Famiglia

La famiglia è la cellula base della società e costituisce la concretizzazione dei dettami comunitari, grazie al proseguimento della stirpe. Una stirpe che deve essere endogamica, biologica, europide e, nel nostro caso, lombarda, vera e propria ricchezza per la comunità nazionale. Va da sé che la reale, e unica, famiglia sia quella naturale benedetta dalla tradizione patriarcale, formata da padre (che è un uomo), madre (che è una donna) e possibilmente prole; un nucleo che si regge sui rapporti eterosessuali, monogami ed endogamici, coronati dal matrimonio e dalla sconfitta del calo demografico. Oggi l’armonia famigliare è turbata dalla propaganda arcobaleno, che cerca di affermare le devianze e le pagliacciate omofile, ma anche da una società sempre più consumistica ed edonistica che colpisce la comunità al cuore, demolendo le salutari relazioni tra uomo e donna. Viviamo in un mondo occidentale vieppiù liquido, instabile, informe dove la perversione viene sdoganata come normalità, e natura e tradizione vengono sepolte sotto l’asfissiante coltre del fantomatico progresso.

Occorre preservare e difendere la famiglia, incentivare la natalità, proteggere i legami eterosessuali ed endogamici dalle grinfie del relativismo sradicatore, se davvero vogliamo avere un futuro. Il benessere della nazione passa anche per la famiglia, e non è possibile immaginare un sano sviluppo senza il prosperare del focolare domestico. La propaganda iridata, foriera di aberrazioni contro natura e ostili alle tradizioni, si unisce alle campagne pro aborto, all’esaltazione del divorzio, alla sovversione degli innati ruoli di maschile e femminile e alla sciagurata emancipazione sessuale delle donna, con la quale le femmine occidentali sono state drogate e traviate in nome di una fasulla libertà che demonizza il patriarcato. E proprio il patriarcato è il garante dell’ordine e dell’armonia famigliari, poiché uomo e donna non sono la stessa cosa, sono diversi, e nella loro complementarità sta il successo dei destini comunitari. Condanniamo dunque gli abomini che corrompono la salubre normalità, e fanno violenza sull’innocenza dei bambini, rigettando il ciarpame progressista e riabbracciando la tradizione.

Possiamo non dirci cristiani?

In diversi articoli ho espresso approfonditamente la visione lombardista in materia di religione e di cristianesimo, ma credo non sia peregrino riprendere la questione nello spazio del mercoledì sera. Il lombardesimo critica e condanna la fede in Cristo, giustamente ritenuta un corpo estraneo nel contesto europeo, e ne prende le distanze anche per via della sua concezione del mondo: universalismo, fratellanza globale, umanitarismo, egualitarismo, anti-particolarismo sono tutti quanti principi inconciliabili con la visione völkisch e proprio per tale ragione riteniamo indesiderabile la preservazione della spiritualità giudeo-cristiana. Perché, fra l’altro, c’è anche questo piccolo particolare: il cristianesimo è emanazione del giudaismo. Puerile negarlo.

Alla luce dell’estraneità della suddetta religione nei confronti della più intima essenza del nostro continente, che è indoeuropea, ci poniamo il seguente interrogativo: possiamo non dirci cristiani? La risposta del lombardesimo a tale quesito è del tutto affermativa, dacché pur avendo un’Europa cristianizzata quasi da 2.000 anni resta il fatto incontrovertibile che la storia della civiltà patria si sia evoluta nonostante il cristianesimo, che ha certo monopolizzato e polarizzato le energie, le forze e le risorse degli europei per diversi secoli ma che non ha potuto sopprimere la solarità ariana del continente bianco. La civiltà europide non è cristiana, è indoeuropea, e la religione di Cristo si è potuta insinuare in Europa parassitando, abitando, la stessa gentilità.

Sì, perché se ci pensate il cristianesimo ha assorbito, pervertendoli, svariati elementi culturali e spirituali di matrice pagana, non da ultimo il pensiero filosofico greco, e sulle ali della romanità imperiale è assurto a nuovo assolutismo, senza perdere le proprie radici semitiche. La nostra cultura, è vero, risente del cristianesimo, ed è innegabile che la tradizione dei padri sia stata pure cristiana; bisogna essere onesti, anche alla luce del patrimonio letterario, artistico, morale che ha permeato, e in parte permea ancora, la mentalità europea. Ma nonostante questo non va perso di vista il fatto che senza Indoeuropei, senza Grecia e senza Roma, senza la spiritualità celtica e le spade germaniche o slave lo stesso cristianesimo, cattolico, ortodosso o protestante che sia, non sussisterebbe.

Epperò si tratta, appunto, di un pervertimento delle vitali energie europidi, che nascono pagane, non giudeo-cristiane, e per quanto lo stesso concetto di Europa si associ storicamente a quello della fede in Cristo non si può negare che l’evangelizzazione abbia rappresentato una forza estranea al continente, un prodotto d’importazione di origine mediorientale, ancorché paludato di nobili vesti indogermaniche, concepito da ebrei ellenizzati, e da loro esportato nel cuore dell’Impero romano, e da lì al resto delle plaghe bianche. Inutile e patetico negare l’evidenza, pena contorsioni e salti mortali francamente ridicoli, sebbene animati spesso da buone intenzioni e da elucubrazioni non del tutto campate per aria.

L’Europa incarna un mondo e un concetto troppo sacri per venire insozzati dalla cultura semitica. Se siamo ciò che siamo lo dobbiamo ai padri indoeuropei, alla civiltà dell’antica Grecia, alla romanizzazione (quella positiva, non l’imbastardimento levantineggiante), e dal punto di vista cisalpino al sangue e allo spirito di Liguri, Celti, Etruschi, Reti, Veneti, senza dimenticare l’apporto germanico medievale, primariamente longobardo. Certo, siamo stati cristianizzati, e la tradizione pagana è stata soppiantata – sopravvivendo sotterraneamente – da quella delle sottane pretesche, ma badate bene che il cristianesimo, specie cattolico e ortodosso, ha potuto farsi largo in Europa associandosi alle radici gentili, per sedurre gli indigeni. Sicché la Chiesa ha prosperato per secoli sfruttando il sostrato pagano, e grazie ad esso è rimasta a galla, fra una bufera e l’altra. D’altronde, il cristianesimo è un parassitismo di schemi, modelli e retroterra che cristiani, cioè diversamente giudaici, non sono, e se gli levate l’afflato indoeuropeo il castello crollerebbe.

Da qui il tentativo disperato degli identitari cristiani – che sotto sotto si vergognano della propria fede, altrimenti abbraccerebbero senz’altro la matrice giudaica e levantina, e il Vangelo, abbandonando stucchevoli autoconvincimenti razzistici – di conciliare l’essenza dell’europeismo (etnoculturale) con l’eresia ebraica di Gesù, ma, come ripeto spesso, se devo tollerare il cattolicesimo, oggi peraltro ridotto a costola del mondialismo, per via di echi pagani, faccio prima a recuperare in toto il paganesimo, genuina ed originale espressione dei veri culti tradizionali d’Europa. La gentilità è sepolta, ufficialmente, da circa 2.000 anni? La si può tranquillamente ripristinare. La religione, dopotutto, è fatto secondario, nonché mero prodotto dell’immaginazione umana, non vale la pena lambiccarsi il cervello per essa. Il punto fondamentale è che può essere tollerata e promossa solo ed esclusivamente se non si tramuta in una zavorra antinazionale, come nel caso del cristianesimo.

Comunità

L’individuo riscopre la sua più intima essenza solo all’interno delle dinamiche comunitarie, poiché la società in cui viviamo deve imparare a ragionare in termini di collettività e non di anarco-individualismo. L’Occidente contemporaneo mira alla distruzione, alla disgregazione, delle comunità nazionali, segnatamente europee, solleticando i più bassi istinti dell’essere umano: materialismo zoologico, consumismo, edonismo, egoismo e affarismo, e tutto quello che contribuisce all’eradicazione del sentimento patriottico e dello spirito d’appartenenza, che sono garanzia di vero benessere per la terra natia. Ed è proprio facendo leva sugli egoismi personali che il destino delle nazioni appare segnato, perché sostituendo il bene comune con i capricci individualistici vengono liquidati i diritti sociali del popolo. Da qui la farsa dei “diritti civili”, e cioè la soddisfazione egocentrica di minoranze fintamente discriminate che nel mondo occidentale divengono lobby intoccabili. Colpire al cuore la comunità significa promuovere la sciagurata mentalità liberale e libertaria – e liberal – che dietro l’odio verso lo Stato cela, in realtà, l’odio per la nazione e l’allergia nei riguardi dei vincoli comunitari.

Il lombardesimo vuole mettere al centro il comunitarismo, dunque l’orgoglio patriottico che, facendosi unione di intenti fra tutti i membri della collettività, esalti la nazione e affronti le sfide della globalizzazione in maniera vincente, condannando lo status quo in nome di sangue, suolo, spirito. Una comunità nazionale è una grande famiglia etnica e culturale, dove ogni individuo può ritrovarsi e godere della più intima dimensione naturale dell’uomo, che è il contatto con la natura; infatti, l’econazionalismo concilia il comunitarismo con l’ambientalismo al fine di preservare l’habitat naturale senza sacrificare il profilo etno-razziale del popolo. Anzi, difendere l’ambiente significa difendere la nazione, e viceversa, perché sangue e suolo sono inscindibili. L’individualismo, invece, incensa acriticamente la presunta realizzazione del singolo, anteponendo le bizze personali all’autoaffermazione patriottica. Da lombardisti non possiamo che stigmatizzare l’individualismo, soprattutto anarcoide, perché al di sopra di ogni cosa sta la nazione, e quindi la comunità etnoculturale. Tutti noi dobbiamo concorrere alla salute – non soltanto materiale – collettiva che passa anche per un robusto identitarismo völkisch.

Le comunità lombarde all’estero

Mercoledì scorso abbiamo passato in rassegna le comunità lombarde storiche presenti all’estero, frutto cioè di fenomeni coloniali medievali e rinascimentali che hanno portato genti lombarde a popolare territori extra-cisalpini. Oggi, invece, parleremo dei recenti fenomeni migratori riguardanti i lombardi, dall’800 in poi, segnatamente per quanto concerne una presa di coscienza identitaria che passa, ad esempio, per la lingua: gallo-italica, veneta, retoromanza. L’orgoglio e il senso d’appartenenza linguistici rappresentano un modo concreto di tramandare la propria identità, in questo caso in contesti esotici, lontano dalla madrepatria alpino-padana. Naturalmente, i lombardi all’estero possono essere benissimo rimescolati con geni indigeni, pur avendo una coscienza lombarda, e questo problema è un ostacolo ad un possibile rientro in patria degli oriundi.

Anni fa carezzavo l’ipotesi di una sorta di scambio, tra lombardi all’estero e allogeni: rimpatriare quest’ultimi richiamando gli emigrati nostrani. Ma la questione, per l’appunto, è delicata perché tali cisalpini all’estero potrebbero presentare commistioni esotiche, minando il concetto fondamentale di sangue. Allo stesso modo, se emigrati o nati all’estero, sono manchevoli del suolo patrio. Circa lo spirito, tuttavia, potrebbe esserci una coscienza identitaria che, nei fatti, si concretizzi grazie all’idioma nativo, e questo è sicuramente un dato positivo. In una Grande Lombardia sovrappopolata, comunque, non ci sarebbe spazio per oriundi rimescolati, perché la priorità è bloccare l’immigrazione e rimpatriare a tappeto. Una situazione diversa sarebbe il compromesso “retico” fra Cisalpina e mondo tedesco: i romanci scendono a sud delle Alpi, mentre i germanofoni cisalpini prendono la via teutonica (qualora non siano disposti a giurare fedeltà alla Grande Lombardia, lasciandosi assimilare).

Venendo al dunque, e considerando i fenomeni migratori che hanno portato alla formazione di comunità lombarde all’estero (tralasciando, dunque, l’emigrazione generica, senza conseguenze identitarie), per quanto concerne i gallo-italici (e cioè i lombardi etnici e gli altri cisalpini della Lombardia etnolinguistica) avremo una presenza sensibile in Sudamerica (Argentina e Brasile) soprattutto per quanto riguarda il lombardo grossomodo regionale, il piemontese e il ligure e l’interessante caso della comunità trentina di Å tivor, nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina; in questa circostanza si parla di trentini di tendenze linguistiche venete (Valsugana), mentre altri trentini “lombardo-veneti”, in senso parimenti idiomatico, sono presenti in Brasile. Nell’Agro Pontino laziale, in epoca fascista, si stabilirono, fra le altre, comunità emiliano-romagnole, e così in Sardegna (ferraresi).

I veneti sono senza dubbio la comunità granlombarda all’estero più numerosa, anche perché moltissimi di loro si spostarono internamente alla Cisalpina, verso ovest (triangolo industriale) e verso nord (Alto Adige); da vecchie stime lombardiste, concludemmo che tra veneti puri e “spuri” nella Lombardia etnica ci potessero essere circa un milione di individui, di origine orientale. Orbene, troviamo comunità venete, e venetofone, recenti in Brasile, Argentina, Messico e Romania; in Sudamerica e Centroamerica si costituirono varianti linguistiche venete, come il famoso talian, ma ciò accadde anche in Romania, Tirolo meridionale e – a livello storico – nella Venezia Giulia (vedi Trieste, Gorizia, Istria, nonché Dalmazia e Montenegro) e in alcune località friulane, come Udine. Ma i veneti emigrarono pure, durante il Ventennio, nell’Italia etnica (Toscana e Lazio) e in Sardegna, per via delle vaste opere di bonifica delle paludi. Esistono comunità di lingua veneta eziandio in Australia. Le cifre aumentano se consideriamo, fra gli altri, gli esuli giuliano-dalmati, presenti in maniera nutrita nella stessa Lombardia etnica.

Per quel che riguarda, invece, i retoromanzi (ladini, romanci, friulani), va fatto un discorso analogo a quanto sopra, e specialmente nel caso del Friuli ricordiamo le mete europee (Francia e Belgio, ad esempio), americane (Canada, Usa, Argentina, Brasile), australiane e sudafricane, senza contare i carnici emigrati internamente verso ovest (triangolo industriale) e nell’Italia etnica (Agro Pontino, Roma), o in Sardegna (Arborea, come per i veneti). Per chiudere rammentiamo l’immigrazione interna alla Padania, soprattutto in direzione est-ovest, con veneti, friulani, istro-dalmati, emiliani orientali, romagnoli ed orobici (pensiamo al fenomeno secolare dell’emigrazione bergamasca) verso le più prospere – un tempo – regioni della Grande Lombardia occidentale.

Abbiamo, insomma, considerato non il fenomeno generico dell’emigrazione granlombarda all’estero, bensì l’espatrio con conseguente formazione di comunità padano-alpine in loco, cementate da lingua, usi e costumi, cucina, tradizioni. Resta la problematica etnica: gli individui trasferitisi sono granlombardi? Se di sangue intatto, grazie all’endogamia comunitaria, certamente, per quanto ormai nati all’estero. Seppur integri appaiono però sradicati e un loro eventuale rientro, atto a sostituire gli allogeni rimpatriati, potrebbe rappresentare una grana a livello di densità demografica, che nella Cisalpina raggiunge valori folli. È però chiaro: meglio gli oriundi degli alloctoni, e un parziale ritorno alla madrepatria (dei soggetti etnicamente compatibili) può essere valutato.

Tradizione

Dal rispetto per identità e tradizione passano la salute e la forza di una comunità nazionale, orgogliosa delle proprie radici e dei propri padri. Se l’identità riassume i valori fondamentali veicolati dal sacrale binomio etno-razziale di sangue e suolo, ecco che la tradizione rappresenta i principi e gli ideali dello spirito, non solo religiosi ma anche culturali, civili, folclorici. Naturalmente, parlando di tradizione, non viene contemplata la fede cristiana che, per quanto radicata nel territorio lombardo ed europeo, è comunque frutto d’importazione del monoteismo desertico targato Abramo, Isacco e Giacobbe, e per tale ragione il lombardesimo rifiuta le fantomatiche origini giudeo-cristiane del continente. Il filone tradizionale dello spirito europeo è quello ariano, giunto sino a noi nonostante la perversione operata dal credo in Cristo, ed è il nostro vero lignaggio, ciò su cui si fonda la civiltà dell’Europa; d’altra parte, se il cristianesimo può avere un fascino è solo ed esclusivamente per la patina indoeuropea, non certo per il grosso semitico di quella religione. Non possiamo non dirci cristiani? Una colossale frottola: casomai, non possiamo non dirci figli della solare eredità che nasce nell’Est steppico, grazie alla quale tutto acquisisce un significato unico, benedetto dall’arianesimo.

La nazione lombarda ha bisogno della tradizione, a patto che non esondi, come detto, nel ciarpame clericale. Il cristianesimo, come ebraismo e islam, rappresenta un corpo estraneo incistato nel continente europeo, e va rigettato. Esso è incompatibile con la genuina civiltà europide, ed è un ostacolo lungo la via dell’autoaffermazione identitaria delle reali nazioni bianche, tra cui la stessa Grande Lombardia. Se da un lato il credo religioso è fatto intimo e privato, dall’altro deve essere accettato dal lombardesimo e, quindi, dal nazionalismo etnico; in tal senso solo la spiritualità pagana di origine ariana può essere tollerata appieno, perché compatibile con lo spirito (e con il sangue) europeo e mezzo che veicola i valori völkisch, a cui il pensiero lombardista si ispira. Il monoteismo abramitico, oltre ad essere alieno nei riguardi del cuore della nostra identità, incarna disvalori universalistici, e cioè la sovversione che alimenta anche il mondialismo: il dio semitico non è altro che il prodotto di un globalismo avanti lettera, acerrimo nemico del sangue, del suolo e dello spirito delle nazioni europidi. Pertanto, la tradizione contemplata dal lombardesimo è di ispirazione pagana, e soprattutto votata alla salvaguardia dei classici principi tradizionali del comunitarismo nostrano di ogni tempo.

Le comunità storiche lombarde all’estero

A volte mi si chiede un parere circa quelle comunità linguistiche storiche granlombarde ubicate al di fuori della Grande Lombardia, frutto di emigrazioni antiche. In modo particolare, mi viene posta la domanda a proposito della loro lombardità, e cioè se possano essere ritenute al pari delle popolazioni indigene della Padania. Considerando che stiamo parlando di comunità radicate da secoli in terre straniere e che, dunque, è stato inevitabile un rimescolamento con le popolazioni locali, direi che la mia risposta al quesito è tendenzialmente negativa, anche perché si tratta dei discendenti di individui sradicati secoli fa dalla Lombardia storica. Sarebbe perciò alquanto azzardato ritenere gli eredi delle colonie storiche lombardi al pari dei lombardi.

Ma quali sarebbero, oltretutto, queste colonie lombarde antiche all’estero? Presto detto: i lombardi di Basilicata (Potenza) e Sicilia (Enna, Messina, Catania, Siracusa); i liguri coloniali, tabarchini, di Sardegna (Carloforte e Calasetta), Corsica (Bonifacio) e Monaco; i veneti coloniali della Venezia Giulia storica (Istria, Quarnaro, Carso), della Dalmazia (Zara, Spalato, Sebenico, Ragusa) e dell’Albania Veneta (tra Montenegro e Albania). Si prendono qui in considerazione gli spostamenti medievali e rinascimentali, non recenti, frutto di sollecitazioni politiche, come nel caso dei lombardi dell’Italia meridionale, chiamati da Normanni e Svevi per rafforzare la latinità di aree ibride; di fenomeni coloniali legati all’espansionismo marinaro di Genova e Venezia; di altri tipi di trasferimento, come nel caso dei pescatori liguri – dapprima stanziati a Tabarca, in Tunisia – di Sardegna e dei coloni sempre liguri giunti in territorio monegasco.

Quelle suesposte sono comunità sicuramente fiaccate dal tempo ma ancora pressoché presenti. Parlando di domini marittimi, genovese e veneziano, c’è da dire che diverse comunità storiche sparse per il Mediterraneo sono oggi scomparse, assieme naturalmente alle lingue da esse impiegate. Per tale motivo si tratta di ligure e di veneto coloniali, poiché idiomi esportati dai colonizzatori e trapiantati in territori stranieri. Nel caso del gallo-italico (o lombardo, secondo l’accezione medievale del termine che riguardava l’intera Cisalpina, e che include il ligure) potremmo anche citare Briga, Gondo e Bivio (Confederazione Elvetica), un tempo linguisticamente lombardi; le isole liguri, cioè ancora galloromanze cisalpine, presenti nel Nizzardo (ancor oggi sopravvivono a Briga e Tenda, ma come naturale estensione del Genovesato) e in Corsica (Ajaccio e Calvi), rammentando che per taluni studiosi l’influsso idiomatico genovese si estendeva sino al nord della Sardegna; San Marino, che è un brandello di Romagna, anche a livello di loquela; l’area anconetana del Conero, dove vi è una piccola sacca gallo-italica, exclave in contrada italo-romanza.

In quasi tutti gli ultimi casi, tuttavia, non si può parlare esattamente di colonie storiche lombarde, bensì di territori un tempo lombardi oggi appannaggio di altre nazionalità. Per meri motivi geografici, come lombardisti, escludiamo pure quegli ambiti etnolinguisticamente granlombardi che però ricadono in domini geografici differenti: è il caso di Madesimo, di Livigno, di San Candido e di Tarvisio, e così le citate Briga e Bivio, svizzere, comunque ormai prive di viva lombardità. Ricordiamo, eziandio, che il quadro cisalpino include, anche in contesto di parlate, settori di confine con l’Italia: la provincia di Massa-Carrara (soprattutto la Lunigiana), alcune frazioni montane del Pistoiese, la Romagna toscana, l’intera Valmarecchia e, naturalmente, l’ager Gallicus (Pesaro-Urbino, fino a Senigallia, antica capitale senone), che è fascia di transizione gallo-picena.

Giustamente, nella coscienza storica e linguistica, le colonie gallo-italiche di cui discutiamo vengono chiamate lombarde (andrebbe fatto anche per quelle liguri di Sardegna, Corsica, Nizzardo; il caso veneto, come sappiamo, è diverso), poiché la Lombardia medievale, cioè quella genuina, riguardava l’intero “nord”, segnatamente la sua porzione occidentale. Si prendano in esame i lombardi di Lucania e Sicilia: tale etnonimo designava coloni di estrazione piemontese, ligure ed emiliana, dunque storicamente lombarda, e questo fa mirabilmente capire come il dominio grande-lombardo concerna tutta la Padania.

Tratteremo delle migrazioni lombarde moderne a parte, e tornando al quesito d’apertura, ribadiamo la risposta lombardista: queste colonie, sopravvissute – inevitabilmente “contaminate” – sino ad oggi, possono effettivamente dirsi appieno lombarde, dunque paragonabili all’antica madrepatria? Riteniamo di no, soprattutto venendo a parlare dei “lombardi” dell’Italia etnica meridionale, rimescolati con geni sud-italiani. È chiaro che un lombardo è chi ha genetica lombarda, e nel caso delle colonie ciò diventa proibitivo. I tabarchini di Sardegna, fondamentalmente, sono liguri anche in termini genetici, ma hanno comunque assorbito una piccola percentuale sarda. Consideriamo altresì che un individuo è pienamente lombardo se radicato in Lombardia almeno dal 1900, e cresciuto in un ambiente culturale cisalpino. Insomma, sangue, suolo e spirito, come sempre. Guardiamo con curiosità all’espansione medievale e rinascimentale dei granlombardi, ma i loro eredi non possono dirsi compiutamente granlombardi.

Identità

L’identità rappresenta la cifra fondamentale del nazionalismo etnico, e del patriottismo animato da sangue, suolo, spirito. Identità nazionale, etnica, razziale ma anche culturale, linguistica, storica e territoriale, e direi pure sessuale, poiché o si è maschi o si è femmine, null’altro. L’identitarismo völkisch e tradizionalista è l’antidoto ai veleni del mondialismo, del relativismo, del progressismo, che danno vita a identità fittizie per soppiantare quelle vere, e cioè i baluardi a cui si appellano i veri patrioti; nel mondo contemporaneo, soprattutto in Occidente, lo spirito di appartenenza e il sentimento comunitario vengono criminalizzati, a tutto vantaggio di quegli sciagurati concetti politico-ideologici che stanno alla base del declino dell’Europa. Finte nazioni, finte tradizioni religiose, finte famiglie etnoculturali, finti generi sessuali, orientamenti sessuali deviati – fomentati dallo status quo -, tutto fa brodo quando si tratta di annientare la vera identità e la vera tradizione, un po’ come la liquidazione dei diritti sociali del popolo, attuata dalla sinistra contemporanea, in favore di quelli farseschi definiti “civili”.

Il profilo identitario di un popolo, di una nazione, è un fatto molto serio, e la sua riscoperta è viatico per un percorso etnonazionalista che conduca all’autoaffermazione e alla libertà, come nel caso della Grande Lombardia. Una comunità etnica e nazionale reale, non artificiale in stile italiano, ha bisogno di una solida e razionale identità storica, in cui i membri si riconoscano simili, fratelli, grazie a vincoli biologici (antropologici e genetici) e culturali (ad esempio linguistici), contrapposti alla retorica patriottarda degli stati-apparato ottocenteschi, di matrice giacobino-massonica. E la tradizione, posta a guardia dell’etica indoeuropea patriarcale, eterosessuale, monogama, si fa garante dell’ordine naturale delle cose attraverso il quale la nazione, la comunità e la famiglia possono fortificarsi e sopravvivere, di fronte ai rovesci del mondialismo. È importante che il concetto di identità, benedetto dalla natura, sia sempre contemplato e rispettato, altrimenti si lascia spazio a quelle nefande derive che hanno preso piede grazie agli orrori del 1789, e che oggi travolgono i valori più sacri in cui l’uomo può credere.

Uno sguardo sull’islam

Abbiamo già parlato di come il lombardesimo concepisce la religione e la cultura islamiche, ma credo valga la pena riprendere brevemente in mano l’argomento. L’islam rappresenta un mondo a parte, rispetto all’Europa, e spesso e volentieri si è voluto vedere una sorta di scontro di civiltà fra il primo e il nostro continente, che peraltro comprende popolazioni indigene islamizzate. In realtà, secondo la visuale lombardista, il vero scontro di civiltà in atto è quello tra l’Occidente giudeo-americano e l’Europa genuina dei padri, ed è tipico del blocco mondialista raffigurare la religione di Maometto come nemico mortale degli europei. Infatti, stando al pensiero sizziano, che senso può avere la demonizzazione del musulmanesimo, alla luce dell’inquinamento ebraico e cristiano che subiamo da 2.000 anni?

Capiamoci, l’islam è un prodotto culturale esotico, incompatibile col vero spirito europeo; si parla di una religione di origine nettamente mediorientale che ha attecchito soprattutto presso i popoli del terzo/quarto mondo e che esprime una visuale antropologica e filosofica agli antipodi della civiltà indogermanica. Ma questo discorso vale anche per giudaismo e cristianesimo, ed è ridicolo condannare o criticare Maometto se si assolvono Mosè e Gesù. Pure il giudeo-cristianesimo è un corpo estraneo, in Europa, e se questa è piagata dalla globalizzazione è grazie eziandio all’influenza nefasta della Bibbia.

Il vero problema islamico, direi, riguarda i suoi credenti, notoriamente arabi, camiti, negri, asiatici, meticci, travasati a milioni nel nostro continente per accelerare la decadenza bianca, liquidare i nativi, disintegrare la civiltà nostrana col pluralismo globale. Vero, l’islam è portatore di valori, costumanze e a stili di vita decisamente estranei all’Europa, ma badate che è un prodotto culturale dello stesso calderone da cui provengono ebraismo e cristianesimo (per quanto il secondo si sia adattato assorbendo elementi indigeni di fattura pagana, per sedurre gli autoctoni). Ed è patetico criticare il maomettismo per la sua indole patriarcale, virile, guerriera, fanatica: non sono gli islamici ad essere “cattivi”, siamo noi ad essere dei rammolliti, castrati dal cristianesimo e dall’idolo del progresso, quindi dalla spazzatura occidentale.

Il fatto che il mondo musulmano si mostri recalcitrante di fronte alla secolarizzazione di taglio liberale e progressista è semplicemente una virtù che gli va riconosciuta; noi europei, almeno dal 1945 (ma si deve riandare al 1789, per cogliere le radici del male), siamo ammorbati da antifascismo, antirazzismo, egualitarismo, relativismo, modernismo, femminismo col risultato di ridurci alla stregua di eunuchi tenuti in pugno dal sistema-mondo a stelle e strisce. Certo, l’ateismo militante e il laicismo concorrono al declino degli europidi, ma sbarazzarsi del cattolicesimo non è nulla di aberrante, a patto che lo si faccia nel nome di ideali gentili. Il problema del secolarismo è la sua filiazione giacobino-massonica, il che lo rende un cancro da combattere.

Pertanto la posizione lombardista sull’islam è di critica e di condanna non per le stesse, risibili, motivazioni dei fallaciani, dei leghisti, dei destrorsi euro-atlantici, dei giudeo-cristiani e in definitiva dei libertari, bensì perché anche l’islam è frutto del monoteismo abramitico, dunque della temperie semitica, e concorre all’oscurantismo lunare che mina la solare società ariana. Un estraneo nel contesto europeo, che infatti sta bene dove è nato, assieme al giudaismo. E, rimanendo nel proprio areale d’elezione, l’islam può persino diventare un prezioso strumento nella lotta contro la globalizzazione americana e il sionismo, sebbene ci sia da dire che, quanto il cristianesimo, è un culto votato all’universalismo e, quindi, ad un mondialismo alternativo a quello corrente.

Nazione

La nazione consiste in quell’insieme di popoli coesi e omogenei che si riconoscono comunità grazie a vincoli etnici, linguistici, culturali, storici, territoriali, identitari e direi anche antropogenetici. La comunità nazionale si edifica su sangue, suolo e spirito e si riconosce nel binomio di identità e tradizione grazie al quale è possibile marcare una distanza netta dalle nazioni artificiali, dopotutto meri stati, come l’Italia, la Francia, la Germania, la Spagna, il Belgio, il Regno Unito. A differenza di queste, la Grande Lombardia è invece una vera nazione, che può tranquillamente riconoscersi negli ideali patriottici ed etnicisti che ci portano a parlare di comunità cisalpina; non per caso, esiste un’etnia lombarda, che si fa poi gruppo etnoculturale granlombardo allargandosi all’intero scenario padano-alpino. La Lombardia etnica, e cioè il cuore völkisch della Padania, è il bacino idrografico del Po, il territorio in cui si concretizza al meglio l’idea di patria lombarda. Ma l’intero ambito cisalpino costituisce la cornice storica della nostra nazione, ed è senza alcun dubbio una delle precipue aree etnonazionali del continente.

Viceversa, l’Italia intesa come Repubblica Italiana non può essere chiamata nazione perché popolazione artificiale composta da genti disparate senza alcun legame etnico, culturale, storico. Non bastano romanità, cattolicesimo e lingua fiorentina per poter trattare di nazione italiana dalle Alpi alla Sicilia, senza scadere nel ridicolo: la prima e il secondo sono un retaggio condiviso da mezza Europa, la terza è l’idioma della città di Firenze, elevato a lingua franca di un territorio del tutto eterogeneo che, non a caso, parla un italiano declinato in senso regionale. Appellarsi retoricamente all’Italia augustea non ha alcun senso, perché l’Italia romana non era certo una nazione, ma un semplice organismo burocratico divenuto poi provincia come tutte le altre. L’Italia esiste, ed è la penisola, il centro-sud (con Corsica, Sicilia e Malta); il resto è italianità di cartapesta, che non ha alcun concreto riscontro nella storia dei popoli settentrionali e sardi ingabbiati dalla RI. La nazione, dunque, si fonda su di un razionale spirito di appartenenza, che sussiste nella Padania, ma non tra questa e Lampedusa.

Unione Europea, negazione dell’Europa

Noi lombardisti crediamo fortemente e fermamente nel concetto di Europa, declinandolo in accezione euro-siberiana: uno sterminato impero europide, bianco, che vada dalla Galizia iberica a Vladivostok, riunendo tutte le vere nazioni del continente. Al contempo, però, siamo risolutamente contrari all’Unione Europea, che a ben vedere è la negazione della nostra gloriosa, plurimillenaria civiltà. Un’accozzaglia di stati le cui radici affondano nell’Illuminismo e nel 1789 e che si pone dunque come nemica mortale dei valori e dei principi dell’etnonazionalismo, a tutto vantaggio del mondialismo plasmato dagli Stati Uniti. Non a caso, cosa sarebbe l’Unione Europea se non una triste filiale dell’unipolarismo americano, e uno scendiletto della Nato?

In un settentrione del pianeta dominato dagli Usa ad ovest e dalla Federazione Russa ad est, ecco che la caricatura stellata dell’Europa si erge a ridicolo baluardo di pastafrolla degli ideali antifascisti, stritolato dai due giganti mondiali che incarnano, ciascuno a loro modo, propaggini del globalismo: l’America è il globalismo occidentale con tutti i suoi veleni modernisti, la Russia un mondialismo eurasiatico nostalgico dell’Unione Sovietica, del tutto privo di mordente etno-razziale. L’Ue nel mezzo, baraccone di matrice giacobino-massonica e, appunto, antifascista e antirazzista che ha sostituito la fortezza Europa, conquistata e occupata in pianta stabile, dal 1945, dagli americani. Il settore europeo orientale era invece sotto il tallone dei sovietici, e oggi è decisamente più patriottico dell’ovest, meno compromesso.

L’idea di una confederazione europea, l’Euro-Siberia, è seducente e il lombardesimo la sostiene senza indugio. Una confederazione di nazioni, di popoli, non un’unione di stati senza capo né coda, il cui collante è rappresentato dalla decadenza consumistica, capitalistica e liberal-democratica dell’Occidente a trazione statunitense. L’Unione Europea è un organismo ostile al nazionalismo etnico, al razzialismo, alla sovranità delle vere nazioni d’Europa, e infatti si edifica sul sodalizio degli stati-apparato partoriti dalla temperie ottocentesca. Degli enti completamente privi di spina dorsale etnonazionale, parodie delle realtà identitarie continentali, quelle sì meritevoli di dignità patriottica.

Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Regno Unito (un tempo), finte nazioni che ficcano nel medesimo calderone multietnico e cosmopolitico genti disparate, tiranneggiate in nome di un europeismo di cartapesta che nulla ha a che vedere con il genuino concetto di civiltà europea, figlia del mondo indoeuropeo. L’immagine di Europa che Bruxelles proietta è un’immagine distorta, malata, corrotta, viziata dal culto pel denaro, appiattita sulla linea della tecnocrazia, svuotata completamente di identità e tradizione dal demone mondialista, che aleggia sul continente bianco da quasi 80 anni. I cenci blu che garriscono nei nostri cieli sono il segno della cattività globalista degli europei, una beffa all’indirizzo delle reali radici che ci caratterizzano (o caratterizzavano, purtroppo).

E l’Unione Europea non rappresenta affatto l’Europa, e non solo perché non include ogni landa europide; l’Unione Europea è soltanto una congrega economica, monetaria, bancaria, finanziaria, mercatistica che non ha alcun bisogno di nazioni, ma di stati che siano servi, fondamentalmente, di Francia e Germania. Francia e Germania, i principali cani da guardia dello status quo, pilastri della Nato, colonie americane, culle di virulento antifascismo e progressismo. Il lombardesimo è nemico di questo europeismo degradato e degradante, degno erede del Settecento rivoluzionario, e auspica la completa rottamazione della banda del Benelux, affinché sulle sue macerie possa edificarsi il tanto agognato consorzio confederale euro-siberiano.