Spirito

La triade sacrale del lombardesimo è costituita da sangue, suolo, spirito: il sangue del popolo, il suolo patrio, lo spirito inteso come luminoso insieme di caratteristiche culturali e civili peculiari della nazione lombarda. E lo spirito nasce dall’unione di sangue e suolo, proprio perché esso è il frutto storico del sedimentarsi di identità e tradizione, che rappresenta l’ossatura caratteriale e mentale della nostra gente. Come Paolo Sizzi, e come lombardista, non do allo spirito connotazioni religiose o trascendentali, quindi metafisiche; lo spirito non è la parte più elevata e nobile dell’anima (che non esiste, cristianamente parlando) e non è emanazione di un’inesistente divinità: è quell’elemento direi umanistico, nonché poetico e romantico, che contraddistingue un individuo e, soprattutto, una nazione e dunque è qualcosa di collettivo che costituisce l’energia vitale della comunità. Non serve scomodare religione e spiritualità per definire lo spirito lombardista, perché esso è semplicemente la linfa, certo basilare, fonte di cultura, di civiltà, di arte, letteratura, tradizioni, folclore. Può essere pertanto concepito, senza problemi, in termini razionali, materiali, reali, lasciando perdere le divagazioni mitiche e religiose.

Senza spirito, è chiaro, il sangue rischia di restare un mero fluido e il suolo viene devastato dalla barbarie capitalistica. Il sangue stesso viene calpestato perché banalizzato, rimescolato e liquidato come inerte dato biologico, quando invece è il tramite fra noi e i nostri padri. Lo spirito è fondamentale laddove venga inteso come forza vitale che anima l’individuo e la sua comunità nazionale e gli garantisce, perciò, di difendere risolutamente la propria identità. Un’identità che è sangue, cioè etnia e razza, e suolo, cioè patria e territorio, e che passa eziandio per la tradizione incarnata da patriarcato, eterosessualità, endogamia, rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile, prole biologica, lotta alle devianze della modernità. Valori e principi che possiamo tranquillamente definire sacri, in quanto inviolabili, ma che non abbisognano di una giustificazione religiosa, essendo la religione – in particolar modo abramitica – un intralcio lungo la strada che conduce alla totale autoaffermazione del popolo lombardo. Alla luce di ciò lo spirito assume i tratti della manifestazione storica e culturale di una civiltà nazionale, romanticamente “invisibile” ma razionalmente tangibile nella concretezza etno-razziale.

Il mondo ladino

La famiglia linguistica ladina può essere interpretata in senso stretto ed in senso largo. In senso stretto indica i ladini, ossia la minoranza romanza stanziata a cavaliere tra Alto Adige, Trentino e Cadore, mentre in senso largo allude all’intera famiglia retoromanza che oltre ai ladini comprende i romanci e i friulani. Il mondo ladino, pertanto, si presta a due differenti interpretazioni, anche se al centro di tutto c’è il particolare statuto di questa realtà etnolinguistica. La famiglia retoromanza riguarda, perciò, gli indigeni neolatini dell’area alpina centro-orientale e l’etnonimo ladino può tranquillamente designarla in senso lato. Oltretutto il termine ‘retoromanzo’ potrebbe prestarsi a diverse ambiguità, come sottolineava il linguista Pellegrini.

Infatti il retoromanzo non ha sostrato retico, cioè nord-etrusco, a dispetto del nome, bensì celtico, come un po’ tutte le parlate della Romània occidentale, a partire naturalmente dalle lingue galloromanze. L’etichetta etnolinguistica suddetta, quindi, ha più che altro valenza territoriale, considerando che il ladino viene parlato nelle terre degli antichi Reti, una popolazione alpina appunto nord-etrusca. Si rischia di ingenerare confusione e di obliare il fatto che, nella tarda antichità e nel Medioevo, l’intera Cisalpina era linguisticamente omogenea, unita dal carattere galloromanzo cisalpino. Tale unità fu spezzata dall’affermarsi del veneziano, nel continente veneto, dall’influenza del toscano che andò a diluire i tratti galloromanzi del gallo-italico e naturalmente dalla presenza di diverse minoranze linguistiche alpine.

In antico sussisteva perciò una relativa omogeneità e la versione prisca del gallo-italico era certamente più galloromanza di oggi. Secondo diversi studiosi le parlate padane dovevano ricordare da molto vicino lo stesso ladino, che oggi ha l’aspetto del fossile e conserva tratti peculiari che nel gallo-italico sono andati perduti. Inoltre la Padania, sino a Medioevo inoltrato, appariva in stretta continuità con la Gallia Transalpina, la Francia, e con la Svizzera romanza tanto da potersi ancora definire Gallia (e, quindi, Gallo-Romània). Ci sono importanti studi in merito, studi che rimarcano l’estraneità del gallo-italico rispetto all’italo-romanzo, e viene dunque spontaneo citare autori come, oltre a Pellegrini, Zamboni, Bec, Pfister, Hull, senza dimenticare Biondelli e Ascoli.

Ancor oggi la Grande Lombardia resta distinta dall’Italia propriamente detta (il centro-sud, con Toscana e Corsica), e non solo per ragioni linguistiche, si capisce. Dal punto di vista della lingua, il gallo-italico appartiene al galloromanzo, nella sua versione cisalpina, e si accosta a franco-provenzale, occitano, francese e catalano. Forse non è galloromanzo propriamente detto, oggi, poiché l’italiano l’ha in parte snaturato e rimodellato (si pensi alla scomparsa del plurale sigmatico e della palatalizzazione di alcuni nessi e tratti latini, conservati in ladino) ma resta sicuramente una sottofamiglia linguistica a sé stante, ben distinta dall’italo-romanzo.

E poi c’è il retoromanzo, molto conservativo perché ha subito punto o poco l’azione livellatrice del toscano (a differenza del veneziano e, dunque, del veneto), che mostra cosa doveva essere l’arcaica unità etnolinguistica padana. Ma il ladino appartiene comunque alla Grande Lombardia, che non è Italia e che dal punto di vista linguistico rientra ancor oggi appieno nel mondo romanzo occidentale, anche per quanto concerne ligure e veneto. Tant’è vero che la presenza delle note vocali turbate in quasi tutto il gallo-italico, assenti invece in ladino, unisce fortemente la Cisalpina alla Transalpina, nel segno dei Celti e dei Germani. E, forse, tali vocali anteriori arrotondate vanno associate più a Longobardi e Franchi che ai Celti. Ma ne riparleremo. In conclusione, il retoromanzo inerisce al mondo grande-lombardo, ne è parte integrante, e in questo senso anche i romanci appartengono alla Cisalpina, se non geograficamente di certo etnicamente.

La tradizione secondo il lombardesimo

Nonostante il lombardesimo prenda le distanze dalla religione, specie se abramitica (ebraismo, cristianesimo, islam), mantiene una visuale fortemente tradizionalista, nel senso che identità e tradizione costituiscono un binomio fondamentale nell’ottica dell’etnonazionalismo lombardo. Sull’identità non vi è alcun dubbio: il lombardista difende a spada tratta l’etnicità e la cultura lombarde e plasma un identitarismo nettamente etnicistico. Circa la tradizione può esservi qualche equivoco, facilmente risolvibile, perché troppo spesso si crede che tradizione e religione vadano di pari passo, sebbene non sia necessariamente così. Pertanto, pur mantenendo un profilo laico (se non ostile a certa religiosità), ecco che il lombardesimo si fa baluardo a difesa della tradizione.

Ma quale tradizione, se ci si slega dall’ambito cultuale? Presto detto. Il lombardesimo è tradizionalista nella misura in cui preservi tutti quegli elementi su cui si fonda l’identità etnica e nazionale lombarda: la cultura, la lingua, gli usi e costumi, lo spirito, le consuetudini, la cucina. Inoltre, il lombardesimo è tradizionalista poiché difende la mentalità ereditata dai nostri padri indoeuropei, contro ogni forma di sovversione valoriale. Infatti, ecco che il pensiero lombardista promuove la società patriarcale, la comunità tradizionale, la famiglia naturale, l’eterosessualità, i legami monogamici, l’endogamia, gli innati ruoli di maschile e di femminile.

Insomma, non c’è alcun bisogno di fare riferimento ad una religione per proteggere e garantire la tradizione ed essere tradizionalisti, anzi; se la religione in questione è cristiana vi saranno sempre svariati ostacoli sulla via di una completa autoaffermazione tradizionale. Questo perché il cristianesimo, pur essendo radicato in Lombardia da quasi 2.000 anni, resta un corpo estraneo partorito dal Medio Oriente, e incarna dei valori incompatibili con la schietta e genuina civiltà europea, per quanto essa possa essere stata cristianizzata. Non solo, dunque, la tradizione deve svincolarsi dalla religione, sussistendo benissimo senza di essa, ma quest’ultima può anche diventare un problema, se parliamo di coerenza identitaria.

Si ritiene troppo spesso che senza cattolicesimo non esista tradizione, ma questa è una scempiaggine. Si può dire che senza cattolicesimo non esista una tradizione cattolica, ma di quest’ultima non abbiamo affatto esigenza. La nostra vera, immortale, eredità è quella indoeuropea, ed è proprio ai padri indoeuropei che dobbiamo fare riferimento. Molti degli elementi identitari e tradizionalisti che colleghiamo al cristianesimo sono, in realtà, un prodotto culturale indoeuropeo: il patriarcato, lo spirito virile, il piglio guerriero, la monogamia, il ruolo particolare della donna (certo non primario, ma nemmeno svilito, alla semitica) fanno parte del nostro retaggio ariano, per quanto la Chiesa possa essersene impossessata.

Dura a morire, quindi, la convinzione che senza cristianità non possa sussistere alcuna forma di tradizione, nonostante che proprio per via del cristianesimo sia, anzitutto, morta la tradizione pagana e, in secondo luogo, sia stato pervertito lo spirito dei padri. Pervertito perché mischiato senza capo né coda con tutto il bagaglio abramitico, dunque semitico, del culto di Cristo. Esistono delle religioni tradizionali, in senso europeo? Assolutamente sì, sono quelle gentili, frutto della temperie culturale indoeuropea e profondamente intrecciate con la sottorazza europide. E in tal senso direi che se un europeo, o lombardo, sentisse il bisogno di realizzare la propria spiritualità, coerentemente con il lignaggio bianco, potrebbe tranquillamente rivolgersi alla gentilità.

La cosa non mi riguarda, essendo laico, ma esiste l’errata convinzione che il paganesimo sia un brulicare di perversione, orge, omosessualità, promiscuità, come se i valori patriarcali, tradizionali ed eterosessuali, circa la salutare normalità della natura, fossero appannaggio dei culti semitici. Per quanto il sottoscritto non sia, appunto, religioso, cristiano o pagano che sia, è doveroso difendere i culti tradizionali dei padri dalle infamanti accuse levantine, soprattutto se pensiamo a chi, notoriamente, popoli seminari, chiese ed oratori… Del resto, qualcosa come il mos maiorum romano non era certo invenzione cattolica, anzi, il cattolicesimo l’ha abbondantemente parassitato.

Perciò non è necessario rifarsi alla Chiesa per poter avere una propria tradizione e difenderla, esaltando razionalmente la natura e coniugandola mirabilmente con il benessere della comunità etnonazionale. Peraltro, se ci pensate, il cristianesimo non ha alcun rapporto con la natura, prescinde da essa, mentre il paganesimo era profondamente intrecciato ad essa. So bene quanto il neopaganesimo scolori troppo spesso nelle pagliacciate e nel pattume new age, ma questo non è un valido motivo per affossare la rinascenza gentile preferendovi un culto estraneo all’Europa e alla sua vera anima. Non è compito del lombardesimo occuparsi di culti, ma di certo esso ha le idee chiare su cosa sia davvero compatibile con gli europidi.

D’altra parte, i valori tradizionali non hanno bisogno, come si diceva sopra, di un retaggio religioso per affermarsi: un uomo e una donna possono benissimo essere tradizionali senza per forza di cose avere una fede religiosa. Credo proprio che identità e tradizione siano così fondamentali da dover essere abbracciate al di là delle preferenze spirituali, poiché l’integrità, la forza e la salute di una nazione passano prima di tutto dai valori promossi dal nazionalismo etnico. E il lombardesimo non ha alcun dubbio: la tradizione, unita alla natura, porta al rispetto dell’ottica tradizionalista, in tutto e per tutto.

La stessa laicità promossa dal lombardesimo osserva scrupolosamente la contemplazione dei principi identitari e tradizionalisti che forgiano una comunità sana, fondata sulla famiglia naturale e benedetta dal legame eterosessuale tra maschio e femmina, dove il patriarcato sia rispettato e non esistano follie omofile, femministe, del “genere”. E lo stesso lombardesimo promuove gli ideali spirituali intesi come umanesimo identitario che rimetta al centro di tutto la dimensione etnica e razziale dei popoli, condannando l’universalismo cristiano e il relativismo modernista. Per quanto il pensiero lombardista sia etno-razionalista, e in un certo senso materialista (esiste ciò che si manifesta e viene percepito), comprendiamo tranquillamente l’esigenza di coltivare una spiritualità anche in direzione diciamo metafisica, pur non condividendo, a patto che non sia nulla di eversivo.

Ma, personalmente, resto dell’idea che il concetto lombardista di tradizione non abbisogni di Dio o dei – essendo peraltro argomento sterile – ma della concretezza di sangue e suolo, da cui lo spirito. La natura, la ragione, l’identità veicolano l’eredità anche spirituale dei nostri arii padri, che confluisce nell’etnonazionalismo lombardo. Ed è così che ci ergiamo a difesa della nazione, della comunità, della famiglia, in nome della verità assoluta di una tradizione che sia l’emblema radioso della salutare normalità identitaria, tradizionale, civile. Dove il termine ‘civile’ alluda alla cultura plasmata dall’uomo indoeuropeo, e non alla spazzatura progressista dei diritti “umani” e di quelli “civili”. Anche perché il concetto lombardista di umanità ricalca quello scientifico e razziale dell’Homo sapiens sapiens, non dell’essere umano globale e globalizzato.

Suolo

Il binomio sacrale dell’identitarismo etnicista è costituito da sangue e suolo, per poi aprirsi ad un terzo elemento fondamentale, lo spirito. Sangue e suolo sono però la base di partenza, in quanto sangue del popolo e suolo patrio, dalla cui unione nasce lo spirito inteso come alito di vita umanistico che permette ad una nazione di avere anche un’identità culturale, assieme a quella etnica e territoriale. Non può esserci suolo senza sangue, e viceversa, poiché le radici di una razza e di un’etnia affondano nel loro habitat naturale, costituito dall’ambiente natio. Oggi, la tutela dell’ambiente deve andare di pari passo con quella del popolo, se vogliamo ancora avere un futuro in cui il dato etnonazionale abbia sempre un senso, e a tal proposito serve un ambientalismo identitario che abbandoni le fole progressiste per concentrarsi sulla salvaguardia del nostro ADN, che è profondamente intrecciato alla terra natale. L’ambientalismo alla lombardista porta avanti un pensiero certo ecologista ma emendato dalla componente “salottiera”, che confonde soltanto le acque e persegue l’agenda mondialista.

Difendere il suolo, dunque, significa difendere la patria, affinché la nostra gente possa avere un futuro. E oggi più che mai, soprattutto in Lombardia, appare necessario salvaguardare la natura da inquinamento, cementificazione, deforestazione, peraltro fenomeni sciagurati da ricollegarsi, ancora una volta, all’immigrazione: prima quella sud-italiana, poi quella pressoché dal mondo sottosviluppato intero, che comporta un genocidio democratico degli autoctoni e l’affermazione di tutti i tipici disvalori della società capitalista. Perché è chiaro come il concetto odierno di Occidente non sia altro che la manifestazione dell’imperialismo unipolare di marca statunitense, ferocemente affaristico e votato alla distruzione dell’ambiente naturale, segnatamente europeo, oltretutto senza avvantaggiare minimamente gli europei. E ciò che si compie nella Cisalpina è uno dei casi più clamorosi, a dimostrazione di come il feticcio del progresso e dello sviluppo sia soltanto una truffa spietata, ai danni dei popoli indigeni.

La svolta anticristiana, parla Paolo Sizzi

Come sapete, di recente, sono tornato sulle posizioni primigenie del lombardesimo, in materia di religiosità e spiritualità, per riabbracciare integralmente la dottrina da me fondata e lanciata. La mia posizione è stata, per una decina di anni (2009-2019), intransigente e volta alla condanna della presenza cristiana – e abramitica in genere – in Europa, per una questione di radicalità, coerenza, razionalità; io nasco cattolico praticante, con una forte formazione religiosa alle spalle, ma il primo distacco dal mondo clericale risale proprio al 2009, per poi essere riproposto negli ultimissimi tempi. In mezzo un periodo di un lustro in cui ho cercato un compromesso tra l’identità spirituale gentile e cristiana, in nome dei nostri avi.

Come potete leggere in questi due articoli (qui e qui), al pari di altri pezzi ideologici circa il lombardesimo, che non sto a riproporre ma che vanno reinterpretati – unicamente per quanto concerne il tema metafisico e religioso – alla luce della nuova svolta, ho tentato di conciliare la gentilità con il cristianesimo cattolico, arrivando anche a suggerire l’idea e il progetto di una Chiesa nazionale granlombarda pagano-cattolica che potesse rappresentare al meglio le due anime storiche della Cisalpina. Un disegno che potrebbe anche essere conservato (avrò modo di riparlarne) ma che rischia di inasprire i conflitti, invece di sanarli, creandoli pure ex novo. Ad ogni buon conto il lombardesimo “cristiano” del Sizzi viene consegnato alla storia, e si rivive a pieni polmoni la giovinezza, soltanto sopita o edulcorata, del pensiero lombardista radicale.

Tra l’estate del 2019 e la primavera del 2024 ho dunque intrapreso un percorso che mirasse a preservare gli elementi indoeuropei del cristianesimo, esaltando quindi il retaggio ariano dei nostri padri, facendo comunque comprendere come la religione sia fatto del tutto secondario. Ultimamente mi sto occupando approfonditamente della questione, proprio per spiegare al meglio la svolta (che, dopotutto, è soltanto un ritorno alle posizioni originali del lombardesimo) e per contestualizzarla nel più vasto ambito dell’ideologia lombardista. So che diversi identitari e tradizionalisti pongono molta enfasi sul discorso spirituale e, alla luce di questo, ho deciso di dedicare diversi scritti alla tematica in oggetto, proponendoli al soledì.

L’intervento odierno, invece, vuole cercare di chiarire ulteriormente le ragioni del ritorno alle posizioni primeve, necessarie al fine di riprendere in toto la rivoluzione lombardista, una rivoluzione davvero originale ed inedita grazie anche all’approccio circa spiritualità e religiosità. Va detto che il lombardesimo esalta sangue, suolo e spirito, dove il terzo elemento rappresenta il dato umanistico della civiltà lombarda: cultura, mentalità, carattere, lingua, identità, tradizione e così via. L’identità lombarda è anche cattolica, certo, e il rispetto pei nostri avi è fuori discussione. Ma il rispetto, appunto, va agli avi, non alla loro fede, perché i nostri stessi antenati sono parimenti morti per delle guerre italiane: insomma, si onorano i caduti, non le idee scellerate che li hanno mandati a morire invano. Stesso discorso per il cattolicesimo.

I culti davvero tradizionali dell’Europa riguardano il paganesimo, nel nostro caso primariamente celtico, gallo-romano, longobardo (ma anche ligure, etrusco, venetico). Sappiamo bene che, oggi, il paganesimo sia più che altro una mascherata senza solide basi, ma le nostre simpatie in materia religiosa non possono che andare ad esso, piuttosto che alla Chiesa. Questo per dire una cosa ben precisa: il lombardesimo reputa la religione fatto secondario, e lungi da noi l’idea di dividere i lombardi per questioni dopotutto futili come il credo religioso (noi ci basiamo molto su ragione e scienza, liquidando la metafisica alla stregua di vecchiume inerte); tuttavia, per ragioni di coerenza e identità indoeuropea, le uniche forme di religiosità tollerabili possono essere soltanto gentili.

Qualcuno, come feci io negli scorsi anni, potrebbe venirmi a dire che il cattolicesimo è intriso di elementi pagani, che la figura di Cristo è solare, che non esistono radici giudeo-cristiane e che il cristianesimo è un prodotto europeo. Ma, signori miei, se dobbiamo tollerare il cattolicesimo soltanto per via di elementi di origine gentile, parassitati dalla Chiesa, non facciamo prima a ripristinare i veri culti tradizionali dell’Europa? Vero, il cattolicesimo ha una tradizione che dura intatta da circa 2.000 anni, ma resta un corpo estraneo, per quanto rivestito di nobili vesti ariane, oggi per di più avvelenato in senso cosmopolita e relativista dal Concilio Vaticano II, allineandolo al degrado globalista. Cristo, se esistito, era certo ebreo, non cisalpino, e si è manifestato agli Ebrei, non ai Celti golasecchiani; il suo Dio è il dio dei Giudei e non sarebbe esistito cristianesimo senza mondo giudaico.

Anche io, negli ultimi 5 anni, ho fatto acrobazie e salti mortali per tentare una conciliazione tra schietto identitarismo europeo e monoteismo abramitico, nella fattispecie cristiano, epperò alla lunga si rivela opera sterile e del tutto inutile. Per questo il lombardesimo ripropone la visione anticristiana degli esordi, dove ‘anticristiana’ sta ad indicare la contrapposizione ai valori del cristianesimo, alle origini e alla natura del cristianesimo, e alla vocazione universalista di questo credo religioso. Un identitario völkisch serio, razionale e coerente non può sposare la causa del culto diversamente ebraico cristiano, per quanto possa anche lasciare aperta la porta agli identitari lombardi, nel nostro caso, cattolici. Le guerre di religione tra fratelli sarebbero davvero una sciagura.

La linea lombardista, in materia filosofica e spirituale, è etno-razionalista, il che significa ragione, scienza, logica, laicità diciamo pure in senso ateo o agnostico. Ma va da sé che l’irreligiosità lombardista non abbia nulla a che vedere col variopinto mondo del disagio liberal, progressista, e che rigetti del tutto Illuminismo, giacobinismo, massoneria. Non sta scritto da nessuna parte che un etnonazionalista non possa essere serio identitario e tradizionalista se ateo o agnostico. Anzi, io credo che la religione non serva più a nulla, soprattutto se desertica, per difendere e preservare coerentemente sangue, suolo, spirito. Dio, cioè un prodotto culturale della mente umana, rischia soltanto di essere un intralcio ai fini politici e comunitari, pertanto lasciamolo stare. Le battaglie identitarie del lombardesimo si combattono in nome della nostra vera e unica patria, che è la Lombardia, il bene più prezioso che abbiamo.

Non siamo dei fanatici o dei fondamentalisti atei che intendono perseguitare i cristiani (figuriamoci!), oppure scristianizzare una società, peraltro già scristianizzata e secolarizzata, che rischia di finire dalla padella alla brace colmando il vuoto lasciato dalla Chiesa con la spazzatura modernista. Ma vogliamo essere un faro che nel segno dei padri indoeuropei e della loro identità marca una distanza netta dalla classica destra reazionaria e feudale innamorata di trono e altare, che troppo spesso scivola nel ridicolo di un cristianesimo politicizzato dalle mille contraddizioni (si può essere cristiani e nazionalisti/razzisti/antisemiti senza far ridere i polli?). La nostra idea di tradizionalismo non riguarda sacrestie e madonne, riguarda la società patriarcale, virile e guerriera degli Arii, a difesa della famiglia naturale, dell’eterosessualità, dell’endogamia e dei legami monogamici. E infatti, per noi, gli Indoeuropei sono tutto, anche da un punto di vista spirituale.

E se da un lato preferiamo confinare la spiritualità e la religione ad un ambito del tutto secondario, dall’altro simpatizziamo culturalmente per la gentilità, perché le vere radici del nostro continente sono pagane, in senso celeste, solare, uranico. E la gentilità, quella vera, non è paccottiglia wicca o new age, è la vera tradizione dei nostri padri, nonostante che l’Europa sia stata narcotizzata da secoli di cristianizzazione. Lasciamo perciò perdere il cristianesimo, così come giudaismo e islam ovviamente, e concentriamoci sull’etno-razionalismo e sull’eredità culturale e spirituale ariana. E se proprio di religione si deve parlare apriamo all’ipotesi di una versione di Chiesa nazionale ambrosiana trasmutata in qualcosa di schiettamente gentile, affinché i bisogni spirituali dei lombardi possano venir soddisfatti senza andare a discapito della comunità nazionale cisalpina. Perché il cristianesimo, anche cattolico, coerente è nemico dell’identità etnica e razziale dei popoli, per via del feticcio egualitarista che lo accosta a marxismo, bolscevismo e mondialismo, tutti prodotti, come il cristianesimo stesso, di fattura ebraica.

L’etno-razionalismo

Uno dei capisaldi identitari del pensiero lombardista è costituito dal cosiddetto etno-razionalismo, sintesi di razionalismo ed etnonazionalismo. L’etno-razionalismo rievoca appunto l’etnonazionalismo unendolo ad un robusto razionalismo, poiché la ragione deve essere il faro che guida l’uomo e i popoli, soprattutto se europidi. Esso contempla anche del salutare realismo, grazie a cui la metafisica viene decisamente messa da parte; noi lombardisti rispettiamo tradizione e spiritualità, comprese le cattoliche, ma è logico che il nostro punto di riferimento sia rappresentato dalla natura e dalla realtà, una realtà che coincida, chiaramente, con la verità. Per le religioni non ci può essere spazio, in senso politico e ideologico, anche se per coerenza etnicista potremmo simpatizzare per i veri culti tradizionali, quelli gentili.

Ma la metafisica, dunque miti e religioni, vanno lasciati alle spalle, per quanto possano essere bagaglio identitario, pure soltanto in senso culturale. La realtà del lombardesimo contempla la ragione, la scienza, la verità, ponendo sangue e suolo come fondamento della nostra dottrina. Questo apre anche ad un materialismo razionale, che non diventi neopositivismo zoologico, si capisce, ma che teorizzi una visione tradizionale slegata dalla zavorra cultuale, specialmente se correlata alle religioni abramitiche, quale il cristianesimo stesso. È evidente come la spiritualità, slegata dalla razza e dall’etnia, incarni un gravissimo problema, perché mira ad annullare l’identità nell’universalismo e in una fede in qualcosa di estraneo all’Europa.

L’etno-razionalismo riconduce tutto alla concretezza del sangue, del suolo e dello spirito inteso come valore umanistico che passa per mentalità, carattere, cultura, lingua, civiltà – parlandone in termini individuali e, soprattutto, nazionali – e non quale principio metafisico. Anche i classici concetti di bene e male vanno inquadrati alla stregua di qualcosa di funzionale all’ottica identitaria e tradizionalista, poiché il bene assoluto è la piena affermazione antropologica e biologica di singolo e collettività, contro ogni nemico dei principi völkisch. Bene è tutto quello che rappresenta un valore positivo ai fini della preservazione e determinazione della razza, e ogni popolo del pianeta dovrebbe sviluppare una simile considerazione. Male è invece la condanna e il decadimento di identità e tradizione, e dunque tutto ciò che simboleggia il fallimento dell’autodeterminazione.

D’altra parte prendiamo le distanze dal manicheismo delle religioni monoteistiche, di matrice semitica, poiché il loro dio, e dunque i loro principi, sono un prodotto di un mondo all’Europa estraneo. L’Europa è la nostra grande, e vera, famiglia spirituale. Il feticcio abramitico, Geova, affonda le radici nell’ambito levantino e riflette perciò la mentalità e gli usi e costumi di popoli agli antipodi della nostra eredità ariana. Credere di poter conciliare il lombardesimo col cristianesimo, nonostante i circa 2.000 anni di cultura cattolica, è una forzatura destinata all’insuccesso, poiché è chiaro: o si serve la vera Europa, e le origini indoeuropee, o si serve Yahvè.

Come detto poco sopra, il lombardesimo accantona religiosità e spiritualità per potersi concentrare su ciò che esiste per davvero: la nazione lombarda. E siamo dell’idea che la ragione non possa accompagnarsi alla fede, essendo quest’ultima intrisa dell’assurdità che costituisce la linfa vitale della metafisica. Scervellarsi per il sesso degli angeli – e per gli angeli medesimi – è un affronto alla verità assoluta della patria, che a differenza di Dio esiste e si manifesta concretamente permettendoci di raggiungere quell’autoaffermazione oggi più che mai vitale. Un identitario europeo può credere in Dio? Pacifico, ma gli consiglierei di capire bene di quale dio si tratti e, in particolare, di non anteporlo alla stirpe.

L’etno-razionalismo lombardista è a suo modo anticristiano. Un anticristianesimo che non è satanismo acido bensì contrapposizione a quanto la Chiesa ci ha inculcato nei secoli, anche per tenerci buoni e succubi e per legarci mortalmente alle catene dell’asservimento, dell’ignoranza, della superstizione. Il cristianesimo, coerente, è oltretutto universalismo, pietismo, umanitarismo, egualitarismo, progressismo (a suo modo), e se pensiamo poi alle radici semitiche del culto in Cristo capite bene che lasciare spazio a tutto ciò diviene un problema. Riprendendo la domanda posta sopra, un lombardista può essere cristiano? Certo, ma a rischio e pericolo della sua coerenza e della sua serietà, sia verso il lombardesimo che il cristianesimo.

Non siamo interessati a scristianizzare la società in una maniera conforme alle fole dell’Illuminismo e dei suoi eredi (i laicisti arcobaleno, per capirci), o peggio ancora a discriminare e perseguitare chi si dice fedele di Cristo e cattolico. Del resto i nostri padri erano gentili, ma anche cristiani, e non possiamo disprezzarne la cultura religiosa, come se nulla fosse accaduto negli ultimi millenni. C’è eziandio il rischio di riempire il vuoto spirituale lasciato dal cattolicesimo (chi, ormai, va ancora in chiesa, vecchine a parte?) con la spazzatura edonista prodotta dal consumismo e dal capitalismo occidentale, ma di certo con il lombardesimo un simile pericolo non esiste.

Il lombardista, infatti, non ha nulla a che vedere coi moderni giacobini e rigetta tutti i disvalori progressisti, compresa la laicità antifascista che tanto eccita i nostalgici della Rivoluzione francese. Il materialismo lombardista di cui andavo parlando è il robusto buonsenso, quasi contadinesco, che contraddistingue Sizzi, e che lo porta a prendere le distanze da una spiritualità votata al servizio di Cristo e, dunque, del clero cattolico. Oggi abbiamo una Chiesa finalmente coerente coi dettami evangelici e proprio per questo infida e perigliosa, più del passato. Quando papi e preti non erano coerenti, cioè prima del Concilio Vaticano II, rappresentavano a loro modo un’opposizione all’anti-identitarismo e all’anti-tradizionalismo, sebbene a scapito della propria fede.

Perché è inutile girarci intorno: la Chiesa preconciliare era lontana dai dettami cristiani, certo cattolica ma dubbiamente cristiana, e serviva più il potere temporale che quello spirituale. Un discorso che vale anche per l’antisemitismo clericale, dacché Cristo e la sua cerchia erano ebrei, Dio (inteso come Geova, si capisce) è prodotto della mentalità ebraica, il cristianesimo rimonta alla Palestina e dunque il cristiano ostile agli ebrei è qualcosa di grottesco e assurdo. Certo, i tradizionalisti cattolici non sono esattamente antisemiti, sono giudeofobi, e cioè condannano l’ebraismo come fenomeno spirituale che disconosce Gesù. Nondimeno, resta ridicolo un sentimento negativo verso coloro che hanno praticamente portato al Messia: senza giudei non ci sarebbe Cristo.

Riparleremo di cristianesimo (segnatamente cattolico), ebraismo e islam, ma quanto detto in questo articolo è utile a comprendere come il credo lombardista, l’unico che abbia un senso davvero identitario, nel mondo cisalpino, sia fortemente e fermamente laico in un’accezione per davvero razionale, e razionalista. E coniugando questo razionalismo con l’etnicismo del nazionalismo völkisch pone in essere un’antitesi radicale al ciarpame tanto fideistico quanto ateistico, dove tale termine allude all’universalismo giacobino e massonico degli atei volgari. Noi crediamo nel sangue, nell’etnia, nella nazione e ad essi dedichiamo i nostri sforzi e il nostro impegno, per il benessere materiale e spirituale della Grande Lombardia.

Sangue

Quando noi lombardisti parliamo di sangue intendiamo l’identità biologica di un individuo e, soprattutto, di un popolo, un’identità secondo natura che passa per antropologia fisica, genetica e razziologia. Un dato fondamentale, certo da non prendersi in considerazione da solo ma che rappresenta il primo caposaldo dell’ottica etnonazionalista e lombardista. Poi vengono suolo e spirito. Senza il sangue non si può parlare di razza e di etnia e sebbene non sia tutto, dal punto di vista tradizionalista, resta un basilare pilastro della visione del mondo etnicista, grazie a cui è, e sarà, ancora possibile parlare di popolo e di nazione. Chiaramente non è un merito, e non rappresenta certamente un pegno di superiorità; è un dono, e come tale va custodito gelosamente, e possibilmente tramandato ai posteri, nel rispetto dei vincoli endogamici. La nostra identità comincia dal sangue, e cioè dall’ADN, altrimenti non sarebbe più fattibile trattare di fisionomia identitaria etnonazionalista. Crediamo fortemente nel valore biologico della stirpe, per quanto debba essere accompagnato dall’esaltazione illuminata del suolo e dello spirito.

Ma se possiamo dirci popolo, comunità e nazione è proprio grazie al sangue, ereditato dai padri, elemento di primaria importanza e rivestito di sacralità che abbisogna di tutela, preservazione, valorizzazione. Tutto questo non per del razzismo o del suprematismo – ogni popolazione della terra dovrebbe ragionare in senso völkisch, a casa propria – ma per amore verso le origini, le radici, i natali, senza i quali non potremmo nemmeno essere definiti come individui membri di una comunità nazionale viva e battagliera. Chiaro, esiste il meticciato e il rimescolamento razziale ed etnico, così come esistono gli apolidi, e questo non comporta sicuramente mancanza di dignità e di valore. Meglio specificarlo. Tuttavia il credo nel sangue, soprattutto oggi, serve per difendere l’identità, in particolar modo dei popoli europei, troppo spesso ostaggio del mondialismo, e d’altra parte rappresenta un culto razionale di qualcosa di estremamente concreto e tangibile: l’ADN è razza, etnia, discendenza, aspetto fisico e ovviamente genetico, e nel nostro profilo nazionale, di stirpe, è riposta quella ricchezza fondamentale che ha nome biodiversità.

La Rezia cisalpina nell’ottica lombardista

La Rezia cisalpina, vale a dire il Tirolo storico primigenio (Trentino e Alto Adige), appartiene al dominio geografico granlombardo e pur avendo, nel caso altoatesino, caratteristiche proprie rientra perfettamente nel quadro cisalpino. Il territorio di Trento è, senza dubbio, lombardo: ad un occidente orobico rispondono un oriente veneto e un settore centrale “trentino”, considerando anche le sacche cimbre, mochene e ladine; il Tirolo meridionale, l’Alto Adige, è sicuramente più complesso e nonostante la minoranza ladina appare dominato dall’elemento germanico/germanofono, per quanto rimescolato con i nativi cisalpini. Tale situazione perdura dal Medioevo, perché, chiaramente, l’epoca antica preromana e romana vedeva come protagonista, viceversa, la popolazione indigena celto-retica, in un secondo momento romanizzata.

Sappiamo bene quanto l’Alto Adige sia orgoglioso delle proprie radici, della propria storia e della propria cultura, anche etnica e linguistica, e probabilmente persino in una Grande Lombardia indipendente porterebbe avanti istanze indipendentiste. Tuttavia, l’ambito tirolese meridionale – che è quello storico – è intimamente legato al Trentino, grazie al sostrato retico e celtico ma anche al superstrato longobardo, e la romanizzazione ha anticipato di secoli l’avvento austro-bavarese. Trentini e ladini rappresentano la componente indigena del Trentino-Alto Adige, che a nostro avviso ricade, perciò, appieno nell’ambito lombardo storico, allargato. E non solo per la geografia a sud delle Alpi. La Rezia cisalpina è connessa al resto della Padania, in quanto contesto cisalpino, per l’appunto, e dalle radici nord-etrusche, celtiche, longobarde, lombarde medievali.

Questo discorso vale anzitutto per Trento, città indubitabilmente lombarda, che per quanto abbia un territorio orientale molto influenzato dal venetismo nei secoli passati mostrava un’impronta etnolinguistica ancor più lombarda, cioè gallo-italica. Si consideri che gli stessi ladini, parlanti ladino, rientrano culturalmente nel dominio retoromanzo, cosiddetto, e quindi appartenevano un tempo all’unità etnica e linguistica padano-alpina, di marca galloromanza. Il ladino, in senso ampio, comprende il ladino propriamente detto, il romancio dei Grigioni, il friulano, ed è una famiglia linguistica strettamente imparentata col gallo-italico. Non sarebbe idea poi così balzana pensare di spostare al di là dello spartiacque alpino la popolazione “tedesca” (in realtà baiuvarica) per accogliere al di qua i romanci, nostri fratelli gallo-romanici.

Venetizzazione (o, meglio, venezianizzazione) e italianizzazione hanno interrotto questo continuum portando, linguisticamente, alla creazione di due tronconi padani: un ovest gallo-italico e un est reto-venetico, dai forti influssi mitteleuropei (nel settore settentrionale). Va comunque detto che l’etichetta retoromanza crea soltanto confusione: il ladino non ha sostrato etrusco, ha sostrato celtico, quanto il lombardo. Certo, sulle Alpi vi sono diverse minoranze, tanto a ponente quanto a levante: occitani, arpitani e walser nella Grande Lombardia occidentale, ladini (comunque cisalpini, etnicamente), cimbri, mocheni, altri germanofoni, sloveni e croati nella Grande Lombardia orientale. Una situazione complicata, anche se marginale, che comunque non inficia il nostro concetto di Lombardia storica, un territorio che abbraccia tutto lo spazio padano-alpino, per quanto in alcuni ambiti interessato dalla presenza di minoranze alloglotte.

Siamo per una Rezia cisalpina integralmente granlombarda, e siamo a favore dell’assimilazione dell’elemento germanico (o forse, più correttamente, germanofono). In tal senso non vediamo di cattivo occhio il ripristino delle famose “Opzioni”: gli altoatesini che non accettano la sovranità granlombarda e l’assimilazione possono sempre tornare oltralpe, nelle terre ancestrali dei loro padri. Fermo restando che il Tirolo meridionale non è indubitabilmente germanico, perché contempla anche e soprattutto la fortissima impronta celto-retica, assieme a quella longobarda, che lo connettono strettamente al Trentino (o Tirolo “italiano”, Welschtirol, termine dispregiativo che confonde le acque). “Tirolo” è toponimo cisalpino e indica anzitutto l’Alto Adige, ma storicamente include tutto il dominio retico cisalpino, perciò applicarlo al Tirolo austriaco è fuorviante. D’altra parte l’Austria non esiste, è soltanto la costola orientale della Baviera storica.

Paolo Sizzi sulla religione

Sizzi, cioè chi scrive, è di formazione cattolica e nasce in una famiglia alquanto religiosa, che ha peraltro dato alla Chiesa due sacerdoti (e ce ne sarebbe anche un terzo, da parte materna, poi spretatosi). Il Nostro è cresciuto, dunque, immerso in un ambiente cattolicissimo e sino ai 24 anni è stato un credente, praticante e devoto, fedele alla causa cristiana, in virtù della propria educazione ma anche della propria spontanea affermazione. A partire dalla primavera del 2009, tuttavia, si è distaccato dalla Chiesa, maturando una visione del mondo decisamente etnonazionalista e ostile, di conseguenza, a tutto il sistema di valori cattolico, che certamente non è compatibile con una ideologia völkisch integrale.

Il 2009 è l’anno in cui è andato concretizzandosi il lombardesimo, dopo una gestazione principiata nel 2006, frutto di una radicale presa di coscienza etnonazionalista di Sizzi volta all’esaltazione razionale degli ideali di sangue, suolo, spirito, che sono la triade fondamentale su cui deve edificarsi una nazione degna di questo nome, come la Lombardia. Dal 2009 al 2019, anche durante il periodo italianista, Paolo ha portato avanti una visuale anticristiana, ostile alle religioni ma con simpatie culturali pagane, poiché era necessario sviluppare un’ottica che fosse estranea tanto ad un credo semitico di importazione mediorientale quanto alle fedi religiose in genere.

Dal 2019 ad oggi, invece, il sottoscritto ha cercato di conciliare la coerenza etnicista con un recupero identitario dello stesso cristianesimo cattolico, naturalmente in chiave preconciliare e rivestito di solarità indoeuropea, provando così a stabilire un connubio cristiano-pagano che rappresentasse le due grandi anime spirituali della nostra terra. Un’operazione certo non dettata dalla fede e dall’afflato religioso, che Sizzi non ha più, ma dal desiderio di tentare una conciliazione, per il bene della Lombardia medesima. Dopo quasi 5 anni ho deciso di lasciar perdere perché le incongruenze erano troppe e perché la coerenza völkisch impone altro. Direi che è stucchevole tollerare il cattolicesimo soltanto per via di una patina indoeuropea; a questo punto si recuperi direttamente il paganesimo.

Certo, l’idea della Chiesa nazionale ambrosiana, cattolico-pagana, non era un’intuizione da cestinare del tutto, anzi, avrò modo di riparlarne come soluzione culturale originale per dare un volto tollerabile alla religiosità padano-alpina. Tuttavia, il pensiero etnonazionalista, alla lunga, non può essere conciliabile con il credo in Gesù di Nazareth, poiché sono troppe le contraddizioni che turberebbero un compromesso di questo tipo. Nondimeno, Paolo non è religioso, non è credente e non ha esigenze spirituali (intese come rapporto con il trascendentale), né gentili né cristiane, e appare quindi utile promuovere nuovamente, e senza edulcorazioni, l’originale etno-razionalismo lombardista. Lo spirito esiste come insieme di elementi culturali, civili, caratteriali, mentali, artistici, intellettuali di un popolo, e in tal senso, giustamente, parlo sovente di sangue, suolo, spirito.

Tutto questo per dire cosa? Semplice: Paolo Sizzi prende le distanze da ogni religione, frutto della cultura umana, e dal divino, frutto dell’inventiva umana, perché intende rimettere al centro del dibattito quel fondamentale razionalismo emendato da ogni squallido elemento illuminista (dunque cosmopolita, egualitarista, modernista, laicista in accezione progressista e ateo in senso “acido”). Il razionalismo etnico del lombardesimo esalta la vera ragione, la cui culla è l’Europa, come strumento indispensabile per un’esistenza improntata ai valori etnici, razziali, patriottici, proprio perché la ragione depone a favore di quell’identitarismo antropologico e biologico senza il quale l’Europa stessa sarebbe perduta. Ed esalta il realismo, al di là di ogni credenza, mito o timore superstizioso.

La religione non ha più nulla da darci, e possiamo tranquillamente lasciarcela alle spalle. Questo è il caso, soprattutto, di un cristianesimo che nasce come corpo estraneo semitico, al pari di giudaismo e islam, e che è animato da un punto di vista e da una filosofia di vita universalisti, umanitaristi, antirazzisti in nome di un dio biblico, dunque levantino, che non ha nulla a che vedere con il nostro continente. Dio e dei non esistono, sono chiaramente il prodotto della mitologia e dei bisogni spirituali umani (fortemente intrisi di ignoranza, paura, ansia dell’ignoto e della morte), ed è sterile cercare di conciliare questi concetti con l’inconciliabile, e cioè con l’identitarismo etnico e il razzialismo lombardisti.

La religione, ormai, è un qualcosa che trova sbocco soltanto nel secondo/terzo mondo, dove cioè regnano miseria, povertà, oscurantismo, sovrappopolazione, superstizione, analfabetismo, degrado e infatti lo stesso cattolicesimo oggi galleggia grazie a fedeli provenienti in maniera schiacciante dal sud del globo. Può, forse, l’etnonazionalismo scendere a patti con qualcosa di simile, diametralmente opposto al pensiero völkisch? Ovviamente no. E allora il cristianesimo, fratello di ebraismo e islam e devoto di un dio mediorientale creato da popoli mediorientali, va abbandonato, senza se e senza ma. Ciò non significa perseguitare i cristiani o scristianizzare “satanicamente” la nostra società, ma consegnare finalmente alla storia il credo cattolico (nel caso lombardo), e la Chiesa.

Altresì, è la religione in genere che va abbandonata, perché oggi del tutto inutile e buona solamente per popoli sottosviluppati (e non certo bianchi). Troppo spesso la spiritualità diventa un ostacolo sul cammino identitario e davvero tradizionalista dell’uomo europide, e dunque sul percorso che conduce alla piena autoaffermazione, e direi proprio che sarebbe folle sacrificare la verità assoluta di sangue e suolo in favore della superstizione e del terrore verso la morte. Per di più a favore di un culto di importazione. Certo, abbiamo la gentilità, il paganesimo, che sarebbe sicuramente molto più coerente col lombardesimo essendo il frutto dello spirito indigeno, indoeuropeo, ma personalmente trovo anch’esso inutile, essendo il sottoscritto ateo.

Ma il mio ateismo è un ateismo identitario, tradizionalista, etno-razionalista, e non c’entra nulla con l’ateismo “convenzionale”, che è cioè ciarpame progressista degno dell’Illuminismo. Stesso discorso per il laicismo, quella tendenza a voler secolarizzare e scristianizzare la società per fare un favore a chi, in Europa, non dovrebbe starci nemmeno dipinto. Del resto, questo ateismo “convenzionale” è a sua volta una religione, una superstizione giacobino-massonica, perché del tutto irrazionale, dal momento che, come il cristianesimo medesimo, è votato all’universalismo, all’antifascismo, all’antirazzismo, proprio sulla base delle castronerie dei philosophes.

Concludendo, la mia opinione, sulla religione oggi, è negativa. La religiosità fa parte del nostro retaggio culturale e civile, nessuno lo nega, e la stessa identità lombarda è permeata di cattolicesimo, assieme alle radici pagane. Ma possiamo farne tranquillamente a meno, essendo ormai un problema che impedisce di affrontare di petto la questione che più ci sta a cuore: la totale realizzazione del progetto lombardista. Un lombardo può tranquillamente dirsi cattolico o gentile – ci sarebbe poi da discutere anche sulla stessa bontà iniziatica e spirituale della gentilità e, infatti, ne riparleremo – ma il lombardesimo prende nettamente le distanze dalla religione. Può tollerare una rinascenza pagana, in quanto culturalmente e ideologicamente compatibile col nazionalismo etnico, per chi proprio ha esigenze spirituali, ma il credo lombardista è votato all’unica verità indiscutibile, che è quella razziale.

Europa

L’Europa è la nostra grande famiglia, lo spazio continentale delle nostre origini e dei nostri destini. È la culla della sottorazza europide (o bianca) della razza caucasoide e rappresenta la naturale dimensione identitaria, in senso allargato, anche dei lombardi. Un serio discorso etnonazionalista non può prescindere dalla cornice imperiale europea, che idealmente si estende sino a Vladivostok, coronando il sogno confederale euro-siberiano. Siamo dunque europei, dopo essere cisalpini, a patto di non confondere la vera Europa con la sua caricatura burocratica che ha sede nel Benelux. Ed essere europei implica essere bianchi, europidi appunto, perché l’ambito razziale va sempre contemplato, in una con quello etnico. È vero, non possiamo non dirci europei, ma l’Europa che l’identitario coerente ha in mente non ha nulla a che vedere coi deliri tecnocratici e finanziocratici all’ombra degli stracci stellati, ed è bene che i valori etnicisti abbiano la meglio sulla chincaglieria giacobino-massonica che vede le radici europee nell’Illuminismo.

Non scherziamo, perché le reali radici del continente affondano nella fertile humus indoeuropea, che garantisce ad ogni vera nazione di avere una propria peculiare identità sancita dalla sacralità di sangue, suolo, spirito. La basilare triade del nazionalismo etnico rappresenta le fondamenta della nostra civiltà, una civiltà che per quanto possa dirsi di retaggio romano-cristiano è anzitutto il frutto delle glorie etniche ariane, recate nelle vene di ogni europeo. Siamo realmente la grande patria di quell’evoluzione e di quel progresso, da interpretarsi in senso positivo, che costituiscono il bene, la luce, la storia dell’umanità stessa, dove tale termine perde la nefasta connotazione egualitarista per assumere un significato squisitamente antropologico. Poiché, al di là di razzismi e suprematismi, resta il fatto che la culla della civiltà sia proprio l’Europa, senza la quale i secoli vissuti dal globo sarebbero trascorsi quasi del tutto invano: cultura, sapienza, scienza, filosofia, spiritualità, arte, guerra (sì, anche quella), tecnologia, sviluppo, benessere, genio e creatività portano il marchio della razza europide, e lo si dica specificando tranquillamente che vi è dignità anche nelle altre popolazioni del pianeta.