25 novembre: Caterina Segurana (festa del Nizzardo)

Caterina Segurana

Il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, i nizzardi ricordano la loro eroina Caterina Segurana, umile lavandaia distintasi durante l’assedio franco-ottomano di Nizza nell’agosto del 1543. L’assedio venne levato vittoriosamente dalle truppe sabaude e imperiali, con l’appoggio delle navi di Andrea Doria, che liberarono una città parte del Ducato di Savoia finita nelle mire del re di Francia Francesco I, nonostante le dichiarazioni di rinuncia, di vent’anni prima. Il 15 di agosto 1543, nel momento più critico per Nizza durante l’assedio turco, con gli assedianti che stavano per sfondare dopo l’accanita resistenza degli assediati nizzardi, un ottomano riusciva a piantare la propria bandiera nella breccia aperta presso le mura cittadine; fu allora che insorse Donna Maufaccia, epiteto della popolana Caterina Segurana, così chiamata per il brutto aspetto, buttando giù l’invasore turco e impossessandosi della sua bandiera, rivolgendo poi gesti osceni di scherno all’indirizzo degli ottomani. L’episodio rinfocolò l’impeto dei nizzardi, che riuscirono a respingere gli allogeni assalitori, alleati del re di Francia.

Alla Segurana, che perì negli scontri, venne dedicata una stele con iscrizioni in nizzardo, posta sull’antico bastione. Questa donna di umili origini, la cui esistenza è stata messa in dubbio dalla storiografia filo-francese, è divenuta eroina della sua città e simbolo dell’identitarismo nizzardo, in accesa polemica non solo contro i francesi ma anche contro i loro ascari alloctoni: ieri i turchi, oggi gli immigrati provenienti da mezzo mondo, in particolar modo dal Nordafrica. E le drammatiche vicende contemporanee ci parlano, infatti, di terroristi islamici che insanguinano Nizza, terroristi accolti, coccolati e tollerati da Parigi che li ha sparsi in tutta la Repubblica. Caterina Segurana, ancor oggi celebrata con orgoglio dalla grande città storicamente ligure, ci ricorda che il Nizzardo non è Francia, bensì Grande Lombardia, la cui identità (anche linguistica) cisalpina è stata annacquata dagli influssi occitani e francesi. Questi territori storici liguri vennero svenduti, assieme alla Corsica, alla Francia, con esiti nefasti per l’identità nizzarda e corsa. Nonostante ciò, gli indigeni di quei luoghi difendono con tenacia e fierezza le proprie radici, rivendicando una chiara estraneità rispetto all’Hexagone e contrastando il fenomeno migratorio. Forse non si sentiranno nemmeno padano-alpini, ma è indubbio che rientrino nel contesto della Grande Lombardia, non foss’altro per gli stretti rapporti con la Liguria e il Piemonte.

11-14 novembre (583 a.e.v.): la fondazione di Milano

Antares

Tra l’11 e il 14 di novembre, del 583 avanti era volgare, si colloca la fondazione della celtica Milano (Medhelan?), la capitale storica lombarda. Secondo la tradizione (analizzata da uno studioso di cose celtiche di Lombardia, declinate in chiave archeo-astronomica, quale Adriano Gaspani), nel periodo che ruota attorno alla cosiddetta estate di San Martino (poco dopo il Capodanno celtico, in concomitanza con l’Avvento ambrosiano), i Celti insubrici eressero un nemeton, un santuario, in base alla mappatura della volta celeste nel tempo dell’anno in questione. L’orientamento dell’ellissi, del tracciato dell’edificio religioso compiuto dai druidi, seguiva infatti l’allineamento degli astri del 583 a.e.v., basandosi soprattutto sulla levata della stella Antares (la più luminosa della costellazione dello Scorpione) assieme al sole. La dedicazione del ‘santuario di mezzo’ (MedhelanMediolanum) venne così a coincidere con lo spartiacque astronomico tra estate e inverno, e non è forse un caso che il calendario liturgico ambrosiano della Chiesa milanese cominci l’Avvento (al solstizio d’inverno, cioè al Natale del sole) due settimane prima di quello di rito romano.

Il fulcro del nemeton era situato nell’odierna Piazza della Scala, la cui scelta deriva dalla direzione del tramonto del sole al solstizio d’estate dietro il Monte Rosa, e dalla levata della stella Capella, sacra alle popolazioni galliche, dietro il Resegone. La festa di San Martino, celebrata l’11 novembre, discende dunque da un insieme di reminiscenze celtiche (tra cui si ricordi anche la ricorrenza dei mariti cornuti, frutto di antichi rituali pagani connessi alle fiere del bestiame cornuto e all’abbondanza, dunque alla fecondità, ma anche ai bagordi delle consorti e allo scherno dei “becchi”…), al solito storpiate dalla Chiesa, legate al movimento degli astri e al cammino autunno-invernale del sole, in cui viene a collocarsi anche la fondazione sacra di Milan. La leggenda classica di Belloveso situa la nascita di Milano durante le calate galliche della seconda Età del Ferro (Cultura lateniana), ma con tutta probabilità va anticipata al contesto golasecchiano, tanto che il santuario insubrico di Medhelan era punto di riferimento per varie tribù celtiche del periodo, tra cui gli Oromobi di Como e Bergamo (secondo alcuni un’articolazione religiosa interna alla famiglia degli Insubri, un’anfizionia).

6 novembre (2013): la nascita di Grande Lombardia

I lombardisti

Il 6 (o 7) di novembre è la data astronomica intermedia fra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, che è quanto celebravano, ad esempio, i Celti con Samonios (da cui Halloween), festività che tradizionalmente cade fra 31 ottobre e il primo di novembre. L’antica ricorrenza di Samhain è anche detta Calenda, in quanto Capodanno celtico, ed era vista dai nostri avi come il periodo dell’anno in cui il mondo dei vivi si avvicinava di più a quello dei morti, con l’apertura simbolica del portale che li mette in comunicazione. Da qui i riti apotropaici sul limitare dell’inverno, in concomitanza con una stagione dalle giornate corte, dunque buie, fredde, “morte”, in cui anche la natura e le attività agro-silvo-pastorali “riposano”. La celebrazione cristiana di santi e defunti nasce da tutto questo, e proprio per la valenza sacrale e astronomica – in chiave pagana – ricoperta dal 6 novembre io e gli altri fondatori di Grande Lombardia scegliemmo, nel 2013, di dare vita a tale movimento, nella cornice del Castello Visconteo di Pavia, l’indimenticata capitale longobarda. Il ricordo degli antenati, l’inizio dell’anno celtico, le reminiscenze gentili, lo sfondo dell’autunno lombardo e l’intima fusione tra sangue, suolo e spirito resero cotesta data ideale per raccogliere simbolicamente l’eredità del Movimento Nazionalista Lombardo, fondato il 6 maggio 2011 nell’alto Seprio varesotto. Il periodo di Beltane, festività primaverile celtica per antonomasia, si contrappone astronomicamente a Samhain, ed è non a caso il festival della luce e del fuoco.

Il 6 novembre 2013 non si celebrò il “funerale” del MNL, nato il 6 maggio 2011, ma l’inizio di una nuova esperienza lombardista estesa a tutto l’ambito granlombardo, dal Monviso al Matajur e al Nevoso, dal Gottardo al Cimone, in onore delle radici celto-germaniche e romanze occidentali di tutti i cisalpini, che dal Medioevo vennero globalmente chiamati lombardi. Certo, il fulcro etnico (teorizzato dalla prima associazione) rimane il “nordovest” padano-alpino, ma la Grande Lombardia è l’erede, la continuazione, dell’antico Regno longobardo, da cui lo stesso etnonimo lombardo. Se la data mediana tra equinozio di primavera e solstizio d’estate segnò la nascita ufficiale del lombardesimo militante, nel tripudio di luce di Beltane/Calendimaggio, quella mediana tra equinozio d’autunno e solstizio d’inverno, tempo di intima riflessione, accompagnò il sorgere di una visione di più ampio respiro, infine approdata nella nascita di Nazione Lombarda, il 23 dicembre dello scorso anno. Nel segno della continuità con MNL e GL, rimarcando il carattere nazionale e unitario della nostra unica patria. A ben vedere, se i Longobardi fossero riusciti a sgominare il mortale nemico pontificio avrebbero trasformato in Lombardia tutta l’Italia romana, così come i Franchi trasformarono in Francia la Gallia Transalpina. Ma come la Francia primeva è fondamentalmente il centronord dell’attuale RF, così la (Grande) Lombardia è il settentrione della RI, e la difesa dell’identità etnoculturale di un popolo che si fa nazione va attuata a tutto tondo, essendo sempre legittima e doverosa. Sebbene per un settennio (2014-2021) abbia riconsiderato l’Italia a guisa di (fumosa) civiltà storica, sono sempre rimasto lombardista, sino a riabbracciare le origini tra estate e autunno di 4 anni fa.

Novembre – November

Bacco

Il mese di novembre (November) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, il nono dell’anno a partire da marzo, successivo a ottobre. L’attuale undicesimo mese del calendario era posto sotto la tutela di Diana e in Roma antica non era particolarmente caratterizzato dalla presenza di festività significative, ad eccezione dei Ludi Plebeii. Nei Menologia rustica, calendario romano che forniva indicazioni utili alle pratiche agresti, il mese novembrino era preposto alla semina di grano e orzo e all’esecuzione di scavi attorno agli alberi con lo scopo di raccogliere l’acqua piovana invernale per bagnare le piante durante le aride estati, ma anche per evitare esondazioni, controllare la crescita delle infestanti e convogliare materiali organici fertilizzanti. L’iconografia tradizionale, sempre presso i Romani, di novembre era costituita da un uomo con una zappa a quattro denti (un rastrello, praticamente) e, spesso, la deità atta a rappresentare il mese autunnale per antonomasia era Iside, figura divina allogena penetrata con l’ellenismo e celebrata negli Isia, tra ottobre e novembre. November inizia con il sole nel segno astrologico dello Scorpione e si conclude con il suo ingresso nel segno del Sagittario il giorno 22, sino al 21 dicembre, data solstiziale.

Personalmente, vedo bene la figura di Bacco, il Dioniso romano, dio del vino e della vendemmia, del piacere dei sensi e del divertimento, per incarnare novembre; questo perché in tal mese, tra la sua fine e l’inizio di dicembre, venivano celebrati i Brumalia romani, feste a base di libagioni e banchetti in onore del dio estatico e strepitante (portatore di baccano, da cui l’appellativo di origine greca Bromio) il cui etimo si ricollega alle brume, al periodo invernale. E sappiamo bene, soprattutto in ambito padano, quanto novembre sia il mese della nebbia… Inoltre, il periodo novembrino, da un punto di vista identitario, è ancor oggi simbolo di tenebre – vedi le giornate brevi -, freddo, morte (o, meglio, commemorazione dei defunti, in linea con il trapasso autunnale e invernale della natura), come del vino che fermenta al buio nei tini, del seme che riposa sotto il suolo nell’attesa di germogliare, della madre terra che abbraccia, nel riposo eterno, tanto i morti quanto i germi di rinascita, il cui avvento si avrà col solstizio d’inverno e il trionfo della luce del sole che vince la gelida oscurità, guadagnando terreno sulla notte. È sempre suggestivo pensare all’inscindibile legame tra sangue degli avi, e nostro, suolo patrio (anche come fonte di sussistenza), e spirito, ovviamente tradizionale e di matrice gentile, segnato dal calendario identitario ereditato dai nostri padri che, sebbene inflazionato dalle celebrazioni cristiane e consumistiche, si fa ancor oggi guida per tutti noi, lungo il cammino della vita.

31 ottobre-1 novembre: Calenda – Samonios

Samhain

Tra il 31 di ottobre e il 1 di novembre, più o meno in corrispondenza della data mediana tra equinozio d’autunno e solstizio d’inverno (che cade il giorno 6 o 7 di novembre), nel mondo celtico si celebrava Samonios/Samhain, l’antico Capodanno dei Galli. Sovrappostosi prima ai Lemuria romani primaverili e poi ai farseschi Ognissanti e morti della Chiesa (d’altronde nati appositamente per cancellare la memoria della ricorrenza pagana, rimpiazzandola), segnava la fine del periodo estivo-autunnale e l’inizio di quello invernale, con i ben noti riti di passaggio in onore degli avi, in cui il portale sacro che si apriva con le celebrazioni di questo periodo metteva in comunicazione i vivi con i morti. Il fuoco, i falò e le lanterne ricoprono un ruolo di primo piano, così come l’assemblea riunita che celebra il termine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo, con tutta una serie di riti giunti sino a noi grazie alle rustiche usanze contadine, e agli echi del mondo nordico, ancorché distorti dalla sottocultura-spazzatura nordamericana e dal relativo consumismo. Samonios è visto un poco come una sorta di festival dell’oscurità e delle tenebre (contrapposto a Beltane che è festa della luce e della fertilità primaverili), nonché periodo dell’anno in cui il velo tra la vita terrena e quella ultraterrena si fa più sottile.

La zucca svuotata, intagliata e contenente una candela accesa, non è solo retaggio britannico e anglosassone (vedi Halloween, cioè la vigilia celto-germanica della festa di tutti i santi del primo giorno di novembre, seguito dal secondo dedicato ai morti dalla liturgia cattolica, un trittico che risente profondamente dell’usanza di Samhain), ma anche cisalpino: le lümére hanno una funzione apotropaica nei confronti della morte (ricordano un teschio, ma anche le teste dei nemici mozzate dai Celti nelle battaglie, e usate come trofeo), e ce ne sono pervenute testimonianze da tutte le contrade della Grande Lombardia, in virtù anche della natura di regina autunnale, tra i prodotti della terra, che caratterizza la zucca. Pure le maschere, i costumi, i travisamenti del viso e del corpo obbediscono a riti scongiurastici atti a prevenire il riconoscimento da parte delle anime dei defunti. Da qui lo slittamento consumistico e orrifico verso il pattume statunitense, che al pari della cristianizzazione snatura e perverte l’essenza gentile della celebrazione. Il triduo dei morti, dunque, è ricorrenza cristianizzata che nasce dal cuore del tradizionalismo ariano, ed è occasione di commemorazione degli antenati e di meditazione sulla morte, in linea con la fine della stagione mite che sfocia nell’inizio di quella rigida e con le pratiche agresti relative alla raccolta degli ultimi frutti e delle bacche, come del ricovero delle bestie e della macellazione di quelle in eccesso.   

Economia

Il lombardesimo persegue un’idea economica che si colloca nella dottrina – perfezionata – della terza via, prendendo le distanze tanto dal sistema capitalista e liberale, tipico della decadenza occidentale, quanto dai vieti sottoprodotti del socialismo marxista, che puzzano di cosmopolitismo semitico. Parliamo di dottrina perfezionata per il semplice fatto che noi non si indugia nel socialismo nazionale, “rossobruno”, che può risultare logoro ed equivoco, bensì perché al socialismo preferiamo senza ombra di dubbio il concetto di comunitarismo, oggi basilare. Il culto razionale di sangue, suolo, spirito viene prima di ogni cosa e deve ispirare ogni campo dello scibile politico umano, dunque anche la dottrina economica. Il rischio dell’ideologia socialista convenzionale è quello di ridursi alla sterile lotta di classe, ancorché edulcorata dall’istanza nazionalista, mentre è evidente che il lombardesimo ponga enfasi sulla lotta identitaria ed etno-razzialista, senza per questo rivestirsi di ambigui connotati suprematisti. Sociali e nazionali? Certamente, ma in un’ottica non più neofascista o neonazista (caricatura di quelle originali), o nazi-maoista, perché sublimata in maniera inedita dal comunitarismo di stampo lombardista. Oltretutto espressione di un ambientalismo, o meglio econazionalismo, privo di strascichi liberal.

Lo Stato deve essere al servizio della patria, della comunità, poiché sono proprio quest’ultime a legittimarlo, a renderlo idoneo a rappresentare degnamente il popolo. In caso contrario, lo sapete, si otterrebbe un baraccone apolide all’italiana, non per nulla funzionale all’agenda europeista, atlantista e mondialista. E un organismo statuale degno di questo appellativo deve essere uno strumento che subordini il mercato al benessere della nazione, e che dunque non tramuti il capitale in un feticcio a cui tutto vada sacrificato; il lombardesimo crede nel protezionismo, nel corporativismo, nella nazionalizzazione della grande industria strategica, ma senza erigere una statolatria che rischia di spedire nel tritacarne l’identità in nome di un’idea di socialismo avulsa da sangue e suolo. Il dirigismo sta bene nella misura in cui il controllo dello Stato sia volto al vero progresso e al vero sviluppo della popolazione, mettendo economia e finanze a tutto vantaggio della patria. Pertanto, non occorrono bandiere rosse e deliri comunisti fuori tempo massimo, ma politiche economiche che rendano grande la Lombardia sfruttando le nostre indubbie, ancestrali, qualità. Al netto, si capisce, dello sciagurato culto del fatturato che è la cagione prima del nostrano tracollo etnico e nazionale.

20 ottobre (1944): la strage di Gorla (Giornata della memoria lombarda)

Strage di Gorla

La mattina del 20 ottobre 1944, a seguito di un massiccio bombardamento alleato che colpì il quartiere milanese di Gorla, perirono 614 persone innocenti, tra cui 184 bambini della scuola elementare “Francesco Crispi”, con l’intero corpo docente, la direttrice e il personale scolastico. La strage dei “piccoli martiri di Gorla” fu opera dei cosiddetti “liberatori”, delle forze aeree americane (USAAF), partite dall’Italia meridionale occupata dagli Alleati, e retta dai vigliacchi e traditori sabaudi, per distruggere gli stabilimenti meccanico-siderurgici della Breda di Sesto San Giovanni. Sembrerebbe che il massacro dei piccoli innocenti di Gorla sia stato frutto di errori, incidenti e fallimento militare della missione statunitense partita dalla Puglia, ma chi può escludere che non si sia trattato, invece, di deliberato terrorismo? Lo stesso che rase al suolo Dresda, Würzburg, Pforzheim, Hiroshima e Nagasaki o colpì mortalmente, per restare a sud delle Alpi, Foggia, Treviso, il quartiere San Lorenzo a Roma, Reggio Calabria, Zara e molte altre città. Senza dimenticare la distruzione di Montecassino…

Gli antifascisti che celebrano americani, inglesi e francesi (con tutti i loro bravi tirapiedi indigeni e allogeni) come paladini del bene e liberatori, celebrano orrende stragi di cui Gorla è il simbolo, messe sotto al tappeto per ingigantire le responsabilità nazifasciste e minimizzare il terrorismo delle democrazie borghesi occidentali (ma è accaduto anche nel caso dei crimini comunisti, basti pensare ai massacri dei partigiani e alle foibe titine). Insomma, chi vince la guerra scrive la storia, chi la perde finisce sui libri per venire demonizzato in eterno, con lo scopo anche di coprire le malefatte dei (presunti) eroi democratici e liberali. Non a caso, conosciamo a menadito i lager nazisti e i massacri hitleriani in “Italia”, mentre ignoriamo bombardamenti, stupri di guerra (vedi marocchinate), infamie partigiane, stragi alleate, campi di concentramento angloamericani. Gorla si fa dunque, doverosamente, Giornata lombarda della memoria, per non dimenticare le nostre innocenti vittime della guerra sterminate non dal “cattivo” repubblichino o germanico, ma dal tanto osannato “buono” statunitense, colui che col feticcio della (sua) libertà continua ancor oggi, come 80 anni fa, a seminare morte e distruzione in giro per il globo. Senza però volerne in casa propria.

10 ottobre (732): la battaglia di Poitiers

Battaglia di Poitiers

Il 10 di ottobre ricorre l’anniversario della battaglia di Poitiers (nell’odierna Francia centrale), avvenuta nel 732, quando i Franchi di Carlo Martello sconfiggono l’esercito arabo-berbero di al-Andalus, bloccando l’espansione islamica nell’Europa occidentale. Carlo Martello, maggiordomo di palazzo dei re merovingi, si trovava al comando di un esercito a maggioranza franca composto, però, anche da altri popoli germanici e da indigeni gallo-romanici, tra cui Alemanni, Burgundi, Bavari, Sassoni, Gepidi e Visigoti. Il significato della battaglia, anche detta di Tours, nell’immediato non fu molto importante, ma col tempo sancì l’ascesa della casata di Carlo Martello a dominio della Gallia Transalpina/Franchia, coronata dall’avvento del nipote Carlo Magno; altresì, pur proseguendo le loro incursioni nel settore meridionale del Regno franco, gli eserciti arabo-musulmani di stanza nella penisola iberica non si spinsero oltre e la loro avanzata nell’Europa occidentale fu dunque arrestata. La grande eco della vittoria franca è arrivata sino ai nostri giorni, per via della sua indubbia portata simbolica.

A questa, come alle battaglie successive di Lepanto e Vienna, viene attribuita una valenza meramente religiosa, cristiana e/o mariana, in quanto si sottolinea la cristianità degli eserciti occidentali che prevale sulla perversa aggressività dell’invasore islamico; direi, invece, come sempre, che questi scontri vittoriosi ebbero, e a tutt’oggi hanno, un importante significato culturale, civile ed etnico, dato che l’enfasi va posta sul carattere etno-antropologico europeo delle forze militari continentali, che riuscirono a sconfiggere e sgominare l’avversario allogeno (musulmano o meno poco importa, visto che il cristianesimo è parte dello stesso ceppo dell’islam, e dunque dell’ebraismo), bloccando l’avanzata in Europa di bellicose culture esotiche portatrici di geni parimenti esotici (sebbene sia mori che ottomani assorbissero, convertendole, masse di indigeni cristiani). Una cosa interessante sta nell’entusiasmo che suscitò la vittoria di Carlo Martello, come è logico che fosse, negli ambienti cattolici dell’Hispania, dove un monaco lusitano, Isidoro Pacensis, adoperò il termine collettivo di ‘europei’ – Europenses – per designare il carattere etnoculturale dei guerrieri che fermarono, per la prima volta, l’espansionismo moresco.

7 ottobre (1571): la battaglia di Lepanto

Battaglia di Lepanto

Il 7 di ottobre cade la ricorrenza della battaglia di Lepanto, avvenuta nel 1571, quando le flotte della Lega Santa, formate dagli antichi potentati “italici” e dall’Impero spagnuolo, sconfiggono quelle musulmane degli ottomani presso le isole greche delle Echinadi (o Curzolari), nel Mar Ionio. Schiacciante la vittoria delle forze navali guidate da don Giovanni d’Austria, che bloccarono (anche se non definitivamente) l’espansionismo turco in Europa. Sotto le insegne pontificie della suddetta Lega Santa si trovavano federate Venezia, spagnuoli (con Napoli e Sicilia), Stato Pontificio ovviamente, Genova, Savoia, i Cavalieri di Malta, la Toscana, Urbino, Lucca, Ferrara e Mantova; insomma, una grande coalizione marcatamente peninsulare – lato sensu – in cui si distinsero valenti comandanti nostrani quali Sebastiano Venier, Pietro Giustiniani, Agostino Barbarigo (perito in battaglia), Gianandrea Doria, ma pure Marcantonio Colonna. Alla guida delle forze alleate stava don Giovanni d’Austria, figlio dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, mentre le ottomane erano condotte dall’ammiraglio turco Alì Pascià, che perì nello scontro navale. Lepanto seguì la resa della veneziana Famagosta ai maomettani anatolici, e l’orribile fine subita per mano ottomana dal comandante veneto della fortezza Marcantonio Bragadin.

Come detto, la disfatta degli islamici non comportò la fine dell’espansionismo turco nell’area balcanica (l’assedio di Vienna del 1683 lo dimostra), e la Serenissima perdette gran parte delle isole dell’Egeo e la stessa Cipro. Ma i turchi non prevalsero in maniera duratura sul Mediterraneo orientale europeo, e non superarono né raggiunsero la potenza delle flotte “cristiane”. Infine, capitolarono a Vienna e furono costretti gradualmente ad abbandonare l’area carpatica e balcanica, anche se lasciando una traccia di islamizzazione in aree come Bosnia e Albania. Fu, ad ogni modo, una grande vittoria del nostro genio e della nostra stirpe, che ripropone una tematica ora più che mai attuale: lo scontro fra i patrioti indigeni e le pedine allogene (poco importa a quale religione appartengano), manovrate dall’alta finanza mondiale per sovvertire gli equilibri etnici, culturali e socioeconomici dei Paesi europei. Non è, infatti, uno scontro fra Europa cristiana e islam o tra Occidente e Levante, ma fra Europa identitaria dei popoli e Occidente plutocratico emanazione dell’imperialismo americano, che è del resto la cagione dell’immigrazione di massa e financo del terrorismo musulmano, e prima ancora dell’islamismo. Lepanto, come Poitiers e Vienna, ha assunto una grande valenza religiosa e culturale, ma io direi soprattutto etnoculturale, in quanto espressione della vittoriosa forza degli europei, che alleati possono davvero sconfiggere ogni minaccia, sia esterna che interna.

Ottobre – October

Cerere

Il mese di ottobre (October) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, l’ottavo a partire da marzo, successivo a settembre. L’attuale decimo mese dell’anno era posto sotto la tutela di Marte, e si situava alla chiusura delle attività belliche e agricole; si apre all’insegna di Cerere, materna dea italico-romana della fertilità, dei raccolti, della nascita di fiori, frutta ed esseri viventi. Essa viene sovente associata alla dea Tellus, protettrice della fecondità e dei morti, invocata anche contro i terremoti (e l’Italia etnica centrale, culla degli Italici, si sa quanto sia interessata da questi disastrosi fenomeni), e alla dea greca Demetra. Giorno dedicato a Cerere è il 12 aprile, per via dei Cerealia. In ottobre, tuttavia, si celebrava, il giorno 5, il mundus Cereris, oscura cerimonia romana di probabile origine etrusca (che cadeva anche il 24 di agosto e l’8 di novembre) in cui una fossa situata nel santuario di Cerere e consacrata agli dei Mani (le anime dei defunti) veniva ritualmente aperta per mettere in connessione il mondo dei vivi con quello dei morti, e purificare così chi prendeva parte alla celebrazione. Rito peraltro propedeutico ai seguenti eventi di novembre e dicembre (Saturnali e Natale solstiziale), che richiamava il ricordo della terra come madre, a guisa di utero dunque, ponendolo sotto la tutela di Cerere-Tellus, per l’appunto dea madre preposta alla fecondità della donna e della terra, così come alla protezione dai fenomeni tellurici e al mondo sotterraneo dei morti. Alla fine di ottobre i Celti festeggiavano Samhain (Halloween), celebrazione di passaggio in cui vivi e morti entravano in comunicazione.

Ottobre si apre quasi in concomitanza dell’equinozio di autunno (22-23 settembre), l’inizio dell’autunno, ed è a ridosso della festa di San Michele arcangelo (29 settembre), istituita dalla Chiesa per cancellare, come nel caso del Natale, della Pasqua, della festa di San Giovanni, il ricordo degli antichissimi riti della gentilità ariana. San Michele, pur essendo figura cristiana, incarna lo spirito guerriero di Celti e Germani, e veniva da questi associato a Lug e Odino, importantissime divinità dei loro pantheon; nota, infatti, è la devozione popolare longobarda, di carattere ariano, per l’arcangelo. Al santo è associata la spada come la bilancia, in quanto nemico del male e delle tenebre, e pesatore di anime; non a caso l’equinozio, e buona parte di ottobre, si pongono sotto il segno della Bilancia, costellazione con cui si apre l’autunno, e il sole segna il passo “morendo”, sino alla rinascita del 21 dicembre. Il mese si conclude con l’astro che entra nel segno dello Scorpione, il giorno 23. Tutte queste ricorrenze coincidono coi ritmi arcaici di agricoltura e allevamento, e il periodo tra equinozio autunnale e inizio di ottobre sancisce la fine del raccolto e dei processi produttivi, entrando nella fase del riposo invernale, causa freddo e tenebre. Solstizi ed equinozi sono riti di purificazione, iniziazione e passaggio sin dai tempi antichi, ovviamente pagani; la Chiesa si è appropriata di celebrazioni che non le appartengono. Da ultimo, si ricordi che il 23 di settembre (del 63 avanti era volgare) nasceva Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, in pieno equinozio d’autunno; anche per via del genetliaco del primo imperatore romano, l’evento astronomico assunse una valenza alquanto sacrale.