10 ottobre (732): la battaglia di Poitiers

Battaglia di Poitiers

Il 10 di ottobre ricorre l’anniversario della battaglia di Poitiers (nell’odierna Francia centrale), avvenuta nel 732, quando i Franchi di Carlo Martello sconfiggono l’esercito arabo-berbero di al-Andalus, bloccando l’espansione islamica nell’Europa occidentale. Carlo Martello, maggiordomo di palazzo dei re merovingi, si trovava al comando di un esercito a maggioranza franca composto, però, anche da altri popoli germanici e da indigeni gallo-romanici, tra cui Alemanni, Burgundi, Bavari, Sassoni, Gepidi e Visigoti. Il significato della battaglia, anche detta di Tours, nell’immediato non fu molto importante, ma col tempo sancì l’ascesa della casata di Carlo Martello a dominio della Gallia Transalpina/Franchia, coronata dall’avvento del nipote Carlo Magno; altresì, pur proseguendo le loro incursioni nel settore meridionale del Regno franco, gli eserciti arabo-musulmani di stanza nella penisola iberica non si spinsero oltre e la loro avanzata nell’Europa occidentale fu dunque arrestata. La grande eco della vittoria franca è arrivata sino ai nostri giorni, per via della sua indubbia portata simbolica.

A questa, come alle battaglie successive di Lepanto e Vienna, viene attribuita una valenza meramente religiosa, cristiana e/o mariana, in quanto si sottolinea la cristianità degli eserciti occidentali che prevale sulla perversa aggressività dell’invasore islamico; direi, invece, come sempre, che questi scontri vittoriosi ebbero, e a tutt’oggi hanno, un importante significato culturale, civile ed etnico, dato che l’enfasi va posta sul carattere etno-antropologico europeo delle forze militari continentali, che riuscirono a sconfiggere e sgominare l’avversario allogeno (musulmano o meno poco importa, visto che il cristianesimo è parte dello stesso ceppo dell’islam, e dunque dell’ebraismo), bloccando l’avanzata in Europa di bellicose culture esotiche portatrici di geni parimenti esotici (sebbene sia mori che ottomani assorbissero, convertendole, masse di indigeni cristiani). Una cosa interessante sta nell’entusiasmo che suscitò la vittoria di Carlo Martello, come è logico che fosse, negli ambienti cattolici dell’Hispania, dove un monaco lusitano, Isidoro Pacensis, adoperò il termine collettivo di ‘europei’ – Europenses – per designare il carattere etnoculturale dei guerrieri che fermarono, per la prima volta, l’espansionismo moresco.

La palatalizzazione

Il fenomeno della palatalizzazione, tratto fonetico che consiste nella trasformazione di una consonante non palatale in palatale, spostando il punto di articolazione in avanti, è uno dei più antichi elementi linguistici che collegano la Cisalpina al mondo galloromanzo transalpino, in virtù del comune sostrato celtico. Nello specifico si tratta della palatalizzazione dei nessi latini con -l- (gruppi –cl-, –gl- e –pl-) e soprattutto di ca- o ga-, che oggi sopravvive nel ladino in senso lato, e cioè romancio, dolomitico e friulano. Come sapete, il gruppo ladino, o retoromanzo, presenta aspetti che un tempo erano condivisi da tutta la Padania linguistica, essendo un fossile non intaccato dall’erosione operata dal fiorentino letterario e dal veneziano, che ha annacquato lo statuto galloromanzo della lombardofonia allargata (l’intero gallo-italico). Non infrequentemente, nel gallo-italico/lombardo vengono inclusi ligure e veneto moderno, sebbene soprattutto quest’ultimo mostri elementi che lo avvicinano al toscano e all’italo-romanzo in genere, discorso che vale pure per l’appendice istriota e l’estinto dalmatico.

La palatalizzazione può riguardare anche il vocalismo, basti pensare a come, in piemontese e romagnolo, la a accentata divenga è, il che ricorda l’influsso celtico che riemerge nel francese, ma è segnatamente quella consonantica dei nessi ca- e ga- a mostrare, oggi, ad esempio nel friulano, quella stretta connessione antica fra i due tronconi della Gallia che riguardava ogni landa padano-alpina. Una connessione dettata da ragioni linguistiche che sono il riflesso di quelle etniche, naturalmente in chiave celtica. Retoromanzo e gallo-italico appartengono senza alcun dubbio alla sottofamiglia neolatina galloromanza, anche per via della palatalizzazione, antica o moderna che sia. E occorre ricordare che pure la conservazione di taluni gruppi consonantici latini (pl-, bl-, gl-, cl-, fl-) denunzia l’intima parentela delle nostre lingue con quelle d’oltralpe, per quanto oggi soprattutto, fenomeno eziandio da ricondurre a friulano e ladino in genere. Ma per fare esempi vicini a chi scrive, in bergamasco sopravvivono termini come glir ‘ghiro’, clòssa ‘chioccia’, blach ‘pallido’, o particolari oronimi, che non presentano esiti alla toscana (ghiro, chioccia, biacca), assai più numerosi in epoca medievale e rinascimentale.

7 ottobre (1571): la battaglia di Lepanto

Battaglia di Lepanto

Il 7 di ottobre cade la ricorrenza della battaglia di Lepanto, avvenuta nel 1571, quando le flotte della Lega Santa, formate dagli antichi potentati “italici” e dall’Impero spagnuolo, sconfiggono quelle musulmane degli ottomani presso le isole greche delle Echinadi (o Curzolari), nel Mar Ionio. Schiacciante la vittoria delle forze navali guidate da don Giovanni d’Austria, che bloccarono (anche se non definitivamente) l’espansionismo turco in Europa. Sotto le insegne pontificie della suddetta Lega Santa si trovavano federate Venezia, spagnuoli (con Napoli e Sicilia), Stato Pontificio ovviamente, Genova, Savoia, i Cavalieri di Malta, la Toscana, Urbino, Lucca, Ferrara e Mantova; insomma, una grande coalizione marcatamente peninsulare – lato sensu – in cui si distinsero valenti comandanti nostrani quali Sebastiano Venier, Pietro Giustiniani, Agostino Barbarigo (perito in battaglia), Gianandrea Doria, ma pure Marcantonio Colonna. Alla guida delle forze alleate stava don Giovanni d’Austria, figlio dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, mentre le ottomane erano condotte dall’ammiraglio turco Alì Pascià, che perì nello scontro navale. Lepanto seguì la resa della veneziana Famagosta ai maomettani anatolici, e l’orribile fine subita per mano ottomana dal comandante veneto della fortezza Marcantonio Bragadin.

Come detto, la disfatta degli islamici non comportò la fine dell’espansionismo turco nell’area balcanica (l’assedio di Vienna del 1683 lo dimostra), e la Serenissima perdette gran parte delle isole dell’Egeo e la stessa Cipro. Ma i turchi non prevalsero in maniera duratura sul Mediterraneo orientale europeo, e non superarono né raggiunsero la potenza delle flotte “cristiane”. Infine, capitolarono a Vienna e furono costretti gradualmente ad abbandonare l’area carpatica e balcanica, anche se lasciando una traccia di islamizzazione in aree come Bosnia e Albania. Fu, ad ogni modo, una grande vittoria del nostro genio e della nostra stirpe, che ripropone una tematica ora più che mai attuale: lo scontro fra i patrioti indigeni e le pedine allogene (poco importa a quale religione appartengano), manovrate dall’alta finanza mondiale per sovvertire gli equilibri etnici, culturali e socioeconomici dei Paesi europei. Non è, infatti, uno scontro fra Europa cristiana e islam o tra Occidente e Levante, ma fra Europa identitaria dei popoli e Occidente plutocratico emanazione dell’imperialismo americano, che è del resto la cagione dell’immigrazione di massa e financo del terrorismo musulmano, e prima ancora dell’islamismo. Lepanto, come Poitiers e Vienna, ha assunto una grande valenza religiosa e culturale, ma io direi soprattutto etnoculturale, in quanto espressione della vittoriosa forza degli europei, che alleati possono davvero sconfiggere ogni minaccia, sia esterna che interna.

Ottobre – October

Cerere

Il mese di ottobre (October) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, l’ottavo a partire da marzo, successivo a settembre. L’attuale decimo mese dell’anno era posto sotto la tutela di Marte, e si situava alla chiusura delle attività belliche e agricole; si apre all’insegna di Cerere, materna dea italico-romana della fertilità, dei raccolti, della nascita di fiori, frutta ed esseri viventi. Essa viene sovente associata alla dea Tellus, protettrice della fecondità e dei morti, invocata anche contro i terremoti (e l’Italia etnica centrale, culla degli Italici, si sa quanto sia interessata da questi disastrosi fenomeni), e alla dea greca Demetra. Giorno dedicato a Cerere è il 12 aprile, per via dei Cerealia. In ottobre, tuttavia, si celebrava, il giorno 5, il mundus Cereris, oscura cerimonia romana di probabile origine etrusca (che cadeva anche il 24 di agosto e l’8 di novembre) in cui una fossa situata nel santuario di Cerere e consacrata agli dei Mani (le anime dei defunti) veniva ritualmente aperta per mettere in connessione il mondo dei vivi con quello dei morti, e purificare così chi prendeva parte alla celebrazione. Rito peraltro propedeutico ai seguenti eventi di novembre e dicembre (Saturnali e Natale solstiziale), che richiamava il ricordo della terra come madre, a guisa di utero dunque, ponendolo sotto la tutela di Cerere-Tellus, per l’appunto dea madre preposta alla fecondità della donna e della terra, così come alla protezione dai fenomeni tellurici e al mondo sotterraneo dei morti. Alla fine di ottobre i Celti festeggiavano Samhain (Halloween), celebrazione di passaggio in cui vivi e morti entravano in comunicazione.

Ottobre si apre quasi in concomitanza dell’equinozio di autunno (22-23 settembre), l’inizio dell’autunno, ed è a ridosso della festa di San Michele arcangelo (29 settembre), istituita dalla Chiesa per cancellare, come nel caso del Natale, della Pasqua, della festa di San Giovanni, il ricordo degli antichissimi riti della gentilità ariana. San Michele, pur essendo figura cristiana, incarna lo spirito guerriero di Celti e Germani, e veniva da questi associato a Lug e Odino, importantissime divinità dei loro pantheon; nota, infatti, è la devozione popolare longobarda, di carattere ariano, per l’arcangelo. Al santo è associata la spada come la bilancia, in quanto nemico del male e delle tenebre, e pesatore di anime; non a caso l’equinozio, e buona parte di ottobre, si pongono sotto il segno della Bilancia, costellazione con cui si apre l’autunno, e il sole segna il passo “morendo”, sino alla rinascita del 21 dicembre. Il mese si conclude con l’astro che entra nel segno dello Scorpione, il giorno 23. Tutte queste ricorrenze coincidono coi ritmi arcaici di agricoltura e allevamento, e il periodo tra equinozio autunnale e inizio di ottobre sancisce la fine del raccolto e dei processi produttivi, entrando nella fase del riposo invernale, causa freddo e tenebre. Solstizi ed equinozi sono riti di purificazione, iniziazione e passaggio sin dai tempi antichi, ovviamente pagani; la Chiesa si è appropriata di celebrazioni che non le appartengono. Da ultimo, si ricordi che il 23 di settembre (del 63 avanti era volgare) nasceva Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, in pieno equinozio d’autunno; anche per via del genetliaco del primo imperatore romano, l’evento astronomico assunse una valenza alquanto sacrale.

La Lombardia siciliana

Nell’Italia etnica meridionale esistono ancor oggi delle isole alloglotte che vengono etno-linguisticamente identificate come gallo-italiche, frutto cioè di antica colonizzazione cisalpina, nello specifico dovuta a spostamenti nord-sud medievali. È il caso dei gallo-italici della Lucania (Basilicata, provincia di Potenza, e Cilento, attuale provincia di Salerno) ma, soprattutto, di quelli siciliani, odiernamente concentrati fra le province di Enna e di Messina, sebbene un tempo fossero distribuiti anche nelle aree di Catania, Caltanissetta, Siracusa e Palermo. Queste colonie, in modo particolare le siciliane, vengono giustamente chiamate lombarde poiché originarie di contrade padane che nel Medioevo rientravano nel contesto della Lombardia storica (e ci dovrebbero rientrare pure oggi, nonostante la ridicola frammentazione regionale); stiamo parlando, fondamentalmente, dei territori compresi tra il Piemonte centromeridionale e la Liguria appenninica, appartenenti all’antico Marchesato del Monferrato. La colonizzazione lombarda fu stimolata dai signori normanni e svevi di Trinacria, per poter contrastare la presenza araba e rinsaldare l’elemento latino dell’isola.

I lombardi di Sicilia e Lucania, che oggi sono logicamente rimescolati con la popolazione indigena, hanno però mantenuto nel tempo le proprie parlate gallo-italiche, cioè sempre lombarde, che sopravvivono in alcuni comuni della provincia di Enna (ad esempio Piazza Armerina e Aidone) e in quella di Messina (citiamo San Fratello e Novara di Sicilia), e per quanto concerne la Basilicata in alcune località dell’area del Golfo di Policastro, tra le province di Potenza e Salerno (Cilento), e più a nord, nel cuore del territorio potentino. Sono lingue lombarde minoritarie ovviamente annacquate, che hanno perduto velocemente buona parte del patrimonio lessicale originario, e che nell’epoca contemporanea si distinguono dalla maggioranza italo-romanza – meridionale e meridionale estrema – che le circonda per questioni fonetiche e morfologiche. Il prisco aspetto gallo-italico è stato eroso dal carattere idiomatico predominante dell’ambito lucano e siciliano (una situazione analoga riguarda il tabarchino di Sardegna, dialetto ligure), e queste minoranze linguistiche storiche non godono certo di tutela da parte dello stato italiano.

22-23 settembre: l’equinozio d’autunno

Mabon

Il 22-23 settembre (quest’anno 22) cade l’equinozio d’autunno, che segna la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, e che assieme al 21 di marzo, equinozio di primavera, è l’unico giorno dell’anno in cui la durata del dì e della notte si equivalgono. Questo giorno coincide con l’antica festa della vendemmia celebrata dai nostri avi, e non a caso il neopaganesimo celtico vi festeggia la ricorrenza di Mabon (dal nome del giovane dio della vegetazione e dei raccolti, figlio della Dea Madre, Modron), anch’essa forma di ringraziamento agli dei per i prodotti del raccolto, da spartirsi tra la comunità nei seguenti mesi invernali. È un tripudio di frutti tardivi, baccelli, castagne, piante e foglie secche, e degli straordinari colori caldi di cui si tinge l’autunno, soprattutto nei luoghi più selvaggi. La natura lentamente muore assieme al sole e alla luce diurna, ma matura la ferrea volontà di resistenza dell’uomo eroico, che si fa radiosa energia per vincere le tenebre e il freddo del decadimento, ovviamente da intendersi in chiave spirituale, sfociando nelle grandi celebrazioni del solstizio d’inverno (al 21-22 dicembre).

L’evento astronomico dell’equinozio d’autunno coincideva, in tempi ormai quasi del tutto andati, con attività agro-silvo-pastorali in previsione del riposo invernale, come ad esempio il ritorno delle mandrie dai pascoli di montagna a quelli di pianura, ed era segnato da due basilari operazioni agricole, quali la semina del grano e la vendemmia dell’uva; due momenti che comportano un passaggio, una trasformazione, e cioè quelli del seme, che nel ventre della terra muore per generare nuova vita, e dell’uva, che fermenta nel buio per diventare vino. L’equinozio d’autunno è così un avvenimento celeste che si verifica in concomitanza con il mutamento stagionale della natura, e che gli antichi percepivano anche come sacrale, sentendo assai più di noi quel vitale intreccio fra astrale, terreno e spirituale, alla base della sensibilità religiosa indoeuropea. Il cammino delle stagioni, scandito da solstizi ed equinozi, accompagna l’uomo nella sua vita mondana, e nel caso dell’equinozio in questione (ossia dell’ingresso nell’autunno) lo prepara, materialmente e mentalmente, al periodo di apparente morte della natura, rappresentato dall’inverno. Apparente, perché con il solstizio decembrino la vitalità della luce del sole rinasce, e con essa la terra e la vita (anche spirituale) della comunità.

Progresso e sviluppo

Il pensiero sizziano e lombardista crede fortemente in quel concetto di sviluppo che si slega dal feticcio del progresso ideologizzato, tipico di sinistre e liberali, mirato dunque al vero benessere della nostra comunità nazionale. Noi crediamo nel comunitarismo, nel nazionalismo etnico, nell’econazionalismo, in un ritorno alla natura che però non equivale ad anarco-primitivismo bensì al connubio tradizione-innovazione, perché non ci sogneremmo di ripudiare i benefici di modernità e tecnologia. Saremmo degli ipocriti. Si tratta, piuttosto, di raggiungere un optimum in cui la Grande Lombardia, fiera dei propri primati e della propria industriosa ricchezza, ottiene eco- ed etno-sostenibilità, salvando il nostro habitat dalle minacce mortali della perversione mondialista; tutelare ambiente, terra natia, agricoltura e allevamento, lavoro e popolo affinché vi sia un vero equilibrio tra giusto progresso e preservazione, per garantire quindi un futuro radioso alle nuove generazioni. Il lombardista ritiene un vanto la forza economica, industriale, civile della Padania, a patto che non vada a detrimento di ciò che ci assicura la sopravvivenza, e cioè sangue, suolo, spirito. Una sopravvivenza che è anche identitaria.

E allora, amici, va da sé che noi si condanni il progressismo, ma non il benefico progresso, e che si ripudi il capitalismo inteso come culto del fatturato che stritola lavoratori, e uomini, sacrificando la patria sull’altare del profitto e del dio danaro, ma non quello sviluppo che la Cisalpina medesima ha potuto raggiungere dopo secoli di fatiche, virtù, doti imprenditoriali e umane volte al dominio assennato della natura, per garantire prosperità alla comunità. Come potremmo rinnegare la plurisecolare ricchezza nostrana, che è frutto della nostra stessa etnia? Sarebbe come rinnegare la civiltà comunale, ad esempio, uno dei pilastri identitari e storici dei territori granlombardi. La vera sfida, come accennato sopra, è riuscire a conseguire un virtuoso equilibrio tra i positivi traguardi raggiunti dalla modernità e la sacrosanta salvaguardia di sangue e suolo, poiché il benessere può davvero venir ritenuto tale soltanto se non rinuncia allo spirito identitario, che passa per l’ambiente, il popolo e ogni risorsa locale, fonte di sussistenza da tempi immemori.

Il galloromanzo cisalpino, o lombardo storico

Abbiamo già visto come, a ben vedere, il cosiddetto gallo-italico non sia altro che lombardo in senso allargato, tenendo presente che l’accezione contemporanea di lombardofonia è alquanto ristretta, e confinata quasi esclusivamente ai territori racchiusi dagli artificiali confini regionali. La moderna Lombardia è soltanto una regione artificiale creata a tavolino da Roma, sulla falsariga della vecchia Lombardia austriaca, mentre in accezione etnica e storica comprende, quantomeno, tutta la parte occidentale della Padania, a partire dal bacino idrografico del grande fiume. Insubria, Orobia, Piemonte ed Emilia centro-occidentale, allargandosi poi a Emilia orientale, Romagna storica (inclusi San Marino e l’ager Gallicus), Lunigiana e Liguria. C’è però da dire, effettivamente, che lo statuto del ligure moderno potrebbe apparire controverso, sebbene ritenuto parte del gallo-italico. Dunque, la lombardofonia vera e propria riguarda tutti i territori menzionati, ricordando anche gli ambiti oggi al di fuori della Repubblica Italiana: il Nizzardo (perlomeno Mentone e Montecarlo, con Briga e Tenda) e la Svizzera lombarda (Sempione, Ticino e Grigioni lombardofono, con altri lembi elvetici in cui ora il gallo-italico non è più parlato, vedi Briga e Bivio).

Mi permetterei, ad ogni modo, di affermare che si potrebbe pure parlare di una lombardofonia storica che travalica i confini della Grande Lombardia occidentale, inglobando l’intero nordest, cosiddetto. Come sapete, prima che il veneziano irrompesse sul continente modificando in maniera irreversibile le parlate della Lombardia euganea, o dello stesso Trentino che fa perno sul capoluogo, esisteva un’antichissima unità di lingua tra occidente e oriente, oggi testimoniata dal fossile alpino ladino (romancio-dolomitico-friulano) che appare come versione primigenia del “padanese” teorizzato da Geoffrey Hull. Il ladino, in senso ampio, mostra schietti caratteri romanzi occidentali che il gallo-italico ha perduto, per colpa di toscano e veneziano, e rappresenta la controparte orientale della lombardofonia ovest, inscrivendosi nel novero galloromanzo. Per tale motivo, gallo-italico e retoromanzo (i citati romancio, ladino e friulano), appartengono alla sottofamiglia galloromanza allargata, con occitano e catalano, costituendone il troncone cisalpino. Da tale novero esulano veneto moderno, istrioto e l’estinto dalmatico, che per certi versi si avvicinano, soprattutto nel caso degli ultimi due, all’italo-romanzo proprio. Il veneto, forgiato sulla base del prestigio del veneziano, non è gallo-italico, dunque galloromanzo, ma viene ritenuto dai più romanzo occidentale.

11 settembre (1683): la battaglia di Vienna (festa dell’Europa)

Battaglia di Vienna

L’11 di settembre cade la ricorrenza della battaglia di Vienna, avvenuta nel 1683, quando le truppe del Sacro Romano Impero e della Confederazione Polacco-Lituana levarono l’assedio ottomano dalla capitale austriaca, sconfiggendo l’invasore islamico. In questo modo venne così arrestata l’avanzata dei turchi nell’Europa centro-orientale, ed ebbe il “La” la riconquista europea dei Balcani. Grandi protagonisti della decisiva battaglia viennese furono il re polacco Giovanni Sobieski, comandante dell’esercito cristiano mitteleuropeo, il conte von Starhemberg, capo delle truppe austriache, ed Eugenio di Savoia, prode condottiero asburgico al comando di soldati austriaci e granlombardi, che esordì proprio a Vienna. Allo scontro coi turchi presero parte polacchi, cosacchi ucraini, austriaci, padani e toscani, tedeschi e altre milizie europee, mentre dalla parte degli invasori musulmani si trovavano stati vassalli come Moldavia, Valacchia, Transilvania, l’Alta Ungheria e il Khanato di Crimea. La battaglia di Vienna fu l’evento decisivo della Guerra austro-turca (1683-1699), conclusasi definitivamente con la vittoria dell’Impero ai danni degli ottomani, sancita dal Trattato di Karlowitz; con essa, Austria e Ungheria vennero finalmente liberate dall’incubo alieno maomettano.

Questo epico accadimento storico, da ricordarsi assieme a Poitiers (10 ottobre 732) e Lepanto (7 ottobre 1571), costituisce a mio avviso la miglior ricorrenza per celebrare la festa dell’Europa – che non è l’Unione Europea – intesa come grande e plurimillenaria famiglia continentale e imperiale. A Vienna una leggendaria alleanza paneuropea schiaccia l’intruso allogeno ricacciandolo verso sudest, segnando la riconquista delle terre centro-orientali e balcaniche. Si pone molta enfasi sul carattere cristiano della lotta europea contro i turchi ma, considerando che cristianesimo e islam sono religioni sorelle, credo che l’aspetto più importante stia nel piglio guerriero, nell’eroismo e nella forza vittoriosa delle genti europidi, che unite possono divenire invincibili. Vienna è celebrazione dell’orgoglio d’Europa, della grandezza della sua civiltà e cultura, certamente anche cristiane ma primariamente greco-romane, classiche e dunque gentili, indoeuropee, frutto dello spirito etno-razziale indigeno, che è del resto ciò che ha sempre armato il braccio degli europei. Non è certo azzardato dire che il primato europeo sia figlio anche delle innumerevoli guerre che hanno caratterizzato il nostro continente, e stimolato l’arte, la tecnica, la tecnologia, l’avanguardia e lo sviluppo, nonché la potenza. Vienna, a suo modo, si fa capitale imperiale del “vecchio continente”, crocevia storico e identitario, e quell’11 settembre 1683 (l’unico 11 settembre da ricordare) rimane nei secoli epocale avvenimento luminoso, faro della resistenza europea alle minacce antinazionali.

Il gallo-italico? È il lombardo

I linguisti e dialettologi Graziadio Ascoli e Bernardino Biondelli furono tra i primi a designare la maggior parte delle lingue locali padane (escludendo veneto, istrioto, talvolta il ligure e retoromanzo) come gallo-italico, in qualità dunque di un insieme di idiomi neolatini che si collocano a metà strada fra il galloromanzo e l’italo-romanzo. L’etichetta impropria ‘gallo-italico’ allude, infatti, a quei dialetti cisalpini che, il più delle volte, vengono considerati dai linguisti italofoni parte dell’italo-romanzo, ma con una forte caratterizzazione celtica/gallica, a livello di sostrato, che li avvicina per certi versi più al galloromanzo in senso stretto (franco-provenzale e francese) che all’italiano, e cioè al fiorentino letterario delle “tre corone”. Tra questi studiosi occorre ricordare il Pellegrini e il Tagliavini. Oggi, per quanto il gallo-italico appaia diluito dall’azione del toscano e abbia scelto nel tempo quest’ultimo come lingua tetto, appare chiaro che gli idiomi padano-alpini non rientrino nel medesimo novero dell’italo-romanzo, cosa che vale pure per il ladino in senso lato e il sardo, ed è giusto considerarli una sottofamiglia romanza a sé, decisamente più occidentale che orientale.

Il gallo-italico appartiene alla Gallo-Romània, e con il retoromanzo forma il suo troncone cisalpino. Anche il ligure viene allo stato dell’arte associato al gallo-italico, ma non il veneto e il quasi estinto istrioto, che comunque restano appannaggio della Romània occidentale (per taluni anche il defunto dalmatico ne farebbe parte). Vi è tuttavia da dire che il termine caro al Biondelli e all’Ascoli appare approssimativo e pressapochistico: se per ‘italico’ intendiamo l’italo-romanzo e l’italiano (o addirittura l’italico antico, che faceva capo al latino e all’umbro) direi proprio che stiamo impiegando un’assurdità storica, linguistica e filologica, perché le lingue native della Padania si distaccano chiaramente dalla penisola per avvicinarsi di netto ad aree come Occitania e Catalogna. E ovviamente non sono dialetti che derivano dal toscano. Anche per tale ragione preferiamo indicare il gallo-italico come lombardo tout court, perché espressione culturale peculiare della Lombardia etnica, etnolinguistica e storica, sebbene oggi con ‘lombardo’ si designi, in senso decisamente ristretto, la lombardofonia regionale (o poco più). D’altra parte, ricordando come il retoromanzo sia cisalpino in purezza senza erosione e diluizione italiane o veneziane, la lingua lombarda storica si va ad arricchire anche di romancio, ladino e friulano.