Natura

L’uomo ha plasmato la cultura, la civiltà, la spiritualità ma, nondimeno, è parte integrante della natura. È un animale, e non può sottrarsi alle leggi naturali, per quanto evoluto e progredito possa essere. Per tale ragione il lombardesimo ha particolarmente a cuore la dimensione più intima dell’essere umano, che è il contatto primordiale con la flora, la fauna, l’ambiente, fonte inesauribile di benessere e occasione di rinascita per tutti noi, in particolare per quanti costretti a vivere in realtà cittadine e metropolitane tentacolari. Oggi dobbiamo fare i conti, soprattutto in Padania, con cementificazione, inquinamento, sovrappopolazione e con una comunità sfigurata dai mali frutto della globalizzazione e del sistema capitalistico. Se da una parte può rendere orgogliosi dei propri primati, dall’altra lo sviluppo si rivela infido, stritolando nei suoi ingranaggi un popolo sempre più ridotto a massa informe piagata dalla modernità, e quindi da fenomeni nefasti come l’immigrazione di massa e la società multirazziale.

Molti non lo comprendono, soprattutto se si tratta dei cosiddetti “verdi”, ma il concetto di villaggio globalizzato è una minaccia mortale che pende sul capo delle nostre nazioni, quelle vere, angariate oltretutto da meri contenitori statuali che non hanno alcun collante etnico, culturale, linguistico, storico. È il caso della Lombardia, oppressa dall’Italia ottocentesca, incatenata ad un carrozzone funebre che sta conducendo il popolo lombardo all’estinzione, certo anche con la propria auto-genocida complicità. E allora, ripartire dalla natura, dalla dimensione rurale, dall’ambiente incontaminato può essere l’opportunità di rinascere come comunità di sangue, suolo e spirito, corroborando l’ideologia lombardista grazie alla saggezza dell’econazionalismo. Anzi, è lo stesso lombardesimo a presupporre l’ambientalismo patriottico, perché le nostre radici terragne depongono a favore del recupero di una sensibilità in linea col dettato naturale. Se vogliamo avere un futuro occorre sconfiggere il mondialismo e le sue perverse logiche, nella consapevolezza che allontanarsi troppo dalle origini implica, inevitabilmente, perdersi.

La questione sud-italiana e la Lombardia

La Grande Lombardia, la Lombardia storica, è una nazione a sé, per quanto dormiente, che nulla ha a che vedere con l’Italia etnica, col cosiddetto centrosud. La Cisalpina ha una propria peculiare identità, anche antropologica, che la smarca dal contesto genuinamente italico, presentando al massimo una parziale sovrapposizione con Corsica e Toscana. La penisola rappresenta la vera Italia, escludendo le Lombardie, e lo stacco si fa abissale prendendo in considerazione il settore meridionale italiano etnico. Non è solo una mera questione geografica, è anche e soprattutto etnica, genetica, culturale, linguistica, spirituale, identitaria poiché la Padania è un mondo a parte, rispetto al sud.

Le differenze che intercorrono tra noi e loro sono inconciliabili, e non è una questione di razzismo e di discriminazione, ma di realtà oggettiva, senza naturalmente che gli ausonici vengano considerati inferiori. Siamo popoli diversi ed incompatibili, figli di vicissitudini storiche affatto differenti, che ci parlano di nazioni agli antipodi ficcate sotto lo stesso tetto politico, con risultati disastrosi. La dicotomia fra Lombardia e Italia riguarda anche il settore tosco-mediano, ma si fa drammatica prendendo in considerazione, appunto, l’ambito meridionale. Non c’è nulla di male in questo, e sarebbe auspicabile che ogni popolo andasse fiero delle proprie origini, senza soverchiare gli altri.

Proprio per tale ragione, l’indipendenza della Grande Lombardia è giusta e sacrosanta, così come l’autoaffermazione di un’Italia etnica senza lombardi e sardi. La questione sud-italiana, con l’innaturale unificazione, è soltanto peggiorata, poiché la sua soluzione sta in un mezzogiorno che finalmente cammini con le proprie gambe, senza più assistenzialismo e ogni altra magagna frutto del centralismo romano e del retroterra corrotto e mafioso di quei territori. Per non parlare del fenomeno migratorio “interno”, che ha portato più di un milione di sud-italiani a stabilirsi nella Grande Lombardia, soprattutto occidentale, con ricadute nefaste che tutti conosciamo.

L’immigrazione di massa è sempre sbagliata, non risolve i problemi di chi migra e aumenta soltanto quelli di chi è costretto ad accogliere, vedendo il tessuto etnoculturale originario della propria comunità compromesso e disgregato inesorabilmente. Certo, anche per colpa degli stessi indigeni, carenti di coscienza identitaria e patriottica. Lo stesso discorso vale per la violazione dell’endogamia, che ha portato ad un pazzesco rimescolamento tra lombardi e italiani etnici: se i connotati biologici periscono, viene a mancare la base fondamentale su cui si edifica l’identità di un popolo e di una nazione. Ed è davvero un peccato, e direi un’aberrazione, che in molte città cisalpine l’elemento etnico indigeno sia andato quasi del tutto ad estinguersi.

L’indipendenza della Grande Lombardia sarebbe una preziosa occasione di riscatto anche per gli stessi sud-italiani, rassegnati alla depressione, alla fuga dalle loro terre, al pessimismo e al fatalismo e a volte al crimine o alle furberie levantine. Il sistema-Italia è unicamente un guaio, per tutti, in primo luogo perché comporta la distruzione del profilo identitario dei vari popoli a sud delle Alpi, costretti nel medesimo stato, logicamente senza nazione. Siamo certi che dare la libertà alla Cisalpina sia rendere giustizia all’etnia, alla comunità, alla storia, non in spregio degli italiani ma per amore della verità e dell’identità. E così, un’Italia restituita a se stessa avrà modo di ripartire, finalmente davvero unita e coesa nella sua reale dimensione patriottica.

Lombardia comunale

Croce di San Giorgio

Nell’XI secolo, dunque, con il termine ‘Lombardia’ si era soliti indicare buona parte dell’attuale nord della Repubblica Italiana, ad esclusione di poche aree: Regione Lombardia (con la Svizzera “italiana”), Emilia, Piemonte, Liguria, Verona, Trento e il Veneto continentale ricadevano nel suddetto concetto.

La Romagna, con Bologna e Ferrara, passò alla Chiesa; nel Triveneto, assieme alla Marca di Verona, andò affermandosi la Repubblica di Venezia; nel Tirolo storico si affacciarono genti baiuvariche. La Marca veronese venne poi sostituita dal Patriarcato di Aquileia, dal Principato vescovile di Trento e dalle varie signorie venete.

La Toscana, terra di cui i Longobardi si innamorarono e che assieme alla Padania rientrava nella Langobardia Maior, divenne invece Marca di Tuscia, e poi Margraviato di Toscana.

La Lombardia medievale rinsaldò la natura di anello di congiunzione tra mondo mediterraneo ed Europa centrale; chi doveva recarsi a sud delle Alpi, all’epoca, parlava di ‘Lombardia’, nonostante il Regno d’Italia, che era comunque un’entità inconsistente dal nome che si rifaceva retoricamente ai fasti romani.

‘Lombardia’, come etnico della nostra nazione, è preferibile a ‘Padania’, perché il secondo è un termine meramente geografico, al di là della politica, che può giusto indicare il bacino idrografico del Po, senza accezione etnoculturale.

Tornando a noi, nel 1097 si ha notizia certa a Milano dell’esistenza di un consulatus civium, prima espressione istituzionale del comune milanese, avviato a rivendicare la prerogativa di governo della città.

Il libero comune, fenomeno che prese piede nella Cisalpina e in Toscana, nacque per svincolare le città cisalpine e toscane dal controllo, a volte oppressivo, del potere imperiale, soprattutto in materia di esazioni; poté affermarsi, comunque, perché l’Impero latitava, ma si faceva sentire quando si trattava di riscuotere. Il feudalesimo, in ambito subalpino, attecchì poco e questo permise ai cittadini benestanti, borghesi diremmo oggi, di coagularsi attorno al potere vescovile, che supplì al vuoto lasciato dal potere laico sia reale (Regno Italico medievale) sia imperiale (Sacro Romano Impero). Il grosso dei signorotti longobardi, insediati nei loro castelli del contado, era dalla parte dell’imperatore.

Facile capire come, in un’epoca in cui infuriava la lotta per le investiture tra Papato e Impero, venissero a crearsi due opposte fazioni, guelfi e ghibellini, dove i primi oltre a sostenere le autonomie comunali parteggiavano per il papa.

Col tempo, il comune si svincolò però anche dal potere politico esercitato dal vescovo, nonostante che fosse proprio questi a legittimarlo.

Nel periodo 1110-1126, istituzioni comunali volte, per l’appunto, a sostituire il potere politico dei vescovi, si affermarono a Como, Cremona, Bergamo, Brescia e Mantova.

In breve tempo, nel XII secolo, il libero comune medievale divenne la predominante forma politica lombarda, fenomeno originale e originario proprio della nostra terra, e poi esteso al resto dell’Europa occidentale. Fu espressione della mentalità borghese, mercantile, artigiana, laica, cittadina dei lombardi, desiderosi di affrancarsi dal feudalesimo, per quanto debole, e dalle usurpazioni dei castellani di stirpe germanica delle campagne.

In realtà, l’incastellamento del contado portava anche benefici, visto che in un’epoca come quella medievale la protezione del signore locale faceva un po’ comodo a tutti.

Il comune era però espressione dei borghesi e dei loro interessi, non certo dei popolani.

Questa istituzione, nonostante che fosse cresciuta all’ombra dei vescovi e parteggiasse più per il papa che per l’imperatore, era mirata a difendere il tornaconto delle classi agiate, e non tanto i privilegi della Chiesa. La retorica moderna ha certamente esagerato le implicazioni ideologiche dello scontro fra guelfi e ghibellini, e fra comuni e Impero. La questione che teneva davvero banco era economica, e il cielo sa quanto sia cara in Lombardia (vedi la Lombard Street di Londra, la via dei banchieri, appunto, cisalpini [1]), una terra dominata dalla laboriosa, ma spesso anche gretta, mentalità alpina.

Le etichette ‘guelfo’ e ‘ghibellino’ (come la maggior parte delle etichette di comodo) non indicavano il bigotto e l’anticristo (bigotti, diremmo oggi, erano entrambi gli schieramenti) ma, per usare terminologie moderne, gli “autonomisti” e i “centralisti”, laddove i primi volevano, più che autodeterminazione, autonomia economica (essendo ceto mercantile, prevalentemente) e i secondi volevano rimanere fedeli all’imperatore in tutto (essendo per lo più ceto nobiliare). Naturalmente sorsero anche nobili guelfi, spesso però dalla mercatura, e non dal campo di battaglia, come i nobili guerrieri e proprietari terrieri di origine germanica.

I liberi comuni, tutto sommato, non mettevano in dubbio l’autorità dell’imperatore in Padania.

Nel 1155, Federico I Hohenstaufen detto “Barbarossa”, certamente uno dei più grandi, venne incoronato re d’Italia a Pavia, essendo tale titolo associato a quello di sacro romano imperatore.

I malumori lombardi crebbero perché il Barbarossa rivendicava pretese su tutta l'”Italia”, bramando un impero che fosse davvero europeo e che assorbisse tutta la penisola, sotto il suo diretto controllo. Un’idea che a suo dire poteva essere nobile, molto romana, ma perseguita male e lasciandosi andare troppo spesso alla violenza, calando a sud delle Alpi per castigare duramente chi si ribellava.

Egli si inserì nella politica cisalpina approfittando delle diatribe tra Milano e i comuni vicini, vessati dal capoluogo lombardo in espansione, prendendo le parti dei secondi, di Lodi soprattutto (da lui rifondata dopo che Milano la distrusse), e usando queste lotte come pretesto per intervenire cercando di assicurarsi così il dominio della Val Padana.

Le vessazioni, i taglieggiamenti, le prepotenze e le sanguinarie ritorsioni contro i milanesi, che videro a loro volta la propria città rasa al suolo, e contro coloro che non volevano piegare il capo di fronte all’esosa autorità imperiale crescevano, e anche il papa, Alessandro III (colui a cui fu dedicata la città piemontese di Alessandria) ne approfittò schierandosi dalla parte dei comuni ribelli. L’ingerenza clericale si è spesso rivelata fatale, nelle vicende nostrane, ma certamente ha ritardato l’innaturale processo di unificazione.

Cosicché, secondo la tradizione, il 7 aprile 1167 si giunse al fatidico giuramento nell’abbazia benedettina di Pontida, nel Bergamasco, dove Milano, Bergamo, Cremona, Mantova, Brescia siglarono il patto della Concordia, che sancì la nascita della Societas Lombardiae, la Lega Lombarda.

È stato fatto largo uso e abuso retorico di Pontida, come di Legnano, prima in chiave risorgimentale, poi in chiave leghista; il problema è che, nei fatti, si combatté il Barbarossa, e poi il nipote Federico II, in nome degli interessi economici e politici dei comuni, che nemmeno volevano staccarsi dall’Impero, ma semplicemente avere autonomia. Certo, la Lega Lombarda, già a partire dal nome, fu comunque espressione dei nostri territori, ed è quindi lecito ricordarla con orgoglio identitario.

Legnano ostacolò l’unificazione, ritardandola, anche se permise al papa di ficcare sempre più il naso negli affari delle città lombarde. D’altra parte, Federico I inseguì un ideale imperiale “universale” cioè di respiro europeo, ma lo fece in maniera troppo arrogante, prepotente e sanguinaria, inimicandosi la Padania.

Riprendendo il resoconto, nel giro di poco alla Lega aderirono la maggior parte delle principali città lombarde tra cui Lodi, Piacenza, Parma, Modena, Reggio, Vercelli, Alessandria, Asti, Como, Novara, Pavia, Tortona, Varese e Vimercate.

I granlombardi occidentali ottennero l’appoggio della Lega Veronese (Verona, Padova, Treviso e Vicenza), che confluì nella Lega Lombarda, di Venezia, Genova, Torino, Ferrara, Bologna e Faenza e, come sappiamo, di Roma, che cavalcò a suo favore la questione, soffiando sul fuoco dell’anti-ghibellinismo.

La Lega si strinse attorno ai suoi simboli, e questo certamente è suggestivo: la croce rossa in campo bianco, di San Giorgio, stemma di Milano e bandiera storica di Lombardia (qualcuno dice mutuata da Genova ma più probabilmente dai blasoni dei primi vescovi milanesi), divenuta poi emblema di molte importanti città padane solidali con Milano, città odiatissima dal Barbarossa, come Mantova, Lecco, Vercelli, Ivrea, Alba, Alessandria, Reggio, Bologna, Padova, opposta all’imperiale Croce di San Giovanni Battista che ne è il negativo e che forse deriva dalla rossa Blutfahne, la bandiera da guerra dell’esercito imperiale; la croce di Ariberto da Intimiano; il carroccio, ideato nel 1033, pare dallo stesso vescovo milanese ribelle, che era in sostanza una sottospecie di carro da guerra, possente ed ingombrante, trainato da buoi, in cui stavano in bella mostra le insegne dei combattenti della propria fazione, e in cui il comandante assisteva alle operazioni belliche, e dove i preti celebravano i sacri uffici per accattivarsi i favori del Cristo e rincuorare i guerrieri durante la battaglia.

La Croce di San Giovanni è stemma di altre città “settentrionali”, come Cuneo, Asti, Novara, Pavia, Fidenza, Lugano, Como, Vicenza, Treviso, ma anche del Piemonte, del Monferrato, di località valtellinesi e ticinesi.

Il 29 maggio 1176 Lega e imperiali si scontrarono a Legnano, nell’Alto Milanese: le milizie lombarde, il cui nerbo era rappresentato dalla fanteria comunale, sicuramente non capitanate dall’immaginario Alberto da Giussano [2], sconfiggono l’esercito del Barbarossa, con la sua cavalleria pesante, che si vide costretto a riconoscere, tramite la pace di Costanza del 1183, diritti e autonomie comunali.

Per noi lombardisti, il 29 maggio è la festa della Lombardia etnica, anche se preferiamo non esagerarne l’esaltazione, ricordando comunque il 5 di settembre (1395), data di nascita del Ducato di Milano, ente ghibellino fedele all’Impero e territorialmente esteso in buona parte della Lombardia. La battaglia di Legnano rimane, ad ogni modo, profondamente affascinante, ed è giusto celebrarla ancor oggi, al netto della propaganda italianista e legaiola.

Tramontato il sogno imperiale del Barbarossa, i comuni lombardi, nati non per sentimento patriottico ma per spirito “liberale” (come diremmo oggi), per quanto certamente frutto della civiltà padana di cui siamo depositari, ripresero a scannarsi e a darsele di santa ragione, come del resto avevano fatto anche prima di Pontida e Legnano. E questo è il limite dell’epopea comunale, che fece leva sugli orgogli cittadini, più che su di un sentimento patriottico lombardo, anche se l’idea di patria è qualcosa di affatto moderno, romantico.

E come i litigiosi comuni, fecero poi le signorie, che invece di fare fronte comune per unire il Paese – la Lombardia, ovviamente – arrivarono a tirarsi in casa lo straniero per farsi la guerra, col risultato che questi se ne approfittò e finì per diventare, infine, il padrone delle terre lombarde per lungo, lungo tempo.

Note

[1] E questo perché, come dicevamo, i padani erano chiamati lombardi anche all’estero. Si pensi, ad esempio, ai banchieri piacentini e astigiani, o alle colonie gallo-italiche di Sicilia e Lucania.

[2] Secondo gli storici, tale ruolo è da attribuire a Guido da Landriano.

Prole

I figli sono la benedizione di ogni unione eterosessuale tra uomo e donna, frutto della paternità e della maternità. Sono la prosecuzione della stirpe, dunque il futuro della nostra nazione, e oggi come non mai c’è bisogno di ridare vigore alla demografia granlombarda, dissanguata dalla denatalità, dall’immigrazione e dal culto di consumismo ed edonismo che isterilisce il grembo delle donne occidentali, azzoppando peraltro la virilità. Non è vero che non si fanno più figli perché mancano le risorse: non si fanno più figli perché mancano drammaticamente i valori, e non a caso le relazioni sono sempre più liquide ed instabili, usa e getta, con matrimoni che si sfasciano dopo pochissimo tempo grazie anche alla santificazione del divorzio, sdoganato e normalizzato da una società auto-genocida. La gente non ha più pazienza, non ha voglia di fare sacrifici, non vuole rinunciare al soddisfacimento del proprio ego in favore della creazione di una famiglia, vista ormai come un ingombro e una scocciatura. E questo mentre il terzo mondo e gli allogeni che da lì provengono continuano a sfornare marmocchi con ritmi selvaggi, senza preoccuparsi delle fisime occidentali.

Paghiamo lo scotto della sedicente emancipazione sessuale femminile: il sistema ha convinto le donne che possono giocare al dongiovanni in gonnella fino a 40 anni e oltre, con ricadute tragiche in termini di natalità. Chiaramente si parla di femmine europee, non immigrate, dato che l’allogeno non rinuncerebbe per nulla al mondo alla propria tradizione, ai propri usi e costumi, alla propria religione. In un Occidente dove gli uomini vengono demonizzati e castrati e le donne messe sul piedistallo solo perché donne, in nome del cancro femminista, ecco che le culle sono sempre più vuote e le pance sempre più piene, con la razza bianca che continua inesorabilmente a scavarsi la fossa da sola. Lo chiamano progresso, sviluppo, benessere, ma non è altro che la tomba di un’Europa vieppiù decrepita e pronta ad essere completamente sostituita dalle “risorse” alloctone. Per questo occorre recuperare il senso comunitario e la solidarietà etnonazionale, affinché le nostre terre abbiano un domani roseo, invertendo la rotta di un continente che appare destinato ad inabissarsi, sommerso dallo tsunami migratorio e dalle pulsioni suicide figlie della società capitalista dei consumi.

Il problema migratorio nell’ottica lombardista

L’immigrazione è uno dei problemi più spinosi della contemporaneità, segnatamente nel mondo occidentale. L’Europa, in particolare, viene dal dopoguerra presa d’assalto da allogeni da ogni dove, e non solo negli ex Paesi colonialisti, ma pure in territori che non hanno alcuna tradizione coloniale, come nel caso della Grande Lombardia. In Padania, infatti, si sono riversate torme di immigrati, a partire dal colossale esodo sud-italiano verso il cosiddetto triangolo industriale, caratterizzati dalle origini più disparate, proprio perché nelle nazioni dell’Europa meridionale l’immigrazione ha un carattere nettamente scomposto e cosmopolita. Non soltanto, dunque, migrazioni “interne”, anche flussi provenienti da quattro continenti, in ossequio a quell’agenda mondialista che vuole spopolare il terzo/quarto mondo per far esplodere il nostro continente.

L’immigrazione, soprattutto di massa, è sempre sbagliata, sia che si tratti di scandinavi, sia che si tratti di sub-sahariani. Certo, vi saranno popoli più compatibili di altri, ma ogni spostamento massiccio di popolazioni implica la distruzione del tessuto etno-razziale e culturale originario della nazione costretta ad accogliere. Nella Cisalpina è successo, appunto, anzitutto coi sud-italiani, che hanno aperto le danze e costituiscono senza dubbio il più nutrito elemento allogeno nei territori padano-alpini, arrivando poi a registrare l’afflusso di genti variopinte: negridi, nordafricani, albanesi, romeni, cinesi, sudamericani, arabi, asiatici.

A questi, e a molti altri, vanno sommati gli ebrei e gli zingari, allogeni storici del territorio europeo, che rappresentano comunità nelle comunità, contribuendo a disgregare il carattere indigeno dei Paesi europidi. Certo, l’immigrato più problematico è quello integrato, mimetizzato (si prendano i sud-italiani, dilagati nella valle del Po e rimescolatisi con gli indigeni), e la responsabilità degli autoctoni è sicuramente decisiva, specie considerando la violazione dell’endogamia. Le comunità chiuse di migranti, pensiamo ad esempio ai cinesi, non hanno una portata esiziale come quella di altri allogeni, per quanto, si capisce, costituiscano anch’esse un corpo estraneo, in terra granlombarda ed europea.

L’immigrazione viene fomentata, e giustificata, da quel parassitismo locale che sfrutta gli allogeni per il proprio tornaconto, in barba ai destini del popolo indigeno, che subisce il peso degli esodi. Invece di aiutare le genti sottosviluppate a casa propria, soprattutto per frenarne i selvaggi ritmi riproduttivi e disinnescarne la bomba demografica, si preferisce spalancare le porte a chicchessia con la scusa della solidarietà, della pietà cristiana, dell’umanitarismo e del terzomondismo, senza comprendere – o forse comprendendolo perfettamente – che così facendo non si risolvono i problemi di chi migra, ma si aumentano drammaticamente quelli di chi accoglie. Come se non ci fossero poveri, infelici ed emarginati nostrani, chiaramente liquidati per far posto a quelli esotici.

Inutile fare gli ipocriti benpensanti: gli immigrati alimentano inevitabilmente la criminalità, il degrado, il disagio, i casi di cronaca, le carceri, la sostituzione etnica e razziale dei vecchi e costosi europei. Sono la materia prima dello sfruttamento, l’esercito di riserva del grande capitale apolide, la massa amorfa ghettizzata da quelli bravi e buoni pronta ad esplodere e conquistare città e paesi lombardi, sempre che non l’abbia già fatto. A chi irride coloro che parlano di sostituzione etnica, ricordo sempre la questione sud-italiana, di gente venuta da un Paese straniero che ha preso il posto degli indigeni – ovvio, anche per colpa di quest’ultimi – nei loro centri e che, oltretutto, viene usata da Roma per controllare la Cisalpina. Ed è proprio questa l’assurdità della situazione nostrana (e di altri luoghi d’Europa), e cioè una nazione mai stata colonialista oggi ridotta a colonia di disparati gruppi etnici e razziali, a partire dagli italiani.

Lombardia altomedievale

Regnum Italiae

I Longobardi, gli “uomini dalle lunghe barbe”, già Vinnili (“i combattenti vittoriosi”), si stanziarono dunque in Lombardia e le tramandarono il nome.

Questo non fa di noi dei germanici, si capisce, bensì dei gallo-romani germanizzati in superficie, europei sudoccidentali con influenze centrali, dunque europei centromeridionali.

I Longobardi hanno corroborato, dove più e dove meno, la toponomastica, l’onomastica, gli usi e costumi, il diritto, gli idiomi, la mentalità e naturalmente l’etnia, ma tutto sommato in maniera contenuta.

Grazie ad essi in Lombardia sorsero il complesso di Castelseprio e il monastero di San Salvatore a Brescia, capolavori dell’arte longobarda oggi patrimonio dell’umanità (sebbene non serva certo l’Unesco per ritenerli tali). Anche la Corona Ferrea conservata a Monza è un gioiello dell’arte altomedievale, simbolo cisalpino prestato ad una dubbia italianità di cartapesta. Ricordiamo, naturalmente, l’importante lascito nordico in territorio friulano, pure in termini artistici.

Vengono convenzionalmente chiamati “barbari” ma l’appellativo è ingiusto; sebbene popolo straniero invasore, inizialmente duro conquistatore e padrone, col tempo i Longobardi assorbirono la cultura classica e la latinità fondendosi con gli autoctoni e guidando la nazione, assieme alla Toscana. L’eredità germanica in genere e longobarda nello specifico si mantenne viva segnatamente grazie ai nobili, anche se un apporto biologico e antropologico è ancor oggi riscontrabile in tutti i lombardi. E il Regno longobardo raggiunse un grado di civiltà unico, nel panorama dell’Europa occidentale del tempo.

La Lombardia divenne grande con Agilulfo e Teodolinda, e poi con Rotari (il sovrano dell’Editto del 643), Grimoaldo, Pertarito, Liutprando (con cui il regno giunse all’apogeo, annettendo i due ducati centromeridionali di Spoleto e Benevento), per quanto ormai la nostra terra fosse quasi del tutto cattolicizzata; nella battaglia di Cornate d’Adda, 689, il re cattolico Cuniperto e l’esercito sconfissero la fronda ariana del duca di Trento Alachis e dei rivoltosi dell’Austria longobarda, spianando così la strada alla conversione cattolica di tutti i Longobardi, certamente un fatale passo verso la Roma papalina.

Liutprando, il più grande sovrano longobardo, sostenendo il cattolicesimo a spada tratta spinse anche per la fusione definitiva dell’elemento longobardo con quello romanico, cosa che prima non era vista di buon occhio dai conquistatori, fautori di una rigida endogamia [1].

Con Ratchis e Astolfo l’epopea longobarda giunse ormai quasi al termine, nonostante il valore soprattutto dell’ultimo, fiero avversario della Chiesa, di Bisanzio e dei Franchi.

La Langobardia Maior aveva via via conquistato tutta la Val Padana, la Liguria, l’Emilia estrema, parte della Romagna, e i Longobardi si erano spinti nell’Italia etnica sconfiggendo ripetutamente i Bizantini, accaparrandosi territori italici, e ricongiungendosi alla riottosa Langobardia Minor meridionale.

Certamente avrebbero voluto riunire in maniera duratura l’antico regno di Teodorico, ma il papa impedì in ogni modo possibile l’innaturale unificazione di un finto Paese, certo complottando e intrigando con lo straniero, affinché calasse a sud delle Alpi per sconfiggere i Longobardi. Il Vaticano ci farcisce di stranieri fin dal primo Medioevo, per quanto abbia sempre meritoriamente ostacolato l’unità dell’Italia artificiale.

I Longobardi avrebbero dovuto limitarsi al settore padano-alpino, a nord dell’Appennino, poiché già la Toscana risulta essere un territorio forestiero, nel contesto della Lombardia storica.

I maneggi tra pontifici e Franchi segnarono il destino del regno dei Longobardi, ma non dei Longobardi che, di fatto, anche con i Franchi, continuarono a tenere ben salde le redini del comando territoriale, fondendosi sempre più con i vecchi autoctoni gallo-romani e mantenendo una certa autonomia dirigenziale.

La fine giunse con Pipino e poi con suo figlio Carlo Magno, quando a Roma sedevano sul soglio pontificio prima Stefano II e poi Adriano I, che non fecero altro che lagnarsi all’indirizzo della Francia affinché sgominasse la Langobardia e il pericolo che gravava sul Vaticano, e sul territorio che tiranneggiava, il Ducato romano.

Grazie a Pipino, che sconfisse per primo i Longobardi rompendo i buoni rapporti che intercorrevano con essi in quel momento storico, nacque lo Stato della Chiesa (756), e nel 773-774 scoppiò la fatale guerra tra i due popoli germanici che portò al tracollo del regno sotto Desiderio e suo figlio Adelchi; nel 774 i Franchi conquistarono Pavia e Carlo Magno, secondo vincitore dei Longobardi, divenne “gratia Dei rex Francorum et Langobardorum“. Egli riorganizzò l’entità statuale longobarda con conti al posto dei duchi, collocati nelle città già sedi di ducati.

Nel 776 fallì la ribellione anti-franca nella Padania orientale e la regalità longobarda si spostò così nel centrosud, a Spoleto, Benevento, Capua e Salerno.

Ciò nonostante il grosso dei Longobardi rimase al “nord”, la classe dirigente si mantenne longobarda e il diritto longobardo rimase in vigore sino a ‘400 inoltrato, in taluni casi, chiaro segno che l’etnia indigena non aveva perso e si era armonicamente fusa con i “vinti” di un tempo, gallo-romani, portando a compimento l’etnogenesi subalpina. Non dimentichiamoci però che i Longobardi influirono discretamente anche in Toscana e più a sud, in alcune località soprattutto del Sannio, sebbene nel meridione non siano state trovate necropoli di quel popolo.

Nel 781 Carlo Magno riconfermò a Pavia la dignità di sede centrale del Regno italico (o meglio, del Regno longobardo non più sovrano che assunse il nome di Regnum Italiae, fondamentalmente Padania e Toscana, già Langobardia Maior) ponendo sul trono suo figlio Pipino I. Successivamente, il potentato passò a Lotario, figlio di Ludovico il Pio, nuovo imperatore dopo il padre Carlo Magno, che lo strappò a Bernardo, figlio di Pipino I.

Le vicende franche prima ed imperiali poi, portarono alla calata in Lombardia di alcuni gruppi di immigrati teutischi tra cui, oltre ai Franchi, vanno ricordati Svevi, Alemanni, Bavari, stranieri che andarono a rimpolpare la nobiltà, più che il popolo.

Nell’888, in seguito allo sfaldamento dell’Impero carolingio, Berengario, marchese del Friuli, divenne il primo dei reucci italici, che battagliarono per il possesso dell’attuale nord della Repubblica Italiana. Di fatto, il Regno d’Italia, era un’entità vassalla dei transalpini, con un nome che rievocava fasti romani ma senza alcuna connessione al reale elemento etnico della Lombardia. Oltretutto, il regno si allargò poi comprendendo anche l’Italia mediana.

Nell’891 nacque invece la Marca di Lombardia, per volontà dell’imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica (succeduto a quello franco) Guido da Spoleto, che riuniva i comitati di Milano, Como, Pavia, Seprio, Bergamo, Lodi, Cremona, Brescia, Mantova, Piacenza, Parma, Reggio di Lombardia, Modena.

Il Regno d’Italia medievale (781-1014) non fu mai una compagine statale capace di imporre la propria autorità, e la corona fu un titolo meramente formale, per quanto prestigioso e ambito potesse essere. Chi comandava fattivamente era l’imperatore germanico di turno.

Nel 950-951 il re Berengario II riorganizzò il territorio del nordovest “italiano” creando tre marche imperiali: Marca Aleramica (Liguria centro-occidentale e Piemonte centromeridionale), Marca Arduinica, già Anscarica (resto del Piemonte, Torino e Ivrea, con la Liguria occidentale) e la Marca Obertenga, che assorbì la precedente marca lombarda (Lombardia transpadana e cispadana più la Liguria orientale e l’Apuania). Queste tre entità territoriali presero il nome dai nobili che le governarono per primi.

Gli Obertenghi erano un nobile casato longobardo di origine milanese, il cui capostipite Oberto I fu il primo reggente della marca suddetta. Da essi si generarono grandi dinastie come i Pallavicino, i Cavalcabò, i Malaspina e soprattutto gli Estensi.

Le tre marche suddette riunivano il territorio della Grande Lombardia occidentale, che già a partire dalla tarda epoca imperiale (romana) veniva indicato come “Liguria” [2]. La porzione orientale, invece, come “Venetia” [3].

Nel 961-962 l’imperatore Ottone I unisce la corona d’Italia-Lombardia al Sacro Romano Impero; egli investì i vescovi di poteri politici inserendoli come vescovi-conti nel sistema feudale, aprendo le famigerate lotte per le investiture e gettando il seme dei futuri scontri tra autonomia comunale (e strumentalizzazione papalina) e autorità imperiale, tra guelfi e ghibellini, tra signori longobardi-lombardi (un esempio è la saga di Matilde di Canossa) e imperatori.

La corona d’Italia venne ereditata ai successori di Ottone fino al 1002. In quell’anno prese il potere Arduino d’Ivrea, desideroso di colmare il vuoto di potere lasciato dall’Impero nella Padania, divenendo re d’Italia.

Ebbe filo da torcere sia dalla Germania che dalla Chiesa e proprio per questo viene romanticamente visto, dalla retorica risorgimentale, come primo re “nazionale” d’Italia, per l’affrancamento dal potere d’Oltralpe e da quello clericale.

Regnò fino al 1014, quando, circondato da nemici, alleati dell’imperatore Enrico II, depose le insegne regali e si ritirò in un’abbazia. Con la sua abdicazione finì il Regnum Italiae.

Esso cessò di fatto di esistere con l’avvento delle autonomie comunali, volte a sostituire il potere politico dei vescovi.

Abbiamo così varcato il 1000, fine convenzionale dell’Alto Medioevo (e non del mondo), e germe della stagione comunale, certamente vanto e fiore all’occhiello della Lombardia medievale.

Chiudo questo articolo con una riflessione sul toponimo ed etnonimo lombardo: il susseguirsi delle vicende altomedievali fa capire come ‘Lombardia’ non sia che la contrazione di ‘Langobardia/Longobardia’, un nome di conio bizantino invalso ad indicare i possessi longobardi sia tosco-padani che italiani; mantenendo il potere, seppur simbolico, a Pavia (già capitale del Regno longobardo), il toponimo ‘Lombardia’ passò squisitamente a designare il settentrione [4] della RI, la Cisalpina, che diventò Regno d’Italia medievale, certo con Toscana e Italia centrale.

La frammentazione dei potentati padani portò Piemonte, Liguria, Emilia e Lombardia convenzionale a seguire strade differenti e tale nome, nell’accezione contemporanea, è passato ad indicare soltanto l’omonima regione creata da Roma.

Chiaro, la Regione Lombardia ha un precedente in quella che era la Lombardia austriaca, ma per come la conosciamo oggi resta un ente artificiale, un moncone di Lombardia etnica, per quanto centrale. Nondimeno, sino alla sciagurata unità ottocentesca, il concetto di Lombardia storica, figlio del Medioevo e dell’etnogenesi lombarda realizzatasi grazie proprio ai Longobardi, comprendeva buona parte della Cisalpina, soprattutto nel suo cuore padano.

Note

[1] Va comunque detto che la rilettura moderna dell’Editto di Rotari non mette in luce una chiara discriminazione nei riguardi degli assoggettati, perciò non si può parlare pacificamente di leggi atte alla difesa dell’endogamia germanica, e ad un “razzismo” nordico. Appare, altresì, utile rammentare che gli stessi Longobardi non erano un popolo puramente germanico.

[2] Gunther di Pairis compose un’opera, Ligurinus, dedicata alle gesta del Barbarossa proprio nella Padania occidentale.

[3] C’è da dire che il concetto di ‘Veneto’ è affatto moderno; prima di esso v’era la Serenissima e, prima ancora, la suddivisione medievale in comuni e signorie. Allo stesso modo, attorno al 1000, l’odierno Veneto era parte della Marca di Verona, eccettuate le lagune, erede del potere longobardo. Insomma, anche il Veneto è Lombardia storica.

[4] In particolar modo la porzione occidentale.

Maternità

Se la paternità è inscindibilmente ed incontrovertibilmente legata all’uomo, al sesso maschile, la maternità è una qualità che appartiene solo ed esclusivamente alla donna, al sesso femminile. C’è poco da discettare in materia, e tutte le astruserie di conio liberal nulla possono contro la natura, la biologia, l’antropologia e la fisiologia. Vale lo stesso discorso che si fa a proposito di sessualità: sei uomo, maschio, se hai il pene, e sei donna, femmina, se hai la vagina. Punto. Questo, naturalmente, su di un piano fisico, anatomico, perché sappiamo benissimo che le differenze tra maschile e femminile riguardano anche mente, spirito, attitudini, indole. E la maternità, dunque, è possibile solamente se si è donne, e costituisce la realizzazione della femminilità. Una donna davvero completa è moglie, madre, ancella della patria, in linea coi valori identitari e tradizionali che rappresentano l’ossatura della comunità, e prima ancora della famiglia. Essere madri, soprattutto nell’Occidente decadente odierno, significa anche responsabilizzarsi e affrontare con successo le sfide demografiche, che vedono l’Europa arrancare nei confronti del sud del globo.

Certo, una femmina che diventa madre è semplicemente la natura che fa il proprio corso, non sarebbe nulla di straordinario, in una società sana. Ma oggi, in una temperie in cui le donne vengono avvelenate con le aberrazioni femministe, gli uomini castrati e le famiglie demolite dalla liquidità/fluidità progressista, diventare genitori rispettando l’endogamia è quasi un atto rivoluzionario, eroico, controcorrente, frutto di una coscienza che sa ancora reagire ai colpi infami del sistema-mondo. Il dono della maternità viene inquadrato come fosse quasi una disabilità, un handicap, una zavorra che inchioda la figura femminile al patriarcato e alla sudditanza nei confronti dell’uomo; chiaro, perché la demenza di sinistra indice crociate pure contro la natura e la biologia, viste come parte del gigantesco complotto fallocratico. Ovviamente, tutto questo, ha senso se serve a criminalizzare e condannare l’uomo bianco, perché di fronte alle condizioni della donna nel terzo mondo, e ai ritmi riproduttivi selvaggi di laggiù, gli antifascisti si ritirano in buon ordine.

Contro la peste ideologica del femminismo

Noi lombardisti abbiamo particolarmente a cuore la tradizione, intesa non come retaggio cristiano ma come eredità lasciataci dai nostri padri indoeuropei, e in questo senso difendiamo a spada tratta il rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile, garanzia di salute, integrità, forza e benessere per tutta la comunità nazionale. Uomo e donna, come abbiamo già detto diverse volte, sono differenti e complementari, e per quanto non esista un superiore e un inferiore – in virtù, appunto, della diversità dei sessi -, una donna non può certo ergersi a figura di riferimento per famiglia, società e nazione allo stesso modo di un uomo. Quest’ultimo è la naturale guida, nonché artefice, della civiltà bianca.

Per tale ragione noi avversiamo fermamente il femminismo, inteso soprattutto come veleno progressista atto ad attossicare la comunità seminando zizzania e aizzando la sciagurata guerra tra maschile e femminile. Un conflitto in cui, a rimetterci, è l’intera ecumene europide, lombarda nel nostro caso, in nome di un falso sviluppo fondato sulla sovversione valoriale e la morte di quella tradizione a cui ci appellavamo. Non si tratta di sottomettere la donna, alla semitica, bensì di raggiungere nuovamente quella salutare integrazione che passa per la sinergia e l’armonia dei membri della società, come della famiglia, seguendo il solco tracciato dal patriarcato.

Oggi, in Occidente, la mentalità patriarcale viene demonizzata e criminalizzata, anche se di fatto non esiste più. Viviamo in un mondo in decadenza proprio per via della rottamazione degli ideali e dei principi esaltati dalla componente maschile della comunità, che è quanto ha consentito all’Europa di divenire la culla della civiltà. Il maschio bianco eterosessuale e abile è lo spauracchio del variopinto circo liberal, e la corrente temperie occidentale fa di tutto per annientare identità e tradizione, demolendo l’ordine naturale delle cose. Perché non si tratta soltanto di tradizione, si tratta altresì di natura.

Quella natura che ha reso uomo e donna diversi, in senso antropologico, biologico, fisiologico, fisico, intellettuale e caratteriale, e pensare di calpestarla equivale a distruggere le fondamenta di ciò che ci ha resi grandi, faro di vero progresso (non ideologizzato) per tutto il globo, troppo spesso avvolto dalla barbarie. L’ideologia ha avvelenato il genere femminile (e sesso e genere, che sono solo due, coincidono) instillando nella mente muliebre un turbinio di spazzatura egualitarista che elimina l’armonia comunitaria, stravolgendo dinamiche comportamentali e relazionali. Inutile blaterare di parità, nell’opulento Occidente, dacché è proprio il pervertimento consumistico ed edonistico della donna a rappresentare una piaga letale.

Far passare il messaggio che maschi e femmine siano uguali e dunque intercambiabili (attenzione: non si vuole mettere in discussione il rispetto, ovvio, per la dignità della donna) significa recidere i legami con la natura e la tradizione, arrivando all’assurdo di giudicare e condannare la storia dell’Europa. Anche perché, si sa, il patriarcato da criminalizzare è quello – inesistente – europeo; ciò che accade nel terzo/quarto mondo, invece, dove nemmeno si tratta sovente di società patriarcale ma di barbarie, va minimizzato e giustificato, in chiave antirazzista. Un po’ come con il fascismo: non esiste più, ma va tenuto artificialmente in vita per garantire agli antifascisti di campar di rendita grazie alla loro propaganda. E allora ecco che la follia autodistruttiva del continente bianco ha bisogno di liquidare qualsiasi parvenza di tradizione, non comprendendo che, fondamentalmente, si parla di ordine naturale. È il femminismo a dover essere liquidato, assieme al resto del vomitevole ciarpame woke.

Lombardia germanica

L'”Italia” di Alboino

Eravamo rimasti a Odoacre.

Questo sciro re degli Eruli nel 476 divenne re d’Italia, fino al 493 quando, asserragliato a Ravenna, fu deposto e ucciso da Teodorico, re degli Ostrogoti.

Il regno romano-barbarico che ci interessa più da vicino è dunque quello dei Goti di Teodorico che durò più o meno dal 489 al 553.

Nel 489 egli invase la Pianura Padana e nel giro di 4 anni se ne impossessò scacciando Odoacre a Ravenna dove, capitolando nel 493, fu poi ucciso dal re goto durante un banchetto.

I Goti, Ostrogoti in questo caso, erano un popolo germanico originario della Svezia meridionale che verso il finire dell’Impero diedero moltissimo filo da torcere all’agonizzante Roma, anche per tutta una serie di batoste inflitte all’esercito romano.

Prima di giungere in Lombardia, erano stanziati nel settore orientale del Mar Nero, mentre in quello occidentale vi erano i Visigoti; pressati dalla minaccia unna che infuriava sul limes, sbaragliando i Romani si spostarono verso occidente sinché invasero l’Italia romana stabilendosi, più che altro, nel settore settentrionale e centrale.

Centri cruciali Pavia, Milano, Verona, Ravenna.

A Pavia Teodorico aveva il suo palazzo imperiale nonostante che la capitale fosse la romagnola Ravenna (dove fu poi tumulato).

I Goti erano di religione ariana, seguaci dell’eresia cristiana di Ario, ma una volta stanziati in Italia non diedero troppe rogne alla popolazione cattolica, al clero romano, o alla classe senatoria romana, che preservava ancora, in taluni casi, gli antichi culti pagani.

Il Regno ostrogoto non fu esperienza negativa, e col tempo risollevò la Lombardia sconquassata dal crollo romano, rinsanguando superficialmente la sua popolazione.

I guerrieri germanici comandavano e amministravano, combattendo, mentre i Latini badavano al diritto, all’arte, alla religione, alla cultura. Questa formula si rivelò vincente perché da una parte difese il territorio col valore dei combattenti goti, e dall’altra la mantenne a galla culturalmente evitando che sprofondasse del tutto nella barbarie. Un fatto che, ovviamente, non vale per il grosso del popolo, si capisce. Il crollo dell’Impero e l’inizio del Medioevo [1] furono vissuti drammaticamente dall’Europa romana e in particolar modo dall’Italia [2].

Si calcola che circa 250.000 individui [3] tra Ostrogoti e altri Germani (Rugi e Gepidi) calarono nella Pianura Padana agli ordini di Teodorico, provenienti dai Balcani; il loro impatto sulla popolazione autoctona fu del tutto contenuto, e i Longobardi influirono molto più di essi sull’Italia romana, specialmente su Padania e Toscana.

L’Italia gotica, però, aveva due problemi: Bisanzio e Roma.

I primi, in perenne combutta coi preti romani, intrigarono coi loro ruffiani d’Occidente per danneggiare in ogni modo gli Ostrogoti, tanto che nel 535 si arrivò alla famosa Guerra greco-gotica, culminata nel 553 con la vittoria di Bisanzio.

Lo scontro fra il mondo latino, cattolico, mediterraneo, e anche bizantino, e quello germanico, ariano, continentale, “barbarico” come ci si ostina ancor oggi a chiamarlo nonostante che i moderni migranti siano, invece, etichettati a guisa di “risorse” e “ricchezza” (i Goti, almeno, erano integralmente europei), sfociò in questa sanguinosissima guerra che vide soccombere soprattutto il popolo, sopraffatto da carestie, pestilenze, epidemie, e scorribande da ambo i lati.

La guerra impegnò celebri comandanti goti come Teodato, Vitige, Totila, Teia ma fu vinta dal valore di Belisario e dalla levantina scaltrezza dell’eunuco Narsete.

A dar man forte ai Goti vi furono anche Franchi e Alemanni.

Non per darsi al nordicismo, ma c’è da dire che Teodorico diede vita ad un regno comunque buono, per i tempi, e pian piano aiutò l’Italia ad uscire dalla crisi, per quanto la presenza gota fosse per lo più dislocata al di qua del Po, per motivi militari e strategici. Alla Roma senatoria e papalina questo non stava bene e fu il primo episodio di tutta una serie di ingerenze religiose negli affari di stato, che condussero a sud delle Alpi truppe straniere (e oggi allogeni).

La capitolazione degli Ostrogoti portò molti di essi ad emigrare, ma una minima parte rimase, nonostante l’intera Italia cadesse nelle mani di Giustiniano e dei Bizantini. E si diedero alla resistenza.

La Guerra greco-gotica fu un immane disastro per la popolazione, come ricordato, grandemente falcidiata soprattutto al “nord” dai mille flagelli che la guerra e la crisi recano seco.

Chiesa e Costantinopoli, deserto e Levante, parevano i vincitori, ma non durò a lungo.

Nel 568 un fiero e valoroso popolo nordico si affacciò sulla Carnia, provenendo dalla Pannonia, attuale Ungheria: i Longobardi, guidati dal loro re Alboino.

Tra il 569 e il 572 si impossessarono del grosso della Cisalpina e della Toscana, sbaragliando i fiacchi Bizantini e ricacciandoli da dove erano venuti, oppure costringendoli in sacche costiere come le Venezie e la Romagna (oltre naturalmente alla Roma del papa).

La Lombardia deve il suo nome ai Longobardi, ma tale etnonimo le fu dato indirettamente dai Bizantini, che chiamavano Langobardia i territori soggetti ai Germani in questione, quindi la Padania, la Toscana, e chiaramente i successivi ducati di Spoleto e Benevento (Langobardia Minor).

Tuttavia, il nome ‘Lombardia’ divenne appannaggio del settentrione, grazie alla forte impronta lasciata dagli antichi Vinnili, e per questo è il miglior termine per indicare la nostra nazione.

I Longobardi conquistarono la parte continentale e la penisola, ma a noi interessa il fulcro del loro dominio ossia la Pianura Padana, la Lombardia storica.

Questi bellicosissimi Germani erano anch’essi originari della Scandinavia, della Scania pare, e in seguito a diverse peripezie attraversarono l’Europa centrale giungendo prima in Pannonia, via attuale Austria, poi appunto in Val Padana, dove, divenendo del tutto stanziali, portarono a termine la loro epopea.

In 150.000 al massimo [4], il 2 aprile 568, varcarono il Passo del Predil (o il Matajur) per dilagare nella pianura occupando saldamente quasi tutto il “nord”, ma è chiaro che i Longobardi di stirpe non fossero esattamente 150.000: al loro seguito, infatti, 20.000 Sassoni e altri fra Gepidi, Rugi, Svevi, Bavari, Alemanni, Bulgari.

La nobiltà longobarda, e il fulcro etnico del popolo conquistatore, erano razzialmente nordidi o cromagnonoidi, ariani di fede assieme al pagano culto di Godan-Odino. Tra di essi anche elementi fenotipicamente indogermanici come i Corded Nordid e i Battle-Axe. La presenza dell’aplogruppo protoindoeuropeo R1a1a nelle terre subalpine è da attribuirsi agli invasori germanici, oppure all’influsso slavo nel settore orientale estremo della Grande Lombardia.

Di certo i Vinnili incrementarono il nordicismo della Val Padana, soprattutto, e dell’Italia etnica peninsulare (Toscana, Umbria, Sannio), impattando più dei Goti e di altri Germani. Studi genetici recenti calcolano che l’apporto biologico nordeuropeo alla Lombardia storica ammonti ad un 20%. Avremo modo di riparlarne, a proposito del calcolatore Eurogenes Global25, grazie a cui alcuni sodali lombardisti hanno messo a punto interessanti modelli, indicativi del profilo antropogenetico della Padania. Anticipiamo, comunque, che le aree più germanizzate (al di là, per ovvie ragioni storiche, dell’arco alpino) paiono il Triveneto di terraferma e le plaghe a cavallo fra Insubria e Piemonte, oltre al Piemonte stesso.

Discreta ma decisiva fu l’influenza di questi nordici sul nostro territorio, nonostante la perdita della lingua e delle loro ancestrali credenze religiose e tradizioni, via via abbandonate stabilendosi nel dominio italico-romano; anche i Franchi, i Burgundi, i Visigoti, in parte gli Anglo-Sassoni, i Normanni, venendo in contatto con la superiorità culturale di stampo latino preferirono abbracciarla che combatterla e distruggerla, e questo fu certamente un bene per l’Europa. Col tempo giunsero anche a fondersi con gli indigeni romanici. La forza guerriera germanica e la grandezza culturale greco-latina furono la rinascita dell’Europa dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente.

Alboino conquistò Milano il 3 settembre 569 dando vita al Regno longobardo, e Pavia nel 572, ove pose la capitale del regno dopo un assedio durato anni.

Esso comprendeva quattro aree fondamentali: l’Austria (dall’Adda al Friuli), la parte più turbolenta del regno perché più bellicosa, aggressiva, conservatrice, ariana, pagana che in Bergamo, Brescia, Trento, Verona e Cividale aveva i suoi capisaldi; la Neustria (dall’Adda alla Val di Susa), ov’era la capitale della Langobardia Maior, il settore più pragmatico, realista, “civilizzato”, ma anche filo-romano e poi cattolico, i cui centri principali erano Milano, Pavia, il Seprio, il Ticino, Torino; l’Emilia fino a Spilamberto (degna di nota la germanizzazione degli Appennini); la Tuscia, che fu colonizzata e corroborata dal sangue longobardo così come da quello gotico, accostandola per molti versi alla Lombardia.

Successivamente nacquero il Ducato di Spoleto e quello di Benevento, piuttosto autonomi e riottosi al dominio centrale, sebbene venissero più tardi annessi.

I Longobardi si organizzarono in ducati ricalcando le precedenti suddivisioni bizantine, spesso in lotta col potere centrale pavese, e prima che la situazione si normalizzasse dovette esaurirsi la cosiddetta anarchia dei duchi, che durò una decina di anni, subito dopo la morte dell’indiscusso duce Alboino e del suo successore Clefi, e che terminò con l’avvento del figlio Autari.

Ancor più decisivo il regno di Agilulfo, con le sue grandi conquiste nella Pianura Padana bizantina (Cremona, Mantova, Padova), e Teodolinda, la regina cattolica di dinastia bavarese che molto incise sulle sorti del popolo longobardo.

Note

[1] Tradizionalmente, l’inizio del Medioevo a sud delle Alpi è sancito dall’invasione longobarda del 568-569.

[2] Se di tanto in tanto usiamo il termine equivoco ‘Italia’ è soltanto per indicare i territori che furono dell’Italia romana, dunque per comodità.

[3] Claudio Azzara fa una stima al ribasso, parlando di 100-125.000 unità, di cui 25.000 guerrieri.

[4] Stando alle classiche stime di studiosi come Jarnut, Gasparri, Azzara, Pohl.

Paternità

La paternità è un dono che afferisce agli uomini, come la maternità riguarda le donne. Non può essere altrimenti: il padre è una figura maschile, e la madre è una figura femminile. Oggi si fa di tutto per rovesciare la salutare normalità benedetta dalla tradizione, cercando di demolire la natura delle cose con vomitevoli mode consumistiche che mettono la gonna agli uomini e le brache alle donne, sovvertendo così valori e principi. Noi sappiamo che una comunità nazionale sana consiste in una società armonica dove vige il rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile, per il bene degli infanti, della famiglia, del futuro della nostra stessa patria; la famiglia è la cellula base della comunità e sussiste solo ed esclusivamente laddove sia composta da un padre, da una madre e dalla prole biologica, oggi più che mai necessaria per garantire la continuità della stirpe. Va da sé che le porcherie arcobaleno, con l’inversione dei ruoli, la sconcia compravendita di bambini, omosessualismo e transessualismo, siano da stroncare sul nascere, impedendo che proliferino.

Un uomo che diventa marito e padre ha una grande responsabilità: quella di farsi guida della moglie, dei figli, della famiglia e non solo in virtù del retaggio tradizionale ma anche della stessa antropologia e biologia umane, che ci parlano di ovvie differenze tra maschi e femmine. Cosicché, all’uomo competono dei doveri ben precisi, e alla donna degli altri, grazie ai quali la comunità può mettersi al riparo dai veleni del mondialismo, e di un Occidente decadente in preda al delirio autodistruttivo fomentato dal progressismo e dal liberalismo. La famiglia è sotto attacco, e così paternità e maternità, ridotte a meri costrutti sociali svuotati di natura e tradizione. Si vorrebbe far credere alle menti fragili che una donna può fare da padre, e un uomo da madre, oppure che un uomo può diventare donna, e una donna uomo. Tutto questo è semplicemente un abominio reso possibile da una contemporaneità di sradicati, di esseri liquidi privi di spirito e di coscienza, gettati nel tritacarne del “pensiero” liberal. Noi abbiamo il dovere di combattere queste nefandezze e di far sì che il benessere della patria passi anche per la tutela e il rispetto di un ruolo e un dono fondamentali, quale è la paternità.