Popolo

Riconoscendo la Grande Lombardia come una nazione caratterizzata da peculiare identità, non possiamo che parlare del popolo, e cioè dell’insieme di genti lombarde che costituiscono la base d’appoggio fondamentale del concetto di nazione. Un popolo, frutto dell’unione di più popolazioni, consiste in tutta una serie di caratteristiche identitarie, tradizionali, etniche, linguistiche, culturali e antropologiche che ci portano, giustamente, ad argomentare di un’entità coesa al suo interno e contraddistinta da una forte unità comunitaria. Il popolo, pertanto, viene a coincidere con l’etnia, la nazione, la comunità, e l’auspicio lombardista è quello di affrancare la popolazione lombarda inserendola in un quadro etnonazionale che sappia rappresentare al meglio tutti i popoli d’Europa, rigettando gli stati-apparato, come la stessa Repubblica Italiana. Perché è proprio il popolo, dunque la nazione, a legittimare uno stato, non viceversa, ed è logico che senza fondamenta popolari e nazionali qualsiasi ente statuale appaia privo di linfa vitale, mero organismo burocratico dai risvolti tirannici.

E, d’altra parte, si può davvero parlare di popolo quando venga a sussistere quella fondamentale fisionomia identitaria figlia della stratificazione etnica, culturale, linguistica, che anche antropologia e genetica ci dicono scientificamente provata. Se esiste un popolo granlombardo è perché esso condivide dei tratti identitari peculiari che non si ritrovano altrove, assemblati nella maniera originale granlombarda, ed è per questo che il “popolo” italiano dalle Alpi alla Sicilia semplicemente sia artificiale, retorico. La Grande Lombardia – e, in modo speciale, la Lombardia etnica – oppone all’Italia statolatrica un quadro relativamente omogeneo che è prodotto delle vicende storiche delle nostre genti, le cui radici affondano nel passato celtico, gallo-romano, longobardo, tenendo certo in considerazione anche gli apporti minori di altri popoli antichi (minori in senso di unità nazionale, si capisce). E se possiamo, dunque, trattare di popolo cisalpino è grazie alla plurimillenaria famiglia che si pone a fondamento della comunità granlombarda, indispensabile al fine di inquadrare correttamente la genesi di una futura entità politica etnostatuale.

Mai con gli Stati Uniti

Il peggior nemico dell’Europa e della sua civiltà non è la Russia (che è Europa, ricordiamolo), non è la Cina, non è l’islam e nemmeno il comunismo (quello vecchio stampo, beninteso), per quanto possano rendersi esecrabili, bensì l’Occidente, massimamente incarnato dagli Stati Uniti d’America. Per Occidente si indica la decadenza contemporanea fatta di liberalismo e di progressismo, di capitalismo e di consumismo, di relativismo e di antifascismo, con tutto il suo strascico di imbarazzanti teorie liberal finalizzate alla distruzione di identità e tradizione. Oggi tale concetto di Occidente ingloba pure l’Europa modernista che, d’altra parte, è la sciagurata patria di Illuminismo e Rivoluzione francese.

L’America è la padrona dell’Europa ridotta ad Unione Europea, inquadrata anche nella Nato per aggravarne ulteriormente la cattività imperialista. Il continente è di tutti, di conseguenza, fuorché degli europei, e sono proprio gli europei rinnegati, gli americani, a tenere per il guinzaglio l’antica culla della civiltà, oggi ridotta a succursale dell’unipolarismo d’oltreoceano. Noi lombardisti crediamo fortemente nell’accezione tradizionale di Europa e ci addolora constatare come il nostro mondo, un tempo glorioso, sia un cumulo di macerie su cui banchettano i nemici di etnia, nazione e razza, per di più in nome di falsi ideali frutto del grande capitale apolide.

L’abbraccio mortale degli Usa ci ha resi imbelli, succubi, inerti, deboli e asserviti e tutto quello che non sta bene agli Stati Uniti non deve andare bene nemmeno nelle nostre terre. Abbiamo perso l’indipendenza, la sovranità e l’autorità, grazie anche a quella farsa dell’Ue che è caricatura del nostro continente; nemmeno si può parlare di alleanza, con gli americani, nonostante il patto atlantico sia definito tale, proprio perché a tutta evidenza riguarda la cattività europea a vantaggio solamente dei gendarmi del globo. Una fine davvero squallida per l’ex fortezza Europa, un fallimento di tutti noi e soprattutto di chi ci governa, indegnamente.

Per questo il lombardesimo non starà mai dalla parte degli americani, e di questa finta realtà “europea”, anche perché teorizza il progetto euro-siberiano, di una grande famiglia confederale, come già sapete, che dalla Galizia iberica vada a Vladivostok accomunando tutti i popoli e le (vere) nazioni europidi. Sarebbe il degno antidoto ai veleni dell’imperialismo atlanto-americano perché rappresenterebbe l’Europa genuina contro ogni altro dominio che miri alla sudditanza, alla dipendenza e all’impotenza delle nostre genti. Dobbiamo infatti guardare alla culla della civiltà indoeuropea, le steppe eurasiatiche, e rimettere al centro di tutto le nostre radici e i nostri destini, grazie ad una solida visione razzialista.

Con i vincitori dell’ultimo conflitto mondiale, sedicenti “liberatori”, non ci può essere più intesa, pure perché l’America è il trionfo del meticciato, dell’immigrazione, della società multirazziale, del servaggio verso gli intoccabili, ed è il sottoprodotto di quei corpi tossici espulsi dall’Europa secoli fa, sterminatori di nativi amerindi per conto dell’incubo protestante, apripista di ogni disvalore nordico. Meglio sarebbe stato se avessero vinto i Confederati, è chiaro, meglio ancora se nessuno avesse “scoperto” il nuovo mondo, ma oggi dobbiamo fare i conti con un moloc il cui impero del nulla fagocita uomini, donne, nazioni maciullandoli nel tritacarne cosmopolita. Mai con gli Stati Uniti, dunque, per quanto il cameratismo razziale europide di base non sia malvagio, ma il futuro, e la soluzione ad ogni nostro problema, si chiamano Euro-Siberia.

Lombardesimo e giudaismo

Se il lombardesimo assume un atteggiamento di critica e di condanna nei confronti del cristianesimo, anche cattolico, a maggior ragione prenderà le distanze con perentorietà dal giudaismo, tanto come espressione etnoculturale del popolo ebraico quanto come manifestazione religiosa, storica, dello stesso. Esiste infatti, teoricamente, una distinzione tra giudaismo ed ebraismo: se il primo riguarda la caratterizzazione etnoantropologica delle genti giudaiche, il secondo concerne cultura e soprattutto religiosità ebraiche, talché ‘giudeo’ è il vero e proprio etnonimo degli israeliti. Un etnonimo che ha anche valenza genetica, poiché i giudei, per quanto dispersi e raccogliticci, rappresentano una popolazione eterogenea ma dalla comune matrice semitica.

Come il cristianesimo, il giudaismo – e l’ebraismo – incarnano un corpo estraneo, in Europa e in Lombardia. L’origine levantina, mediorientale, degli ebrei li pone al di fuori del contesto europeo primigenio, soprattutto poiché giudaismo ed ebraismo si sovrappongono, ed è dunque difficile trovare dei convertiti gentili (in senso europide). L’ebraismo è una religione profondamente legata all’etnia giudaica per quanto, effettivamente, esistano delle eccezioni: si considerino, ad esempio, i falascia, gli ebrei etiopi, o su di un piano storico, i Cazari dell’Eurasia centrale. Ma, di norma, giudei ed ebrei sono la stessa cosa, sebbene nel tempo la diaspora abbia disperso i giudei primevi in svariate contrade del globo.

Avremo così, per ricordare i principali, gli aschenaziti, gli ebrei dell’Europa centro-orientale; i sefarditi, gli ebrei del Mediterraneo; i mizrahì, gli ebrei autoctoni del Medio Oriente; gli italkim, gli ebrei italiani; i romanioti, gli ebrei greci, e una galassia di altri raggruppamenti che rientrano più o meno nelle categorie principali. Ad esempio, i mizrahì, comprendono tutti gli ebrei dell’Asia sudoccidentale. I già citati falascia sono di religione ebraica ma di etnia etiope e costituiscono, infatti, la carne da cannone dell’esercito israeliano. Il noto razzismo ebraico non si limita agli “infedeli”. Nella maggior parte dei casi il concetto di giudeo ed ebreo coincide, nonostante che la dispersione abbia contribuito alla diversificazione dei ceppi, pertanto l’originale matrice semitica viene per lo più conservata.

Il lombardesimo ritiene l’ebraismo estraneo all’Europa e alla Lombardia, proprio come il cristianesimo, e l’islam. È un prodotto culturale mediorientale, rappresentato da genti levantine, e non può quindi conciliarsi con le nostre vere radici. Questo anche perché l’ebraismo, espressione religiosa e culturale del giudaismo, viene praticato da allogeni che mantengono un legame tenace tra etnia e religione. L’ebraismo è certamente meno universalista del cristianesimo, o dell’islam, e porta avanti, come è risaputo, una tradizione matrilineare che incarna l’identità ebraica in senso stretto. Noi sappiamo che queste, comunque sia, sono futilità religiose, poiché uno è ebreo/giudeo se ha sangue israelitico, paterno o materno che sia.

C’è da dire, peraltro, che per quanto gli ebrei siano ossessionati dal sangue, la diaspora li ha resi un popolo rimescolato, sparso in tutto il globo, e possono infatti contare anche su popoli convertiti extraeuropei, come gli stessi falascia. Un fenomeno che, storicamente, ha riguardato pure l’Europa orientale – si pensi ai subbotnik russi – tanto che in Israele il russo è una lingua molto parlata, grazie alla massiccia immigrazione, non solo giudaica, da Paesi dell’ex Unione Sovietica. Seppur, quindi, i giudei conservino una comune origine mediorientale, appaiono oggi suddivisi in diversi rami, come dimostrano anche antropologia e genetica.

La religione ebraica moderna, oltretutto, è cosa ben diversa dall’ebraismo della Bibbia, e dei tempi di Cristo. Si tratta infatti di una creazione medievale, conseguenza dello sviluppo del cristianesimo, che a suo modo è divenuto il “vero” ebraismo, il “vero” Israele. Il cristianesimo, stando a ciò che afferma la Chiesa, è la naturale continuazione del mosaismo, pertanto l’ebraismo odierno è soltanto una versione rattrappita di quello primigenio, confluito nella religione di Gesù di Nazareth. D’altra parte, di ebrei, oggi, ne esistono una ventina di milioni, mentre di cristiani circa 2 miliardi e mezzo.

Il dio degli ebrei è lo stesso dio dei cristiani e dei musulmani, talché cristianesimo e islam sono eresie dell’antico giudaismo (che a sua volta ha assorbito elementi da altre culture mediorientali, vedi antico Egitto). Il lombardesimo critica ferocemente il monoteismo abramitico poiché, dopotutto, alieno alla più intima essenza europea, che è certamente gentile. E il monoteismo abramitico è a suo modo un’anticipazione di mondialismo e cosmopolitismo, per via della scellerata vocazione universalista; l’ebraismo primigenio aveva nel proprio ADN tale slancio, ancorché solidamente ancorato all’etnia giudaica (il “popolo eletto”), concretizzatosi poi appieno col cristianesimo, che si ritiene il vero e nuovo Israele.

Perciò il cristianesimo è sottoprodotto giudaico, frutto di giudei e intriso di cultura giudaica, esportato da giudei e professante un credo incentrato sul dio giudaico, per quanto riproposto in modalità trinitaria. Senza ebrei non sarebbe esistito il cristianesimo, anche perché la missione (storica?) di Gesù di Nazareth non si è svolta presso Celti o Vichinghi, ed egli stesso è stato educato secondo i principi religiosi e culturali israelitici. Ebraismo, cristianesimo e islam sono prodotti della medesima temperie geografica, culturale ed etnica, incarnazione della tenebrosa religiosità semitica fatta di peccato, rinuncia di sé, mortificazioni, castighi, morte e inferni. E badate che il salutare ethos patriarcale non è invenzione ed esclusiva mediorientale, checché ne pensino i bigotti monoteisti, perché praticato anche dagli Indoeuropei, per di più declinato in versione schiettamente solare e uranica.

Quindi la tradizione europea è figlia del mondo ariano, e non ci servono le religioni abramitiche per difendere un’etica plasmata in antico dalle popolazioni indoeuropee, di cui siamo gli eredi, anche spiritualmente (con buona pace di chi farnetica di radici giudaico-cristiane d’Europa, di fratelli maggiori e di spiritualità semitica). Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Cristo e Maometto sono immigrati, nel contesto europeo, e vanno rispediti al mittente, nella consapevolezza di come gli elementi apparentemente seducenti del cristianesimo, segnatamente cattolico, non siano altro che reminiscenze pagane, parassitate dalla Chiesa di Roma. E se ci opponiamo al credo in Cristo, ci opponiamo alla sua originaria fonte, l’ebraismo, antico o moderno che sia.

Per concludere, una riflessione sull’entità sionista, Israele, comunque già sviluppata in scritti precedenti. Uno stato, certo, etnonazionalista, ma fondato sul giudaismo e sulla religione ebraica, e proprio per questo del tutto estraneo nei riguardi dei principi völkisch europei. Non siamo contrari alla presenza ebraica in Medio Oriente, anzi, tutti gli ebrei dovrebbero fare ritorno alla terra dei propri padri, ma chiaramente non abbiamo alcuna simpatia nei confronti degli occupanti politico-militari della Palestina, e non per delle pregiudiziali antisemite. La terra palestinese è provincia siriana, e alla Siria deve ritornare, smantellando Israele ma lasciando le genti giudaiche al loro posto. Il lombardesimo, infatti, non condanna il sionismo (anche perché non si impelaga con il terzomondismo), qualora si tratti di rimpatrio degli ebrei d’Europa nel Levante.

Etnia

La componente identitaria fondamentale dell’etnonazionalismo è, appunto, l’etnia, intesa come insieme di elementi culturali, linguistici, antropologici e biologici che costituiscono il profilo di un popolo, e di una nazione. Nell’ottica lombardista parlare di etnia è, dunque, basilare poiché la Grande Lombardia si edifica sulla fisionomia identitaria, etnica, delle genti cisalpine. L’etnicismo demolisce i nefasti miti del patriottismo di cartapesta all’italiana e del nazionalismo civico alla catalana, facendo comprendere appieno quanto la Lombardia sia una nazione innervata sul dato etnico, che è necessario al fine di poter discutere con raziocinio di autoaffermazione e di indipendenza, e risultare convincenti. L’accezione corrente di etnia è prevalentemente culturale e tradizionale, certo, ma per essere completa ed esaustiva deve contemplare anche il sangue, altrimenti ci si riduce ad uno sterile identitarismo basato su lingua e cultura, o cucina, che accetterebbe senza problemi la fantomatica lombardità di soggetti allogeni. Perciò tutelare la civiltà di un popolo è sacrosanto, ma prima ancora va tutelata la sua componente antropologica e biologica, senza la quale ci si ridurrebbe all’innocuo folclore.

Nel pensiero lombardista la base etnica e nazionale è imprescindibile, ed è il dato di partenza di ogni considerazione in materia di identità. Dietro l’etnia, dunque, è facile cogliere sottorazza e razza, quindi sangue e suolo, da cui lo spirito, la cultura e la civiltà. Se è vero che il sangue senza spirito si trasforma in mero fluido biologico, è ancor più vero che non si può trattare di lombardesimo e lombardità trascurando il discorso völkisch, poiché per noi l’identitarismo deve per forza di cose essere etnico, perciò etnonazionalista, e razzialista. In un mondo vieppiù globalizzato che calpesta l’identità delle vere nazioni, segnatamente europidi, abbiamo il diritto e il dovere di affermare la bontà e la necessità di un perentorio etnicismo, che consideri fondamentale la difesa del sangue, del suolo, dello spirito. Perché senza etnonazionalismo, si capisce, si spalancano le porte al relativismo, e a quel tristissimo fenomeno di assimilazione e inclusività che costituisce il fondamento di ogni scelleratezza egualitaria: ogni popolo del globo ha la propria dignità e merita rispetto, ma se alimenta società multirazziale e meticciato, tramite l’immigrazione, diventa pedina del sistema-mondo.

Euro-Siberia, il grande progetto imperiale

L’ideale collocazione geopolitica dell’Europa, che, ricordiamo, finisce agli Urali comprendendo la Russia etnica, si chiama Euro-Siberia (o Eurosiberia), lo sterminato spazio intercontinentale che unisce la realtà etnonazionale genuinamente europea alla, preziosissima, parte asiatica inglobata e governata dalla Russia. Una grande famiglia razziale e culturale, nonché dominio geopolitico europeo, nell’ottica del contrasto agli altri, aggressivi, potentati del pianeta che rischiano di stritolare la nostra civiltà in nome dell’unipolarismo americano o di un multipolarismo terzomondista volto a privilegiare le realtà extra-europidi. Come lombardisti, invece, ecco che privilegiamo il grande disegno confederale di un’Euro-Siberia dalla Galizia iberica a Vladivostok, per fronteggiare in maniera vittoriosa le sfide che ci attendono e salvare la culla della civiltà, l’Europa, dall’auto-genocidio e dall’estinzione.

L’Euro-Siberia, nel nostro pensiero etnicista, rappresenta uno sterminato consesso “imperiale”, naturalmente confederale, che unisca razionalmente tutte le vere nazioni europee, nel segno di razza, etnia, nazionalità ma anche di cultura, civiltà, dottrina. Oggi appare necessario unire, dove serve, gli sforzi degli europei al fine di creare un consorzio che si riveli fondamentale per quanto concerne la geopolitica, l’economia, l’industria e le infrastrutture, l’energia e lo sfruttamento di risorse e materie prime, quest’ultimo possibile proprio grazie al disegno e al progetto euro-siberiano. Tutti gli europei sono chiamati a farne parte, a patto che si adotti un’ottica confederale e non si ricaschi nelle tentazioni unioniste che hanno dato origine alla sciagurata Unione Europea del Benelux.

Se, infatti, la Ue è un’accozzaglia di stati – nemmeno nazioni – tenuta assieme dal feticcio burocratico, finanziocratico e tecnocratico, e ridotta inevitabilmente a colonia degli Usa e della Nato, l’idea d’Europa lombardista punta alla salvaguardia della nostra civiltà, e di chi l’ha plasmata, possibile soltanto in uno scenario imperiale che costituisca un patto etno-razziale tra tutte le nazioni indigene bianche. Nulla vieta il cameratismo razziale dei bianchi del globo, uniti da vincoli biologici e antropologici, ma è chiaro che non sia affatto utile preservare i rapporti con Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica perché incarnazione di ambiti e prospettive multirazziali del tutto privi di ossatura etnonazionale. L’Eurussia sarebbe realtà intercontinentale, o semplicemente continentale a seconda di come la si veda geograficamente, ma nella piena tutela delle nazioni che la formano.

Il futuro è dunque l’Euro-Siberia, e cioè lo sterminato dominio indigeno dell’elemento razziale europide, possibilmente grazie ad una classe dirigente forgiata nel cuore carolingio, gallo-teutonico, dell’Europa (che comprende anche, quanto la nota Banana blu, la Grande Lombardia), chiamata ad amministrare in prima persona la politica euro-siberiana grazie ad equilibrio, razionalità, sviluppo, tecnologia, giusto progresso in termini scientifici. Questo spazio eurasiatico, benedetto dalla razza europide, rappresenterebbe la dimensione vitale degli europei, un baluardo continentale schierato contro le minacce unipolari e terzomondiste. Chiaramente, la stessa Russia dovrebbe convertirsi all’idea euro-siberiana, lasciando perdere l’ambiguo eurasiatismo alla Dugin, la Federazione multirazziale e multietnica e i sogni imperialistici svuotati di valore völkisch.

Ogni nazione europea, legittimamente, deve ambire alla difesa della propria sacrosanta sovranità (monetaria, identitaria, militare), ma dovrebbe anche aprirsi ad una soluzione eurussa laddove si tratti di autarchia sulle materie prime e di sviluppo in loco dei mezzi di produzione atti alla trasformazione di tali risorse e materie prime. E, oltre a questo, l’Euro-Siberia ci giunge in soccorso per quel che riguarda il necessario e sufficiente peso geopolitico mirato a proteggere l’Europa da tentacoli alieni. Va da sé che molto dipenda dal gigante russo, e proprio per questo è fondamentale che Mosca adotti la visione etnicista in chiave eurasiatica, privilegiando la componente europide dell’identità moscovita. E, allo stesso tempo, è doveroso che i russi rispettino la libertà dei loro vicini, in nome della fratellanza balto-slava (e rus’). Noi lombardisti crediamo nell’Europa, intesa come grande famiglia imperiale, e proprio per tale ragione vogliamo batterci per il progetto euro-siberiano.

Lombardesimo e cristianesimo

Il rapporto del lombardesimo nei confronti del cristianesimo non può che essere di critica e di condanna, alla luce dell’estraneità identitaria cristiana al cospetto della civiltà europea. Potrebbe sembrare azzardato, ma le radici dell’Europa non sono affatto cristiane, e nonostante circa 2.000 anni di radicamento clericale nel continente, il monoteismo abramitico, cui il cristianesimo appartiene, resta decisamente un corpo estraneo. Innegabile che l’identità lombarda ed europea risenta dell’influenza della Chiesa, ma a ben vedere quando si parla di culti per davvero tradizionali non si può certo alludere alle religioni monoteistiche frutto del Levante. Ne consegue la netta presa di distanza lombardista dal mondo cristiano che, peraltro, ha rappresentato a suo modo una sciagura.

Il cristianesimo è un’eresia del giudaismo primigenio, fondata da un personaggio di dubbia storicità, Gesù di Nazareth, proclamatosi figlio del dio ebreo. Una religione, dunque, semitica, sorella di ebraismo e islam, trapiantata in Europa in epoca romana per opera di individui levantini (non solo di origine) e la cui essenza risulta aliena alla spiritualità primigenia del nostro continente. L’invenzione del dio unico, e cioè dell’universalismo abramitico, è stata un’anticipazione del mondialismo, e cioè di una forma di assolutismo superstizioso votato all’eradicazione e alla distruzione dell’identità genuina dei popoli europei.

La portata del cristianesimo è stata perciò altamente distruttiva nei riguardi dell’Europa, perché oltre all’importazione di un credo alieno plasmato da giudei dobbiamo registrare l’imposizione di valori, ideali e principi che hanno spalancato le porte, oltre che all’universalismo, all’umanitarismo, all’egualitarismo, al cosmopolitismo e, indirettamente, a progressismo e relativismo poiché il monoteismo abramitico sacrifica sull’altare di Geova sangue, suolo, spirito. Può sembrare assurdo, ma è proprio così: progressismo e relativismo si nutrono della morale cristiana, laicizzandola, al fine di creare una nuova religione dispotica sulla falsariga del credo nel dio unico. Ecco perché affermo che da Geova si sia facilmente scivolati nel nuovo oscurantismo.

Pertanto la zavorra cristiana risulta esiziale sotto due aspetti, quello delle radici e quello dei valori. Per non parlare della Chiesa e della sua venefica opera che ha logorato, indebolito e pervertito lo spirito delle nazioni europee, rendendole schiave della superstizione, del terrore della morte e dell’ignoto, della fede in un dio straniero figlio del deserto mediorientale. Chiaramente si parla del passato, dacché oggi, per cagione dell’Illuminismo, l’Europa non crede più in nulla, nemmeno nel valore sacrale del sangue, e il vuoto lasciato dal cristianesimo è stato colmato dal ciarpame modernista che la stessa Chiesa ha finito per spalleggiare, pur di sopravvivere.

Parlando di Lombardia si viene a trattare di cattolicesimo, forma di cristianesimo che, certamente, ha plasmato nel bene e nel male la cultura dei nostri territori. Sarebbe assurdo negare che l’identità lombarda sia anche cristiana ma resta il fatto che il cristianesimo, pure nella versione cattolica, sia frutto d’importazione e sorta di parassitismo che ha attinto a piene mani dal paganesimo, abitando modelli gentili che non appartenevano al credo in Cristo. La fede romana, oltre a legarci mortalmente a quell’odiata città, ha rinsanguato la venefica dimensione dello spirito imperiale, e in effetti se in un certo senso il cristianesimo ha favorito il crollo dell’Impero di Roma, da un altro punto di vista ne ha ereditato la decadenza, ponendo le basi di una nuova schiavizzazione delle genti europee, appiattite sulla linea di una auto-genocida religiosità per “categorie protette”.

Capisco bene che certi identitari lombardi, ed europei, cerchino di conciliare il nazionalismo etnico con il cristianesimo, ma è un’opera inane: o si serve Cristo o l’Europa. Io stesso tentai una sorta di compromesso tradizionalista ma alla lunga si è rivelato tempo ed energia sprecati, che andrebbero infatti impiegati in qualcosa di più costruttivo. Per quanto il cattolicesimo abbia assorbito elementi della solarità indoeuropea, non si può occultare la vera natura della fede cristiana, che resta profondamente estranea, in rapporto alla genuina civiltà ariana; oltretutto, se dovessimo tollerare la Chiesa soltanto per degli echi pagani sarebbe certo molto più assennato ripristinare l’antica fede, senza compromessi.

La galassia cristiana comprende anche ortodossia e protestantesimo. Se la prima, significativamente legata alle popolazioni orientali, riflette la grecità ed è molto più tradizionalista, conservatrice e battagliera del cattolicesimo postconciliare, il secondo è pura depravazione, riflesso della degenerazione nordica e anticamera della mentalità liberal. Ad esso vanno associate tutte le varie sette americane che hanno trasformato la cristianità, già di per sé esecrabile, in un circo di pagliacci e cialtroni asserviti al capitalismo, a cominciare dal calvinismo e dall’immondezzaio dei suoi derivati. D’altra parte, la Riforma fu il ritorno alle primeve radici ebraiche del cristianesimo, la riconciliazione col terribile dio biblico al netto di ogni influsso paganeggiante mediato da Roma.

La morale cristiana ha indebolito, castrato e fiaccato il luminoso spirito che gli europei hanno ereditato dai loro ariani padri, asservendo l’Europa ad un sistema di “valori” devastatori quali fratellanza globale, pacifismo, amore indiscriminato, perdono, disprezzo di sé stessi, umiltà, mortificazione, rinuncia alla solare gioia di vivere e tetraggine pecoronica da catafalco. Per tacere dell’assurdo concetto di “peccato”. Il tutto per un mesto baratto tra la vita terrena – esistente – e quella – inesistente – oltremondana, facendo leva sugli strati più poveri e deboli della popolazione. Del resto il cristianesimo è stato un ottimo mezzo di controllo del popolo, epoche addietro, terrorizzato dallo spauracchio dell’inferno ed inchiodato, con cristiana (appunto) rassegnazione, alla condizione di minorità fortemente voluta da ceti parassitari quali nobiltà e clero, trono e altare.

Oggi l’Europa, secolarizzata fino al midollo, si è lasciata la fede in Cristo alle spalle, sostituendola purtroppo con materialismo irrazionale, edonismo, progressismo, consumismo e relativismo, mentre la Chiesa di Roma può contare sullo sterminato bacino dei fedeli del sud del mondo. Anche per questa ragione l’identitario lombardista deve liquidare il cattolicesimo – che è universalismo già a partire dall’etimologia del nome – perché non è possibile professare una religione andando a braccetto con sudamericani, negri, levantini, filippini (e pure sud-italiani). Bisogna scegliere, pure per una questione di coerenza, ed è inutile cercare di conciliare l’inconciliabile.

Non ho rinunciato del tutto all’idea della Chiesa nazionale ambrosiana, di cui avrò modo di riparlare compiutamente, ma va da sé che per il cristianesimo non ci possa essere posto nell’ideologia lombardista, pena il sacrificio della coerenza, della maturità, della radicalità etnonazionalista. Se proprio il popolo lombardo ambisse ad una forma di spiritualità che soddisfi la sua sete di infinito (per chi ci crede, ovviamente) questa non può che essere la gentilità celtica, gallo-romana, longobarda, nonostante l’etno-razionalismo sia comunque la posizione ufficiale, in materia di metafisica, del lombardesimo.

Lasciamo dunque perdere il cristianesimo e la cristianità, intollerabili al cospetto della visione del mondo etnicista, e riscopriamo la solare, virile, combattiva, patriarcale e genuinamente tradizionale etica indogermanica, nella consapevolezza che per un salutare conservatorismo identitario non serva assolutamente invischiarsi nella pania clericale, bensì rivalutare tutti quegli aspetti culturali e civili che afferiscono alla dimensione indoeuropea dell’esistenza. Per condannare ed eliminare i disvalori contemporanei non abbiamo affatto bisogno del cristianesimo, perché esso stesso è complice dell’estinzione, biologica e culturale, delle nostre genti.

Lombardesimo e gentilità

L’unica forma di religiosità che il lombardesimo può davvero tollerare è il paganesimo, poiché insieme dei culti realmente tradizionali che caratterizzano la spiritualità europea genuina. A differenza del monoteismo abramitico, cristianesimo incluso, la gentilità è espressione cultuale delle genti europee, in particolare con riferimento alla cultura indoeuropea, e si concilia perfettamente con la stessa ideologia lombardista, in nome delle nostre vere radici. Seppur il lombardesimo releghi la religione ad aspetto secondario, è chiaro che le manifestazioni spirituali non siano tutte uguali e dunque il paganesimo può ambire ad un ruolo culturale importante in seno alla società plasmata dal pensiero etnonazionalista.

Capiamoci, oggi non esiste più il prisco paganesimo, essendosi interrotto il cammino iniziatico circa 2.000 anni fa, e abbiamo dunque a che fare col neopaganesimo; troppo spesso esso esonda nelle pagliacciate e nelle mascherate e sarebbe quindi bene riorganizzare la “chiesa” pagana affinché possa rappresentare una spiritualità depurata dalla cialtroneria e coerente col disegno etnicista. Parlando di Grande Lombardia, e avremo modo di riprendere il discorso più avanti, l’ideale sarebbe una Chiesa nazionale ambrosiana trasmutata in una nuova forma di paganesimo razionale, affinché la religiosità nostrana sia finalmente incarnata da qualcosa di davvero coerente con l’etnonazionalismo. È chiaro che la religione non debba in alcun modo ostacolare la politica, pertanto è necessario che la prima non rappresenti qualcosa di alieno e di estraneo al nazionalismo etnico.

I culti tradizionali d’Europa sono manifestazione spirituale delle genti europee, pensando soprattutto alle antiche radici ariane. Il paganesimo, perciò, va di pari passo con l’etnia, la cultura, la mentalità, gli usi e costumi e il folclore e si fa araldo di una visione tradizionalista che non si mischi col monoteismo semitico, cui il cristianesimo appartiene. Personalmente, la religione non mi interessa, e così nell’ottica lombardista resta in secondo piano, ma ben sapendo che il popolo abbia bisogno di una vita spirituale – in contrasto ad una secolarizzazione instradata su binari progressisti – sono favorevole al supporto nei confronti di una rinnovata forma di gentilità.

È tuttavia chiara una cosa: tale forma di gentilità deve essere del tutto coerente col lombardesimo, non deve mettergli i bastoni fra le ruote e deve incarnare appieno i valori lombardisti; per tale ragione, ogni aspetto equivoco del paganesimo va liquidato in favore di una schietta visione tradizionale e tradizionalista, che rimetta al centro della dimensione comunitaria la mentalità patriarcale, virile, guerriera, eterosessuale, monogama, endogama. Un razionale conservatorismo coerente con il preservazionismo culturale e cultuale, frutto del nostro retaggio indoeuropeo. Il mondo ariano deve essere il nostro faro, contro ogni devianza modernista.

Forse qualcuno può pensare che il razionalismo, il realismo e il materialismo del lombardesimo difficilmente possano conciliarsi con la spiritualità indoeuropea, votata com’è alla sfera solare, uranica, celeste, ma credo non sia così. Il lombardesimo ha certamente una robusta visione razionalista ma non condanna le forme di spiritualità compatibili col nostro mondo e reputa tollerabili una riscoperta ed una rinascenza della religiosità pagana, emendate dalle buffonate in stile wicca e new age. Il sottoscritto è francamente ateo, ma non ateista, non intende cioè portare avanti un ateismo militante che si sostituisca all’oscurantismo semitico, anche perché la religione è un aspetto culturale che fa parte della nostra identità. E dunque lo spirito solare, tipico degli Indoeuropei, va convogliato nel sistema di valori del nazionalismo etnico lombardo.

Fra l’altro, una rinascenza identitaria gentile potrebbe sostenere entusiasticamente il lombardesimo, perché marcerebbero nella stessa direzione: l’esaltazione di sangue, suolo e spirito, la difesa dell’europeismo etnicista, l’affrancamento della Grande Lombardia da Roma (e dal Vaticano) e da ogni altro ente sovranazionale, la liberazione delle nostre terre dal dispotismo cattolico in quanto corpo estraneo di origine ebraica. La religione si occupa di faccende, a mio dire, superflue, e si concentra su aspetti irrazionali, assurdi, astratti; nonostante questo posso però riconoscere che rappresenti un elemento culturale interessante, che sia di sostegno allo spirito inteso in chiave lombardista.

Spirito, dunque, concepito come frutto dell’unione di sangue e suolo, espressione di carattere, mentalità, psiche, cultura, civiltà, arte, letteratura, folclore e filosofia di vita delle nostre genti, che una religione per davvero patriottica esalterebbe senz’altro. Con il cristianesimo non è possibile, e non solo perché la Chiesa, oggi, si è allineata al mondialismo, bensì perché la religione di Cristo è intimamente estranea al mondo europeo, incarna principi incompatibili con l’etnonazionalismo, è votata all’universalismo e promuove una morale patetica lontana anni luce dall’ethos indoeuropeo e lombardista. Il dio dei cristiani è lo stesso dio di ebrei e musulmani, espressione culturale e mentale di un ambito a noi totalmente estraneo.

Certo, si potrebbe pensare che il paganesimo sia meno credibile del cristianesimo, con tutto il bagaglio di miti e leggende, ma lo stesso cristianesimo attinge da una Bibbia che è parimenti fonte di irrazionalità, allegorie, astrazioni, e il concetto del Dio unico di tutti è una sorta di anticipazione del mondialismo, in ispregio della biodiversità razziale ed etnica umana. Inoltre, la religione di Cristo si fonda su di un personaggio dalla dubbia storicità (sicuramente non figlio di un inesistente dio), ha assorbito il mondo pagano, celebra festività che ricalcano quelle gentili e abita modelli culturali che non sono suoi propri. Si pensi, appunto, al calendario liturgico, all’organizzazione del clero, alle festività, al culto dei santi e delle madonne, all’uso del latino, al retaggio greco-romano, al parassitismo nei confronti del pensiero filosofico greco, e così via.

La religione non è qualcosa di credibile, è evidente, e va infatti letta con gli occhi dell’irrazionalità, dell’assurdo, del mondo astratto delle idee spirituali, o se volete della fede e della speranza. Un frutto della superstizione e dell’ignoranza, della paura della morte e dell’ignoto, delle manipolazioni pretesche e dello stato di minorità del popolino antico – vessato in ogni modo da un clero parassitario -, e proprio per questo è e resta, nell’ottica lombardista, del tutto secondaria, pur riconoscendo che sia espressione della cultura di un popolo. Ma dobbiamo capirci: la religione del popolo lombardo deve essere coerente, compatibile e funzionale al lombardesimo, che pone la patria lombarda sopra ad ogni cosa, il nostro vero paradiso da salvare dalla barbarie contemporanea.

Lascio che ad addentrarsi nell’irrazionale mondo della spiritualità siano altri, e non voglio certo occuparmi di dispute teologiche che rischiano di mettere in secondo piano ciò che conta per davvero: sangue e suolo. Nonostante questo, ritengo che una visione tradizionale possa anche contemplare il recupero di una forma di religiosità, a patto che essa sia coerentemente schierata a favore dell’edificazione di una società völkisch. E, allora, il paganesimo può farsi carico di tale ruolo, poiché insieme di elementi cultuali e culturali elaborati dai nostri padri liguri, celti, veneti, gallo-romani, longobardi. Come l’induismo, per fare un esempio, rappresenta le credenze di origine ariana dell’India, così una Chiesa nazionale ambrosiana, e lombardista, può animare una religiosità squisitamente lombarda, nel solco tracciato dai popoli antichi e dai loro culti, per davvero tradizionali.

Mani orobiche sulla Lega Europa

Ebbene sì: a distanza di 61 anni dall’ultimo, e fino a ieri unico, trofeo vinto dall’Atalanta (la Coppa Italia 1963), ecco che i nerazzurri orobici si portano a casa la coppa della Lega Europa, dopo aver battuto per 3 reti a 0 il Bayer Leverkusen. Un traguardo storico, per il pallone bergamasco, ormai abituato a palcoscenici europei grazie alla gestione di Gian Piero Gasperini, tecnico subalpino di Grugliasco. Per la verità l’Atalanta non è nuova ad esperienze di respiro europeo, pensando soprattutto agli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ma la vera rivoluzione è certamente stata attuata grazie al canuto allenatore ex Genoa, a Bergamo dal 2016. Il calcio è pura futilità ma, come molto altro, sa divenire orgoglio cittadino e vale la pena parlarne. La squadra atalantina, negli ultimi anni, ha ingaggiato svariati giocatori stranieri, anche allogeni (non europidi), e se questo le ha garantito di potersi misurare con società titolate di prestigio internazionale, dall’altra parte ha comportato una de-bergamaschizzazione della rosa, perdendo i connotati di fucina di talenti nostrani (tranne rarissime eccezioni). È il destino di chi vuole giocarsela in Europa, ed essere competitivo, in un panorama calcistico mondializzato che ha in non cale le radici etniche e razziali, preferendo milioni, pubblicità, diritti televisivi.

Infatti, la fresca vittoria in Lega Europa è derivata dalla tripletta di un calciatore negride di etnia yoruba, Ademola Lookman, certo provetto ma ben poco lombardo… Per carità, il trionfo fa piacere, rende orgogliosi, entusiasma e gratifica – soprattutto chi segue l’Atalanta da quando navigava nei bassifondi della massima serie tricolore e della B, e non chi si è scoperto atalantino solo ora -, porta il nome di Bergamo sul tetto sportivo del continente, ma ha un retrogusto amaro e induce romanticamente a rimpiangere le formazioni ben più rustiche degli anni ’90. Personalmente, pur essendo felice per la conquista di questo trofeo, resto dell’idea che l’Atalanta abbia perso la ghiotta occasione di divenire l’Atletico Bilbao cisalpino, dimostrando che si può vincere e convincere anche senza imbarcare forestieri. Probabilmente sono un sognatore ed è per questo che ho nostalgia della Dea che fu, cioè quella della mia giovinezza: di certo meno vincente, e senza palcoscenici internazionali (per quanto l’Italia sia una nazione straniera), ma solidamente ancorata alla terra bergamasca. E il diporto dovrebbe, dopotutto, essere proprio questo, una palestra di fierezza patriottica, preferibilmente in chiave granlombarda.

Le minoranze della Grande Lombardia: una riflessione

Il territorio cisalpino è interessato dalla presenza di diverse minoranze etnolinguistiche, concentrate, fondamentalmente, in ambito prealpino e alpino. Si tratta, procedendo da ovest verso est, di occitani, arpitani, walser, romanci, cimbri, mocheni, ladini, austro-bavari, sloveni, croati, istro-romeni. Si considerano qui, ovviamente, le minoranze storiche, formate da popoli europei, e non le varie forme di recente immigrazione. Allo stesso modo vengono esclusi ebrei e zingari, storicamente attestati nei nostri territori ma di estrazione allogena. Ebbene, vogliamo qui parlare del fenomeno delle minoranze etnolinguistiche storiche, esponendo quello che è il punto di vista del lombardesimo in materia, ben sapendo che c’è del dibattito, su tale questione.

La Grande Lombardia è lo spazio vitale dell’etnia e della nazione lombarda, che chiaramente rappresentano la maggioranza della popolazione. Per etnia lombarda intendiamo, anzitutto, gli indigeni della Lombardia etnica (il bacino padano) e in secondo luogo tutte le altre popolazioni autoctone della Padania, che storicamente possono dirsi lombardi. Fatto ormai ben noto che nel Medioevo l’intera Cisalpina era detta, anche dai forestieri, Lombardia. Abbiamo poi le succitate minoranze etnolinguistiche, che non sono originarie dell’area grande-lombarda bensì il frutto di migrazioni storiche; questo anche perché, globalmente, il panorama cisalpino è geograficamente a sé stante, e i confini naturali sono sacri.

La Grande Lombardia comprende, infatti, tutti i territori che ricadono nel dominio padano-alpino e nord-appenninico, dunque oltre a Insubria, Orobia, Piemonte, Emilia, Romagna, Liguria e Triveneto vanno considerati Nizzardo, Valle d’Aosta, Alto Adige e Venezia Giulia storica irredenta, e altri ambiti minori di cui abbiamo già parlato diverse volte. Le minoranze sono presenti lungo l’arco alpino, le Prealpi e in settori come l’Istria o il bacino dell’Isonzo, e per quanto siano ivi attestate storicamente resta il fatto che le loro radici affondano in ambiti transalpini; per l’appunto, la Cisalpina nasce come dominio gallo-romano e galloromanzo, interessato poi dalla penetrazione longobarda.

Si tratta, insomma, di una realtà romanica occidentale, anello di congiunzione fra Mediterraneo ed Europa centrale, abitata in antico dalla massa delle genti alpine, prealpine, padane e appenniniche romanizzate, i cui avi erano Liguri, Celti, Reti, Veneti, Etruschi. Successivamente, al di là dei superficiali influssi di genti barbariche (Goti, Longobardi, Franchi), in alcune zone della Padania si sono stabiliti popoli alloctoni di origine celto-romanza, germanica, slava originari di aree d’oltralpe, che hanno così messo radici su suolo padano-alpino. Lungi da noi paragonare queste genti agli allogeni veri e propri, ma resta il fatto che anzitutto da un punto di vista geografico e “romano” la Cisalpina tutta sia la dimensione nazionale dei cisalpini.

Capiamoci, parliamo di minoranze del tutto compatibili coi lombardi – slavi esclusi – e infatti saremmo decisamente a favore dell’assimilazione. Occitani e arpitani sono fratelli celto-romanzi; i romanci, con ladini e friulani, sono la versione prisca dei cisalpini; walser, cimbri, mocheni e le varie isole baiuvariche sono certo germanici ma dai forti influssi alpini (celtici e retici); i sud-tirolesi, austro-bavaresi, sono il principale ethnos altoatesino, ma anche nel loro caso si tratta della germanizzazione di genti fortemente alpine. Restano sloveni e croati (a cui andrebbe aggiunta la sparuta minoranza istro-romena, ormai quasi estinta), ed effettivamente, in tal caso, si parla di genti molto diverse dai lombardi. Il lombardesimo propone assimilazione dei popoli compatibili e rimpatrio di quelli non compatibili, suggerendo l’introduzione di nuove “Opzioni”: fedeltà alla Grande Lombardia, e assimilazione, oppure ritorno nella terra dei padri.

La Cisalpina appartiene ai lombardi, ed è pertanto Grande Lombardia, dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone. I gruppi minoritari possono restare, se optano per la piena integrazione e la lenta assimilazione, altrimenti meglio che si ricongiungano alle popolazioni transalpine (che, peraltro, avrebbero davvero bisogno di rinsanguarsi grazie ai propri simili). Al contempo potrebbe anche essere promosso un interessante fenomeno, a mo’ di scambio nel contesto della Rezia cisalpina: spostare i romanci al di qua delle Alpi, essendo il Grigioni in buona parte transalpino, e trasferire oltralpe i sud-tirolesi che rifiutano il progetto grande-lombardo. Anche perché il lombardesimo non è per la cancellazione delle culture alpine non lombarde, ma è naturale che il progetto da seguire sia la lombardizzazione dell’intera Cisalpina.

Lombardesimo e spirito

Ho avuto modo diverse volte di parlare dello spirito, per come viene concepito dal pensiero lombardista, ma credo valga la pena approfondire la questione. Il lombardesimo tiene in non cale la metafisica, preferendo ad essa la concretezza della ragione, della scienza e della natura, e come è già stato detto reputa la religione inutile, assieme alla spiritualità, pur rispettando chi si dice religioso (a patto che non professi nulla di eversivo, rispettando a sua volta la nazione). Altresì, se la religiosità in questione è gentile può essere comprensibile e giustificata dalle nostre vere radici tradizionali, e viene riconosciuta parte integrante del bagaglio culturale e civile della lombardità. Ma resta il fatto che questi temi siano secondari, poiché prima di tutto viene la verità assoluta della patria.

In tal senso, quando parliamo di spirito, alludiamo al dato umanistico che contraddistingue il nostro e gli altri popoli d’Europa, senza sconfinare, appunto, nella metafisica. Cosicché lo spirito rappresenta cultura, civiltà, mentalità, carattere, arte, identità, tradizione, folclore e non qualcosa di astratto e assurdo che, non esistendo, non si manifesta. L’insieme di valori, principi e ideali che animano il lombardesimo sono, parimenti, spirito e lo spirito è ciò che nasce dall’incontro di sangue e suolo, e dunque quell’energia vitale etnica e razziale fondamentale ai fini della preservazione identitaria.

Sovente, affermo che il sangue, senza spirito, si riduca a mero fluido biologico, e così il suolo ad un ammasso di terra; sangue e suolo sono il binomio fondamentale del nazionalismo etnico ma, si capisce, hanno bisogno dello spirito. In tal senso lo spirito è la linfa vitale di popolo, etnia e nazione perché va da sé che senza la forza delle idee, del carattere, della mentalità la verità naturale della razza rischia di svilirsi e di ridursi a materialismo zoologico. Il lombardesimo, in un certo senso, è materialista, perché esalta razionalmente la concretezza di sangue e suolo, ma fa riferimento ad un materialismo nobile, filosoficamente alto, centrato su ciò che esiste e può essere percepito.

Da qui, pur riconoscendo la basilare importanza dello spirito, ecco che il nostro pensiero va oltre la metafisica, essendo questa una perdita di tempo giocata su di un campo totalmente irrazionale. A che giova discutere di Dio, dei, anima, aldilà, spiritualità quando vi sono questioni molto più importanti e cruciali, senza alcun dubbio fondate sulla concretezza e la verità della natura? La metafisica esiste soltanto nella testa dell’uomo, frutto, certo, della sua creatività e inventiva ma priva di riscontri oggettivi che ne testimonino la bontà. Alla meglio una perdita di tempo, alla peggio una truffa consumata sulla pelle dei popoli per sfruttarli da corpi parassitari, quali ad esempio la Chiesa e le monarchie.

Un coerente razionalismo, che si fa etnico nel caso lombardista, deve prendere le distanze da qualsiasi religione, credenza o altro surrogato metafisico per poter spiegare quello che non si comprende. Noi confidiamo nella ragione, che è il faro dell’uomo e dei popoli bianchi, e non ci mischiamo a credenti e preti, soprattutto nel caso del monoteismo abramitico, vero e proprio oggetto estraneo in terra europea. La ragione è specie-specifica dell’Homo sapiens sapiens e ci garantisce di poter raggiungere e conoscere la verità, senza esondare nello scientismo o nell’ateismo progressista, universalista quanto le religioni semitiche.

Nel ventunesimo secolo dovrebbe essere chiaro agli occhi di qualsiasi persona con minima istruzione e medie capacità cognitive che le varie metafisiche non sono state altro che l’illusorio frutto dell’incapacità umana antica di dare una spiegazione a fenomeni che apparivano irragionevoli. Ovviamente, come detto, agli occhi dell’uomo dell’antichità. La metafisica, comprensibile in tempi arcaici, è una grave fallacia della ragione e della logica che si è in seguito evoluta in un ottimo metodo di controllo sociale e in un’ottima legittimazione dello sfruttamento dei ceti più deboli, terrorizzati dall’idea (irrazionale) dell’inferno e del castigo divino, a partire dall’ignoto rappresentato dalla morte.

Ma la morte, aprendo una piccola parentesi, non è altro che la fine della vita, il naturale epilogo della parabola umana e animale (o vegetale), dove cessiamo di esistere senza di certo approdare a mondi ultraterreni, inventati di sana pianta dai popoli antichi digiuni di scienza, così come nel caso delle divinità. È pertanto assurdo temere qualcosa che fa da sempre parte dell’esperienza dell’uomo ed è assurdo alimentare le irrazionali e superstiziose dicerie metafisiche sull’ignoto, su ciò che sta al di là della vita. Al di là della vita non c’è un bel nulla, molto semplicemente, e oggi dovrebbe essere chiaro quanto i preti abbiano campato di rendita sulle ataviche e irragionevoli paure del popolino.

La critica del lombardesimo, sempre a proposito di spirito e spiritualità, è rivolta soprattutto al monoteismo abramitico, vero e proprio assolutismo, nonché dogmatismo e oscurantismo, precursore della moderna dittatura del pensiero unico mondialista, che in quanto prodotto culturale di origine mediorientale ha deviato l’Europa con tutta una serie di idee aliene al nostro continente e allo spirito indoeuropeo, andando peraltro a pervertire dottrine filosofiche autoctone, piegate a guisa di ancelle alle vere e proprie assurdità della teologia.

Gli unici strumenti che possono garantire, una volta per tutte, la fine di queste subdole circonvenzioni ai danni dell’umanità bianca sono la diffusione della vera informazione scientifica, sganciata dal conformismo della sedicente “comunità scientifica” (che, tanto per dirne una, è negazionista della razza), e lo sviluppo del senso critico, così come dell’indagine filosofica a tutto campo. Mi rendo conto che la secolarizzazione laicista abbia ormai ridotto ai minimi termini la fede, col rischio di colmare il vuoto lasciato, nel nostro caso, dal cattolicesimo romano con il ciarpame progressista, ma l’idea di un ateismo identitario ed etno-razionalista è seducente ed eliminerebbe in un sol colpo le balle dei preti e quelle dei liberal, che gareggiano coi primi in fatto di superstizione universalista.

Naturalmente il rifiuto delle varie declinazioni della metafisica e della spiritualità non implica, tuttavia, il rigetto automatico anche di quelli che sono alcuni suoi prodotti, che storicamente hanno rappresentato un elemento di differenziazione culturale, quali l’arte, la letteratura e le tradizioni europee, segnatamente gentili, e che ancor oggi costituiscono il retaggio tradizionale che ci giunge dai padri ariani. Pertanto possiamo tranquillamente rispettare la rinascenza pagana, a patto che non si tramuti in una pagliacciata new age o wicca e che rispetti gli elementi culturali fondamentali su cui si è edificata la civiltà europea: il patriarcato, la guida virile del continente, il piglio guerriero, la famiglia naturale, l’endogamia, la monogamia, l’eterosessualità e la difesa degli innati ruoli di maschile e femminile, con netta condanna di tutta la spazzatura ideologica antifascista.