IX – Econazionalismo

Il buon lombardista ha a cuore l’ambiente padano-alpino, e si batte per la sua difesa e preservazione. Vale, quindi, per l’habitat, il paesaggio, la flora e la fauna locali, insomma per quell’elemento “suolo” che affianca sangue e spirito. Va da sé: se si vuole tutelare il sangue del popolo va tutelato anche il suolo patrio che ha plasmato l’elemento etnoculturale; del resto, dall’incontro di sangue e terra nasce lo spirito, e dunque la civiltà e la cultura di una nazione, nel nostro caso la Lombardia. Però, intendiamoci: se si tutela l’ambiente, a maggior ragione, va difeso il popolo indigeno che lo abita, altrimenti sarebbe sterile ed inutile battersi per salvaguardare vegetazione, animali, cibo e territorio sorvolando sulla questione etno-razziale. Questo è l’imbarazzante limite del classico ambientalismo liberal, da salottino buono o da piazze monopolizzate da brufolosi adolescenti mesmerizzati da Greta Thunberg, che però si ricorda dell’etnia quando si viene a parlare di popolazioni del Sud del mondo. Gli amazzonici devono tutelare la propria identità etnoculturale, i lombardi invece no, devono scomparire senza fiatare, altrimenti diventano nazisti.

Ed è proprio così. L’orgoglio etno-razziale è precluso ai popoli europidi, ai bianchi, e se per caso accostano i destini delle proprie genti a quelli della terra natia viene evocato lo spettro del razzismo. Blut und Boden era un motto nazionalsocialista, ma prima ancora romantico; Herder prima di Darré, per capirci. Ecco dunque la necessità di un ecologismo che vada di pari passo con il nazionalismo etnico, lombardo nel nostro caso, e quindi ecco l’econazionalismo. Bisogna smetterla di prendersi in giro, e sottolineare come non basti lottare per il solo ambiente, se vogliamo avere un futuro. Bisogna lottare anche per la preservazione del popolo, a casa propria, come è giusto che facciano pure le altre razze del pianeta. E gli europei non sono figli di un dio minore, anzi, più di tutti dovrebbero impegnarsi per tutelare l’elemento indigeno, minacciato da meticciato, società multirazziale, immigrazione allogena selvaggia. Basti pensare a ciò che accade oltralpe per comprendere come gli europidi siano seriamente a rischio estinzione, per giunta nelle loro contrade. E allora urgono etno- ed eco- sostenibilità, per un continente davvero migliore, dove l’orgoglio identitario non sia più un crimine ma il viatico per una rinascita patriottica che assieme all’habitat naturale si ricordi del popolo, e non solo per dell'”innocua” cultura.

VIII – Etno-razionalismo

Un’innovativa idea promossa dal lombardesimo è quella dell’etno-razionalismo, ossia dell’etnonazionalismo razionale, che è la conciliazione tra realismo/razionalismo e nazionalismo etnico. Essa serve a coniugare due capisaldi del pensiero lombardista, per lasciarsi alle spalle un certo tipo di metafisica, di religiosità e di spiritualità, affidandosi alla ragione e al (positivo) sviluppo scientifico. Troppo spesso la fede si tramuta in un ostacolo, sulla via che conduce all’autoaffermazione nazionale. Tale posizione è cara soprattutto ad Adalbert Roncari, essendo di formazione scientifica ed agnostico, mentre altri lombardisti, tra cui il sottoscritto, sono più possibilisti (in materia di rapporto credo-politica, si capisce). Una cosa su cui concordiamo, tuttavia, è la condanna delle ingerenze religiose – soprattutto vaticane, per quanto riguarda la nostra realtà – negli affari dello Stato, poiché la Lombardia è un bene di tutti i lombardi e va messo in cima agli interessi della nazione medesima. Non siamo certo laicisti e atei di stampo progressista, ma riteniamo la spiritualità fatto secondario, che ovviamente non deve intralciare il cammino del lombardesimo. Forse il punto dell’etno-razionalismo può rappresentare una contraddizione con il precedente caposaldo relativo al tradizionalismo, ma in verità ragione e tradizione possono tranquillamente andare di pari passo. Ed è ben chiara una cosa: non ci serve la Roma contemporanea per fustigare l’andazzo occidentale in materia di famiglia, sessualità e bioetica.

La ragione, infatti, appoggia identità e tradizione, perché esecra l’irrazionalità di quei movimenti culturali e politici che supportano universalismo, ecumenismo, relativismo, antirazzismo ed antifascismo. “Siamo tutti uguali” è una fesseria antiscientifica, soprattutto parlando di razze umane, e la stessa comunità scientifica dovrebbe depurarsi da quegli aspetti ideologici e settari che impediscono un sereno dibattito, anche in materia razziale. Dopo il secondo conflitto mondiale, come tutti sappiamo, la biodiversità umana è diventata un tabù e il pensiero si è appiattito sulla linea politicizzata e propagandistica dell’antropologia culturale, che di razionale ha davvero gran poco quando si viene a trattare di antropogenetica. Purtroppo le grandi religioni monoteiste appoggiano spesso e volentieri tale visione, che è peraltro la stessa dell’ateismo “acido” e del laicismo, dimostrandosi irrazionali. La nostra condanna riguarda le posizioni moderniste e progressiste, soprattutto della Chiesa cattolica, poiché scolorano nelle ingerenze anti-identitarie e, per assurdo, pure anti-tradizionaliste. Noi lombardisti ci battiamo per preservare la tradizione, anche spirituale, a patto però che non diventi nemica, in quanto pervertita e snaturata, dei destini etno-razziali del popolo. Pertanto la religione, come detto, non ha primaria importanza e non ci avventuriamo in dispute teologiche. Il lombardesimo è laico, anche se non ateo e laicista, e carezza l’idea di una Chiesa nazionale ambrosiana e di un recupero razionale della gentilità, piuttosto di indugiare nel cattolicesimo postconciliare, in altri culti esotici oppure nella moderna paccottiglia new age.

VII – Tradizionalismo

Il pensiero lombardista ha un profondo rispetto per identità e tradizione, e va da sé che l’accezione di quest’ultima sia culturale ma anche spirituale. Pur promuovendo un robusto realismo, da noi chiamato etno-razionalismo, il lombardesimo sostiene la preservazione dell’eredità dei padri, che in senso spirituale è tanto gentile quanto cristiana (cattolica ambrosiana), e che è l’unica da mantenere e tramandare, nel quadro di un recupero identitario di credenze, usi e costumi, idee, folclore, abitudini. Non siamo certo confessionali, ci mancherebbe, ma siamo decisamente contrari alla presenza in Lombardia di culti estranei alla nostra tradizione, e questo anche perché tali credi sono quasi integralmente professati da genti allogene. Pensiamo ad ebraismo e islam, o ad altre pratiche cultuali esotiche (o sette), inevitabilmente recati nella Cisalpina da immigrati. Del resto, siamo fermamente convinti della necessità di custodire la tradizione a patto che non vada contro le sorti etno-razziali della nazione, che non intralci cioè il cammino politico lombardista, e per questo esprimiamo netta riprovazione nei confronti del Concilio Vaticano II, avendo rovinato e pervertito la Chiesa cattolica.

A questo proposito, carezziamo l’idea di una Chiesa nazionale granlombarda, ovviamente ambrosiana, che abbracci completamente l’ottica tradizionalista, rigettando ogni follia ecumenica, progressista e mondialista, accanto ad una riscoperta del paganesimo cisalpino; non possiamo certo negare il nostro retaggio romano-cristiano, ovviamente assieme a quello primevo precristiano (di ispirazione indoeuropea), ma deve essere chiaro che la religione non si debba immischiare in politica e debba, piuttosto, promuovere il patriottismo condannando il moderno andazzo pluralista (in casa nostra). Certamente – altro fatto importante -, la tradizione deve coniugarsi allo sviluppo positivo, prendendo quindi le distanze da bislacche fantasie anarco-primitiviste (anche per non risultare ipocriti), perché il benessere della comunità non è di per sé pernicioso. Ad essere pernicioso è il feticcio del benessere, l’edonismo, che è poi frutto dell’individualismo sfrenato e di quel materialismo che scolora nel campo zoologico, tanto è estremo e irrazionale. E la ragione deve, chiaramente, guidarci, preservando ogni aspetto schiettamente identitario del tradizionalismo. A patto, come già detto, che cultura e spiritualità non mettano i bastoni tra le ruote alla rivoluzione völkisch del lombardesimo.

VI – Razzialismo

Se il lombardesimo prende le distanze dal razzismo canonico, inteso come gerarchizzazione, odio e violenza discriminatoria di una o più razze ai danni delle altre, abbraccia invece il razzialismo, e cioè il credo nelle stesse, la tutela della loro biodiversità e la promozione di misure atte a far sì che ogni popolo venga preservato, contrastando immigrazione, meticciato e società multirazziale. Le razze umane esistono, e basterebbe anche solo non avere ideologiche fette di salame sugli occhi per capirlo, ed esistono soprattutto per la scienza che sfugge dalle maglie del regime e afferma la bontà del concetto in esame. Cosa intendiamo per ‘razza’? Presto detto: un gruppo di popolazioni che per un certo numero di caratteri comuni possono essere distinte da altre appartenenti alla stessa specie; questi caratteri comuni vengono trasmessi ai discendenti per via ereditaria, e non si tratta dunque di solo fenotipo ma pure di genotipo. Sinonimi di ‘razza’ sono ‘ecotipo’ e ‘subspecies‘, che da una parte alludono alla separazione geografica dei continenti, dall’altra alla filiazione dalla medesima specie, che è l’Homo sapiens.

La razza non è quindi l’etnia, concetto più culturale che biologico, mentre la prima è concetto squisitamente biologico, che passa per l’antropologia fisica (e dunque la morfologia) e la genetica delle popolazioni (perciò i geni e l’ereditarietà). Il razzialismo, riconosciuto e adottato dal lombardesimo, si limita a sostenere l’esistenza delle razze umane – e anche l’uomo è un animale, mi pare, pertanto può essere suddiviso in sottospecie – e a difendere la biodiversità umana come una ricchezza inestimabile da preservare dagli agenti corruttori sul libro paga del mondialismo. Un tempo, il razzismo era semplicemente lo studio delle razze umane, mentre oggi ha assunto coloritura negativa, perciò è termine inutilizzabile. Ecco dunque il razzialismo, che ripudia tanto il suprematismo quanto l’egualitarismo, due ideologie che fanno un pessimo servizio alla causa scientifica, e riporta nel campo antropogenetico il dibattito sulla differenziazione umana. I lombardi sono caucasoidi europei (bianchi), appartengono alla famiglia sottorazziale europide, e la loro etnia attinge biologicamente dalla subspecies. Il dato razziale non può essere ignorato, perché permette anche un corretto inquadramento della questione identitaria.

V – Panlombardismo

Il nazionalismo etnico lombardo è per sua natura, si capisce, panlombardista, perché mira a riunire tutte le Lombardie sotto il medesimo tetto nazionale e comunitario. Parlo di Lombardie, appunto, perché come forse saprete individuo tre forme di lombardità: la Lombardia etnica, la Lombardia etnolinguistica e la Grande Lombardia (che è la Lombardia storica). La Lombardia etnica, come vedremo più avanti, coincide col bacino del Po ed è il fulcro della nostra nazione; quella etnolinguistica è la Lombardia culturale, spazio della famiglia gallo-italica, che riguarda tutta la Padania occidentale; infine la Grande Lombardia è l’intera Cisalpina, la Lombardia affermatasi nel Medioevo, e in questo senso i cisalpini sono lombardi. Il lombardesimo, dunque, mira all’unificazione, alla coesione e alla solidarietà nazionale fra tutti i lombardi, a partire da quelli etnici per poi allargarsi all’intero ambito lombardo, perché oltre all’etnia lombarda vera e propria esiste un gruppo etnoculturale cisalpino, che accomuna ogni gente della volgarmente detta Alta Italia.

Passandoli velocemente in rassegna, i territori (gran)lombardi sono i seguenti: Insubria, Orobia, Piemonte, Emilia, Romagna (con San Marino e il nord della Regione Marche), Liguria, Trentino, Veneto, Friuli a cui vanno aggiunti Valle d’Aosta, Nizzardo, Monaco, brandelli di territorio di Toscana e Umbria, la Val Monastero, il Tirolo meridionale e la Venezia Giulia storica. Questo è lo spazio storico, geografico, culturale, linguistico, nazionale della Grande Lombardia, che secondo l’ottica lombardista andrebbe tutto quanto redento e inglobato da un etnostato nazional-sociale indipendente e sovrano, finalmente espressione etnica e viva dell’areale padano-alpino. Tutte le genti cisalpine sono chiamate a partecipare alla formazione della res publica granlombarda, a partire dal nucleo fondamentale della patria che è rappresentato dalla Lombardia etnica; sarebbe folle, infatti, limitare il progetto lombardista ai soli occidentali, lasciando che il resto della Lombardia storica se ne vada per proprio conto rischiando di venire riassorbito dall’Italia o da qualche altra entità straniera. Il lombardesimo vuole una nazione unita e forte, in ogni sua parte, perché solo così, e non con inutili autonomismi, si può vincere la battaglia che vale la libertà.

IV – Socialismo nazionale

Ieri parlavamo di comunitarismo come manifestazione concreta e palpabile, nel quotidiano, delle politiche nazional-sociali di uno Stato degno di questo nome. Oggi vediamo da vicino, per l’appunto, il socialismo nazionale, che dovrebbe essere la politica, non solo economica, atta a guidare i destini di un organismo statuale seriamente emanazione della sovranità popolare. Identità, autorità, sovranità, grazie ad un’entità politica nazionale, plasmata dall’etnia, che metta al primo posto gli interessi del popolo indigeno, nel nostro caso grande-lombardo. Parlando di socialismo, ovviamente, non intendiamo alcunché di marxista o neomarxista, bensì un sano collettivismo identitario modellato dal sangue, dal suolo e dallo spirito, e proprio per questo coniugato al nazionalismo (etnico, si capisce). L’istanza sociale deve essere l’interesse precipuo dello Stato, anche per il tramite di presidenzialismo, protezionismo, dirigismo e nazionalizzazione; è la teoria della terza via riproposta nell’oggi, e applicata all’etnostato lombardo che noi lombardisti abbiamo in mente. Certo, anche nel presente abbiamo a che fare con i sottoprodotti bastardi del comunismo e con il demone capitalista, due facce della stessa medaglia mondialista.

È la diuturna lotta del sangue contro l’oro, ma anche contro il progressismo, versione ancor più degenere del bolscevismo in quanto imbastardita dal liberismo. Nell’Europa contemporanea non ci confrontiamo più con il comunismo, morto e sepolto assieme alle altre grandi ideologie del Novecento, ma dobbiamo fare i conti con i veleni prodotti dalla Scuola di Francoforte, e dunque con tutti quei deteriori -ismi che conservano, comunque sia, la matrice che fu del marxismo e del bolscevismo. E poi ci sono il liberalismo, la dittatura del libero mercato, il libertarismo, quindi le derive individualiste, consumiste e capitaliste (sempre materialiste quanto l’arido socialismo di Marx) che pilotano questo corrotto Occidente a guida americana. E purtroppo tali ideologie sono vive più che mai e tiranneggiano la nostra esistenza di lombardi imprigionati dalla gabbia tricolore, colonia Usa-Nato. Il lombardesimo è una dottrina nazional-sociale, mettendo sangue-suolo-spirito in cima a tutto, e come logica conseguenza è una dottrina comunitarista nemica giurata di ogni feticismo per il danaro, il consumo, il progresso, laddove per quest’ultimo si intenda il culto di diritti umani e di diritti civili, che non sono altro che l’ipocrita maschera dell’imperialismo atlantico.

III – Comunitarismo

Il terzo caposaldo identitario del lombardesimo è costituito dal comunitarismo, e cioè da quello spirito di appartenenza, da quella coscienza comunitaria, da quel sentimento patrio che animano una società sana, unita e forte, promuovendo solidarietà tra ogni membro della comunità. È il miglior modo di vivere, nel concreto della quotidianità, il socialismo nazionale che sta alla base delle politiche sociali e comunitarie di uno Stato degno di tale nome, e cioè del futuribile etnostato granlombardo, dando voce ai valori più sacri ed inviolabili su cui si regge una nazione: sangue, suolo, spirito. La nazione, del resto, giustifica lo Stato, perché esso è comunque un traguardo da raggiungere e un bene indispensabile (se retto come si deve). La comunità di popolo deve essere un’oasi nel deserto della contemporaneità inaridita dal grande capitale apolide e dal progressismo variopinto, ma anche la base di una nazione coesa in ogni sua singola cellula, che è poi la famiglia. Comunitarismo è ritornare alle origini, abbracciare il ruralismo, pacificarsi con la nostra più intima dimensione che è quella naturale, senza per questo rinunciare alle migliori conquiste dello sviluppo tecnologico.

Non si tratta, infatti, di ripudiare i lati positivi del cosiddetto “progresso” (termine, in realtà, piuttosto pruriginoso), bensì di coniugarli con la tradizione, nel rispetto del sangue, della terra, della cultura di un popolo, nel nostro caso il lombardo. Saremmo ipocriti se condannassimo in toto il presente vaneggiando di anarco-primitivismo e tribalismo, visto che utilizziamo mezzi di trasporto, infrastrutture, tecnologie, servizi e così via; perciò vale la pena ribadire il concetto: il comunitarismo è la riscoperta della natura accompagnata dalla promozione della solidarietà di popolo, con un robusto senso identitario e tradizionalista e con una netta condanna di tutto il degrado e la perversione figli del nostro tempo. Comunitarismo è lottare, uniti, contro le magagne della società capitalista e consumistica occidentale, contro ogni disvalore libertario e progressista, contro le putride ricadute del feticcio antifascista e antirazzista. Vogliamo edificare una grande comunità nazionale cisalpina formata, a sua volta, da tante piccole comunità espressione di storia e territorio, senza rinnegare il benessere, laddove non comporti degenerazione. In un mondo travolto dalla tempesta, la comunità deve essere il baluardo di una collettività rigenerata, di una palingenesi nazionale, che custodisca gelosamente i principi fondamentali del patriottismo.

II – Indipendentismo

Il lombardesimo, in quanto nazionalismo etnico lombardo, è decisamente schierato a favore dell’indipendenza della Lombardia, ovviamente come nazione storica. Sin dagli esordi, ha messo in chiaro che il processo di affrancamento del sentimento identitario cisalpino deve culminare nella liberazione delle Lombardie dall’Italia, e da ogni altro ente sovranazionale mondialista. Da lombardisti, infatti, abbiamo sempre pensato che il primo passo consista nell’opera di divulgazione culturale, relativamente alla nostra vera identità, anteponendo l’etnonazionalismo all’indipendentismo, ma precisando che la Lombardia debba essere una nazione unita, libera e sovrana, perché non ci possono essere ambiguità su questo. Siamo fieramente indipendentisti lombardi, chiarendo comunque che il nazionalismo etnico presuppone l’indipendentismo, ma non viceversa. È risaputo come in Europa e altrove, sovente, l’indipendentismo sia una bandierina agitata da mani progressiste, perché priva di nette connotazioni völkisch. Il lombardesimo non vuole equivoci, in merito, e per l’appunto si definisce anzitutto etnonazionalista, esaltando razionalmente sangue, suolo, spirito. Anche perché, capiamoci: a che pro battersi per l’indipendenza della Lombardia se non si pone seriamente una questione etno-razziale? O forse vogliamo svuotare ‘Lombardia’ e ‘lombardi’ dalla loro squisita accezione di sangue?

L’identità non è solo lingua, cultura, tradizioni, è anche sangue e terra, binomio formidabile del credo etnicista, e dal loro incontro nasce lo spirito, la civiltà di un popolo. In un mondo vieppiù globalizzato perdiamo di vista i connotati schiettamente identitari di una popolazione, arrivando quasi a vergognarci di definirla nazione, pur essendola! E la Lombardia è proprio una nazione, a patto che venga inquadrata nella sua corretta cornice etnica, culturale, storica, sgombrando il campo dalle banalizzazioni generate dalla misera Regione Lombardia, entità artificiale senza storia creata da Roma (basti solo pensare al suo simbolo). I lombardi non sono italiani, laddove per ‘italiani’ si intendano i popoli peninsulari, mediterranei, di influssi greci, di eredità italico-romana od etrusca, e parlanti idiomi italoromanzi. Quella è l’Italia, l’Italia etnica, una nazione ben distinta dalla Lombardia (come dalla Sardegna), e un ragionato indipendentismo lombardo mette le cose subito in chiaro. Ma questo è possibile grazie alla cultura militante, altrimenti ci si ridurrebbe allo spoetizzante padanismo ossessionato dai quattrini.

I – Etnonazionalismo

Il primo caposaldo identitario del lombardesimo è indubbiamente rappresentato dall’etnonazionalismo, soprattutto se corroborato dall’istanza völkisch: sangue, suolo, spirito. Il nazionalismo etnico costituisce il fulcro dell’ideologia lombardista, poiché mette in chiaro che la Lombardia ha un’etnia, un popolo e una nazione. Chi si dice etnonazionalista, ed è serio, prende le distanze tanto dal patriottismo di cartapesta all’italiana quanto dal “nazionalismo” civico alla catalana perché il proprio identitarismo poggia sulle solide basi, summenzionate, del sangue del popolo, del suolo della patria e dello spirito della nazione, ossia cultura e civiltà, nato dall’incontro dei primi due. L’etnia, intesa come insieme di genti coese da cultura, lingua, spiritualità, tradizione e dato biologico, si fa perno di una nazione e nel caso granlombardo tale nucleo è costituito dallo spazio della Lombardia etnica, che coincide col bacino idrografico del Padus. Una nazione degna di questo nome può dunque contare su una omogenea comunità di popolo, altrimenti si tratterà del classico stato-apparato ottocentesco, di ispirazione giacobino-massonica.

Ed è, questa, la natura dell’Italia contemporanea, una finta nazione fondata su di uno Stato che non ha radici etniche e la cui cultura non è altro che un idioma regionale (toscano) elevato a lingua “nazionale” – cioè di un Paese inesistente – unito alla religione cattolica e ad una stantia romanità artificiale. Con tali criteri, fiorentino letterario a parte, potrebbero dirsi italiani tutti i popoli romanzi occidentali. Se proprio vogliamo parlare di Italia riferiamoci all’Italia etnica, ovvero all’attuale centrosud della Repubblica Italiana (con Corsica, Malta e Pelagosa), dove un’etnia, o quantomeno un gruppo etnoculturale, esistono e riflettono un’italico-romanità che sia un minimo sensata. Del resto è pure lo spazio linguistico dell’italoromanzo. L’etnicismo unito al nazionalismo è oggi più che mai doveroso, se vogliamo poter parlare seriamente di nazioni e archiviare esperienze fallimentari come quella tricolore. Il lombardesimo vuole ridare linfa vitale all’etnia lombarda, affinché si faccia volano della nazione e della sua indipendenza.

La dottrina lombardista

Paolo Sizzi, cioè chi scrive, è nel suo piccolo l’iniziatore e il teorico del lombardesimo. Ma che cos’è il lombardesimo? Si tratta dell’ideologia di riferimento sizziana e, nello specifico, è l’etnonazionalismo, ovviamente indipendentista, applicato alla realtà etnica, storica e nazionale lombarda. È il nazionalismo völkisch lombardo, nato nel 2006 ma teorizzato sistematicamente a partire dal 2009, che oltre al contributo fondamentale di Sizzi, il suo padre fondatore, ha ricevuto solidi apporti soprattutto da parte di Adalbert Roncari, lo storico sodale di Paolo. Il pensiero lombardista afferma l’esistenza di una nazione lombarda che travalica gli attuali, angusti, confini della Regione Lombardia (un apparato burocratico italiano) per abbracciare anzitutto il bacino padano, allargandosi poi all’intera Cisalpina. Vi sono, infatti, tre forme di lombardità: etnica, etnolinguistica (o culturale) e storica; quest’ultima allude alla Grande Lombardia e cioè alla nazione cisalpina nella sua massima estensione. E Grande Lombardia è anche il nome dell’associazione politica fondata da Sizzi, Roncari ed altri nel 2013, erede del Movimento Nazionalista Lombardo creato nel 2011.

Il lombardesimo ha 10 capisaldi identitari e 50 punti programmatici, che via via affronteremo. Ciò che conta sapere sin da subito è che non ha nulla a che vedere con il leghismo (anche secessionista) e, di conseguenza, con tutta la paccottiglia bossiano-salviniana rifilata da via Bellerio negli anni all’elettorato leghista. La dottrina lombardista parla di una nazione storica ben definita, a partire dal suo fulcro etnico, e non di una fantomatica Padania (termine che ha un senso solo geograficamente). Altresì, non si propugna secessionismo, bensì indipendentismo: il secessionismo comporta la separazione di una regione dalla nazione di appartenenza, mentre l’indipendentismo indica l’autoaffermazione di una nazione, di un popolo, nei confronti di uno Stato privo di collante etnico e, dunque, nazionale, lottando per la libertà. La Lombardia, infatti, è una nazione senza Stato, mentre l’Italia è uno Stato senza nazione. Noi lombardi non siamo il nord di alcunché, perché non siamo Italia, come mostrano sangue, suolo, spirito. Nei prossimi articoli approfondiremo la natura dei 10 capisaldi identitari dell’ideologia lombardista.