Sulla dipartita di Umberto Bossi

Non lo stimavo da vivo, non comincerò a farlo da morto per la consueta, untuosa retorica all’italiana, che contagia tutto il mondo politico. Umberto Bossi, venuto a mancare ieri a Varese all’età di 84 anni, è stato una figura molto importante in seno alla cosiddetta “questione settentrionale”, e gli si può riconoscere tranquillamente il merito di aver stimolato una sorta di coscienza unitaria, ancorché sfociata nel cialtronesco secessionismo padanista. Beninteso, non inventò nulla; autonomia e federalismo erano temi già trattati da altri, da Carlo Cattaneo a Gianfranco Miglio, passando per le varie leghe regionali. Il sottoscritto è cresciuto negli anni ruggenti del leghismo celodurista, dei comizi sul pratone di Pontida, dell’invenzione della Padania, delle camicie verdi schierate sul Po per celebrare la dichiarazione d’indipendenza del settembre 1996, e da bergamasco ha sempre avuto modo di constatare il forte radicamento della compagine bossiana nel territorio.

Ma Bossi, nato incendiario, morì pompiere, e dopo aver orchestrato e cavalcato il padanismo intransigente per un lustro (1995-2000), rinnegò il tutto archiviando Padania e secessione, svendendo l’ideale per Roma e l’Italia, e tornando mitemente a cuccia presso la corte del «napoletano del nord» (come amava definirsi Berlusconi stesso). Consacrò, così, il servaggio capitolino della Lega, che spalancò le porte al curatore fallimentare delle istanze cisalpine, Matteo Salvini, e finì la propria carriera tra scandali, “cerchi magici”, codazzo di intriganti ausonici. D’altra parte, Umberto violò per tre volte l’endogamia con una donna di origini siciliane, e pure l’ex felpato emulò il capo ingravidando una pugliese. L’identità, specie per chi sostiene di “avercelo duro”, dovrebbe cominciare dalla camera da letto.

Dopo il 2000, via Bellerio abbandonò ogni velleità seriamente identitaria, abbracciando il patriottismo italiano, riempiendosi di sud-italiani e ponendo le basi di ciò che, definitivamente, è divenuta oggi: un partito di nazionalisti tricoloruti (non senza simpatie fascio-terroniche), banalmente reazionario e baciapile, innamorato di Israele e degli ebrei, leccapiedi degli Stati Uniti e saldamente alleato/suddito della destra romana, senza alcun sussulto di residuo orgoglio alpino-padano. Il “carroccio” è un partito italiano fatto di italiani, ed era già evidente 25 anni fa, quando Bossi e soci presero nuovamente parte ad un governo col «piduista di Arcore», come soleva appellarlo il genio di Cassano Magnago, assieme ad altri gustosi epiteti poi, debitamente, rimangiati.

Qualche ingenuo potrebbe credere che il lombardesimo sizziano sia debitore del senatùr e della Lega Nord: un clamoroso abbaglio. Mai stato simpatizzante/militante leghista, e nemmeno elettore, e ho sempre riconosciuto di stimare non i politici in cravatta verde ma alcuni studiosi, sinceramente identitari, che orbitavano attorno al movimento e che contribuirono, certo, ad animare il padanismo (Bossi, in questo senso, era soltanto un portavoce arruffone). Pensiamo a Gilberto Oneto, Gualtiero Ciola, Sergio Salvi, Federico Prati, Silvano Lorenzoni. Ma il concetto leghista di Padania, a ben vedere, era soltanto una messinscena pressapochistica che andava dalle Alpi a Terni, includendo la vera Italia centro-settentrionale (Toscana, Umbria, Marche), e adoperava un coronimo di recente conio che cassava la natura etnica cisalpina, e cioè la Grande Lombardia. Inoltre, il tema del secessionismo era del tutto fallace, perché faceva passare l’idea che un pezzo di Italia dovesse staccarsi dal resto della (presunta) nazione, quando in realtà la Cisalpina non è il nord di alcunché.

Il lombardesimo è nazionalismo etnico panlombardo, mentre il leghismo non è mai stato etnonazionalista, e non ha mai parlato di Lombardia in senso etnico, linguistico e storico. Sebbene, va detto, il periodo 1995-2000 rappresentasse una rivolta sui generis contro il sistema-mondo. Il pensiero sizziano si fonda sulla lezione dei movimenti völkisch sangue, suolo e spirito, applicandola alla realtà padano-alpina, che a tutti gli effetti costituisce un’entità nazionale ben precisa, e rielaborandola in maniera inedita e originale mediante la cifra filosofica dell’etno-razionalismo. Con uno sguardo al GRECE e alla “nuova destra” d’oltralpe. Questa riscoperta identitaria granlombarda, che a dire il vero ha tutto l’aspetto di una palingenesi, una rivoluzione, è stata possibile, anzitutto, grazie alla cultura, all’antropologia, alla genetica, alla linguistica, agli studi del territorio e del folclore, all’approfondimento storico e a un sentimento patriottico “giovane” che, noto, sta diffondendosi, augurandomi che lo scrivente possa esserne in parte ispiratore. Assieme, ovviamente, a tutti gli altri sodali lombardisti. Sit tibi terra levis, Umberto, ma il lombardesimo, per fortuna, non è leghismo.

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