La Lombardia transpadana orientale (Orobia)

Swastika camuno allineato

La Lombardia transpadana orientale (volgarmente detta Orobia in contrapposizione all’Insubria, ma l’Orobia vera e propria sarebbe il solo Bergamasco) comprende i territori transabduani, alpini (retici) e di transizione fra Transpadana e Cispadana (Emilia). La fascia meridionale lombarda verrà comunque trattata a parte.

A differenza della Lombardia transpadana occidentale, l’Insubria, non ha mai avuto un grande centro catalizzatore che esercitasse anche una forma di koinè linguistica e culturale e questo perché la comunemente chiamata Lombardia orientale è un territorio composito e non omogeneo: geograficamente parlando, troviamo una Valtellina linguisticamente insubrica (quantomeno ad ovest) assieme al Grigioni lombardofono [1], un nerbo lombardo orientale bergamasco-bresciano, e una fascia di transizione meridionale.

Il nome convenzionale di ‘Orobia’ [2] può essere quindi usato solo per comodità; trattare di Lombardia transpadana (o transabduana) orientale è certamente meglio (in epoca italianista teorizzai un ‘Insubria orientale’, considerando l’inedita denominazione che mi venne in mente sulla scorta della lombardofonia tradizionale, ma ingenererebbe soltanto equivoci).

La Lombardia orientale, qui designata, comprende i territori di Sondrio, Valtellina, Bregaglia, Poschiavo, Bergamo e tutta la sua Val San Martino, Camunia, Brescia, Giudicarie, Riva del Garda [3], la sponda occidentale del Benaco, Crema, Cremona, Mantova. Alcune porziuncole di territorio come la Val di Lei (Madesimo), Livigno e l’Oltremincio sarebbero geograficamente extra-lombarde (in senso etnico), così come l’Oltrepò mantovano andrebbe considerato Emilia, sulla base dei confini naturali.

La Valtellina, seppur di idioma insubrico, non è certo centrale, è retica e orientale, e dunque va considerata assieme a Bergamo e Brescia, che sarebbero un po’ il fulcro della regione (le Alpi Orobie, peraltro, sono anche valtellinesi); Cremona è linguisticamente di transizione fra lombardo orientale e meridionale ma è al di qua del Po quanto Mantova, linguisticamente emiliana. L’alto Mantovano è invece orientale anche a livello di dialetto [4], così come il Trentino occidentale.

La parte meridionale della Regione Lombardia (Pavia, Cremona, Mantovano centrosud), assieme a Tortona, Voghera e Piacenza, che io colloco in Emilia, verranno trattate in un altro articolo, col resto della Lombardia cispadana, per quanto la Bassa occidentale sia considerabile Insubria e quella orientale Orobia in senso esteso.

La suddivisione amministrativa, cantonale e distrettuale, di queste terre potrebbe essere la seguente:

  • Brescia (Alta Cenomania), con Rovato, Desenzano, Darfo e Riva;
  • Bergamo (Orobia), con Crema, Clusone e Zogno;
  • Cremona (Bassa Cenomania), con Mantova, Ghedi e Casalmaggiore;
  • Sondrio (Vennonezia), con Tirano e Chiavenna.

Parliamo della provincia di Sondrio (con il Grigioni lombardo, ma senza Mesolcina che è ticinese); della provincia di Bergamo (con tutta la Val San Martino che in parte, dal 1992, è sotto Lecco e il Cremasco); della provincia di Brescia (con l’alto Mantovano ma senza l’estremo sud); di quelle di Cremona (senza Cremasco ma con l’estremo sud bresciano) e di Mantova (senza la zona settentrionale, l’Oltremincio e l’Oltrepò). Il cantone bresciano ingloba il Trentino occidentale, lombardofono, delimitato ad est dal Sarca-Mincio.

Gli stemmi cantonali si rifanno a quelli dei capoluoghi, e dunque l’inquartato bianco-azzurro per Sondrio (anche se esiste un vessillo storico valtellinese a strisce verticali bianche e rosse), il bipartito rosso-dorato per Bergamo, il bipartito bianco-azzurro per Brescia, il fasciato bianco-rosso per Cremona (in antico, il ghibellino capoluogo cremonese optava per la Croce di San Giovanni Battista).

La cosiddetta “rosa camuna” invece, ma non quella dell’attuale Regione Lombardia bensì lo swastika delle incisioni rupestri, è uno stemma che può designare, globalmente, l’Orobia in senso lato, anche se, come sapete, noi lombardisti non crediamo nelle classiche regioni, per quanto confortate da elementi storici. Meglio la soluzione cantonale che va a ricalcare i contadi medievali, spesso dalle radici romane.

La Lombardia etnica orientale, quindi, è costituita da un nucleo orobico-cenomane linguisticamente orientale, da un nord retico linguisticamente occidentale, o alpino, (eccetto le vallate orientali) e da un sud padano-cenomane linguisticamente di transizione, sebbene il dialetto mantovano di transizione non sia essendo tradizionalmente considerato emiliano.

I dialetti genuinamente orientali, da un punto di vista idiomatico, sono bergamasco, cremasco, alto mantovano, bresciano, camuno, trentino occidentale, parlate gardesane [5] e il famoso gaì, il gergo dei pastori bergamaschi e camuni.

Il valtellinese, con bormino, livignasco, chiavennasco e il dialetto del Grigioni lombardo, sono occidentali (o in taluni casi alpini, ma è quasi la stessa cosa); il cremonese è a cavallo tra lombardo classico ed emiliano; il mantovano è considerato emiliano.

Non esiste alcuna koinè orobica, nonostante il bergamasco sia per svariati motivi il dialetto lombardo orientale più prestigioso e noto, nonché parodiato. Si pensi, infatti, che nel ‘500 era riconosciuto dagli umanisti come uno dei principali volgari della cosiddetta Italia, senza dimenticare tutta la letteratura che ruota attorno a Bergamo, dalla Commedia dell’Arte alle traduzioni di testi toscani famosi, fino ai burattini e ad Olmi, passando per i saggi gallo-italici del Biondelli [6].

La Lombardia orientale insomma, a differenza di quella occidentale classica, non è molto omogenea. La Valtellina, che comprende anche il Grigioni lombardo, etnicamente è celto-retica e linguisticamente alpino-occidentale; così anche le Orobie e la Val Camonica soprattutto, sebbene esse siano orientali linguisticamente, pur risentendo del sostrato retico (pensate alle famose sorde aspirate); Bergamo e il Bergamasco occidentale facevano parte della Cultura di Golasecca e hanno quindi radici proto-celtiche (orobiche) ed insubriche (in senso gallico), ma il dialetto è orientale (in questo gli influssi veneti furono decisivi) quanto nel Bresciano e nei territori che gli gravitano attorno (Giudicarie, Garda, la Bassa, l’alto Mantovano); questi ultimi sono etnicamente cenomani allo stesso modo di Cremona e Mantova, e pure di Trento e Verona, solo che Cremona è “ibrida”, Mantova è padana, Trento sta bene col Tirolo storico, quello meridionale, e Verona col Veneto. Non dimentichiamoci poi dei forti influssi etruschi nella Lombardia etnica sudorientale.

Come ben sappiamo buona parte della Lombardia orientale finì nelle mani di Venezia e della Serenissima ma questo incise solo linguisticamente e in minima parte culturalmente; nonostante una porzione di questa regione lombarda, già in epoca romana, venisse associata alla Venetia, popoli venetici qui non ce ne furono, poiché gli Euganei delle valli bresciane erano reto-liguri. Gli influssi veneti sono sensibili nell’area bresciana orientale ma per questioni confinarie. D’altra parte, l’influsso è reciproco, e la stessa Verona nel Medioevo presentava aspetto idiomatico gallo-italico [7].

Riconosco il buongoverno cinque-secentesco di San Marco, rispetto al marasma franco-spagnolo che imperversava ad ovest, ma questo non giustifica nella maniera più assoluta le patetiche rivendicazioni dei venetisti che si aggrappano a tre secoli di politica glissando spaventosamente sulla vera storia delle nostre terre, che è storia eminentemente lombarda, come lombarda è la lingua e lombarda è l’etnia, plasmata da Celto-Liguri e Longobardi, comprendendo la romanizzazione su sostrato gallico. Piuttosto, parlando di Lombardia transpadana orientale, va riconosciuto il contributo tirrenico che era retico a nord ed etrusco a sud.

Il Veneto comprende i veneti e non gli ex sudditi della Repubblica di San Marco; pertanto lombardi etnici orientali, friulani, ladini, istriani, dalmati e abitanti vari del Mediterraneo orientale, se indigeni, non sono veneti. Non ci vuol poi molto a capirlo, non parlano nemmeno la lingua veneta.

A livello fenotipico i lombardi orientali sono essenzialmente alpinidi, con forti influssi dinaridi; trova spazio anche il consueto tipo padano del Biasutti (dinaride + atlanto-mediterranide) e qualche spruzzata nordide soprattutto lungo l’arco alpino. In Lombardia il tipo nordico è prevalentemente periferico, dunque miscelato con elementi autoctoni (nordo-mediterranide, alpino-nordide/sub-nordide, dinaro-nordide/noride).

La Lombardia etnica orientale fu Austria longobarda, ariana – se non sotto sotto pagana -, bellicosa e assai tradizionalista rispetto alla Neustria occidentale monarchica e cattolica, orbitante attorno a Pavia. Questo ha sicuramente inciso sui nostri popoli, anche a livello somatico e caratteriale.

Nonostante l’est, da un punto di vista economico e sociale, sia storicamente rimasto indietro, rispetto all’ovest, tra Ottocento e metà Novecento, il divario è stato ampiamente colmato e purtroppo il progresso ha avuto le sue velenose ricadute: immigrati da ogni dove, quartieri cittadini ridotti a ghetti, forte “meridionalizzazione”. La situazione si fa davvero drammatica soprattutto a Brescia e dintorni.

Se poi ci aggiungiamo l’atavico bigottismo cattolico, lo strapotere delle curie e la nefanda politica di radice democristiana, unita alla cialtroneria del fumo negli occhi verde, il quadro è ancor meglio definito. Un caso l’accoppiata Roncalli-Montini?

La nostra terra non è sicuramente rimescolata quanto il Piemonte e la povera Insubria, e lo stesso vale per la zona meridionale della Regione Lombardia, perché lo sviluppo ha attecchito più tardi e identità e tradizione, custodite dalle origini contadine, sono dure a morire, seppur inquinate da cattolicesimo e socialismo marxista.

La Lombardia transpadana orientale deve fare del proprio conservatorismo (non cristiano o reazionario) il punto di forza che aiuti la Cisalpina occidentale tutta a sbarazzarsi del laido disinteresse per le proprie radici e la propria storia e cultura.

Noi orientali abbiamo moltissimo da dare in termini di forze fresche, dure e pure, decise, determinate, pronte a correre in soccorso dei fratelli occidentali proprio come accadde nella battaglia di Legnano, in cui il nerbo guerriero era costituito in maniera consistente dalla fanteria transabduana.

D’altro canto, in tutta la Lombardia, è forte il campanilismo e la rivalità provinciale (Bergamo e Brescia, Monza e Como, Varese e Como, Cremona e Piacenza, e tutti contro Milano!) ma oggi come oggi può avere un senso solo a livello di intrattenimento, segnatamente sportivo.

Oggi occorre riscoprirsi lombardi, ed europidi naturalmente, per fare fronte comune contro il nemico mortale delle nostre terre, che è la globalizzazione, la quale si serve dell’Italia e di Roma per distruggere l’identità indigena.

Note

[1] Secondo alcuni linguisti nella Lombardia settentrionale si parla lombardo alpino, più che insubrico, ma si tratta di sottofamiglie affini.

[2] ‘Orobia’, nome coniato dagli umanisti, trae origine dai celto-liguri Orumbovii, popolo antico il cui etnico potrebbe, come viene suggerito da Delamarre, essere ricondotto al sostantivo plurale gallico orbioi significante ‘eredi’. Vedi qui.

[3] La lombardofonia trentina, teoricamente, riguarderebbe un territorio più esteso, in senso settentrionale, anche se linguisticamente in regresso.

[4] Usiamo il termine ‘dialetto’ inteso come variante, vernacolo, della famiglia linguistica lombarda (gallo-italica), che vede nel milanese il lombardo per antonomasia. Ma, si capisce, anche i “dialetti” sono lingue.

[5] Esiste un influsso di tipo bresciano anche lungo la sponda orientale del Garda.

[6] Che, addirittura, considera il bresciano suddialetto del bergamasco.

[7] Come ben sappiamo, nel Medioevo tutta la Cisalpina era Lombardia, e l’estensione linguistica lombarda riguardava anche il Triveneto.

Identità

L’identità rappresenta la cifra fondamentale del nazionalismo etnico, e del patriottismo animato da sangue, suolo, spirito. Identità nazionale, etnica, razziale ma anche culturale, linguistica, storica e territoriale, e direi pure sessuale, poiché o si è maschi o si è femmine, null’altro. L’identitarismo völkisch e tradizionalista è l’antidoto ai veleni del mondialismo, del relativismo, del progressismo, che danno vita a identità fittizie per soppiantare quelle vere, e cioè i baluardi a cui si appellano i veri patrioti; nel mondo contemporaneo, soprattutto in Occidente, lo spirito di appartenenza e il sentimento comunitario vengono criminalizzati, a tutto vantaggio di quegli sciagurati concetti politico-ideologici che stanno alla base del declino dell’Europa. Finte nazioni, finte tradizioni religiose, finte famiglie etnoculturali, finti generi sessuali, orientamenti sessuali deviati – fomentati dallo status quo -, tutto fa brodo quando si tratta di annientare la vera identità e la vera tradizione, un po’ come la liquidazione dei diritti sociali del popolo, attuata dalla sinistra contemporanea, in favore di quelli farseschi definiti “civili”.

Il profilo identitario di un popolo, di una nazione, è un fatto molto serio, e la sua riscoperta è viatico per un percorso etnonazionalista che conduca all’autoaffermazione e alla libertà, come nel caso della Grande Lombardia. Una comunità etnica e nazionale reale, non artificiale in stile italiano, ha bisogno di una solida e razionale identità storica, in cui i membri si riconoscano simili, fratelli, grazie a vincoli biologici (antropologici e genetici) e culturali (ad esempio linguistici), contrapposti alla retorica patriottarda degli stati-apparato ottocenteschi, di matrice giacobino-massonica. E la tradizione, posta a guardia dell’etica indoeuropea patriarcale, eterosessuale, monogama, si fa garante dell’ordine naturale delle cose attraverso il quale la nazione, la comunità e la famiglia possono fortificarsi e sopravvivere, di fronte ai rovesci del mondialismo. È importante che il concetto di identità, benedetto dalla natura, sia sempre contemplato e rispettato, altrimenti si lascia spazio a quelle nefande derive che hanno preso piede grazie agli orrori del 1789, e che oggi travolgono i valori più sacri in cui l’uomo può credere.

Uno sguardo sull’islam

Abbiamo già parlato di come il lombardesimo concepisce la religione e la cultura islamiche, ma credo valga la pena riprendere brevemente in mano l’argomento. L’islam rappresenta un mondo a parte, rispetto all’Europa, e spesso e volentieri si è voluto vedere una sorta di scontro di civiltà fra il primo e il nostro continente, che peraltro comprende popolazioni indigene islamizzate. In realtà, secondo la visuale lombardista, il vero scontro di civiltà in atto è quello tra l’Occidente giudeo-americano e l’Europa genuina dei padri, ed è tipico del blocco mondialista raffigurare la religione di Maometto come nemico mortale degli europei. Infatti, stando al pensiero sizziano, che senso può avere la demonizzazione del musulmanesimo, alla luce dell’inquinamento ebraico e cristiano che subiamo da 2.000 anni?

Capiamoci, l’islam è un prodotto culturale esotico, incompatibile col vero spirito europeo; si parla di una religione di origine nettamente mediorientale che ha attecchito soprattutto presso i popoli del terzo/quarto mondo e che esprime una visuale antropologica e filosofica agli antipodi della civiltà indogermanica. Ma questo discorso vale anche per giudaismo e cristianesimo, ed è ridicolo condannare o criticare Maometto se si assolvono Mosè e Gesù. Pure il giudeo-cristianesimo è un corpo estraneo, in Europa, e se questa è piagata dalla globalizzazione è grazie eziandio all’influenza nefasta della Bibbia.

Il vero problema islamico, direi, riguarda i suoi credenti, notoriamente arabi, camiti, negri, asiatici, meticci, travasati a milioni nel nostro continente per accelerare la decadenza bianca, liquidare i nativi, disintegrare la civiltà nostrana col pluralismo globale. Vero, l’islam è portatore di valori, costumanze e a stili di vita decisamente estranei all’Europa, ma badate che è un prodotto culturale dello stesso calderone da cui provengono ebraismo e cristianesimo (per quanto il secondo si sia adattato assorbendo elementi indigeni di fattura pagana, per sedurre gli autoctoni). Ed è patetico criticare il maomettismo per la sua indole patriarcale, virile, guerriera, fanatica: non sono gli islamici ad essere “cattivi”, siamo noi ad essere dei rammolliti, castrati dal cristianesimo e dall’idolo del progresso, quindi dalla spazzatura occidentale.

Il fatto che il mondo musulmano si mostri recalcitrante di fronte alla secolarizzazione di taglio liberale e progressista è semplicemente una virtù che gli va riconosciuta; noi europei, almeno dal 1945 (ma si deve riandare al 1789, per cogliere le radici del male), siamo ammorbati da antifascismo, antirazzismo, egualitarismo, relativismo, modernismo, femminismo col risultato di ridurci alla stregua di eunuchi tenuti in pugno dal sistema-mondo a stelle e strisce. Certo, l’ateismo militante e il laicismo concorrono al declino degli europidi, ma sbarazzarsi del cattolicesimo non è nulla di aberrante, a patto che lo si faccia nel nome di ideali gentili. Il problema del secolarismo è la sua filiazione giacobino-massonica, il che lo rende un cancro da combattere.

Pertanto la posizione lombardista sull’islam è di critica e di condanna non per le stesse, risibili, motivazioni dei fallaciani, dei leghisti, dei destrorsi euro-atlantici, dei giudeo-cristiani e in definitiva dei libertari, bensì perché anche l’islam è frutto del monoteismo abramitico, dunque della temperie semitica, e concorre all’oscurantismo lunare che mina la solare società ariana. Un estraneo nel contesto europeo, che infatti sta bene dove è nato, assieme al giudaismo. E, rimanendo nel proprio areale d’elezione, l’islam può persino diventare un prezioso strumento nella lotta contro la globalizzazione americana e il sionismo, sebbene ci sia da dire che, quanto il cristianesimo, è un culto votato all’universalismo e, quindi, ad un mondialismo alternativo a quello corrente.

L’idea della Chiesa nazionale ambrosiana

La posizione ufficiale del lombardesimo in materia di religione e spiritualità ormai la conosciamo, ed è l’etno-razionalismo; l’unione, cioè, di etnonazionalismo e razionalismo che rimette al centro di tutto sangue, suolo, spirito, in nome del bene più importante che abbiamo, la patria. Il lombardesimo crede fortemente nel valore della ragione, che è il faro dell’essere umano, segnatamente bianco, e lo coniuga con il nazionalismo etnico, ideologia guida lombardista, in un’Europa sempre più in balia di relativismo e progressismo. Pur condannando i concetti moderni di ateismo, laicità e secolarizzazione, il lombardista coerente ripudia la metafisica, specialmente se si tramuta in universalismo abramitico.

C’è però da dire che, in linea teorica, abbiamo pensato ad una forma di religiosità destinata a quanti, in Lombardia, aspirino ad una vita spirituale, e che potesse essere del tutto compatibile coi destini etno-razziali della nazione. Come lombardisti non siamo per forza di cose empi, e capiamo bene che possano esserci lombardi interessati alla dimensione non strettamente materiale dell’esistenza. Dal punto di vista sizziano questa esigenza non si pone perché Paolo è razionalista, realista, materialista nel giusto, ma chiaramente non siamo tutti uguali; per tale ragione lo stesso Sizzi ha individuato un tipo di spiritualità che risulti essere compatibile e tollerabile, nell’ottica völkisch, e quindi inscindibile dal vincolo biologico.

Ebbene tale nuova, rivoluzionaria, religione va sotto il nome di Chiesa nazionale ambrosiana. Nulla di cristiano o cattolico, nonostante il nome, bensì una trasmutazione gentile del cattolicesimo latino insubrico. In altre parole, un culto pagano che sublimi ed emendi dalla patina giudeo-cristiana gli elementi tollerabili della religione ambrosiana, eliminando ogni riferimento al mondo ebraico e scristianizzando la dottrina, lasciando così spazio all’eredità solare della tradizione religiosa milanese. Come sapete il rito ambrosiano, che è una variante del cattolicesimo latino, viene adottato storicamente in quella che è l’arcidiocesi di Milano, ma un tempo riguardava un territorio assai più esteso coincidente almeno con l’intera Padania geografica (il bacino del Po).

Le origini stesse del cattolicesimo ambrosiano vanno ricercate nei riti cristiani occidentali, latini, di matrice gallica (rito celtico e rito gallicano), che hanno non a caso assorbito elementi della spiritualità indigena celtica. Anzi, parrebbe che proprio dal culto ambrosiano derivino le liturgie altomedievali cosiddette gallicane, segno della preminenza del rito nostrano. Certo, stiamo parlando di Sant’Ambrogio, di Chiesa, di cristianesimo ma questa discussione non può assolutamente prescindere dalle radici, anche spirituali, galliche del territorio granlombardo. La spiritualità cristiana occidentale, cattolica, è certamente debitrice dell’esperienza religiosa cisalpina, anche se non tutti gli studiosi concordano sulle origini della liturgia ambrosiana.

Ciò che a noi interessa è la questione della trasmutazione pagana del rito ambrosiano, che chiamiamo ambrosiano per comodità e per radicamento storico dell’aggettivo. Non si tratta infatti di mantenere tale e quale il cattolicesimo insubrico, ma di trasformarlo in gentilità, cosicché sulla base autoctona pagana possa innestarsi l’elemento uranico confluito nel cattolicesimo, recuperandolo dalla distorsione biblica ed evangelica, dunque ebraica, e dalla depravazione universalista. Niente più scenari palestinesi, divinità giudaiche, messia desertici, morale mesopotamica, personaggi da presepe, ma solo accezione solare e, dunque, indoeuropea. Perché i nostri padri ariani rappresentano il modello da seguire, in materia di spiritualità. Per chi ha a cuore la questione, si capisce.

Tutto questo non è in contraddizione con l’etno-razionalismo, che resta la posizione ufficiale del lombardesimo. Paolo Sizzi è ateo ma capisce bene che il vuoto lasciato dal cattolicesimo, in terra lombarda, non possa essere colmato dalla spazzatura laicista di conio giacobino-massonico, progressista, ed è perciò necessario offrire una nuova via religiosa a quanti avvertono il bisogno di realizzarsi anche spiritualmente. Non più cristianesimo, cattolicesimo romano, ma gentilità, fondata sui veri culti tradizionali delle nostre terre. Il termine ‘Chiesa’ impiegato per definire la fede patriottica granlombarda non deve confonderci: non si allude più a Roma, ma ad una Chiesa come assemblea fraterna, etimologicamente parlando, che vada a designare il consesso dei credenti ambrosiani, cementato dal sangue lombardo. Il legame tra sacro ed etnia deve essere totale.

I culti tradizionali che contribuirebbero alla formazione del nuovo, rivoluzionario, credo sarebbero quelli preromani, soprattutto celtici, ma anche la religione gallo-romana che come la famiglia linguistica galloromanza è il frutto culturale dell’unione di mondo latino e mondo autoctono celtico. Infine va considerato anche l’apporto di superstrato germanico, nello specifico longobardo, per quanto il paganesimo (o etenismo, diremmo oggi) nordico sia stato presto abbandonato dai Longobardi calati nella valle del Po, in favore del cristianesimo, prima ariano poi cattolico. Anzi, una volta nella Cisalpina il culto dei padri era già quasi del tutto sopito, a livello ufficiale, sopravvivendo nelle credenze del popolo, più che della classe aristocratica.

Si tratterebbe, dunque, di modellare una religione fondamentalmente pagana grazie ai vari contributi spirituali degli antichi padri, contestualizzandola nell’oggi della Grande Lombardia, preservando la tradizione per come ci è giunta grazie al retaggio indogermanico, ariano, e preservando magari quei pochi elementi tollerabili del cattolicesimo ambrosiano. Tollerabili perché indigeni. Evidente come la Chiesa abbia assorbito echi di origine pagana, trasformandoli in cattolici; ebbene, noi dobbiamo recuperarli e decantarli dalle scorie desertiche, dando loro nuova linfa vitale in chiave gentile. L’operazione, personalmente, mi intriga da un punto di vista culturale, non certo spirituale, visto che sono ateo e non votato alla ricerca di un qualcosa che ritengo non esista (il trascendente).

Calendario liturgico, festività, uso del greco e del latino, gerarchia ecclesiastica, culto dei santi e delle madonne (che sovente sono figure pagane), trasvalutazione europide di fatti culturali semitici, credo trinitario, dualismo tra bene e male, la solarità del Cristo, figure angeliche e demoniche, la simbologia della croce sono tutte caratteristiche di origine pagana cristianizzate da Roma (e la stessa centralità dell’Urbe è una ripresa della religio antica). Perciò questi elementi potrebbero in qualche modo venir preservati, immettendoli direttamente nella fede della Chiesa nazionale ambrosiana, a sua volta trasvalutata dall’ethos ariano. Per ‘ariano’ intendo indoeuropeo, ma c’è da dire che anche l’arianesimo longobardo era interessante, in quanto forma di culto patriottico e nazionalista, contrapposto alle mene ecumeniche papaline.

I tratti solari del cattolicesimo sono d’altra parte il frutto del retaggio indoeuropeo, i preti non si sono inventati nulla: la divinità uranica del Diespiter celeste (il Dio Padre della luce diurna), la vita oltremondana dei morti in sedi celesti, l’aspirazione al cielo delle anime liberate dal corpo grazie all’incinerazione (ove il fuoco assume un valore sacrale non solo di purificazione ma anche di culto degli antenati), il valore della luce contro le tenebre, la società patriarcale, la monogamia, i legami eterosessuali depongono a favore di una religione cattolica profondamente debitrice della gentilità. Ma il cattolicesimo ha distorto e pervertito il paganesimo, storpiandolo con tutto il ciarpame desertico di Bibbia e Vangelo, e con una morale plebea e volgare che inevitabilmente si tramuta in egualitarismo, umanitarismo, terzomondismo, andando a braccetto con il regime dello status quo.

La Chiesa nazionale ambrosiana, che allo stato attuale delle cose è una mera idea, sarebbe il trionfo della vera identità e della vera tradizione, e il trionfo di Milano, della vera Milano, sulla Roma corrotta figlia del marasma imperiale. La capitale granlombarda era già stata sede del santuario di mezzo (da cui il toponimo) celtico, luogo sacro federale dei Galli cisalpini, ed è legittimo che ambisca ad un rinnovato ruolo anche in chiave spirituale. Milano è la patria del Tredesin de marz, l’equinozio di primavera meneghino, ricorrenza cristianizzata ma dalle ovvie radici pagane; sarebbe interessante, infatti, che il simbolo dell’ambrosianesimo fosse la pietra forata dei tredici raggi, detta di San Barnaba, un’antica mola di epoca gallica reimpiegata in senso cristiano. O in alternativa il noto Sole delle Alpi, un emblema radioso che dai Celto-Liguri passò ai Gallo-Romani e ai Longobardi.

Nazione

La nazione consiste in quell’insieme di popoli coesi e omogenei che si riconoscono comunità grazie a vincoli etnici, linguistici, culturali, storici, territoriali, identitari e direi anche antropogenetici. La comunità nazionale si edifica su sangue, suolo e spirito e si riconosce nel binomio di identità e tradizione grazie al quale è possibile marcare una distanza netta dalle nazioni artificiali, dopotutto meri stati, come l’Italia, la Francia, la Germania, la Spagna, il Belgio, il Regno Unito. A differenza di queste, la Grande Lombardia è invece una vera nazione, che può tranquillamente riconoscersi negli ideali patriottici ed etnicisti che ci portano a parlare di comunità cisalpina; non per caso, esiste un’etnia lombarda, che si fa poi gruppo etnoculturale granlombardo allargandosi all’intero scenario padano-alpino. La Lombardia etnica, e cioè il cuore völkisch della Padania, è il bacino idrografico del Po, il territorio in cui si concretizza al meglio l’idea di patria lombarda. Ma l’intero ambito cisalpino costituisce la cornice storica della nostra nazione, ed è senza alcun dubbio una delle precipue aree etnonazionali del continente.

Viceversa, l’Italia intesa come Repubblica Italiana non può essere chiamata nazione perché popolazione artificiale composta da genti disparate senza alcun legame etnico, culturale, storico. Non bastano romanità, cattolicesimo e lingua fiorentina per poter trattare di nazione italiana dalle Alpi alla Sicilia, senza scadere nel ridicolo: la prima e il secondo sono un retaggio condiviso da mezza Europa, la terza è l’idioma della città di Firenze, elevato a lingua franca di un territorio del tutto eterogeneo che, non a caso, parla un italiano declinato in senso regionale. Appellarsi retoricamente all’Italia augustea non ha alcun senso, perché l’Italia romana non era certo una nazione, ma un semplice organismo burocratico divenuto poi provincia come tutte le altre. L’Italia esiste, ed è la penisola, il centro-sud (con Corsica, Sicilia e Malta); il resto è italianità di cartapesta, che non ha alcun concreto riscontro nella storia dei popoli settentrionali e sardi ingabbiati dalla RI. La nazione, dunque, si fonda su di un razionale spirito di appartenenza, che sussiste nella Padania, ma non tra questa e Lampedusa.

Unione Europea, negazione dell’Europa

Noi lombardisti crediamo fortemente e fermamente nel concetto di Europa, declinandolo in accezione euro-siberiana: uno sterminato impero europide, bianco, che vada dalla Galizia iberica a Vladivostok, riunendo tutte le vere nazioni del continente. Al contempo, però, siamo risolutamente contrari all’Unione Europea, che a ben vedere è la negazione della nostra gloriosa, plurimillenaria civiltà. Un’accozzaglia di stati le cui radici affondano nell’Illuminismo e nel 1789 e che si pone dunque come nemica mortale dei valori e dei principi dell’etnonazionalismo, a tutto vantaggio del mondialismo plasmato dagli Stati Uniti. Non a caso, cosa sarebbe l’Unione Europea se non una triste filiale dell’unipolarismo americano, e uno scendiletto della Nato?

In un settentrione del pianeta dominato dagli Usa ad ovest e dalla Federazione Russa ad est, ecco che la caricatura stellata dell’Europa si erge a ridicolo baluardo di pastafrolla degli ideali antifascisti, stritolato dai due giganti mondiali che incarnano, ciascuno a loro modo, propaggini del globalismo: l’America è il globalismo occidentale con tutti i suoi veleni modernisti, la Russia un mondialismo eurasiatico nostalgico dell’Unione Sovietica, del tutto privo di mordente etno-razziale. L’Ue nel mezzo, baraccone di matrice giacobino-massonica e, appunto, antifascista e antirazzista che ha sostituito la fortezza Europa, conquistata e occupata in pianta stabile, dal 1945, dagli americani. Il settore europeo orientale era invece sotto il tallone dei sovietici, e oggi è decisamente più patriottico dell’ovest, meno compromesso.

L’idea di una confederazione europea, l’Euro-Siberia, è seducente e il lombardesimo la sostiene senza indugio. Una confederazione di nazioni, di popoli, non un’unione di stati senza capo né coda, il cui collante è rappresentato dalla decadenza consumistica, capitalistica e liberal-democratica dell’Occidente a trazione statunitense. L’Unione Europea è un organismo ostile al nazionalismo etnico, al razzialismo, alla sovranità delle vere nazioni d’Europa, e infatti si edifica sul sodalizio degli stati-apparato partoriti dalla temperie ottocentesca. Degli enti completamente privi di spina dorsale etnonazionale, parodie delle realtà identitarie continentali, quelle sì meritevoli di dignità patriottica.

Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Regno Unito (un tempo), finte nazioni che ficcano nel medesimo calderone multietnico e cosmopolitico genti disparate, tiranneggiate in nome di un europeismo di cartapesta che nulla ha a che vedere con il genuino concetto di civiltà europea, figlia del mondo indoeuropeo. L’immagine di Europa che Bruxelles proietta è un’immagine distorta, malata, corrotta, viziata dal culto pel denaro, appiattita sulla linea della tecnocrazia, svuotata completamente di identità e tradizione dal demone mondialista, che aleggia sul continente bianco da quasi 80 anni. I cenci blu che garriscono nei nostri cieli sono il segno della cattività globalista degli europei, una beffa all’indirizzo delle reali radici che ci caratterizzano (o caratterizzavano, purtroppo).

E l’Unione Europea non rappresenta affatto l’Europa, e non solo perché non include ogni landa europide; l’Unione Europea è soltanto una congrega economica, monetaria, bancaria, finanziaria, mercatistica che non ha alcun bisogno di nazioni, ma di stati che siano servi, fondamentalmente, di Francia e Germania. Francia e Germania, i principali cani da guardia dello status quo, pilastri della Nato, colonie americane, culle di virulento antifascismo e progressismo. Il lombardesimo è nemico di questo europeismo degradato e degradante, degno erede del Settecento rivoluzionario, e auspica la completa rottamazione della banda del Benelux, affinché sulle sue macerie possa edificarsi il tanto agognato consorzio confederale euro-siberiano.

Lombardesimo e ateismo

Come sapete, l’ideologia lombardista teorizza il cosiddetto etno-razionalismo, e cioè un salutare razionalismo unito all’etnonazionalismo. Promuove, dunque, una visione del mondo razionale, scientifica, realista, che vada al di là della metafisica e non si impantani con le religioni, soprattutto abramitiche. L’etno-razionalismo è a suo modo ateo, ma prende le distanze dall’accezione corrente di ateismo che è frutto di una secolarizzazione e di un laicismo di matrice giacobino-massonica e progressista. Il lombardesimo elabora una filosofia laica e francamente atea, essendo profondamente innamorato della natura e della scienza, ma allo stesso tempo difende lo spirito, ovviamente inteso non come qualcosa di trascendentale bensì come basilare elemento umanistico che dà linfa vitale al sangue e al suolo.

Le posizioni di Paolo Sizzi e Adalbert Roncari, i due camerati storici lombardisti, sono attestate sulla linea di un ateismo-agnosticismo che rifiuti e condanni il monoteismo mediorientale, prodotto estraneo alle vere radici – gentili – d’Europa, e che sviluppi un robusto buonsenso identitario e tradizionalista rispettoso della ragione. Essa deve essere il faro dell’uomo, in particolar modo bianco, e ogni zavorra oscurantista e superstiziosa va senz’altro rigettata. Sizzi e Roncari, pur essendo decisamente razionalisti, riconoscono comunque la legittimità di un filone cultuale pagano, espressione della spiritualità europea, e ne promuovono la riscoperta come mezzo culturale utile alla causa del lombardesimo.

Pertanto vi sono due forme di ateismo: una classica, frutto dell’Illuminismo, che si batte non solo per l’empietà ma soprattutto per la difesa di una squallida visione delle cose di taglio liberal (o libertaria), con tutte le ricadute negative del caso (omofilia, femminismo, materialismo zoologico, anarco-individualismo, antifascismo, egualitarismo, cosmopolitismo), e una per così dire innovativa, legata all’etno-razionalismo. Quest’ultima, certo rispettosa della scienza ma non degli eccessi scientisti (perciò del dispotismo dell’attuale comunità scientifica), evita lo strascico di spazzatura progressista perché mette bene in chiaro che la negazione dell’esistenza di divinità non deve assolutamente mischiarsi al ciarpame “giacobino”. Un ateismo, dunque, identitario e votato alla salvaguardia di ciò che esiste per davvero: sangue, suolo, spirito.

Potremmo anche dire, tranquillamente, che la visione lombardista è essenzialmente materialista, ma anche in questo caso non di un materialismo animalesco, proiettato verso consumismo ed edonismo, poiché si tratterebbe del riconoscimento di un mondo materiale reale, concreto, presente ai nostri sensi e alla nostra esperienza umana, scevro di afflati spirituali ma anche di affabulazioni illuministiche. Non crediamo in Dio, nell’anima, nell’aldilà, nella metafisica e nel mondo astratto delle idee ma non per questo assecondiamo i bassi appetiti anarcoidi della moderna mentalità occidentale. Del resto, non sta scritto da nessuna parte che per essere seri tradizionalisti serva essere credenti.

Non abbiamo, infatti, alcun bisogno di deità, chiese e religioni per sposare una visione del mondo identitaria e tradizionalista, virile e patriarcale, conservatrice nel giusto ed eroica, anzi, una metafisica soprattutto universalistica rischierebbe soltanto di banalizzare la vocazione patriottica dell’etno-razionalismo, che riconosce la nazione sopra ad ogni cosa. Siamo dell’idea che la religione sia soltanto un ingombro inutile, sottoprodotto dell’ignoranza, della miseria, della superstizione e oggi legata ad una morale untuosa che nel caso della Chiesa vira pericolosamente verso mondialismo, terzomondismo e universalismo apolide. Nondimeno distinguiamo, dai credi semitici, la gentilità che per via del suo intimo legame con l’Europa rappresenta una forma di culto per davvero tradizionale.

L’ateismo lombardista, per quanto non sia militante e fondamentale (la religione, dopotutto, è un fatto secondario, nella nostra ottica), assume perciò le caratteristiche scientifiche di un razionalismo leale con l’etica solare dei nostri padri indoeuropei, e desideroso di risolvere gli equivoci ingenerati dall’ateismo classico, appunto, che è sottoprodotto della temperie illuministica e giacobina. Una miscredenza che, oltretutto, finisce per combaciare coi deliri della coerenza evangelica. Teniamo in non cale i philosophes, disprezziamo la Rivoluzione francese e le sue conseguenze esiziali, e pur non ergendoci a difensori di trono e altare riconosciamo la bontà e la legittimità delle posizioni tradizionaliste, ancorché slegate da una fede religiosa.

Va da sé che il cattolicesimo e il cristianesimo in genere, come ebraismo e islam, siano qualcosa di estraneo al nostro continente, alieno dallo spirito pagano e ariano, ed è naturale dunque sviluppare una visuale razionalista incentrata su ciò che esiste, si manifesta e viene esperito ogni giorno della nostra vita e della vita dei nostri popoli. La religione è vecchiume superfluo, anacronismo che ci inchioda ad una mentalità servile, fanatica, levantina (si parla, naturalmente, di credo mediorientale) e ad un pensiero debole volto alla castrazione dello spirito eroico degli europei.

Non è certo un caso che la religiosità oggi prosperi presso le genti del terzo mondo, le vecchie, gli “ultimi”, e non lo si dica in termini di disprezzo classista – ci mancherebbe! – ma di condanna verso una spiritualità che esalta tutto ciò che sa di sconfitta, di fallimento, di anormalità e di diversità, ed è soprattutto il caso del cristianesimo. Le ovvie conseguenze di una simile morale sono la criminalizzazione del razzialismo, del nazionalismo, dell’etnicismo, il che rende il Vaticano conforme alle perverse logiche della modernità e del mondialismo. Fra l’altro, giusto per sopravvivere e non affondare nell’oceano dell’indifferenza dell’Occidente contemporaneo.

Non vorremmo sorgessero degli equivoci, comunque. Noi condanniamo la religione cristiana perché estranea all’Europa, semitica, anacronistica, debole, effeminata, serva, oscurantista – per quanto oggi schiava della contemporaneità, appunto per galleggiare – e non perché disprezzata da una gioventù massificata che non crede più in nulla. Noi ripudiamo l’ateismo e l’agnosticismo come elaborazioni della mentalità consumistica attaccata al denaro e al benessere, succube dei miti del successo, del progresso e dell’edonismo, e non vorremmo mai che il vuoto lasciato dal cattolicesimo venga colmato dal liquame della decadenza occidentale. Anche per questo sosteniamo a spada tratta l’etno-razionalismo, in qualità di laica forma di identitarismo scientifico e naturale chiamato a sconfiggere le tenebre del satanismo mondialista.

Insomma, non ci serve un dio, una religione, una metafisica per dirci identitari e tradizionalisti, ed essere critici nei confronti della spiritualità, segnatamente semitica, non significa abbracciare la spazzatura di una secolarizzazione figlia del 1789, e quindi  malata di egualitarismo. Certo, non vogliamo sottostare ad un assolutismo che ci veda schiavi di inesistenti dei, in balia del fantomatico peccato e bisognosi di riscatto e redenzione, perché inferiori esseri finiti, e non vogliamo mortificarci con un dogmatismo elaborato da intriganti per beffare e sottomettere gli ignoranti, sacrificando la nostra esistenza all’assurdità di una inesistente vita oltremondana. A questo proposito, il nostro tradizionalismo è differente: rispettoso dell’ethos indogermanico, a difesa di patriarcato, eterosessualità, monogamia, nemico di qualsiasi forma di perversione anti-identitaria ma al contempo proiettato in un futuro in cui scienza ed etnonazionalismo collaborino, sbarazzandosi finalmente di ogni fardello irrazionale ed incompatibile col vero spirito europeo.

Razza

Concetti come etnia, popolo e nazione non possono prescindere da quello basilare di razza, che rappresenta il fondamento biologico e antropologico delle diverse popolazioni umane. Anche l’uomo è un animale, pertanto non è possibile inquadrarlo senza accezione razziale, eziandio perché essa rappresenta una fiera opposizione al sistema-mondo e ai suoi disvalori miranti alla distruzione dell’identità delle vare nazioni, a partire da quelle europee. La razza consiste in quell’insieme di caratteri fisici e genetici che vengono trasmessi ai discendenti e che costituiscono le varie suddivisioni in cui l’umanità si rispecchia; ‘razza’ può anche essere sostituito dal termine ‘subspecies‘, ancor più scientifico, che rimarca la tassonomia dell’essere umano: genere, specie, sottospecie, sottorazza, fenotipo, etnia. Nel nostro caso si parlerà di razza caucasoide/europoide di ramo europide, che riguarda i cosiddetti bianchi, le popolazioni indigene dell’Europa. Secondo i tromboni del politicamente corretto la razza è soltanto un costrutto sociale e culturale: un concetto molto interessante, perché non pensavo che indice cefalico, angolo facciale, punti craniometrici e somatotipo fossero delle astrazioni nazifasciste…

Le razze esistono, e sono nate dalla separazione continentale, dall’adattamento climatico, dalla dieta e dalla selezione sessuale, nonché dall’eredità genetica e antropologica dei vari popoli della terra. Nulla di opinabile o di socioculturale, checché ne dicano gli antirazzisti, che del resto portano avanti una ben precisa agenda volta allo sradicamento e alla liquidazione della biodiversità, per favorire i truci disegni del sistema-mondo e del capitalismo. La scienza non asservita ci parla tranquillamente di diversificazione razziale, e basterebbe non avere ideologiche fette di salame sugli occhi per accorgersene e riconoscere che non esiste alcuna “razza umana”, bensì specie umana suddivisa in varie sottospecie (fondamentalmente 5-6). Razzismo? Nient’affatto, natura. È poi evidente che il concetto di razza possa anche, poeticamente, ammantarsi di peculiarità spirituali, intellettuali, caratteriali, psicologiche perché i popoli del pianeta non sono tutti uguali. Per fortuna, direi. Paradossalmente, il vero odio razziale è di coloro che disprezzano la diversità e vorrebbero annullarla nel meticciato, il tutto per favorire tristemente gli imperialismi antifascisti. Ma la verità non può essere cancellata, ed è per questo che pure l’uomo è caratterizzato razzialmente, con buona pace delle ideologie.

Contro la Nato, tomba della sovranità europea

Il lombardesimo condanna il patto atlantico, la Nato, essendo la tomba della sovranità di ogni vera nazione europea. La Nato è sinonimo di cattività continentale nei confronti degli Stati Uniti, il giogo che vincola l’Europa al carro americano, ingannando peraltro noi europei con il tema dell’alleanza fittizia: non esiste alcuna alleanza tra noi e gli Usa, perché si tratta della nostra completa sudditanza, in favore dei gendarmi del globo e del loro malato unipolarismo. I sostenitori nostrani della Nato vorrebbero farci credere che le cose non stiano in questi termini ma, di fatto, dal 1945, il continente europeo è terra di conquista e occupazione a stelle e strisce.

Gli Usa ci trascinano nei loro conflitti in una posizione del tutto subordinata, il che rafforza l’idea di Occidente a trazione americana: un mondo marcio fondato sugli pseudo-valori consumistici, capitalistici, liberali dove il feticcio di una fasulla libertà viene eretto a moloc che non può finire in discussione. Da teorica alleanza difensiva nei riguardi dell’ex Unione Sovietica, ecco che la Nato ha assunto la dittatoriale portata di una congrega di guerrafondai, naturalmente capeggiati dagli americani e votati alla distruzione dell’Europa tradizionale che ogni identitario ha in mente, e che include la Russia. Perché anche la Russia è Europa, almeno fino agli Urali.

Noi lombardisti siamo a favore del disegno euro-siberiano, ormai è risaputo, e quindi condanniamo senza se e senza ma la fantomatica alleanza atlantica, che è poi il totale servaggio europeo a favore dei padroni statunitensi. La finta civiltà che la Nato vuole preservare è quella rappresentata dal pensiero liberale e liberal, e cioè la liquidazione dei principi identitari e tradizionali su cui si fonda l’Europa, la vecchia fortezza Europa. Tutto viene sottomesso al volere del grande capitale, del mercato, della società dei consumi che è poi quanto si nasconde dietro, ad esempio, le mascherate arcobaleno dei gay pride.

Sangue, suolo e spirito vengono così spazzati via dall’impero del nulla d’oltreoceano che grazie alla Nato, e pure all’Unione Europea, impone la nefasta volontà di Washington a scapito della sovranità europea, naturalmente a casa nostra. Il patto atlantico ci incatena al baraccone statunitense e ci costringe a seguire le guerre degli americani contro altri popoli europei: basti pensare a quanto subì la Serbia, o la stessa Russia. Capiamoci: la critica e la condanna della Nato non significa fedeltà a Mosca, o ad ogni altra realtà multipolare schierata contro gli Usa, ma è logico che il lombardesimo preferisca guardare ad est piuttosto che ad ovest.

Ad est, dove sorge il sole, si staglia la patria delle genti indoeuropee, da cui proviene la nostra vera civiltà. In quelle tormentate steppe fra Ucraina e Russia batte il cuore dell’Urheimat ariana, e non dobbiamo mai dimenticarci delle reali radici d’Europa. Pertanto, né Nato (e quindi Usa e Ue) né Federazione Russa contemporanea, che con la guida di Putin preferisce l’Asia all’Europa, sorvolando sulla natura multietnica e multirazziale dello stato russo. Infatti, la nostra posizione anti-atlantica non è un voler cambiare padrone, bensì un rimettere l’Europa al centro di tutto, un’Europa che include la Russia e che vuole abbracciare l’Euro-Siberia, liberandosi dalla democrazia yankee. Ma, si capisce, ogni popolo deve avere la propria sacrosanta sovranità, perché solo così si può davvero sconfiggere ogni forma di mondialismo.

Lombardesimo e islam

L’islam è il fratello minore di giudaismo e cristianesimo, anch’esso partorito dal deserto mediorientale e figlio di genti semitiche. È un’eresia del cristianesimo, che a sua volta è un’eresia del prisco ebraismo, e con le altre due religioni monoteistiche condivide il culto per un dio abramitico, che con l’Europa non c’entra alcunché. Ne risulta che la presenza islamica nel nostro continente è intollerabile, anche perché profondamente ancorata a decine di milioni di fedeli appartenenti al terzo mondo, dunque allogeni nel contesto europeo. Infatti, il problema più grave della religione musulmana non è il credo in sé – non poi così diverso dal cristianesimo – ma la zavorra migratoria che rappresenta.

È anche un problema culturale, certamente. La fede di Maometto è intrinsecamente legata al Medio Oriente e alle sue costumanze, pertanto è un corpo estraneo, in Europa, ancor più della religione di Cristo (che, un minimo, è europeizzata). L’importazione di usi, costumi, tradizioni e mentalità fondamentalmente arabi, per non parlare della cultura da sud del globo, non è compatibile con le nostre radici, il nostro spirito e la nostra identità, e teniamo bene a mente che prima di riferirlo all’islam lo indirizziamo a giudaismo e cristianesimo; il primo è un prodotto ebraico praticato da genti ebraiche, il secondo non ha accezione etnica ma è di matrice levantina e, per di più, a vocazione universalistica.

Mosè, Gesù e Maometto sono immigrati mediorientali da rispedire al mittente, per quanto il cristianesimo sia radicato in Europa da circa 2.000 anni. Vi sono certi ambienti, diciamo pure nazisteggianti, che strizzano l’occhio al musulmanesimo, visto come religione virile, guerriera, “cattiva”, contrapposta al giudeo-cristianesimo. Sebbene io non condivida la pacchiana islamofobia in stile Oriana Fallaci, Roberto Calderoli, Matteo Salvini, Geert Wilders o Michel Houellebecq, e dunque il disprezzo liberale e filo-giudaico (quindi filo-sionista) per Maometto, ritengo che la fede islamica vada espulsa dal nostro continente, assieme ai suoi credenti allogeni.

Esistono contrade europee, basti pensare ai Balcani, in cui l’islam ha attecchito storicamente, presentandosi oggi come rimasuglio di domini esotici (ottomani), e per quanto i fedeli siano indigeni d’Europa (i famosi musulmani dagli occhi azzurri) praticano un culto che è una spina levantina nel fianco del nostro continente, direi intollerabile. Se le chiese cattoliche od ortodosse possono essere accettate, più che altro in qualità di musei, sinagoghe e moschee, in Europa, sono un insulto alla nostra storia e alla nostra identità e andrebbero smantellate. La cultura maomettana non è compatibile con le nazioni europidi, e se ne sta dunque bene in altri lidi.

D’altra parte, riconosco tranquillamente che l’islam sappia essere un valido alleato contro il mondialismo giudeo-americano, soprattutto se si parla di musulmani sciiti, ma questo ha un senso laddove i popoli islamici in oggetto restino nella propria patria. In caso contrario essi diventano pedine manovrate dal sistema, e riversate in Europa per distruggere identità, tradizione, spirito. Sarebbe comunque bene comprendere che, a suo modo, anche il musulmanesimo è una forma di mondialismo, al pari del cristianesimo, del comunismo, del capitalismo e del multipolarismo dei BRICS, proprio perché ha aspirazioni universalistiche. Ciò è inaccettabile, specialmente qualora le scimitarre mirino alla conquista del continente europeo e all’assoggettamento e alla conversione degli europei.

Cosa già accaduta in Iberia, Sicilia, Balcani, Tracia, Cipro, Caucaso ma ricordiamoci di Poitiers, di Lepanto, di Vienna e di tutte quelle battaglie che hanno rappresentato una riconquista bianca, di casa propria, contro degli invasori alloctoni, perché ribadiamo che il peggior problema islamico è, appunto, la natura esotica dei suoi credenti. Sarebbe infatti sterile sparare a zero su Maometto per questioni meramente religiose, dal momento che l’Europa è stata cristianizzata, perciò i nostri strali si appuntano in particolare sulla questione etnica e razziale. Poi, chiaramente, anche culturale. Lo spirito arabo ha concepito una religione araba ed è assurdo volerla trasporre in chiave europea. Non si può essere giudeo-cristiani ed europei allo stesso tempo, e non si può esserlo nemmeno con il maomettismo.

Le simpatie “identitarie” per le sottane del “profeta” sono, dunque, francamente patetiche, anche perché l’islam è roba da terzo mondo. La stessa critica e condanna riguarda cristianesimo e, soprattutto, giudaismo e se lombardi ed europei anelano ad una vita spirituale possono tranquillamente riscoprirla grazie ad un rinnovato fervore gentile, in linea con le radici e le origini delle nostre terre. Il fascino per l’islam è assurdo: la virilità, il piglio guerriero, il patriarcato, la lotta contro il modernismo e la secolarizzazione progressista (con tutto quello che ne consegue, vedi ad esempio il femminismo) sono mirabilmente incarnati dalla tradizione indoeuropea, ed è proprio ai padri ariani che dobbiamo guardare.

A volte, chi ammira l’islam lo fa perché disgustato da un cattolicesimo all’acqua di rose che imbarca acqua da tutte la parti, poiché finalmente coerente con la sua natura evangelica. Il cristianesimo propone una mentalità debole, schiava, effeminata, remissiva, perdente, direi masochistica e lo si vede anche nella tipologia di martiri che la religione cristiana propone: gente che si lascia umiliare e ammazzare, come lo stesso Gesù. L’islam, invece, è aggressivo, conquistatore, fanatico e offre figure di martiri completamente diverse da quelle del cristianesimo, come lo stesso fondamentalismo dimostra.

Anche per tali ragioni, in certe frange dell’estrema destra nostrana, esiste una certa fascinazione per Maometto e il suo culto, visti come antidoto al mondialismo, al laicismo ateo dell’Illuminismo e alla sovversione valoriale incarnata dal feticcio del consumismo e dell’edonismo occidentali. Ma, ribadisco, non abbiamo nessun bisogno dell’islam per ritrovare patriarcato, piglio guerriero e virile, mentalità da eroi e padroni, vocazione allo spirito uranico e solare: basta guardare, nuovamente e con rinnovato entusiasmo, al mondo indoeuropeo, che sta alla base della civiltà europea ed è l’artefice della nostra natura. Peraltro, sarebbe esilarante ripudiare il cristianesimo per fiondarsi tra le braccia di una religione di semiti, camiti, negri e meticci.

Lasciamo perdere il monoteismo abramitico, signori, sia esso giudeo-cristiano o islamico, in quanto prodotto mediorientale, faccenda per levantini, non per europei. La posizione del lombardesimo è di condanna nei confronti delle religioni abramitiche, perché la riscoperta identitaria e tradizionale deve passare per i veri culti europei, che sono quelli ariani, fermo restando che l’etno-razionalismo è la visione lombardista predominante in materia di spirito. Ciò non toglie che la religione possa avere un posto, nella dottrina etnonazionalista cisalpina, e per questa ragione la pista conduce alla Chiesa nazionale ambrosiana. Ma avremo modo di riparlarne.