Il problema migratorio nell’ottica lombardista

L’immigrazione è uno dei problemi più spinosi della contemporaneità, segnatamente nel mondo occidentale. L’Europa, in particolare, viene dal dopoguerra presa d’assalto da allogeni da ogni dove, e non solo negli ex Paesi colonialisti, ma pure in territori che non hanno alcuna tradizione coloniale, come nel caso della Grande Lombardia. In Padania, infatti, si sono riversate torme di immigrati, a partire dal colossale esodo sud-italiano verso il cosiddetto triangolo industriale, caratterizzati dalle origini più disparate, proprio perché nelle nazioni dell’Europa meridionale l’immigrazione ha un carattere nettamente scomposto e cosmopolita. Non soltanto, dunque, migrazioni “interne”, anche flussi provenienti da quattro continenti, in ossequio a quell’agenda mondialista che vuole spopolare il terzo/quarto mondo per far esplodere il nostro continente.

L’immigrazione, soprattutto di massa, è sempre sbagliata, sia che si tratti di scandinavi, sia che si tratti di sub-sahariani. Certo, vi saranno popoli più compatibili di altri, ma ogni spostamento massiccio di popolazioni implica la distruzione del tessuto etno-razziale e culturale originario della nazione costretta ad accogliere. Nella Cisalpina è successo, appunto, anzitutto coi sud-italiani, che hanno aperto le danze e costituiscono senza dubbio il più nutrito elemento allogeno nei territori padano-alpini, arrivando poi a registrare l’afflusso di genti variopinte: negridi, nordafricani, albanesi, romeni, cinesi, sudamericani, arabi, asiatici.

A questi, e a molti altri, vanno sommati gli ebrei e gli zingari, allogeni storici del territorio europeo, che rappresentano comunità nelle comunità, contribuendo a disgregare il carattere indigeno dei Paesi europidi. Certo, l’immigrato più problematico è quello integrato, mimetizzato (si prendano i sud-italiani, dilagati nella valle del Po e rimescolatisi con gli indigeni), e la responsabilità degli autoctoni è sicuramente decisiva, specie considerando la violazione dell’endogamia. Le comunità chiuse di migranti, pensiamo ad esempio ai cinesi, non hanno una portata esiziale come quella di altri allogeni, per quanto, si capisce, costituiscano anch’esse un corpo estraneo, in terra granlombarda ed europea.

L’immigrazione viene fomentata, e giustificata, da quel parassitismo locale che sfrutta gli allogeni per il proprio tornaconto, in barba ai destini del popolo indigeno, che subisce il peso degli esodi. Invece di aiutare le genti sottosviluppate a casa propria, soprattutto per frenarne i selvaggi ritmi riproduttivi e disinnescarne la bomba demografica, si preferisce spalancare le porte a chicchessia con la scusa della solidarietà, della pietà cristiana, dell’umanitarismo e del terzomondismo, senza comprendere – o forse comprendendolo perfettamente – che così facendo non si risolvono i problemi di chi migra, ma si aumentano drammaticamente quelli di chi accoglie. Come se non ci fossero poveri, infelici ed emarginati nostrani, chiaramente liquidati per far posto a quelli esotici.

Inutile fare gli ipocriti benpensanti: gli immigrati alimentano inevitabilmente la criminalità, il degrado, il disagio, i casi di cronaca, le carceri, la sostituzione etnica e razziale dei vecchi e costosi europei. Sono la materia prima dello sfruttamento, l’esercito di riserva del grande capitale apolide, la massa amorfa ghettizzata da quelli bravi e buoni pronta ad esplodere e conquistare città e paesi lombardi, sempre che non l’abbia già fatto. A chi irride coloro che parlano di sostituzione etnica, ricordo sempre la questione sud-italiana, di gente venuta da un Paese straniero che ha preso il posto degli indigeni – ovvio, anche per colpa di quest’ultimi – nei loro centri e che, oltretutto, viene usata da Roma per controllare la Cisalpina. Ed è proprio questa l’assurdità della situazione nostrana (e di altri luoghi d’Europa), e cioè una nazione mai stata colonialista oggi ridotta a colonia di disparati gruppi etnici e razziali, a partire dagli italiani.

Maternità

Se la paternità è inscindibilmente ed incontrovertibilmente legata all’uomo, al sesso maschile, la maternità è una qualità che appartiene solo ed esclusivamente alla donna, al sesso femminile. C’è poco da discettare in materia, e tutte le astruserie di conio liberal nulla possono contro la natura, la biologia, l’antropologia e la fisiologia. Vale lo stesso discorso che si fa a proposito di sessualità: sei uomo, maschio, se hai il pene, e sei donna, femmina, se hai la vagina. Punto. Questo, naturalmente, su di un piano fisico, anatomico, perché sappiamo benissimo che le differenze tra maschile e femminile riguardano anche mente, spirito, attitudini, indole. E la maternità, dunque, è possibile solamente se si è donne, e costituisce la realizzazione della femminilità. Una donna davvero completa è moglie, madre, ancella della patria, in linea coi valori identitari e tradizionali che rappresentano l’ossatura della comunità, e prima ancora della famiglia. Essere madri, soprattutto nell’Occidente decadente odierno, significa anche responsabilizzarsi e affrontare con successo le sfide demografiche, che vedono l’Europa arrancare nei confronti del sud del globo.

Certo, una femmina che diventa madre è semplicemente la natura che fa il proprio corso, non sarebbe nulla di straordinario, in una società sana. Ma oggi, in una temperie in cui le donne vengono avvelenate con le aberrazioni femministe, gli uomini castrati e le famiglie demolite dalla liquidità/fluidità progressista, diventare genitori rispettando l’endogamia è quasi un atto rivoluzionario, eroico, controcorrente, frutto di una coscienza che sa ancora reagire ai colpi infami del sistema-mondo. Il dono della maternità viene inquadrato come fosse quasi una disabilità, un handicap, una zavorra che inchioda la figura femminile al patriarcato e alla sudditanza nei confronti dell’uomo; chiaro, perché la demenza di sinistra indice crociate pure contro la natura e la biologia, viste come parte del gigantesco complotto fallocratico. Ovviamente, tutto questo, ha senso se serve a criminalizzare e condannare l’uomo bianco, perché di fronte alle condizioni della donna nel terzo mondo, e ai ritmi riproduttivi selvaggi di laggiù, gli antifascisti si ritirano in buon ordine.

Contro la peste ideologica del femminismo

Noi lombardisti abbiamo particolarmente a cuore la tradizione, intesa non come retaggio cristiano ma come eredità lasciataci dai nostri padri indoeuropei, e in questo senso difendiamo a spada tratta il rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile, garanzia di salute, integrità, forza e benessere per tutta la comunità nazionale. Uomo e donna, come abbiamo già detto diverse volte, sono differenti e complementari, e per quanto non esista un superiore e un inferiore – in virtù, appunto, della diversità dei sessi -, una donna non può certo ergersi a figura di riferimento per famiglia, società e nazione allo stesso modo di un uomo. Quest’ultimo è la naturale guida, nonché artefice, della civiltà bianca.

Per tale ragione noi avversiamo fermamente il femminismo, inteso soprattutto come veleno progressista atto ad attossicare la comunità seminando zizzania e aizzando la sciagurata guerra tra maschile e femminile. Un conflitto in cui, a rimetterci, è l’intera ecumene europide, lombarda nel nostro caso, in nome di un falso sviluppo fondato sulla sovversione valoriale e la morte di quella tradizione a cui ci appellavamo. Non si tratta di sottomettere la donna, alla semitica, bensì di raggiungere nuovamente quella salutare integrazione che passa per la sinergia e l’armonia dei membri della società, come della famiglia, seguendo il solco tracciato dal patriarcato.

Oggi, in Occidente, la mentalità patriarcale viene demonizzata e criminalizzata, anche se di fatto non esiste più. Viviamo in un mondo in decadenza proprio per via della rottamazione degli ideali e dei principi esaltati dalla componente maschile della comunità, che è quanto ha consentito all’Europa di divenire la culla della civiltà. Il maschio bianco eterosessuale e abile è lo spauracchio del variopinto circo liberal, e la corrente temperie occidentale fa di tutto per annientare identità e tradizione, demolendo l’ordine naturale delle cose. Perché non si tratta soltanto di tradizione, si tratta altresì di natura.

Quella natura che ha reso uomo e donna diversi, in senso antropologico, biologico, fisiologico, fisico, intellettuale e caratteriale, e pensare di calpestarla equivale a distruggere le fondamenta di ciò che ci ha resi grandi, faro di vero progresso (non ideologizzato) per tutto il globo, troppo spesso avvolto dalla barbarie. L’ideologia ha avvelenato il genere femminile (e sesso e genere, che sono solo due, coincidono) instillando nella mente muliebre un turbinio di spazzatura egualitarista che elimina l’armonia comunitaria, stravolgendo dinamiche comportamentali e relazionali. Inutile blaterare di parità, nell’opulento Occidente, dacché è proprio il pervertimento consumistico ed edonistico della donna a rappresentare una piaga letale.

Far passare il messaggio che maschi e femmine siano uguali e dunque intercambiabili (attenzione: non si vuole mettere in discussione il rispetto, ovvio, per la dignità della donna) significa recidere i legami con la natura e la tradizione, arrivando all’assurdo di giudicare e condannare la storia dell’Europa. Anche perché, si sa, il patriarcato da criminalizzare è quello – inesistente – europeo; ciò che accade nel terzo/quarto mondo, invece, dove nemmeno si tratta sovente di società patriarcale ma di barbarie, va minimizzato e giustificato, in chiave antirazzista. Un po’ come con il fascismo: non esiste più, ma va tenuto artificialmente in vita per garantire agli antifascisti di campar di rendita grazie alla loro propaganda. E allora ecco che la follia autodistruttiva del continente bianco ha bisogno di liquidare qualsiasi parvenza di tradizione, non comprendendo che, fondamentalmente, si parla di ordine naturale. È il femminismo a dover essere liquidato, assieme al resto del vomitevole ciarpame woke.

Paternità

La paternità è un dono che afferisce agli uomini, come la maternità riguarda le donne. Non può essere altrimenti: il padre è una figura maschile, e la madre è una figura femminile. Oggi si fa di tutto per rovesciare la salutare normalità benedetta dalla tradizione, cercando di demolire la natura delle cose con vomitevoli mode consumistiche che mettono la gonna agli uomini e le brache alle donne, sovvertendo così valori e principi. Noi sappiamo che una comunità nazionale sana consiste in una società armonica dove vige il rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile, per il bene degli infanti, della famiglia, del futuro della nostra stessa patria; la famiglia è la cellula base della comunità e sussiste solo ed esclusivamente laddove sia composta da un padre, da una madre e dalla prole biologica, oggi più che mai necessaria per garantire la continuità della stirpe. Va da sé che le porcherie arcobaleno, con l’inversione dei ruoli, la sconcia compravendita di bambini, omosessualismo e transessualismo, siano da stroncare sul nascere, impedendo che proliferino.

Un uomo che diventa marito e padre ha una grande responsabilità: quella di farsi guida della moglie, dei figli, della famiglia e non solo in virtù del retaggio tradizionale ma anche della stessa antropologia e biologia umane, che ci parlano di ovvie differenze tra maschi e femmine. Cosicché, all’uomo competono dei doveri ben precisi, e alla donna degli altri, grazie ai quali la comunità può mettersi al riparo dai veleni del mondialismo, e di un Occidente decadente in preda al delirio autodistruttivo fomentato dal progressismo e dal liberalismo. La famiglia è sotto attacco, e così paternità e maternità, ridotte a meri costrutti sociali svuotati di natura e tradizione. Si vorrebbe far credere alle menti fragili che una donna può fare da padre, e un uomo da madre, oppure che un uomo può diventare donna, e una donna uomo. Tutto questo è semplicemente un abominio reso possibile da una contemporaneità di sradicati, di esseri liquidi privi di spirito e di coscienza, gettati nel tritacarne del “pensiero” liberal. Noi abbiamo il dovere di combattere queste nefandezze e di far sì che il benessere della patria passi anche per la tutela e il rispetto di un ruolo e un dono fondamentali, quale è la paternità.

Federalismo, autonomismo, regionalismo: la scelta del lombardesimo

Il lombardesimo crede fortemente nell’unità della nazione cisalpina, dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone. Esso ha un’ottica etnonazionalista e portando avanti l’ideale indipendentista ritiene che i popoli della Grande Lombardia non debbano disperdere le proprie energie fomentando campanilismi e regionalismi. È chiaro che all’interno della Padania vi siano identità secolari a cui le genti sono particolarmente legate, ma oggi dobbiamo cercare di unire gli sforzi ed esaltare quanto ci unisce, nel nome dei nostri padri celti, gallo-romani, longobardi, lombardi medievali. Siamo tutti lombardi, anche al di fuori dello spazio etnico del bacino padano, e ogni plaga granlombarda rappresenta una parte fondamentale della nostra nazione.

Il leghismo, negli anni ’90 del secolo scorso, ha proposto a più riprese diversi modelli di decentramento, senza mettere realmente in discussione l’impianto romano della Repubblica Italiana. Vero, nella fase secessionista sembrava di essere di fronte ad una svolta ma se pensiamo a come il tutto si sia poi sgonfiato, venendo riassorbito dal centrodestra berlusconiano, capiamo bene che il celodurismo bossiano sia stato soltanto una farsa propagandistica, anche se alla Lega Nord possiamo riconoscere il merito di aver posto, seppur confusamente, una questione “padana”. Secessionismo, federalismo, autonomismo, devolution… Le varie tappe della lotta, reale o presunta, al centralismo italiano hanno proposto delle soluzioni politiche sempre mirate al libertarismo, anche in seno alla Padania.

Bisogna partire dal presupposto che con Roma non si deve scendere a patti, e la Lega fece questo errore, finendo triturata e assimilata dall’organismo italico, in tutto e per tutto. Un partito schiettamente cisalpino deve badare alla Padania, non all’Italia, e quindi battersi sul proprio territorio. Ma già la soluzione secessionista fu una sceneggiata, e partiva da un’idea mendace: secessione è una parte che si stacca da un ente ritenuto unitario, dunque una parte di una nazione, mentre la Grande Lombardia non è affatto il nord dell’Italia. Si deve dunque parlare di indipendenza, non di secessione, perché si tratta di liberarsi da Roma e dall’Italia, entità forestiere.

Reputo, altresì, l’autonomismo inutile, perché nessuna realtà padano-alpina merita autonomie rispetto alle proprie sorelle, altrimenti si scatenerebbero poco proficue liti e inimicizie. Noi lombardisti crediamo in un modello cantonale, blandamente federale su alcuni punti, che sia l’ossatura amministrativa di una repubblica presidenziale unita, etnonazionale, comunitaria, senza più enti regionali espressione di identità fasulle. La vera identità è quella panlombarda, che poggia sugli orgogli comunali di origine medievale, e che si fa espressione concreta delle nostre radici: liguri, reto-etrusche, celtiche, venetiche, galliche, gallo-romane, longobarde.

Federalismo? Solo se inteso come una forma mitigata che conceda delle blande autonomie su taluni argomenti, all’interno della realtà cantonale. Niente più regioni, come detto. Soprattutto niente soluzioni alla svizzera, perché la Confederazione Elvetica non è una nazione, mentre la Grande Lombardia sì. Il credo lombardista è più favorevole ad una soluzione centralista, che federalista, perché quest’ultima diverrebbe dispersiva, mentre la nostra nazione ha bisogno di unità, coesione, forza. Non si tratterebbe più della multietnica Italia. Di sicuro, anche per tale ragione, il lombardesimo si distacca dal leghismo, poiché decisamente etnonazionalista e votato all’esaltazione razionale di sangue, suolo, spirito, a partire dalla Lombardia etnica. Lombardia etnica che è il fulcro naturale, il cuore, della nazione grande-lombarda.

Donna

La donna è una componente fondamentale della nostra società, elemento vivo e dinamico nell’ottica delle relazioni comunitarie, ed incarna, assieme all’uomo, quella complementarità necessaria per il benessere e lo sviluppo della nazione. Non può certo essere paragonata alla figura maschile, in termini di natura, inclinazioni, ruolo sociale e responsabilità, per il semplice fatto che uomo e donna sono due cose ben distinte (come è ovvio che sia, nonostante la propaganda progressista), ma il lombardesimo non la inquadra in accezione semitica, bensì schiettamente indoeuropea. Non una comparsa da schiavizzare e relegare in cucina, o in chiesa (e in altri luoghi di preghiera di ispirazione levantina), limitandone l’azione alla cura della casa e dei figli, ma una – a suo modo – coprotagonista votata alla tutela del focolare domestico, all’accudimento della famiglia, al servizio da prestare alla patria senza comunque precluderne la possibilità di realizzarsi nel pieno rispetto dell’ordine naturale delle cose e della salutare normalità. La libertà della donna è il patriarcato, checché ne pensino gli isterici alfieri del femminismo, e nel comunitarismo essa trova la propria innata dimensione, da conciliarsi con quella virile. Il rispetto del maschile e del femminile, intesi come biologia – e antropologia – e come tradizione, è importantissimo, viatico per una collettività rigenerata e liberata dall’anarco-individualismo e dai controproducenti egoismi stuzzicati dalla mentalità liberale.

Oggi le femmine occidentali sono spesso e volentieri trasformate, con la loro attiva e consapevole collaborazione, in kamikaze che attentano all’integrità della famiglia, della comunità, della nazione, e la cui testa viene riempita di velenose corbellerie egualitarie. Nessuno mette in discussione la dignità della donna, ma volerle far credere che sia uguale all’uomo, e che possa fare tutto quello che fa un uomo con naturalezza, significa disgregare la società sovvertendone le dinamiche sane che sono finalizzate al vero progresso, e cioè al bene del popolo indigeno. Il declino dell’Occidente passa anche per il femminismo, per la distruzione della tradizione, per un laicismo pezzente che liquidando “Dio” pensa tranquillamente di poter parimenti eliminare identità e tradizione (comunque non necessariamente legate alla religione, anzi), sacrificandole sull’altare del relativismo. Nell’età contemporanea la donna, come tutti i cosiddetti diversi, viene usata per criminalizzare la storia della civiltà europea, il cui artefice è il maschio bianco eterosessuale e normodotato, con gran detrimento della natura. Al netto delle sordide menzogne liberal, l’armonia comunitaria è possibile grazie alla coesione di maschile e femminile, oggi gravemente minacciata dalla “cultura” woke della colpevolizzazione, e alla guida virile della società, espressione della solarità ariana tramandataci dai padri.

L’etnostato granlombardo come rinascita dell’identità cisalpina

La Grande Lombardia indipendente che noi lombardisti abbiamo in mente, verrebbe degnamente rappresentata da un etnostato cisalpino fondato su sangue, suolo, spirito. I principi völkisch sono basilari nell’ottica lombardista, ed ispirerebbero anche, come è logico che sia, la natura e la struttura dell’entità statuale volta ad incarnare l’ideale sistema politico granlombardo. Non più stati-apparato ottocenteschi, e cioè finti organismi nazionali del tutto privi di fondamenta etniche, bensì compagini amministrative e governative che rispecchino la natura antropologica, biologica e identitaria del popolo granlombardo. Una soluzione politica inedita, nel quadro dell’Europa contemporanea ordinata (si fa per dire) sulla scorta di criteri giacobini, e dal puzzo massonico, perciò meritevole di attuazione.

L’Italia, finta nazione figlia della Rivoluzione francese, è uno stato plasmato integralmente dalla sovversione valoriale giacobina: egualitarismo, umanitarismo, cosmopolitismo, laicismo progressista, internazionalismo, anti-identitarismo, anti-tradizionalismo, a detrimento delle vere nazioni imprigionate dalla Repubblica Italiana. Il concetto di nazionalità viene sacrificato in nome di quello asettico di cittadinanza, che è privo di radici etniche e riguarda banalmente la convivenza civile tra popoli disparati (e allogeni). Non a caso, Risorgimento e “resistenza” si pongono in ideale continuità, all’ombra di una bandiera – il tricolore – che non riflette nulla di identitario e tradizionale, e scopiazza il più noto vessillo francese.

L’etnostato granlombardo, naturalmente presidenziale, comunitario e blandamente federale (a livello cantonale), darebbe finalmente un volto politico alle aspirazioni völkisch del lombardesimo, contrapponendosi al corrente concetto di democrazia, null’altro che prostituzione antifascista all’alta finanza apolide, ai mercati, alla rapacità del capitalismo americano. Il popolo cisalpino è al centro di tutto, e la veste ideologica giacobino-massonica non fa per esso, poiché prodotto di una temperie culturale nemica delle vere nazioni, che ha sfornato infatti realtà pseudo-nazionali quali Francia, Italia, Belgio, Germania, Spagna, Regno Unito e così via, sdoganando, oltretutto, la presenza giudaica su suolo europeo. Per non parlare dell’ordinamento sette-ottocentesco conferito ai “Paesi” extraeuropei, che non a caso emana fortore di loggia.

Il lombardesimo ha le idee chiare, in materia di rappresentanza politica, e rifiuta tutto quello che si pone in antitesi a identità, tradizione, razza, poiché fiero avversario del mondialismo e dello status quo postbellico. Il pensiero lombardista non è monarchico, come non è teocratico o clericale, perché non indugia nel parassitismo antinazionale (soprattutto se ispirato a religioni esotiche come il cristianesimo); il concetto di nazione è moderno ma il 1789 lo ha pervertito rendendolo schiavo dell’ottica cosmopolita, antifascista, antirazzista, e proprio per questo l’etnonazionalismo, grazie al sacrale binomio di sangue e suolo, ha il potere di dargli il giusto significato: la nazione è l’emanazione identitaria e tradizionale della comunità di popolo, basata, pertanto, su elementi biologici, etnici, antropologici animati dallo spirito di appartenenza e dalla coscienza culturale (di lingua, ad esempio) e civile che affratellano genti consimili, e compatibili. La cittadinanza deve coincidere con la nazionalità, quella vera, sennò è spazzatura progressista.

Oggi, nazione e stato si confondono, per colpa del giacobinismo e dell’antifascismo, e anche della degenerazione liberale, e i più credono che l’Italia contemporanea sia, appunto, una realtà nazionale, quando non è altro che un apparato statale e burocratico. Ha senso parlare di Italia se intendiamo il centrosud, e cioè l’Italia primigenia riordinata da Roma, mentre, in caso contrario, si fa soltanto sciocca violenza alla vera identità dei veri popoli, come il lombardo. Gli elementi pseudo-identitari su cui si fonda la moderna italianità sono il fiorentino letterario, la religione cattolica e un’idea pasticciata e approssimativa di romanità, talché – idioma a parte – mezza Europa dovrebbe essere considerata italiana. Noi lombardisti intendiamo rimettere ogni cosa al suo posto, battendoci per l’autoaffermazione di una nazione reale (per quanto sopita), quale la Lombardia, e ponendo fine alle ambiguità e ai drammatici equivoci generati dai philosophes e dal braccio politico dell’Illuminismo, la “rivoluzione” borghese.

Uomo

In una società armoniosa, equilibrata e ordinata la guida comunitaria viene riposta nelle mani dell’uomo, che conferisce alla collettività uno schietto aspetto patriarcale, e virile. Nel rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile sta il segreto del benessere sociale e civile di un popolo, di una nazione, poiché venir meno a quanto predisposto dalla natura, e difeso e custodito dalla tradizione, significherebbe abdicare ai salutari dettami tramandati nei secoli dai nostri padri, e giunti – per quanto annacquati – sino a noi. Certo, nell’Occidente contemporaneo il patriarcato è ormai quasi del tutto estinto, e infatti l’Europa, per tale ragione, appare drammaticamente in crisi. La sedicente emancipazione sessuale della donna, il femminismo, l’egualitarismo minano le fondamenta della comunità causando il crollo dei principi e dei valori su cui è stata edificata la gloriosa e millenaria civiltà europea. Il relativismo, fonte di tutte le disgrazie anti-identitarie, ha pervertito uomini e donne contemporanei, castrando i primi e mascolinizzando le seconde, facendo perdere di vista una verità fondamentale: uomo e donna non sono la stessa cosa, dunque non sono uguali.

Non si tratta di considerare la femmina inferiore al maschio, calpestandone la dignità, si tratta di comprendere come maschio e femmina siano diversi e complementari, e pensarla in maniera differente significa sputare sulla natura, sulla tradizione e sull’eredità indoeuropea dei nostri padri. La biologia, l’antropologia e la psicologia ci dicono chiaramente che l’uomo sia predisposto a cose per cui la donna non è affatto portata, e viceversa, e ignorare ciò equivale a sovvertire l’ordine naturale delle cose, trascinando inevitabilmente nella polvere la già indebolita comunità europide. A fronte di un sud del mondo prolifico, aggressivo e integralmente patriarcale, ecco che gli europei (segnatamente nordici e occidentali) calano le brache di fronte al progressismo, mettendo la gonna agli uomini e i pantaloni alle donne, cioè invertendo i ruoli benedetti dalle normali inclinazioni. Una società razionale è una società, combaciante col concetto di comunità, in cui il potere è amministrato dall’uomo, e in cui la donna aderisce ai modelli vincenti del patriarcato. Ciò vuol forse dire rinchiudere le donne in casa a spadellare e scodellare pargoli, alla semitica? Nient’affatto: vuol dire valorizzare al meglio la vocazione virile e quella muliebre, raggiungendo una pacificazione necessaria per il bene della patria.

Patriarcato vuol dire civiltà

Sovente, sulla scia di alcuni fatti di cronaca nera, la società patriarcale viene accusata di ogni nefandezza possibile, soprattutto in materia di condizione della donna. Nella testa dei progressisti, il patriarcato assume i connotati del sessismo, del maschilismo e della misoginia, a patto, naturalmente, che si tratti di un prodotto culturale europide (sempre che esista ancora, e ne dubitiamo). Se, invece, riguarda i popoli e le culture del sud del mondo, nessun guitto salottiero ha da ridire, poiché, come sapete, ai melanodermi tutto viene perdonato. Il problema, per i fini pensatori di sinistra, è il maschio bianco eterosessuale, reo di essere il mostro che ha concepito tutte le discriminazioni possibili e immaginabili.

Peccato che a lorsignori non venga proprio in mente che la società patriarcale europea, forgiata dall’uomo bianco, sia sinonimo di civiltà, ordine, virtù e che la colpa della decadenza contemporanea dell’Europa vada rintracciata, guarda caso, nell’assenza di patriarcato. Esso, perlomeno nella metà occidentale del continente, non esiste più, un po’ come il tanto vituperato fascismo, eppure viene additato alla stregua di fonte di ogni guaio comunitario; chiaramente, chi accusa il patriarcato esalta l’antifascismo, l’antirazzismo e il relativismo che ha partorito il femminismo, ed è dunque un nemico giurato dei sani principi virili, che oltretutto danno forma alla tipica liquidità muliebre. Patetico e stucchevole ritenere che le donne, in Occidente, siano discriminate, a maggior ragione se si ciarla di patriarcato.

La nostra civiltà è figlia del patriarcato, e non c’è bisogno di tirare in ballo il cristianesimo, per quanto di ispirazione tipicamente maschile. Questo ha ereditato, o meglio parassitato, la solare visione patriarcale del mondo indoeuropeo, il mos maiorum dei Romani, il pensiero filosofico greco plasmato da uomini, e di fatto si è sostituito al retaggio ariano dell’Europa, snaturandolo e costringendolo nel letto di Procuste della mentalità abramitica. Ma non c’era bisogno del corpo estraneo giudeo-cristiano per affermare una società a guida maschile, poiché essa era già stata posta in essere dai nostri padri indoeuropei.

Il cristianesimo è un prodotto del deserto, come giudaismo e islam, e ha una concezione semitica della donna, figlia di una pulciosa sessuofobia da beduini. La cultura ariana, invece, reputa la femmina di secondo piano, rispetto all’uomo, ma al contempo la ritiene complementare al maschile, perché diversa, non inferiore. E il patriarcato bianco non considera, per l’appunto, la figura femminile inferiore, ma ovviamente non può certo pensarla al posto dell’uomo, alla guida della comunità e della famiglia. Il rispetto degli innati ruoli dei sessi è fondamentale, garanzia di armonia, equilibrio, benessere, per tutti i membri della società. Chi blatera di patriarcato, di fronte alle violenze che subiscono talune donne, è un emerito imbecille: è proprio la sua negazione a generare i delitti, e cioè la liquidità postmoderna.

Chi pratica violenza, o addirittura uccide, per questioni passionali è un debole, un effeminato, un impotente, lontano anni luce dalla figura solare maschile che il patriarcato incarna, e difende. Esso è garanzia di rispetto e difesa per la donna medesima, che nel patriarcato ritrova la propria più intima dimensione e diviene moglie, madre, ancella del focolare domestico e della patria. Coloro che invece demonizzano e denigrano l’impronta maschile – oggi sempre più sbiadita – conferita al mondo europeo non sono altro che detrattori e avversari dei valori e dei principi su cui si è edificata l’Europa, senza i quali non sarebbe certo possibile parlare di civiltà. Ma oggi il patriarcato non esiste più, e proprio per questo motivo il nostro continente naviga in cattive acque.

Società

Il lombardesimo ha in mente una società che, finalmente, sia specchio fedele della risanata comunità etnica e nazionale lombarda, dove l’individualismo venga sconfitto e trionfi l’identità collettiva dei cisalpini. Una società sganciata dal funereo carrozzone occidentale, trainato dagli Usa, e plasmata dunque dalla sacrale triade di sangue, suolo, spirito, il fondamento di ogni patria virtuosa. La vita sociale dei lombardi non può più essere votata allo sterile feticcio del fatturato, o all’edonismo che tanto ha avvelenato i popoli dell’Europa occidentale, poiché è giunto il momento di rialzarsi, prendere coscienza delle nostre radici e combattere affinché la Grande Lombardia venga liberata, non solo dall’Italia ma pure dal putrescente sistema di “valori” capital-consumistici che ingabbia il nostro continente. Non è più tollerabile che i ritmi dell’esistenza granlombarda vengano scanditi dal denaro, dalla droga del successo, dal nefasto mito del progresso e dall’egoismo che risucchia la comunità maciullandola nel tritacarne globalista: l’Occidente, soprattutto contemporaneo, è la tomba della nostra autoaffermazione, e il tramonto del nazionalismo etnico.

Oggi i diritti sociali, e in un certo qual modo il socialismo depurato dal marxismo, vengono rimpiazzati dalla farsa multicolore dei “diritti civili”, il che contribuisce sciaguratamente alla liquidazione di identità e tradizione, colpendo al cuore le comunità nazionali europee. Una società che non coincide con il concetto di comunità è soltanto una fatiscente impalcatura spolpata dai pescecani dell’affarismo apolide, dai banchieri, dai plutocrati, un vuoto simulacro privato della fisionomia identitaria e tradizionale del popolo indigeno, sempre più angariato dal progressismo, dalle nefandezze liberal, dal relativismo distruttore. Il pensiero lombardista è ostile ad ogni anarco-individualismo, e ad ogni forma di egoismo che isterilisce la natura biologica, antropologica, culturale della nazione padano-alpina, perché purtroppo, in particolare nell’attuale temperie, abbiamo a che fare con una Grande Lombardia mesmerizzata dal demone mondialista, e cioè di quanto ha in non cale i destini dei lombardi e delle lombarde. La nostra salvazione è nel comunitarismo, dunque nell’etnonazionalismo e nell’indipendentismo, e nel recupero della più intima dimensione popolare alberga la rinascita di relazioni e di principi.