, che è il contatto con la natura incontaminata, venga ripristinata, a tutto vantaggio della nazione. Il lombardesimo propugna l’adozione di una visuale econazionalista, ruralista, comunitarista, che possa essere di supporto alla dottrina etnonazionalista promossa dall’indipendentismo lombardo sizziano e che sia la riscossa di un ambientalismo finalmente liberato dalle catene del progressismo e votato alla salvazione di popolo, flora e fauna, senza più compromessi. Sangue, suolo e spirito sono i pilastri fondamentali dell’identitarismo etnico che abbiamo in mente, viatico per un’autoaffermazione lombarda all’insegna degli ideali völkisch.

E allora, consci dell’importanza del messaggio econazionalista, vogliamo batterci per una comunità che sappia coniugare l’orgoglio patriottico alla sensibilità ecologista, perché i destini dei nostri figli sono inscindibilmente legati a quelli di una terra che possa rinascere grazie ad oculate politiche ambientaliste. Ma va da sé: non si tratta di rinnegare i risvolti positivi del progresso e dello sviluppo, o di cavalcare un ipocrita anarco-primitivismo fuori tempo; si tratta di raggiungere un salutare equilibrio tra modernità e tradizione, e dunque tra modernità e tutela sacrosanta del territorio. La Padania versa in pessime condizioni ambientali, complice anche la sovrappopolazione allogena, ed è nostro diritto e dovere impegnarci per un futuro eco- ed etno-sostenibile.

Ambiente

Ci siamo più volte soffermati sulla necessità, da parte del lombardesimo, di sottolineare l’importanza di un ambientalismo identitario che si smarchi, ovviamente, dalle cialtronerie al caviale dell’ecologismo da salotto, molto in voga presso i progressisti. I cosiddetti “verdi” hanno senza alcun dubbio banalizzato e inflazionato la portata della salvaguardia ambientale, poiché dietro la patina di sedicenti amanti della natura senza coloritura ideologica si nascondono in realtà i soliti guitti antifascisti, liberal. Per loro cagione, capita spesso che l’ambientalismo sia visto con sospetto e fastidio, reputandolo una infantile manifestazione di debosciati nordici. Noi lombardisti intendiamo sgombrare il campo da questi velenosi equivoci, riaffermando una verità sacrosanta cara ad ogni identitario völkisch: sangue e suolo sono inscindibili, e la vitale esigenza di un movimento ecologista altamente patriottico è oggi più che mai impellente. L’ambiente, la natura, l’ecosistema che ci circonda e comprende sono il nostro habitat, senza il quale la nostra esistenza verrebbe meno.

Per quanto nessuno di noi si sogni di giocare all’anarco-primitivista, riconoscendo i risvolti positivi del progresso e della tecnologia, siamo dell’idea che l’uomo europeo non possa agire come se fosse un soggetto estraneo alle leggi della natura, come se non fosse l’animale quale è, pertanto difendere il territorio anche in prospettiva ambientalista è giocoforza, nell’ottica dell’etnonazionalismo e dell’econazionalismo. In una Padania sovrappopolata – e non solo per cagione allogena -, follemente cementificata e inquinata, devastata dal mito del profitto e del fatturato e socialmente disgregata per privarla della peculiare, millenaria coscienza comunitaria, appare doveroso recuperare lo spirito di appartenenza pure in direzione ecologica, perché senza una coscienza intimamente legata alla primeva dimensione umana ogni anelito speso per un roseo futuro granlombardo sarebbe destinato a spengersi. Il comunitarismo, il ruralismo, l’econazionalismo ci mostrano la via da seguire, se vogliamo per davvero tentare di salvare la nostra patria dalla totale ecatombe. Ed è logico che per bonificare l’ambientalismo dalle scorie sinistroidi sia necessario farlo marciare fianco a fianco col nazionalismo etnico.

Il valore del sangue ai tempi della globalizzazione

Parlare di sangue, e cioè di stirpe, in una temperie come l’attuale, equivale a bestemmiare in chiesa, ed è facile che le strumentalizzazioni lascino scivolare la questione verso il razzismo. È davvero singolare, tuttavia, che l’accusa di razzismo, o addirittura di suprematismo, riguardi soltanto i bianchi, poiché ogni altro popolo del pianeta terra è liberissimo e, anzi, in dovere di esaltare la propria appartenenza etnica e razziale, magari giustificandola con la solita solfa antirazzista dove i “cattivi” europei opprimono i “buoni” del sud del mondo. Quindi, dipende sempre da chi parla di sangue: se si tratta di noi europidi è giocoforza, per i benpensanti, che sia solo squallido razzismo.

E pensare che, a loro detta, saremmo tutti uguali, e dunque aventi tutti quanti la medesima dignità, e il medesimo diritto ad esprimere orgoglio per le proprie origini e radici. Così, però, non è e se la tutela, la preservazione, la trasmissione del peculiare retaggio concerne gli europei ecco subito la proterva minaccia degli stati-apparato, intrisi di ideologia antifascista, di sbattere in tribunale e in galera chi si macchia di “razzismo”, come se difendere etnia e razza potesse essere realmente un crimine! Certo, in tempi di globalizzazione e di mondialismo lo è sicuramente, perché qualsiasi cosa esuli dalla narrazione imposta dallo status quo viene additata come delittuosa.

Ciò nonostante, è folle e assurdo ritenere che voler tutelare la rispettiva identità etnica, anche su base biologica, sia paragonabile al razzismo, e cioè alla violenza, al fanatismo, alla segregazione, all’odio fondato su di una presunta superiorità, o peggio ancora alla delinquenza! Io credo che, soprattutto oggi, andare orgogliosi dei natali sia fondamentale, ed è doveroso che anche i bianchi possano essere fieri di ciò che sono e mobilitarsi per salvaguardare l’inestimabile patrimonio ereditato dalla natura e dai padri. Per di più, non si capisce proprio perché se ai popoli del terzo/quarto mondo è consentito, agli europei, specie in Europa, è tassativamente proibito.

Il preservazionismo etno-razziale è una battaglia di civiltà, pensando soprattutto al fatto che, in diverse aree dello stesso continente bianco, gli indigeni sono ridotti al lumicino. Si prendano le grandi città metropolitane della Padania, con le loro conurbazioni: gli autoctoni sono quasi del tutto rappresentati da anziani, prossimi alla tomba, mentre le giovani generazioni appaiono vieppiù ibridate o allogene. Promuovere identitarismo significa promuovere anche una salutare presa di coscienza antropologica e biologica, perché la nostra identità passa anche per il sangue. Non può essere altrimenti, a meno che ci si voglia ridurre alla mera cultura, calpestando l’etnogenesi delle nazioni.

Sono dell’idea che ogni popolo della terra debba essere fiero di ciò che è, preferibilmente a casa propria. Immigrazione e meticciato sono una sconfitta per tutti. E, in quest’ottica, il lombardesimo è senza dubbio razzialista, non razzista. Riconosce l’esistenza delle razze umane, non le gerarchizza e ne promuove la naturale collocazione nel distintivo habitat originario, nel rispetto dell’identità e della sovranità di ciascheduno. Il razzismo – inteso modernamente, non come primevo studio della razziologia – è un altro discorso, e ha poco a che vedere con la legittima aspirazione etnonazionalista delle genti del globo. Di ogni parte del globo. Il sangue appare, dunque, ancor oggi fondamentale, come baluardo della biodiversità mortalmente minacciata dalla triste omologazione cosmopolitica.

Natura

L’uomo ha plasmato la cultura, la civiltà, la spiritualità ma, nondimeno, è parte integrante della natura. È un animale, e non può sottrarsi alle leggi naturali, per quanto evoluto e progredito possa essere. Per tale ragione il lombardesimo ha particolarmente a cuore la dimensione più intima dell’essere umano, che è il contatto primordiale con la flora, la fauna, l’ambiente, fonte inesauribile di benessere e occasione di rinascita per tutti noi, in particolare per quanti costretti a vivere in realtà cittadine e metropolitane tentacolari. Oggi dobbiamo fare i conti, soprattutto in Padania, con cementificazione, inquinamento, sovrappopolazione e con una comunità sfigurata dai mali frutto della globalizzazione e del sistema capitalistico. Se da una parte può rendere orgogliosi dei propri primati, dall’altra lo sviluppo si rivela infido, stritolando nei suoi ingranaggi un popolo sempre più ridotto a massa informe piagata dalla modernità, e quindi da fenomeni nefasti come l’immigrazione di massa e la società multirazziale.

Molti non lo comprendono, soprattutto se si tratta dei cosiddetti “verdi”, ma il concetto di villaggio globalizzato è una minaccia mortale che pende sul capo delle nostre nazioni, quelle vere, angariate oltretutto da meri contenitori statuali che non hanno alcun collante etnico, culturale, linguistico, storico. È il caso della Lombardia, oppressa dall’Italia ottocentesca, incatenata ad un carrozzone funebre che sta conducendo il popolo lombardo all’estinzione, certo anche con la propria auto-genocida complicità. E allora, ripartire dalla natura, dalla dimensione rurale, dall’ambiente incontaminato può essere l’opportunità di rinascere come comunità di sangue, suolo e spirito, corroborando l’ideologia lombardista grazie alla saggezza dell’econazionalismo. Anzi, è lo stesso lombardesimo a presupporre l’ambientalismo patriottico, perché le nostre radici terragne depongono a favore del recupero di una sensibilità in linea col dettato naturale. Se vogliamo avere un futuro occorre sconfiggere il mondialismo e le sue perverse logiche, nella consapevolezza che allontanarsi troppo dalle origini implica, inevitabilmente, perdersi.

La questione sud-italiana e la Lombardia

La Grande Lombardia, la Lombardia storica, è una nazione a sé, per quanto dormiente, che nulla ha a che vedere con l’Italia etnica, col cosiddetto centrosud. La Cisalpina ha una propria peculiare identità, anche antropologica, che la smarca dal contesto genuinamente italico, presentando al massimo una parziale sovrapposizione con Corsica e Toscana. La penisola rappresenta la vera Italia, escludendo le Lombardie, e lo stacco si fa abissale prendendo in considerazione il settore meridionale italiano etnico. Non è solo una mera questione geografica, è anche e soprattutto etnica, genetica, culturale, linguistica, spirituale, identitaria poiché la Padania è un mondo a parte, rispetto al sud.

Le differenze che intercorrono tra noi e loro sono inconciliabili, e non è una questione di razzismo e di discriminazione, ma di realtà oggettiva, senza naturalmente che gli ausonici vengano considerati inferiori. Siamo popoli diversi ed incompatibili, figli di vicissitudini storiche affatto differenti, che ci parlano di nazioni agli antipodi ficcate sotto lo stesso tetto politico, con risultati disastrosi. La dicotomia fra Lombardia e Italia riguarda anche il settore tosco-mediano, ma si fa drammatica prendendo in considerazione, appunto, l’ambito meridionale. Non c’è nulla di male in questo, e sarebbe auspicabile che ogni popolo andasse fiero delle proprie origini, senza soverchiare gli altri.

Proprio per tale ragione, l’indipendenza della Grande Lombardia è giusta e sacrosanta, così come l’autoaffermazione di un’Italia etnica senza lombardi e sardi. La questione sud-italiana, con l’innaturale unificazione, è soltanto peggiorata, poiché la sua soluzione sta in un mezzogiorno che finalmente cammini con le proprie gambe, senza più assistenzialismo e ogni altra magagna frutto del centralismo romano e del retroterra corrotto e mafioso di quei territori. Per non parlare del fenomeno migratorio “interno”, che ha portato più di un milione di sud-italiani a stabilirsi nella Grande Lombardia, soprattutto occidentale, con ricadute nefaste che tutti conosciamo.

L’immigrazione di massa è sempre sbagliata, non risolve i problemi di chi migra e aumenta soltanto quelli di chi è costretto ad accogliere, vedendo il tessuto etnoculturale originario della propria comunità compromesso e disgregato inesorabilmente. Certo, anche per colpa degli stessi indigeni, carenti di coscienza identitaria e patriottica. Lo stesso discorso vale per la violazione dell’endogamia, che ha portato ad un pazzesco rimescolamento tra lombardi e italiani etnici: se i connotati biologici periscono, viene a mancare la base fondamentale su cui si edifica l’identità di un popolo e di una nazione. Ed è davvero un peccato, e direi un’aberrazione, che in molte città cisalpine l’elemento etnico indigeno sia andato quasi del tutto ad estinguersi.

L’indipendenza della Grande Lombardia sarebbe una preziosa occasione di riscatto anche per gli stessi sud-italiani, rassegnati alla depressione, alla fuga dalle loro terre, al pessimismo e al fatalismo e a volte al crimine o alle furberie levantine. Il sistema-Italia è unicamente un guaio, per tutti, in primo luogo perché comporta la distruzione del profilo identitario dei vari popoli a sud delle Alpi, costretti nel medesimo stato, logicamente senza nazione. Siamo certi che dare la libertà alla Cisalpina sia rendere giustizia all’etnia, alla comunità, alla storia, non in spregio degli italiani ma per amore della verità e dell’identità. E così, un’Italia restituita a se stessa avrà modo di ripartire, finalmente davvero unita e coesa nella sua reale dimensione patriottica.

Prole

I figli sono la benedizione di ogni unione eterosessuale tra uomo e donna, frutto della paternità e della maternità. Sono la prosecuzione della stirpe, dunque il futuro della nostra nazione, e oggi come non mai c’è bisogno di ridare vigore alla demografia granlombarda, dissanguata dalla denatalità, dall’immigrazione e dal culto di consumismo ed edonismo che isterilisce il grembo delle donne occidentali, azzoppando peraltro la virilità. Non è vero che non si fanno più figli perché mancano le risorse: non si fanno più figli perché mancano drammaticamente i valori, e non a caso le relazioni sono sempre più liquide ed instabili, usa e getta, con matrimoni che si sfasciano dopo pochissimo tempo grazie anche alla santificazione del divorzio, sdoganato e normalizzato da una società auto-genocida. La gente non ha più pazienza, non ha voglia di fare sacrifici, non vuole rinunciare al soddisfacimento del proprio ego in favore della creazione di una famiglia, vista ormai come un ingombro e una scocciatura. E questo mentre il terzo mondo e gli allogeni che da lì provengono continuano a sfornare marmocchi con ritmi selvaggi, senza preoccuparsi delle fisime occidentali.

Paghiamo lo scotto della sedicente emancipazione sessuale femminile: il sistema ha convinto le donne che possono giocare al dongiovanni in gonnella fino a 40 anni e oltre, con ricadute tragiche in termini di natalità. Chiaramente si parla di femmine europee, non immigrate, dato che l’allogeno non rinuncerebbe per nulla al mondo alla propria tradizione, ai propri usi e costumi, alla propria religione. In un Occidente dove gli uomini vengono demonizzati e castrati e le donne messe sul piedistallo solo perché donne, in nome del cancro femminista, ecco che le culle sono sempre più vuote e le pance sempre più piene, con la razza bianca che continua inesorabilmente a scavarsi la fossa da sola. Lo chiamano progresso, sviluppo, benessere, ma non è altro che la tomba di un’Europa vieppiù decrepita e pronta ad essere completamente sostituita dalle “risorse” alloctone. Per questo occorre recuperare il senso comunitario e la solidarietà etnonazionale, affinché le nostre terre abbiano un domani roseo, invertendo la rotta di un continente che appare destinato ad inabissarsi, sommerso dallo tsunami migratorio e dalle pulsioni suicide figlie della società capitalista dei consumi.

Il problema migratorio nell’ottica lombardista

L’immigrazione è uno dei problemi più spinosi della contemporaneità, segnatamente nel mondo occidentale. L’Europa, in particolare, viene dal dopoguerra presa d’assalto da allogeni da ogni dove, e non solo negli ex Paesi colonialisti, ma pure in territori che non hanno alcuna tradizione coloniale, come nel caso della Grande Lombardia. In Padania, infatti, si sono riversate torme di immigrati, a partire dal colossale esodo sud-italiano verso il cosiddetto triangolo industriale, caratterizzati dalle origini più disparate, proprio perché nelle nazioni dell’Europa meridionale l’immigrazione ha un carattere nettamente scomposto e cosmopolita. Non soltanto, dunque, migrazioni “interne”, anche flussi provenienti da quattro continenti, in ossequio a quell’agenda mondialista che vuole spopolare il terzo/quarto mondo per far esplodere il nostro continente.

L’immigrazione, soprattutto di massa, è sempre sbagliata, sia che si tratti di scandinavi, sia che si tratti di sub-sahariani. Certo, vi saranno popoli più compatibili di altri, ma ogni spostamento massiccio di popolazioni implica la distruzione del tessuto etno-razziale e culturale originario della nazione costretta ad accogliere. Nella Cisalpina è successo, appunto, anzitutto coi sud-italiani, che hanno aperto le danze e costituiscono senza dubbio il più nutrito elemento allogeno nei territori padano-alpini, arrivando poi a registrare l’afflusso di genti variopinte: negridi, nordafricani, albanesi, romeni, cinesi, sudamericani, arabi, asiatici.

A questi, e a molti altri, vanno sommati gli ebrei e gli zingari, allogeni storici del territorio europeo, che rappresentano comunità nelle comunità, contribuendo a disgregare il carattere indigeno dei Paesi europidi. Certo, l’immigrato più problematico è quello integrato, mimetizzato (si prendano i sud-italiani, dilagati nella valle del Po e rimescolatisi con gli indigeni), e la responsabilità degli autoctoni è sicuramente decisiva, specie considerando la violazione dell’endogamia. Le comunità chiuse di migranti, pensiamo ad esempio ai cinesi, non hanno una portata esiziale come quella di altri allogeni, per quanto, si capisce, costituiscano anch’esse un corpo estraneo, in terra granlombarda ed europea.

L’immigrazione viene fomentata, e giustificata, da quel parassitismo locale che sfrutta gli allogeni per il proprio tornaconto, in barba ai destini del popolo indigeno, che subisce il peso degli esodi. Invece di aiutare le genti sottosviluppate a casa propria, soprattutto per frenarne i selvaggi ritmi riproduttivi e disinnescarne la bomba demografica, si preferisce spalancare le porte a chicchessia con la scusa della solidarietà, della pietà cristiana, dell’umanitarismo e del terzomondismo, senza comprendere – o forse comprendendolo perfettamente – che così facendo non si risolvono i problemi di chi migra, ma si aumentano drammaticamente quelli di chi accoglie. Come se non ci fossero poveri, infelici ed emarginati nostrani, chiaramente liquidati per far posto a quelli esotici.

Inutile fare gli ipocriti benpensanti: gli immigrati alimentano inevitabilmente la criminalità, il degrado, il disagio, i casi di cronaca, le carceri, la sostituzione etnica e razziale dei vecchi e costosi europei. Sono la materia prima dello sfruttamento, l’esercito di riserva del grande capitale apolide, la massa amorfa ghettizzata da quelli bravi e buoni pronta ad esplodere e conquistare città e paesi lombardi, sempre che non l’abbia già fatto. A chi irride coloro che parlano di sostituzione etnica, ricordo sempre la questione sud-italiana, di gente venuta da un Paese straniero che ha preso il posto degli indigeni – ovvio, anche per colpa di quest’ultimi – nei loro centri e che, oltretutto, viene usata da Roma per controllare la Cisalpina. Ed è proprio questa l’assurdità della situazione nostrana (e di altri luoghi d’Europa), e cioè una nazione mai stata colonialista oggi ridotta a colonia di disparati gruppi etnici e razziali, a partire dagli italiani.