Note filosofiche

Lo sguardo di Sizzi sul mondo

Non ho particolari autori di riferimento se non la natura: il sangue, il suolo, lo spirito, me stesso. Non credo ci sia bisogno di ispirarsi a qualcuno per maturare una propria visione del mondo e prendere posizione nei vari campi che ci stanno a cuore; spesso basta il buonsenso, ma è chiaro che questo deve essere corroborato da una buona cultura generale e, soprattutto, da una visuale personale sulla vita che passi anche per l’esperienza quotidiana del contatto sociale.

In questo senso gli autori e studiosi classici dell’area etnonazionalista, identitaria e tradizionalista sono assai preziosi, soprattutto se al centro dell’azione (meta)politica mettono il sangue. Più che per me, lo dico per le giovani generazioni, oggi facili prede di cattivi maestri che si fanno alfieri della temperie mondialista.

La mia attuale visione filosofica della vita e del mondo, la mia Weltanschauung, nasce da un percorso di maturazione che mi ha portato dall’impostazione cattolica postconciliare delle origini, spesso banalmente reazionaria e bigotta, all’amore per la verità che solo le dottrine völkisch sanno infondere compiutamente.

Prima, diciamo fino ai 22 anni, il mio mondo ruotava, un po’ prosaicamente, attorno ai valori della triade Dio-patria-famiglia, laddove Dio sta per il Dio di Gesù Cristo (in chiave cattolica annacquata), la patria sta per un’Italia neoguelfa (campanilista e regionalista, dunque) e la famiglia sta per la famiglia cattolica tradizionale timorata di Dio.

Per carità, va detto che crescendo con questi valori ho preparato il terreno alla mia visione del mondo rinnovata, e ho vissuto un’adolescenza e una prima gioventù integerrime di fronte alle tentazioni mondane della corruzione che nascono dal tipico nichilismo e relativismo dell’ambito giovanile occidentale.

La fede cattolica – ancorché postconciliare – tramandata dai vecchi mi ha sicuramente preservato dai veleni del mondo (non solo quelli blasfemi, s’intende) e a suo modo mi ha consentito poi di spiccare il volo verso lidi più seriamente tradizionalisti e anti-mondani, nonché coerenti con la mia genuina indole identitaria; pertanto non mi sento di rinnegare nulla della mia formazione etica e spirituale, ed è stato un bene crescere fino ad un certo punto cattolico “da manuale”; se non fossi stato educato cattolicamente e in maniera conservatrice, forse, oggi sarei in pasto al neomarxismo, al liberalismo, all’indolenza totale, al pecoronismo qualunquista, all’epicureismo.

La mia personale esperienza cattolica (forse più esteriore che intima) mi ha indubbiamente instradato verso i valori maturi che oggi difendo a spada tratta e che vorrei infondere e tramandare ai posteri. Sarò sempre grato a mio padre, mia madre, i miei vecchi per l’educazione ricevuta e non oso immaginare cosa sarei oggi se fossi cresciuto in una famiglia borghese al passo coi tempi, “illuminata”, lacerata da separazioni e divorzi e, soprattutto, da principi ispirati alla moderna temperie liberal e antifascista.

È sicuramente una questione più culturale che religiosa, perché genuinamente cristiano, in fondo, non lo sono mai stato; all’epoca mi son sempre dichiarato una sottospecie di crociato in perenne lotta con la dilagante corruzione modernista che fa scempio tra i giovani. Ed in questo, sicuramente, l’educazione famigliare è stata fondamentale perché la spartana mentalità alpina dei miei consente di mantenersi integri di fronte alla depravazione, e conservatori (nel giusto) di fronte all’eradicazione dell’identità e della tradizione. Tuttavia, va detto, i miei genitori non hanno mai approvato gli estremismi del sottoscritto, segno di una certa autonomia sizziana rispetto all’impostazione classica della famiglia.

Staccandosi dal cordone ombelicale del pensiero famigliare, è avvenuta la mia maturazione, frutto di meditazione, riflessione e presa di coscienza davanti alle sfide del futuro che mi e ci attendono. Oggi, come sapete, rigetto l’anticristianesimo, ma per una decina di anni decisi di assumere un punto di vista ostile alla religione cristiana, allora accusata di essere un corpo estraneo anti-europeo contrapposto al pensiero völkisch. Ma era un’esagerazione controproducente: a ben vedere non esiste contraddizione tra fede cattolica romana (o ambrosiana) tradizionalista – preconciliare – ed etnonazionalismo.

Nel 2009 ritenni necessario abbandonare la fede cristiana perché la giudicai inconciliabile con l’ideologia razzialista e nazional-sociale, preferendovi un tradizionalismo paganeggiante più in linea con le radici precristiane dell’Europa; volli essere coerente con il radicalismo völkisch adottando il solito repertorio neopagano che accusa, in maniera indistinta, il cristianesimo di essere una fede “abramitica” scaturita dall’ebraismo, di avere lo stesso dio dei giudei, di fondarsi su una figura (Gesù Cristo) di origine ebraica e di adottare una morale buonista, ecumenista, progressista, terzomondista, egualitarista, immigrazionista per nulla indoeuropea.

Per inciso: sono accuse, quasi del tutto, campate per aria, provenienti da ambienti troppo spesso pagliacceschi che riciclano in salsa tragicomica le argomentazioni nicciane o nazionalsocialiste, senza oltretutto distinguere tra le varie forme di cristianesimo e tra cattolicesimo tradizionale e modernista. La cosa, forse, più singolare è che mentre accusano il cristianesimo di essere irrazionale, superstizioso, fanatico e oscurantista (come pidocchi sessantottini qualsiasi) ricostruiscano – non si sa bene su che basi – un credo abbandonato dagli stessi gentili e interrotto da quasi 2000 anni; credo che, oltretutto, non era certo più razionale della fede cristiana, tra mitologia, politeismo, sacrifici umani, baccanali, orge ed eccessi di ogni tipo. Per non parlare della critica alla religione cristiana di essere molle, disfattista, masochista, femminea, smentita non solo dalle tendenze bisessuali, omosessuali, pederastiche e matriarcali del mondo classico ma pure dalla storia, antica e recente, dell’Europa cattolica (od ortodossa).

Ai tempi, il sottoscritto non ci andò troppo per il sottile, anche perché profondamente disgustato dagli scempi postconciliari di una Chiesa sradicata, scesa a patti con il sistema mondialista, che lo indussero a rompere con gli ambienti parrocchiali. Pur non aderendo a gruppi di ispirazione neopagana, o convertendosi alle pasticciate credenze da essi propugnate, simpatizzai per le pulsioni identitarie in chiave gentile, sviluppando una forma di irreligiosità verso il monoteismo “straniero”. Tuttavia, rigettai l’ateismo militante, dal puzzo marxista, e l’agnosticismo dei borghesi.

Col senno di poi, posso dire che distaccarsi dal cattolicesimo postconciliare (e dallo stantio bigottismo provinciale) fu più che comprensibile, in quanto scelta meditata a lungo e non certo frutto di un colpo di testa. Ma sull’anticristianesimo paganeggiante meglio stendere un velo pietoso; o si è l’imperatore Flavio Claudio Giuliano o qualsiasi attacco postmoderno alla fede in Cristo finisce per diventare un favore agli anticristiani per antonomasia, che non sono certo quattro spostati neopagani. Rispetto la gentilità, non la sua parodia modernista (plasmata su internet), senza dimenticare che lo spirito solare ariano è confluito nel cattolicesimo romano. Le storture “cattoliche” che abbiamo sotto agli occhi oggi sono il prodotto del Concilio Vaticano II: Paolo IV, Pio V, Pio XII non possono essere confusi con Roncalli, Wojtyla e Bergoglio.

Certo, i valori tradizionali del cattolicesimo non sono solo quelli patriarcali, conservatori, identitari, guerrieri, eurocentrici (oggi rinnegati dalle sciagure bergogliane, principiate col mio famigerato conterraneo) ma anche quelli più squisitamente evangelici come l’amore, la pace, il perdono, la carità sebbene lo stesso Cristo non fosse di certo un pacifista e un buonista amante dei compromessi. Fermo restando che amore e perdono, o carità, hanno senso tra singoli, non tra Stati, e che la politica nazionale di un Paese deve essere ispirata al patriottismo, non al catechismo.

E per quanto riguarda le bubbole delle “radici giudaico-cristiane”, dei “fratelli maggiori” e del “cristianesimo eresia dell’ebraismo” basti dire che la fede cristiana è stata plasmata nel mondo greco-romano (Europa), che accostare giudaismo e cristianesimo è ossimorico e che il concetto corrente di ebraismo è qualcosa di medievale; ai tempi di Gesù (che nemmeno era un locutore dell’ebraico) aveva un senso parlare di tradizione mosaica, non di ebraismo, una religione moderna basata su Talmud, cabala e Torah (che non è la Bibbia). Cristo era ebreo? Gli avete scattato foto o fatto un esame dell’ADN? Inoltre, per un cristiano, la vera fede è quella nel Dio (trinitario) del Nazareno, l’unica alleanza tra il divino e l’umano è la nuova ed eterna Alleanza e il vero popolo “eletto” è quello cristiano. I giudei, uccidendo Gesù, si sono chiamati fuori da tutto questo. In che modo, dunque, il cristianesimo sarebbe un prodotto del giudaismo?

Personalmente, allo stato attuale delle cose, sebbene mi sia pacificato con le mie radici, non mi ritengo religioso, praticante, cristiano e per quanto di formazione cattolica il mio punto di vista non risente di influenze clericali, anche perché ho una concezione laica (non laicista) della politica. Va da sé che in Lombardia sarei disposto a tollerare solo il cattolicesimo tradizionale e una rinascenza pagana dei culti precristiani indigeni (anche se sono alquanto scettico al riguardo) e che la mia idea di laicità non ha nulla a che vedere con le cretinerie giacobino-massoniche dei liberali e dei democratici. Le radici dell’Europa affondano nella gentilità ariana e nella romanitas cristiana, non nell’Illuminismo, nelle rivoluzioni borghesi, nel giudeo-bolscevismo e nell’europeismo di cartapesta defecato dall’antifascismo.

Ad ogni modo, dopo i 22 anni, abbandonando gradualmente la fede cattolica (postconciliare) e la visione politica banalmente reazionaria e conservatrice, mi sono concentrato di più sulle verità di scienza, non di fede: l’uomo e la natura. Capiamoci: non l’essere umano inteso come apolide animale planetario (l’unico animale a non avere razza, stranamente) ma come uomo europeo plasmato dalla natura continentale.

Gli uomini non sono di certo tutti uguali, sono suddivisi in razze, che a loro volta sono suddivise in sottorazze, ibridazioni fenotipiche, etnie e quel che a me sta a cuore è la situazione europea, segnatamente cisalpina, che è il territorio di competenza della Grande Lombardia delineata dal sottoscritto sin dal 2006.

Inizialmente, più che sentirmi lombardo, tendevo a rinchiudermi nel guscio del campanilismo bergamasco che non rinnega l’italianità. Il localismo esasperato, in un certo senso, è un sottrarsi alle responsabilità maggiori etnonazionali, senza peraltro mettere in discussione l’innaturale baracca del tricolore.

Ora invece, grazie al percorso di crescita che mi ha consentito di maturare una visione comunque indipendente rispetto al retaggio famigliare (religioso e anche filosofico-politico), posso dirmi lombardista ed etno-europeista, assumendo posizioni eurasiatiste focalizzate su di un cameratismo “imperiale” tra Europa occidentale, Europa orientale e Federazione Russa. L’impero confederale degli europidi va mantenuto, assieme ai buoni rapporti con tutti gli individui di razza bianca, non rinnegati, sparsi per il globo.

Al centro della mia visione filosofica c’è l’Europa, rappresentata dal sangue e dallo spirito e concretizzata nelle sue comunità etnonazionali e nel loro suolo patrio, che unendosi al sangue della stirpe ne ha plasmato il carattere, l’indole, la cultura, la civiltà. Questo non per razzismo o suprematismo bianco, ma per coscienza identitaria.

Tutto deve ruotare attorno al concetto di identità che significa insieme di caratteristiche fisiche e genetiche tipiche di un gruppo di popoli e trasmissibili per via ereditaria; un concetto che include sangue-suolo-spirito, la triade tradizionalista che preferisco, essendo “Dio-patria-famiglia” inflazionata dal pensiero clerico-fascista. Non che la spiritualità, il patriottismo e il patriarcato siano superflui o scontati, anzi! Dipende però da come vengono inquadrati perché il sottoscritto non si riconosce nella reazione, nel nazionalismo italiano e nel fascismo. Nell’ottica etnonazionalista – la mia – il dato religioso e spirituale (pagano e cattolico) rientra in sangue-suolo-spirito, e così patria e famiglia, ispirate alla vera identità e alla vera tradizione (cioè senza degenerazioni tricolori, mediterraneo-levantine e fascistoidi).

“Identità” significa concretezza, contrapposta a tutte le balle di comodo religiose, politiche, filosofiche atte a giustificare la globalizzazione, il multirazzialismo, il relativismo, il pluralismo genocida che distrugge l’Europa in cui i veri identitari credono. E a giustificare anche finte nazioni, come l’Italia, che sono funzionali al sistema mondialista e allo status quo.

Se non ci basiamo sul razionale, ripeto, razionale culto dell’Europa come continente plasmato dalla razza europide e dai popoli di identità biologica europea – figli di sangue e suolo natii – e dunque su una sorta di etno-razionalismo, su cosa vogliamo poggiare la nostra filosofia di vita? Sulle menzogne del politicamente corretto, del buonismo e di religioni moderniste piegate al volere dispotico del sistema-mondo? La razionalità, e il realismo, non sono in contraddizione coi valori spirituali, fondamentali per evitare di farsi risucchiare dal positivismo e dal materialismo zoologico. Fede e ragione sono compatibili, e il connubio potrebbe evitare tanto i fanatismi teocratici da Medio Oriente quanto le degenerazioni atee e laiciste (non meno feroci dell’oscurantismo clericale).

Chi vuole vivere per davvero, nel pieno senso del termine, esalta la genuina identità e tutti i suoi ideali e valori; chi vuole lasciarsi vivere, invece, esalta acriticamente il pervertimento dell’universalismo (che, di base, non è cosmopolitismo nichilista) e il conseguente annientamento di ciò che viene sprezzantemente liquidato come particolarismo, dunque la verità e la natura di una nazione. È il quieto vivere delle amebe standardizzate ed imbastardite dall’idolatria consumista e capitalista, nemica non solo dell’uomo – e dei suoi principi più sacri – ma anche dell’ambiente naturale che lo circonda, del pianeta terra. E, purtroppo, nessuno si sottrae a questa satrapia globalista, tantomeno la Chiesa stravolta dalla rivoluzione dolciastra di Giovanni XXIII che ha barattato col volemosebbene la coerenza di un cattolicesimo tradizionalista nemico giurato della modernità.

Alla luce di tutto ciò, diciamocelo: se Roma non rinnegherà il CV II l’ipotesi di una Chiesa nazionale lombarda autocefala – parte comunque del mondo religioso latino – non sarebbe idea poi così peregrina e balzana.

Il profilo etnico di Paolo Sizzi

Tavola craniometrica sizziana

Sono un maschio bergamasco (dunque lombardo) 38enne, abile, normodotato, eterosessuale, sano e senza allergie od intolleranze alimentari. Digerisco il lattosio senza problemi, il che è sintomo di nordicismo (e stando ad un test genetico ho il gene preposto alla lattasi).

Fisicamente, sono 1 metro e 80 centimetri per 70 chilogrammi, ectomorfo, mesoschelico e relativamente longilineo dunque; moderatamente dolicocefalo, dal viso lungo e stretto (leptoprosopo), biondo cenere scuro con capelli mossi e riflessi dorati, occhi azzurri alquanto infossati, fronte bassa e inclinata con arcata sopraccigliare discretamente pronunciata, naso leptorrino (lungo, stretto e diritto) dalla radice alta, zigomi accentuati, mascella e mento non marcati, filtro tra naso e bocca considerevole, labbro inferiore carnoso, nessun prognatismo.

Lateralmente si evince una testa lunga e medio-bassa con occipite curvo non arrotondato, orecchie dal lobo semi-attaccato e sporgenza sopraorbitale. Collo lungo e snello con pomo d’Adamo in vista.

Il cranio è abbastanza grande, allungato, con volta cranica medio-bassa e osso occipitale sporgente; tempie non arrotondate e – visto dall’alto in norma verticale – appare di forma piuttosto pentagonoide e compresso ai lati. La volta cranica è cilindrica, vista di profilo. Non presento bozzo occipitale.

La carnagione è bianco-rosea, la peluria scarsa e bionda, la barba rada e rossiccia ma crespa, non morbida. Non ho efelidi.

Il fisico è appunto segaligno, con ossa lunghe e robuste, spigolose, ma con più nervo che muscolo. Mani e piedi lunghi con dita affusolate nel caso delle prime. Le dita dei piedi paiono di fattezze “romane”. Il sesso è normoconformato, in linea coi parametri europidi.

Possiamo quindi dire che, tutto sommato, sono dal punto di vista sub-razziale un caucasoide bianco nordo-mediterranide con minori influssi arcaici di tipo cromagnonoide orientale (in gergo, ‘kurganoide’), un fenotipo, di base, non atipico per la Padania e le aree alpine limitrofe (con propaggini mitteleuropee e toscane/corse). L’aria pseudo-slava ravvisata da alcuni è sicuramente frutto delle diluite asprezze balto-cromagnonoidi.

Guardando me, viene naturale pensare ad una fusione fra il settentrionale tipo “ligure” autoctono (atlanto)mediterranide e quello celtico di tipo nordico, irrotto a partire dall’Età del ferro (ma anche prima) in Lombardia, dall’Europa centrale. Solitamente esso è definito Keltic Nordid. I tratti kurganoidi non sono da ascrivere a influssi slavi (inesistenti nella Bergamasca) ma a qualcosa di barbarico o di più remoto (conservatosi nelle Alpi).

Le caratteristiche nordidi sono corroborate dal gruppo sanguigno continentale, probabilmente indoeuropeo, A+, dalla tolleranza al lattosio, dagli ottimi livelli di vitamina D e dai rami famigliari paterno e materno in cui i tratti nordici sono mescolati con caratteristiche alpinidi (nel caso materno) e cromagnonoidi/dinaridi (nel caso paterno).

Mia madre, originaria dell’Isola brembana, è alpinoide mentre mio padre, originario della Val di Scalve, era piuttosto cromagnonoide e dinaroide. Ho inoltre due sorelle fondamentalmente alpinoidi, la prima con influssi dinaridi.

Dal test dell’ADN effettuato, si evince che la linea paterna (R1b-U152) è di origine indoeuropea, italo-celtica, ed è la più diffusa in Lombardia e Toscana (e Corsica); nello specifico, il clade Z36 (che è poi il mio) è di origine celtica/gallica e trova la sua massima distribuzione proprio nel cuore lateniano della Cisalpina. La linea materna è H1m, aplogruppo indigeno derivato da H1, che è il più ricorrente nell’Europa occidentale, di origine paleolitico-mesolitica. H1m è stato identificato in alcuni resti vichinghi di Orcadi e Svezia e, stando alla sua moderna diffusione, pare concentrato per lo più nell’Europa nordoccidentale.

A livello autosomico (non sessuale), invece, rientro perfettamente nel cosiddetto Bergamo sample, campione accademico (HGDP) di granlombardi provenienti dal Bergamasco.

Mi permetto di consigliare anche a voi un test genetico dal prezzo abbordabile, in particolar modo 23andMe, che feci io. La genetica delle popolazioni non si vede ma nel nostro sangue portiamo la stratificazione etno-razziale del nostro albero, che è poi responsabile, in parte, anche del nostro aspetto fisico. Censire geneticamente la popolazione indigena delle Lombardie è una cosa che mi emoziona al solo pensiero.

L’antropologia razziale, o razziologia, comprende antropologia fisica (craniologia e antropometria), genetica delle popolazioni, genealogia, araldica, onomastica, tutte nobili branche del nostro scibile che ci permettono di sapere di più circa le nostre radici, ma comprende anche l’etno-antropologia.

Altre caratteristiche interessanti che possono offrire questi test sono quelle relative ai tratti ereditati, alla salute, alle parentele genetiche con altri utenti testati e alle percentuali di specie umane arcaiche. Senza contare che, per quanto riguarda la schiatta, lo studio è assai approfondito. Altresì, vi è la possibilità di scaricare i propri dati grezzi per caricarli su siti terzi (come Gedmatch) e analizzare i propri risultati in maniera più approfondita.

La propria appartenenza etno-razziale ha risvolti anche sullo spirito, sulla mente e l’indole, sulle nostre inclinazioni; ‘razza’ non è solo dato biologico, materiale, ma anche culturale, spirituale, senza per questo scadere nel razzismo e nel suprematismo (che non sono esclusiva dei bianchi, sia chiaro).

La vecchia antropologia d’anteguerra, poco scientificamente, soleva collegare alle “sottorazze” fenotipiche delle qualità animiche e caratteriali. Volendo fare questa operazione, per mero diletto, potrei dire che l’unione dei tratti nordici e mediterranei mi porta ad essere una persona abbastanza diretta, scabra, leale, onesta, genuina, intrisa di ideali alti e nobili, assai attaccata alle proprie radici e alla propria identità e rispettosa dell’ordine e della tradizione (qualora permeati di aristocrazia vera e propria e di retroterra indoeuropeo). E le asprezze kurganoidi mi donano una pennellata propriamente ariana (non da intendere nell’accezione hitleriana, si capisce, ma in ottica kurganita).

Disprezzo la massificazione e l’individualismo libertino, il conformismo, la standardizzazione, il quieto vivere, la sterile non-vita basata unicamente su fatturato, consumismo ed edonismo, oltre che sullo sterile appagamento dei bassi appetiti umani, e non mi ritengo per nulla una marionetta nelle mani dei pifferai magici. Disprezzo inoltre il cinismo relativista.

Sono senz’altro imbevuto di mentalità bergamasca alpina, che è un po’ rude, gretta, bigotta e testarda, misoneista, ma di certo non sono uno di quei classici padani che pensa solo al lavoro (e al mito dell’imprenditoria), ai soldi e allo stile di vita borghese o da bifolco arricchito, mentre i “foresti” e lo Stato tricolore gliela fanno sotto al naso. Diciamo pure che rielaboro, in maniera originale, il temperamento orobico.

Non mi sento chiamato o “eletto” (come qualcun altro), ma credo di essere un tipo umano piuttosto insolito nella propria ruvida genuinità foriera di disprezzo per la massificazione, nel proprio anticonformismo, nel proprio rifiuto e disprezzo per la modernità devastatrice, la mondanità e il becero andazzo di questi tempi che appiattisce tutto sul profitto e sul superfluo. Come soglio dire:

A só mia s-cèt de chès-ce tép de lögia.

Tendo ad essere nettamente anti-mondano, non ho amicizie nutrite e compagnie, ma non ho problemi col gentil sesso e avverto l’importanza di mandare avanti la stirpe, per sfuggire agli orrori moderni di una Lombardia e di un’Europa nella morsa dell’auto-genocidio spensierato, sebbene non la viva come un’ossessione. Mi rifugio nell’etnonazionalismo, nell’identitarismo e nel tradizionalismo duri e puri, senza alcun compromesso ideologico con lo status quo. Dobbiamo recuperare la nostra perduta eredità ariana/indoeuropea, conciliandola con la nobiltà delle radici romano-cristiane.

Ariana, sì; se parlare di arianesimo, razzialmente, appare oggi fuorviante e un po’ forzato, parlarne caratterialmente e spiritualmente non lo è, perché abbiamo lingue indoeuropee, siamo intrisi di cultura e mentalità indoeuropee, portiamo cognomi e nomi di tradizione ariana, e geneticamente e fisicamente spesso riaffiorano i tipici tratti dell’Ariano, anche nell’Europa occidentale e meridionale. E guardate che ‘Ariano’ non è una bestemmia, è l’etnonimo indoeuropeo, un tempo diffuso in tutto lo spazio indogermanico.

Siamo bianchi, europei, di retaggio ario, lo possiamo tranquillamente dire senza incorrere in anacronismi, neonazismi, ridicolaggini; tuttalpiù i problemi deriverebbero dagli stomachini deboli di progressisti, liberali, cristianucci all’acqua di rose e minoranze poco democratiche, che in Occidente diventano lobby.

E, in fondo, dobbiamo sforzarci di essere degni dei nostri padri almeno dentro, se vogliamo salvare le nostre patrie e l’Europa, perché solo un eroico sforzo collettivo etnonazionalista porterebbe alla vittoria e alla salvazione del nostro continente, e della nostra agonizzante civiltà, bisognosa di palingenesi.

In noi dovrebbe rivivere il piglio guerriero dei nostri antichi padri indoeuropei: Celti, Veneti, Galli, Romani, Longobardi. Senza tralasciare, naturalmente, la più nutrita parte della nostra identità genetica e fisica, biologica, che è certo preindoeuropea. Ma da questo punto di vista importa essere europidi.

L’arianesimo è il modello etnoculturale che ha fatto l’Europa giunta sino a noi, e di cui dunque dobbiamo andare fieri. Ogni popolo europeo deve superare le proprie tare, riscoprirsi indogermanico, e darsi da fare concretamente per il benessere etnico e spirituale della propria gente.

Nel caso bergamasco e lombardo va temperata la suddetta mentalità “alpina” che, in negativo, porta gli uomini a saziarsi solo di lavoro, di guadagno, di fatturato, di placide sicurezze, di mentalità meschina, coniglia, conformista e “trasgressiva” solo in peggio, nel caso giovanile (tabacco, alcol, droghe, sesso amorale, calcio vissuto come ragion di vita, divertimento sterile e deleterio, adesione acritica alle sciocche mode d’oltreoceano).

E va abbandonata la mentalità cattolica modernista (che non ha nemmeno più nulla a che vedere con la religione), corroborata dal Concilio Vaticano II, che è la cagione del relativismo, del cosmopolitismo, dell’assistenzialismo, dell’egualitarismo suicida, della castrazione dell’indole combattiva che fu dei nostri padri, in cambio dell’orrida mentalità masochista che vede nei nemici gli amici e nei patrioti i nemici.

Io provengo da una famiglia prevalentemente di mentalità “alpina” laddove si intendano le virtù e i valori (onestà, laboriosità, morigeratezza, pragmatismo, genuinità, rustico attaccamento alle origini e alle tradizioni), certo intensificata dall’età anagrafica e dal ceto sociale; mio padre e mia madre sono originari di famiglie contadinesche arcaiche, umili e semplici, ove contavano solo la Chiesa, il lavoro massacrante, e il nucleo ricco di prole, e cioè la norma della vecchia Bergamasca. Sono orgoglioso dei miei natali, ma so anche, comunque, riconoscere i limiti della tempra montanara e colonica, che sono del resto la cagione della cattività tricolore e globalista.

Ciò che i nostri genitori e nonni, bisnonni, trisnonni, avi hanno subito per colpa di certo clero e della classe agiata “guelfa” parassitaria (i vari “marchesi” paesani), ci insegna come la religione non possa prescindere dal rispetto del popolo e della patria, pena la trasformazione in oscurantismo e sfruttamento, a vantaggio di soggetti dannosi al benessere comunitario. E si vede ancor meglio oggi, dove la Chiesa postconciliare, dopo aver rinnegato quella precedente, ci beffa riempiendoci di allogeni da mantenere e subire, con tanto di untuosa retorica terzomondista.

Solo con l’autodeterminazione del proprio popolo ci si autorealizza, senza perder di vista la propria identità e senza perdersi, liquefarsi nel mare del nulla globalista e postmoderno, che punta alla totale standardizzazione cosmopolita per la distruzione non dell’individualismo ma di quello che viene sprezzantemente bollato come “particolarismo”; da chi vuole un mondo omologato, livellato, tritato, senza sangue, senza suolo, senza spirito dobbiamo sempre guardarci, poiché sono soggetti che vogliono lasciare il nostro continente senza più speranza di salvarsi da questo olocausto indotto.

Il ritorno (sul “Tubo”) di Paolo Sizzi

Pavol Sizz

Ebbene sì, signori, dopo dieci anni esatti Paolo Sizzi è tornato sul “Tubo”, aprendo un canale in cui si occupa di divulgazione culturale all’insegna del lombardesimo e della lombardità. Assieme a ciò sono anche sbarcato sul “Telegramma” inaugurando, parimenti, un canale in cui pubblico settimanalmente dei video, cioè gli stessi proposti su YouTube. In quest’ultima piattaforma mi trovate come Il Lombardista mentre su Telegram il canale è denominato come il blog da cui scrivo, Lombarditas. Mi auguro di fare cosa gradita a quanti sentivano la mancanza in video di chi scrive, e a tutti coloro che possono essere interessati a queste nuove avventure. Sino ad ora ho reso pubblici 6 filmati: uno di presentazione sul “Tubo” (con la versione bergamasca) e quattro sul “Telegramma”, e vedrò di portarmi in pari. Il giorno d’elezione della realizzazione è il saturdì/sabato, sull’esempio dei vecchi tempi, ma la condivisione sulle reti sociali viene posticipata al lunedì sera.

Se una decina di anni fa lo scopo era la propaganda politica e ideologica, relativamente al Movimento Nazionalista Lombardo, oggi mi voglio occupare principalmente di divulgazione, acculturazione e trattazione lombardista in chiave etnoantropologica, riservandomi di pubblicare, più avanti, qualche video di contenuto metapolitico e dottrinale. Il mio punto di vista, ovviamente, non è del tutto neutro, perciò è evidente come si possa intuire l’ideologia etnonazionalista ed indipendentista; tuttavia, si vuole cercare di dimostrare che, al di là della politica, le Lombardie hanno tutte le carte in regola per dirsi comunità nazionale, patria e insieme di popoli omogenei affratellati da un comune passato. Il vecchio canale fu chiuso con la cessata esperienza dell’MNL, ma devo dire che riscosse un discreto successo, che spero di eguagliare e superare.

Del resto, come si evince dalla casacca da me indossata, il colore sociale e la fede lombardista vengono rispettati, riallacciandomi idealmente all’esperienza militante degli anni scorsi. Vorrei, comunque sia, che il pubblico non partisse prevenuto sull’affidabilità e la credibilità di quanto dico, e sappia dunque ascoltarmi con attenzione, aprendosi poi – perché no? – al dibattito e al confronto, interagendo con me e con tutti quelli che mostreranno la mia stessa sensibilità e il mio stesso interesse circa gli argomenti affrontati. Invito sempre ad un dialogo franco e schietto ma al contempo civile e costruttivo; la goliardia e i toni accesi ci possono anche stare, a patto che non si esondi nelle sterili provocazioni e nel caos.

I commenti sono attivati tanto su YouTube che su Telegram e, già che ci sono, vi ricordo anche di aggiungermi, qualora lo vogliate, su Twitter e su Instagram: sul primo do spazio, oltre alla cultura, all’attualità, mentre sul secondo posto immagini relative all’esperienza del lombardesimo associativo, all’antropologia fisica, alla civiltà lombarda e alla dimensione culturale ed etnoantropologica del lombardesimo. I vecchi profili furono chiusi nella primavera scorsa per motivi di lavoro, e oggi vengono riproposti in una veste contenutistica rinnovata, per quanto sempre sotto l’egida del pensiero sizziano, come è ovvio che sia. Vi chiedo, nelle vostre possibilità, di aiutarmi a spargere la voce perché gradirei che il ritorno del Sizzi fosse accompagnato da una certa eco, che possa permettergli di raggiungere un uditorio sempre più ampio, non per velleità narcisistiche ma per diffondere la vulgata panlombarda e, quindi, lombardista.

Dai profili social diffondo anche gli articoli del blog, a cui invito ad iscrivervi per rimanere aggiornati e commentare. Ne approfitto per ringraziarvi anticipatamente della sequela, vedendo anche la risposta positiva in termini di iscrizioni ai canali succitati, che in pochi giorni hanno visto un concreto incremento. Mi fa piacere riscontrare un certo interesse, perché tutto quel che faccio è ispirato alla lombardità e vuole essere un tributo alla mia vera patria, che non è una piccola “matria” italica bensì una nazione a se stante a metà strada fra Mediterraneo ed Europa centrale. Vi esorto dunque alla sequela e al dibattito, senza precludermi, un domani, una trattazione più politico-ideologica che, comunque, in controluce è sempre presente.

Salut Lombardia!

Bergamo e il Covid-19: una disamina

Il bipartito rosso-dorato bergomense garrisce sul baluardo di San Giacomo (Bergamo alta).

Nel febbraio del 2020, poco prima che sulla Regione Lombardia e (soprattutto) sulla provincia di Bergamo si abbattesse la catastrofe del coronavirus, novella peste di manzoniana memoria [1], ricordo come, sul “Cinguettatore”, venni attaccato in massa per un tweet in cui esaltavo – non senza sapida ironia – le qualità cranio-facciali donatemi dalla natura. Come sapete, sono un grande appassionato di antropologia fisica e non perdo mai occasione di parlarne, anche in toni scanzonati, per divulgare le mie conoscenze in materia. Tra i caporioni che guidarono l’assalto al sottoscritto persino il virologo Burioni e il comico Bizzarri, evidentemente urtati dal termine ‘razza’ da me impiegato, sebbene persino un giornale insospettabile come Repubblica ne affermasse la bontà [2].

Era il 16 febbraio e la cosa andò avanti per giorni, mentre il 21 del mese si registrò il primo focolaio “italiano” di Covid, nel Lodigiano, e il giorno seguente i primi decessi [3]. Il virus irruppe prepotentemente sulla scena regionale lombarda e nel mese successivo fu chiaro come il moncone centrale della Lombardia storica fosse finito nell’occhio del ciclone. Il coronavirus imperversò con particolare furia nel territorio bergamasco, specialmente nei centri seriani di Alzano Lombardo e Nembro, tristemente noti per l’altissimo numero di dipartite e per la mancata istituzione della “zona rossa”, la quale travolse la città di Bergamo – poco distante dai due paesi – con conseguenze esiziali. Si è peraltro individuato un parallelo proprio tra la peste del 1630 e la diffusione del contemporaneo morbo nel Bergamasco, notando come le aree più colpite fossero precisamente quelle poste all’imbocco della Val Seriana [4].

Chiunque, cercando in rete, può documentarsi su quei terribili giorni di fine inverno 2020 [5], e d’altronde il martellamento mediatico, complici le misure del confinamento, fu alquanto intenso. Devo dire di non essermi mai occupato della faccenda, sul vecchio blog, per quanto proprio la mia terra fosse assurta all’onore delle cronache e rimbalzassero da un capo all’altro d’Europa, e forse del mondo, le immagini dei famigerati convogli militari italiani che trasportavano in altre città della Grande Lombardia le salme dei defunti bergamaschi, facendo fronte al collasso del forno crematorio cittadino. Allo stesso modo, prima ancora, divennero virali i filmati e le foto delle chiese stipate di bare, le pagine e pagine di necrologi de L’Eco di Bergamo e i reparti del Papa Giovanni XXIII in sofferenza, così come dell’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano, che fu al centro della bufera per tutta una serie di sfortune, ritardi e sottovalutazioni del pericolo [6]. Inevitabilmente un nosocomio diviene centro propulsore del contagio.

Non intendo addentrarmi in delicate questioni (tra cui il ruolo delle istituzioni tricolori e degli industriali) che non competono certo a questa sede [7], anche perché chi vuole può documentarsi ampiamente su tutte le vicende riguardanti la prima ondata del Covid a Bergamo e in Lombardia compulsando internet; qui, piuttosto, vorrei interrogarmi sul perché tale epidemia abbia fatto scempio particolarmente nella terra orobica, al di là dell’inevitabile disorientamento di fronte ad una piaga sino ad allora sconosciuta e chissà come sbarcata nelle Lombardie. Ci ricordiamo tutti delle mirabolanti trovate di esponenti democratici che volevano combattere il “virus” del razzismo e della sinofobia incitando ad abbracciare cinesi, strafogarsi di involtini primavera nei loro ristoranti e correre, correre, correre, come esortava a fare la Confindustria bergamasca [8], riproponendo l’analogo cancelletto del sindaco meneghino “Milano-non-si-ferma”. Lo stesso primo cittadino progressista di Bergamo, Giorgio Gori, fece mea culpa per aver preso sottogamba la situazione iniziale, incoraggiando i bergamaschi a vivere la vita di tutti i giorni [9]. Gli aperitivi piddini di Zingaretti aprirono la sagra in grande stile.

Certo, nessuno s’aspettava che l’oscuro morbo della remota Wuhan potesse insinuarsi tra le pieghe del quotidiano lombardo, addirittura dilagando nell’industriosa Val Seriana per poi prostrare il capoluogo orobico, ma ormai tra globalizzazione, viaggi intercontinentali, capitalismo sfrenato, vita frenetica, intensi scambi e contatti sociali su più fronti e dabbenaggine xenofila (pensate, col senno di poi, a quanto strombazzarono la necessità di non discriminare i cinesi tacciandoli di venefiche unzioni, accusa successivamente rivolta con disinvoltura ai lombardi) bisogna mettere in conto il rischio del diffondersi di moderne pestilenze di provenienza esotica. Un po’ di sano isolazionismo non farebbe di certo male. Qualche genio locale (antifascista e leghista) [10] ha avuto la brillante idea di appellare Bergamo la “Wuhan d’Italia”; a parte che l’Italia sta al di sotto dell’Appennino tosco-lombardo, mi chiedo a che pro etichettare in questo modo la propria città, pur riconoscendo la plumbea cappa che gravava sull’Orobia in quei drammatici giorni.

Innegabile, infatti, che la Bergamasca sia stata tra le aree più colpite dal Covid-19 in Europa (ricordo, comunque, che anche Brescia, Crema, Cremona, Lodi e Piacenza furono piuttosto piagate), e infatti in questo articolo mi chiedo perché il virus abbia così falcidiato i bergamaschi (ovviamente di una certa età), ma proprio per tale ragione essa merita un minimo di rispetto, senza indugiare troppo nel sensazionalismo giornalistico. Persino il New York Times si è occupato a più riprese del caso bergamasco, e il presidente del comitato sanitario di Nuova York – un certo Levine – arrivò a dire che qui da noi si raccoglievano i morti per strada, un’idiozia ripresa dall’ausonico De Luca [11]. A certa gente non sembrava vero di poter dileggiare in libertà gli odiati “polentoni”, già bollati come pellagrosi. Finché si tratta di umorismo nero si può soprassedere – a patto che si soprassieda anche sulle amenità nei riguardi degli intoccabili – ma se si esonda nelle diffamazioni verso un intero popolo la situazione cambia.

Al di là di impreparazione e sottovalutazione di fronte ad una minaccia inedita (che secondo taluni circolava in Lombardia già da dicembre 2019), ritardi, errori, sfortuna, casualità e responsabilità di Italia e Pirellonia (non da ultime le sparate dem all’insegna dell'”abbraccia-un-cinese”, mentre i governatori leghisti invocavano restrizioni da e verso la Cina), tra le concause che portarono al dilagare del coronavirus nel territorio di Bergamo si potrebbero indicare le seguenti:

  1. L’anzianità della provincia bergamasca (e la penetrazione del virus negli ospizi, con conseguenze disastrose);
  2. La nota partita di Lega dei Campioni tra Atalanta e Valenza, disputata a Milano, con la presenza di 45.000 tifosi bergamaschi a contatto con quelli iberici (e anche Catalogna e Spagna soffrirono parecchio per il contagio), sorta di detonatore biologico che accelerò drammaticamente il diffondersi del Covid;
  3. La capillare rete bergamasca fatta di relazioni, attività, imprese, operosità, contatti tra paesi circonvicini, in particolare di quelli della bassa e media Val Seriana, che da sempre rappresenta un popoloso ganglio industriale della provincia (a differenza della più “chiusa” Val Brembana o Imagna);
  4. La critica qualità dell’aria padana tra smog, inquinamento, particolato, polveri sottili, fatto che non può che indebolire l’apparato respiratorio, magari già compromesso da un passato da fumatori e da malattie pregresse (la maggioranza delle vittime erano uomini di una certa età dalla salute valetudinaria);
  5. Il tasso di globalizzazione – frutto di commerci e immigrazione – del cuore lombardo, una terra orgogliosa delle proprie radici ma al contempo aperta, con ricadute tragiche, al sistema-mondo e alle sue storture. Lo stesso ateneo cittadino promuove a piene mani l’internazionalizzazione;
  6. La genetica, che potrebbe anche aver protetto l’Italia etnica, segnatamente meridionale [12], a riprova delle differenze etniche tra Lombardie e Ausonia.

Proprio quest’ultimo punto (messo in luce, dopo l’ecatombe, anche da uno studio condotto dall’Istituto Mario Negri di Giuseppe Remuzzi [13]) destò da subito (nel marzo 2020) la mia curiosità, confortata da alcuni lavori trovati in rete [14]; se il Mario Negri indica nell’eredità neandertaliana – effettivamente più marcata nella Cisalpina che in Italia, e nel Nord Europa piuttosto che nel bacino mediterraneo [15] – una possibile predisposizione all’infezione da coronavirus, con un alto tasso di mortalità, ciò che attirò la mia attenzione fu il picco “italiano” dell’aplogruppo Y R1b, soprattutto del subclade R-S116 (da cui l’U152), che contraddistingue decisamente la provincia di Bergamo [16].

Tale lignaggio paterno (assente nelle donne, e infatti i più soggetti al Covid paiono essere proprio gli uomini) è riconducibile alle antiche popolazioni indoeuropee occidentali, soprattutto ai Celti/Galli, e per l’appunto le diverse ricerche reperite sottolineano l’altissima incidenza del contagio in aree europee a forte caratterizzazione etnica celtica – tra cui la stessa Bergamo – come Fiandre e Olanda (ma mettiamoci pure la celtibera Castiglia). Sembrerebbe, insomma, che la diffusione e la letalità del morbo abbiano avuto un tragico incastro con la linea genetica maschile, determinata dalla cospicua eredità gallica che proprio nel Bergamasco (ma anche nella Lombardia etnica in generale) vede la sua acme. L’impatto del coronavirus fu drammatico pure nelle aree contermini, come già ricordato, in particolare a Brescia.

Uno studio [17] di un ricercatore, tal Sebastiano Schillaci, riprese un mio cinguettio del 31 marzo 2020 in cui segnalavo – indipendentemente dalle osservazioni di altri – la possibile correlazione tra R1b e incidenza del virus; la mia riflessione era riferita alla situazione di Bergamo e di Brescia, in cui si registrano i picchi di R-U152, fors’anche a livello europeo, suggerendo un possibile legame tra lascito paterno celtico e suscettibilità/mortalità delle infezioni da Covid-19. Il tweet, con la chiusura del mio vecchio profilo, non è più visibile perciò riporto due ritagli di schermata relativi allo studio in oggetto:

Schillaci 1
Schillaci 2

Un’ultima considerazione riguarda il possibile statuto di isolato genetico, e dunque di accentuata omogeneità, rappresentato dalla Bergamasca, come si osserva in questo studio relativo ai geni responsabili della predisposizione a sviluppare il tumore al seno; anche se riguarda le donne le conclusioni possono tranquillamente essere estese a tutta la popolazione che, come avrò modo di illustrare venendo a trattare di genetica delle popolazioni, presenta un aspetto particolarmente conservativo, frutto anche della “chiusura” di una provincia prevalentemente montuosa che ha preservato più di altre l’aspetto mesolitico-neolitico, pur avendo una forte caratterizzazione maschile celtica [18]. Con tutta probabilità l’eredità celto-germanica – che biologicamente non è preponderante in Padania – si è concentrata all’imbocco delle valli, in città, nel contado e nella pianura, dove fra l’altro vi è capillare testimonianza di una toponomastica “nordica”. Valli e monti rimasero per lo più appannaggio di popolazioni reto-liguri, anche se il lignaggio paterno resta nella maggioranza dei casi di matrice gallica [19].

Pare che in seguito alla devastazione della prima ondata, e all’alto tasso di infettività, le genti bergamasche abbiano sviluppato, subito dopo, una sorta di immunità di gregge che le hanno avvantaggiate rispetto ad altre zone alle prese con la seconda ondata. Il bilancio di marzo-aprile 2020 resta comunque tragico, come si può leggere ad esempio qui o qui, o in questo articolo che traccia delle statistiche in idioma d’Albione. La tempesta che si è scatenata sull’Orobia in quel fosco periodo di due anni fa ha mietuto una generazione di bergamaschi depositari degli immortali valori identitari e tradizionali, nonché della sacralità del focolare domestico e della famiglia. La loro stessa morte, lontano dagli affetti e senza nemmeno un funerale, culminata in svariati casi in un viaggio fuori provincia per la cremazione, a bordo di lugubri mezzi dell’esercito italiano, fu un pugno nello stomaco per migliaia di famiglie orobiche, che legittimamente oggi chiedono chiarezza e giustizia alle istituzioni del tricolore. La lezione che se ne ricava? La necessità di preservare la sacralità della vita umana, e della salute della collettività, dai miti del profitto, del vivere-per-lavorare a tutti i costi, del dio pallone, della globalizzazione e dell’apertura mentale, dell’industrializzazione selvaggia, e di rompere quel rigido schema mentale tipicamente lombardo del laùra, übidìs, paga e fà sito che alla lunga è la tomba della nostra autoaffermazione.

Note

[1] Manzoni, nel suo romanzo, attinge informazioni circa la pestilenza in Lombardia anche dall’opera di Lorenzo Ghirardelli Il memorando contagio seguito in Bergamo l’anno 1630, pubblicato nel 1681 dopo la morte dell’autore.
[2] Vedi qui.
[3] Per un resoconto delle vicende relative al contagio nella Repubblica Italiana si veda la voce Wikipedia.
[4] Ne parla il Corriere Bergamo qui.
[5] Si veda a titolo d’esempio questo articolo de Il Post.
[6] Sempre Il Post ne parla qui. La testata, mi rendo conto, ha un ben preciso orientamento ma questi scritti possono essere utili per ricostruire la cronologia degli eventi.
[7] Come saprete è stata istituita una commissione d’inchiesta per i fatti di Alzano, Nembro e Bergamo. Probabilmente l’indagine verrà archiviata.
[8] https://www.confindustriabergamo.it/aree-di-interesse/certificazioni-e-conformita/news?id=34774
[9] https://notizie.virgilio.it/coronavirus-covid-bergamo-sindaco-gori-ho-sbagliato-sottovalutare-mea-culpa-regione-lombardia-1391220
[10] https://www.repubblica.it/politica/2021/01/07/news/coronavirus_bergamo_wuhan_d_italia_lega-281511612/ – In realtà fu Berizzi a utilizzare per primo l’infelice epiteto (in un articolo del 10 marzo 2020).
[11] https://primabergamo.it/cronaca/in-lombardia-cerano-i-morti-per-strada-non-in-ospedale-daniele-belotti-querela-vincenzo-de-luca/
[12] https://tg24.sky.it/salute-e-benessere/2020/07/24/coronavirus-scudo-genetico-sud-italia
[13] https://www.bergamonews.it/2021/07/19/covid-perche-bergamo-e-stata-cosi-colpita-possibile-predisposizione-genetica/454106/
[14] Cito qui il primo rintracciato, ma ve ne sono altri.
[15] https://www.scienzainrete.it/articolo/ritratto-genetico-degli-italiani/alessandro-raveane-serena-aneli-francesco-montinaro
[16] Grugni et al. 2018. Le stime qui riportate ci dicono che l’R1b orobico, nelle valli, ammonta all’80,8%.
[17] https://osf.io/gvxjw
[18] Sembra che i Celti, anche nella Cisalpina, oltre che guerrieri fossero particolarmente prolifici. Vedi qui.
[19] https://www.eupedia.com/europe/Haplogroup_R1b_Y-DNA.shtml#S28-U152

Alcune noterelle sul cognome Sizzi

Blasone dei Sizzo de Noris

Sizzi è un raro [1] cognome bergamasco peculiare della Val di Scalve (tributaria orobica della Val Camonica), le cui origini sembrano però da attribuire al paese di Gandino, in Val Seriana, come ramo della famiglia Rudelli [2]. Secondo alcuni studiosi di araldica (Passerini [3], Tettoni-Saladini [4]) il casato sarebbe di origine toscana, Firenze per la precisione, ma la connessione non è documentata. Il cognome Sizzi (con la forma primigenia, unica, Sizi) è presente, scarsamente, tra il capoluogo toscano e Prato ma a tutta evidenza è un ceppo indipendente da quello bergamasco.

Sizzi potrebbe essere il frutto di un patronimico derivato da una versione ipocoristica di nomi germanici in *sig- (‘vittoria’) [5] che, come in tedesco, o meglio, in antico alto-tedesco, esprime l’ipocorismo, sulla base di leggi fonetiche, mediante la particella -zz- [6]; nella fattispecie, il nome abbreviato è Sizzo, che può essere confrontato con altri vezzeggiativi medievali di origine teutonica quali Frizzo, Azzo, Sigizzo, Uzzo, Wizzo, Gozo e via dicendo, testimoniati da fonti documentarie della Germania meridionale; fra i nomi tedeschi contemporanei vengono in mente Heinz, Fritz, Götz ecc. [7]. Diversi cognomi padani e toscani, frutto della forte impronta culturale – soprattutto longobarda – lasciata dalle élite germaniche, possono essere ricondotti al fenomeno in oggetto: citiamo Frizzi, Albizzi, Opizzi, Oppizzi, Obizzi, Azzi a mo’ d’esempio.

Sizzo è dunque riconducibile a Sighard o Sigfrid, tanto che, come si diceva, si trova anche oltralpe, sparso per la Germania centromeridionale, segnatamente in Turingia dove c’è un Sizzo capostipite della medievale casata di Schwarzburg, ed un principe ottocentesco del medesimo casato, anch’egli chiamato Sizzo [8]. Interessante notare come sia in Germania che in Toscana [9] Sizzo (o Sizo) proceda da Sigizo, ipocoristico già segnalato nelle note.

I Sizzi toscani, di stirpe notabile, sono probabilmente derivati dai Sizi (da Sizo/Sizio, altro vezzeggiativo germanico come abbiamo visto), ed erano una tra le prime famiglie storiche fiorentine, originaria di Fiesole e dunque del contado, imparentata coi Medici, proprietaria di torri e chiese, ricca di consoli e di parte guelfa (vedi segnatamente la testimonianza di Luigi Passerini indicata nelle note, reperibile su Google Libri).

Dante Alighieri cita i Sizi pure nella Commedia, per bocca dell’avo Cacciaguida, come una, per l’appunto, delle famiglie più antiche e illustri della prima cerchia di Firenze, grazie alle origini e al loro impegno consolare:

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
era già grande, e già eran tratti
alle curule Sizii e Arrigucci.

(Paradiso XVI, 106-108)

Il blasone dei Sizi è «losangato di rosso e d’oro» [10] e quello dei Sizzi fiorentini «d’argento, alla banda alata di rosso» [11]. Il primo è visionabile qui, mentre del secondo non ho trovato traccia. L’argento (e prima ancora il bianco), comunque, era tradizionale colore guelfo; rosso ed oro sono, invece, classici colori nobiliari.

Secondo lo storico Lorenz Böninger vi fu, sul finire del ‘300, un’immigrazione di artigiani tedeschi nella città di Firenze tra cui dei “Sizzi” assimilati al tessuto etnoculturale e sociale della città toscana. Nel suo testo [12] egli dedica un capitolo apposito al successo professionale e all’integrazione di tre famiglie ritenute, appunto, di origine teutonica: Riccardi, Sizzi e Frizzi. Se questa tesi è concreta il cognome “Sizzi” sarà una toscanizzazione del casato originale (visto che i Sizi/Sizzi fiorentini esistevano già nel XII secolo). Potrebbe essere la riprova di un antroponimo germanico alla base della cognominazione ma, sicuramente, non vi è alcun legame tra il ceppo bergamasco e questi immigrati d’oltralpe.

Non si può escludere, comunque, che il mio cognome possa essere derivato, forse più verosimilmente (nonostante la radicata moda onomastica medievale di gusto germanico), dal nomen latino Sittius, (vedi la gens romana Sittia), il cui oscuro etimo potrebbe venir accostato a qualche significato connesso alla siccità, all’aridità, alla sete e dunque in senso lato alla brama [13]. Fra l’altro, i toponimi Siziano (Pavia) e Sizzano (Novara) credo siano da ricondurre al gentilizio latino in oggetto (anche alla luce della classica desinenza prediale latina -anus). Inoltre, per il Bergamasco, un atto del 1184 relativo alla località di Isola di Fondra (Val Brembana) ci tramanda il nome di un certo Sizio, evidentemente radicato anche nel nostro territorio [14].

In toscano esiste, curiosamente, il termine sizio [15], che indica un lavoro sedentario (vedi tedesco Sitz ‘seggio’), oppure un lavoro penoso (rifacendosi, in questo caso, all’espressione evangelica del Cristo in croce «Sitio» ossia «Ho sete»). Un’altra voce toscana interessante è sizza [16], “soffio di tramontana”, dal latino sidus ‘freddo’. Ma queste ultime voci si confanno, chiaramente, ai Sizzi gigliati; nel caso bergamasco, il mio, il casato Sizzi deve il suo nome sicuramente ad un patronimico, germanico o latino che sia.

Stando alle testimonianze incrociate di Passerini, Tettoni-Saladini e dell’Archivio di Stato di Firenze (interpellato anni orsono), il capostipite dei Sizzi fiorentini fu un certo Sizzo, della famiglia dei Sizi (le cui radici affondano almeno nel XII secolo), console di Firenze nel 1201. Quello bergamasco, come detto più sopra, era un membro della casata dei Rudelli, separatosi nel basso Medioevo. Si veda l’opera di Tullio Panizza citata nelle note. Rudelli è un tipico [17] cognome bergamasco, che suppongo derivato dal gentilizio romano Rutilius il cui significato va rintracciato letteralmente nel colore rosso o biondo scuro della capigliatura [18].

Dopo la battaglia di Montaperti del 1260, in cui i ghibellini senesi sconfissero i guelfi fiorentini, pare che alcuni Sizzi gigliati, stando alla testimonianza di Passerini e Tettoni-Saladini, ma anche di Roberto Ciabani [19], prendessero la via dell’esilio trapiantandosi altrove (persino in Francia) dandosi alla mercatura. Non ci sono comunque documenti che attestino la presenza di questi esuli toscani nel Bergamasco. Il fatto che il mio cognome sia presente a Bergamo e a Firenze – sebbene in ceppi distinti e indipendenti – può essere, qualora sia di etimo germanico, attestazione del prestigio goduto dai Longobardi tanto in Lombardia quanto in Toscana, e infatti diversi cognomi presenti nella prima ritornano nella seconda (forse pure per fenomeni migratori lombardi medievali [20]).

Ho notato che vi sono dei Sizzi anche a Taranto ma, documentandomi in passato, grazie alla testimonianza di alcuni di loro ho scoperto che non sono dei Sizzi reali (bergamaschi o fiorentini) bensì Ziz giuliani (di Pola) italianizzati durante il fascismo e trasferitisi in Salento nel secondo dopoguerra. Il loro cognome originario dovrebbe essere un etnico riferito alla Cicceria, regione storica del Carso terra degli istroromeni [21].

Dall’orobica Valgandino i Sizzi, derivati dai Rutellis de Noris (Rudelli e Noris sono ancor oggi cognomi squisitamente bergamaschi), si spostarono, sul finire del ‘300, a Brescia (ramo estinto) e a Trento – venendo ascritti alla nobiltà imperiale come Sizzo de Noris – dove tuttora risiede un conte discendente del vescovo-principe di Trento Cristoforo Sizzo de Noris. Le vicende dei Sizzo trentini sono state ricostruite, come ricordato supra, dall’araldista tridentino Tullio Panizza, nelle opere citate in calce all’articolo.

Non ho notizie di legami del mio ceppo famigliare paterno con questa aristocratica prosapia; come è noto chi, oggi, porta un cognome “illustre” lo ha ereditato biologicamente, con tutta probabilità, da coloni più che dai nobili medesimi. Ricordo solamente che in famiglia circolava una diceria di un prozio sacerdote (don Ariele Sizzi) relativa ad una lontana origine austro-ungarica, sicuramente motivata dai Sizzo de Noris di Trento (che però sono, appunto, originari del Bergamasco).

Ad ogni modo, io discendo dai Sizzi rimasti in Val Seriana, che poi verso l’800 si trasferirono in Val di Scalve, a Vilminore, e non so dire, come accennato, se questi fossero nobili spiantati o valligiani un tempo al servizio dei Sizzi patrizi. I Sizzi seriani sono documentati come una delle famiglie laniere del territorio di Gandino, parliamo del XVI secolo [22]. Bisognerebbe condurre serie e approfondite ricerche d’archivio per saperne di più. Comunque sia la provenienza etno-geografica è fuor di dubbio. Panizza riporta anche le oscillazioni grafiche del cognome Sizzo de Noris: Sicci, de Siciis, Sitius, Sitz, Siz, Sizo, Sizzi, Sizza.

In apertura ho inserito il blasone dei nobili trentini, riportato da Tettoni-Saladini e così descritto: «ancora di nero a 2 marre su scudetto di argento su – aquila di nero su oro – barca con albero e bandiera bifida svolazzante a destra recante 2 bambini nudi che si danno la mano tutto di argento su mare fluttuoso di azzurro su azzurro». Direi che l’aquila nera su sfondo dorato è un chiaro tributo al Sacro Romano Impero.

Per concludere la vicenda dei Sizzi bergamaschi diremo che, una volta estintosi il ramo gandinese, alcuni degli scalvini – divenuti artigiani – presero la via del Milanese e della pianura bergamasca; tra quest’ultimi mio nonno, divallato alla volta di Brembate di Sopra (pochi giorni prima del disastro della diga del Gleno, 1 dicembre 1923, a quanto sembra) dopo aver sposato una donna di Azzone, sempre in Val di Scalve. Impiantatisi a Brembate, i Sizzi si dedicarono, oltre al mestiere di artigiani, alla coltivazione e all’allevamento e, ovviamente, proliferarono. La mia famiglia nasce dunque dall’incontro fra le Orobie e l’Isola bergamasca.

Infine, una curiosità genetica di cui avrò modo di riparlare: come già dissi in passato, il mio lignaggio paterno (determinato dall’aplogruppo Y R1b-U152 (scoperto con il test di 23andMe) clade Z36 (celtico di La Tène [23][24], appurato grazie ad YSEQ) è diffusissimo nella Lombardia etnica (il bacino del Po) segnatamente orientale dove registra il suo picco “italiano” [25]. Anche questo depone a favore di un’origine indigena dei Sizzi bergamaschi, per quanto, da umanista, vedere un’omonimia nei Sizii fiorentini citati da Dante nell’acme paradisiaca del suo capolavoro letterario abbia indubbiamente un certo fascino [26].

Note

[1] Vedi Gens Labo e Cognomix.
[2] Le notizie circostanziate sui Sizzi bergamaschi e i Sizzo de Noris sono tratte da Tullio Panizza, Famiglie nobili trentine d’origine bergamasca. In: Bergomum – A. 8 (1933) e Tullio Panizza, Secondo contributo alla storia di famiglie nobili della Venezia Tridentina di origine bergamasca. In: Bergomum – A. 9 (1934).
[3] Luigi Passerini, Memorie storiche intorno alla famiglia fiorentina dei Sizzi, Milano, 1855.
[4] Leone Tettoni, Francesco Saladini, Teatro araldico ovvero raccolta generale delle armi e delle insegne gentilizie delle più illustri e nobili casate che esisterono un tempo e che tuttora fioriscono in tutta l’Italia, Milano, 1847.
[5] Vedi Cognomix.
[6] Si vedano queste fonti reperite su Google Libri, dove si suggerisce che il vezzeggiativo Sizzo derivi da Sigizo, a sua volta diminutivo di Sigfrid.
[7] ibidem 
[8] Sizzonen
[9] Cfr. questa ricerca su Google Libri.
[10] Ceramelli Papiani 
[11] ibidem
[12] Die deutsche Einwanderung nach Florenz im Spätmittelalter, Leida, 2006, opera citata dal primo volume de La mobilità sociale nel Medioevo italiano, di Lorenzo Tanzini e Sergio Tognetti (Viella, 2016), presente su Google Libri.
[13] Dizionario Latino Olivetti
[14] Cenni storici
[15] Dizionario Etimologico Online
[16] ibidem
[17] Gens Labo
[18] Rutilio
[19] Le famiglie di Firenze, Bonechi, 1992. Tra i Sizzi toscani val la pena ricordare Francesco, astronomo fiorentino avversario di Galileo.
[20] Leonardo Rombai, Geografia storica dell’Italia, Le Monnier, 2002, p. 189.
[21] Nota di Marino Bonifacio di Trieste sulla Rivista Italiana di Onomastica, anno XXV (2019).
[22] Museo della Basilica di Gandino
[23] Eupedia
[24] «The Z36 sub-clade has also been associated with Celtic populations; as it occurs in moderately high frequencies, approximately 30-40%, in Italy including, Liguria and Lombardy, France, southwestern Germany (specifically Baden-Württemberg), and western Switzerland» Tratto da Mallory J. Anctil, Ancient Celts: A reconsideration of Celtic Identity through dental nonmetric trait analysis, 2020, consultabile qui.
[25] «Northwestern Italy has a very high percentage of haplogroup R1b (around 70 %) with the highest proportions in the area of Bergamo […]. In this pre-alpine region […] the percentage of individuals with haplogroup R1b-U152 is around 50 % […]. This local present day hotspot for haplogroup R1b-U152 fits quite well the ancient habitats of Celtic cultures» Tratto da questo studio di Martin Zieger e Silvia Utz, che cita quello di Grugni et al. 2018 in cui, per la Bergamasca, si danno le seguenti stime di R-U152: 46,2 per le valli e 53,2 per la pianura. Globalmente, R1b raggiunge l’80,8% nelle valli orobiche (il 70,9% in pianura).
[26] Ricordiamo, per completezza, che l’aplogruppo R-U152 è ben rappresentato anche in Toscana dove, tuttavia, è più probabile una sua filiazione villanoviana (vedi il collegamento ad Eupedia citato alla nota 23). In Lunigiana (che tecnicamente non è Toscana, bensì crocevia tra Liguria ed Emilia) sarà invece, più probabilmente, segnale ligure apuano, come suggerito da questo studio di Bertoncini et al. 2012. U152 è, genericamente, ritenuto una mutazione legata a genti protostoriche centroeuropee che irradiarono, pure verso sud, culture che potremmo definire italo-celtiche. In tale novero rientrano Celti, Liguri, Italici e Veneti, anche nella loro fase embrionale.

Paolo Sizzi, una biografia

Il Sizzi

Paolo Sizzi nasce venerdì 5 ottobre 1984, alle 10:25, presso la clinica di Ponte San Pietro (Bergamo). Terzo di tre figli, appartiene ad una famiglia bergamasca dalla notte dei tempi e di estrazione rustica che lo cresce secondo i dettami cattolici e tradizionalisti. Il ramo paterno è originario della Val di Scalve, mentre quello materno è nativo dell’Isola, ossia di quel territorio incuneato tra i fiumi Adda ad ovest e Brembo ad est. La coscienza e l’orgoglio identitari, derivanti da un fortissimo senso di appartenenza, non abbandoneranno mai il giovane orobico, segnando indelebilmente il suo percorso ideologico-politico e portandolo ad una adesione entusiastica al pensiero etnonazionalista.

Seppur residente a Brembate di Sopra, a mo’ di segno del destino, Sizzi frequenta l’asilo di Cerchiera, frazione di Pontida, a poca distanza da quell’abbazia che secondo la tradizione fu sede del celebre giuramento, atto fondativo della Lega Lombarda (7 aprile 1167). Questo offre il destro per ribadire, ancora una volta, come la vera Lombardia sia l’intero settentrione della Repubblica Italiana, e non soltanto l’artificiale regione del Pirellone; la Lombardia è la Padania medievale, grazie a cui potevano dirsi lombardi tanto a Vercelli quanto a Ferrara (Dante insegna) e tanto a Bergamo quanto a Treviso. Del resto, ‘Piemonte’ ed ‘Emilia’ non vogliono dire nulla, e il Triveneto (concetto risorgimentale), prima dell’espansione del veneziano, parlava lombardo, come testimoniano ladino e friulano che gli sono affini.

Nel paese dell’Isola suddetto, Brembate di Sopra, Sizzi cresce e frequenta le vecchie scuole elementari e medie, rimanendo nell’ambito di parrocchia e oratorio, da cui del resto si distaccherà alla soglia dei 25 anni. L’educazione impartita dalla famiglia all’Orobico è rigorosamente cattolica osservante, ma assieme a ciò trova spazio una vigorosa presa di coscienza identitaria che lo ancora solidamente al territorio bergamasco e lombardo concretizzandosi, ad esempio, nell’uso quotidiano dell’idioma di Bergamo, pressoché unica lingua impiegata in ambito famigliare, con orgoglio. È suggestivo che Brembate Superiore si trovi a metà strada fra Sotto il Monte – paese natale del Roncalli – e la già citata Pontida, quasi a rimanervi doppiamente influenzato; d’altra parte, il giovanissimo Paolo matura negli anni ruggenti del leghismo secessionista.

Dopo le medie inferiori, nel 1998, ecco le superiori in Bergamo, grafica pubblicitaria presso un istituto professionale. L’impatto con la realtà cittadina rappresenta per il rustico virgulto brembatese un’esperienza spiazzante; Sizzi deve misurarsi con un ambiente caratterizzato da pluralismo (tanto etnico – significativa presenza di italiani etnici e qualche gettone allogeno – quanto ideologico) e dall’inevitabile strascico frutto di un relativismo ormai imperante presso la gioventù occidentale: blasfemia, libertinaggio, immoralità, crisi valoriale, progressismo, deviazioni assortite, uso e abuso adolescenziale di bacco e tabacco (e non solo), deliri da centro sociale, occupazioni/autogestioni e via di questo passo. Superfluo dire che questi 5 anni acuiranno il temperamento reazionario del Nostro, portandolo ad un’idiosincrasia per tutto quello che puzza di sinistra mondialista e libertarismo.

Ottenuta la maturità nel 2003, Sizzi consegue un attestato post-diploma in e-commerce, per perfezionare le conoscenze multimediali. Ma la vera svolta, assieme alle prime esperienze lavorative, è data dall’iscrizione alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bergamo, coronando la propria passione umanistica, sopitasi negli anni precedenti a vantaggio della vena grafica e artistica. Paolo si laureerà nel 2014 in Lettere, e nel 2017 diverrà dottore magistrale in Culture moderne comparate. Il periodo universitario coincide con la scoperta dell’etnonazionalismo, risalente al 2006; una rivoluzione ideologica e culturale nel mondo dottrinale dell’Orobico, principio della personale saga lombardista. Cerchiamo di ripercorrerne le tappe salienti.

Nel 2006, come detto, Sizzi si avvicina all’etnonazionalismo, grazie alle opere di Federico Prati divulgate sulla rete da un forum völkisch della vecchia Politica On Line; parimenti, il Nostro comincia ad appassionarsi all’antropologia fisica – dunque alla craniologia – e alla genetica delle popolazioni, scoprendo gli scritti antropologici di alcuni autori fondamentali quali Coon, Biasutti, Sergi, Günther, von Eickstedt, Lundman, Deniker, Hooton, Angel, Baker e altri, e seguendo i vari studi in materia di genetica via via pubblicati anche su internet, a partire dalla fondamentale opera di Cavalli-Sforza e dei suoi collaboratori. La biologia e la razziologia ricoprono un ruolo basilare nel pensiero sizziano, perché se l’identitarismo non è etnoantropologico si riduce a flatus vocis, soprattutto alla luce della situazione “italiana” (cioè di un quadro pseudonazionale, data la sua estrema diversità).

Nel medesimo anno Paolo scopre il Fronte Indipendentista Lombardia, soggetto nato da fuoriusciti leghisti in polemica con Bossi, e comincia ad interessarsi alla questione nazionale lombarda nella sua reale estensione etno-storica; l’etnonazionalismo lo distacca pian piano dalla sfera reazionaria e cattolica, in favore di una dimensione più intimamente legata alle origini e alle radici (anche spirituali) cisalpine. Due anni più tardi si tessera per il FIL entrando in contatto con diversi indipendentisti lombardi, fra cui il compianto Simone Riva. Sino al 2010 collaborerà con quest’ultimi al progetto di un coerente e radicale movimento lombardista che – con loro – non verrà mai alla luce. In compenso Sizzi conosce Adalbert Roncari, con cui stringe un sodalizio che porterà alla fondazione del Movimento Nazionalista Lombardo (2011) e di Grande Lombardia (2013).

Nel 2009 il Nostro getta le basi del lombardesimo mediante la creazione di alcuni blog. Il lombardesimo è l’etnonazionalismo lombardo, ovviamente indipendentista, che rappresenta il fecondo incontro fra il filone völkisch e l’identitarismo cisalpino; inizialmente esso incarna anche una durissima polemica contro il cristianesimo, dopo che Sizzi decide di abbandonare la fede cattolica per sposare una linea culturalmente paganeggiante e spiritualmente nativista, senza comunque aderire ad alcun credo specifico. Sono, infatti, gli anni dell’etno-razionalismo, un connubio che conduce il Bergamasco ad una visuale tendenzialmente atea ma rispettosa dei culti tradizionali europei. Sempre nel 2009 Sizzi diviene membro del senato accademico di Bergamo per la facoltà di Scienze umanistiche (Lettere), esperienza che lo espone all’inquisizione progressista con conseguenti denunce per i caustici contenuti dei suoi blog. Da questa vicenda matura il noto infortunio giudiziario per reati d’opinione: offese al PdR e istigazione alla discriminazione razziale.

Come ricordato, la fondazione del primo soggetto lombardista, l’MNL, risale al 2011, e il campo d’azione era rappresentato dalla Lombardia etnica, cioè il territorio nazionale lombardo racchiuso dal bacino del Padus (Insubria, Orobia, Emilia fino al Panaro, Piemonte); successivamente, nel 2013, il Movimento confluisce in Grande Lombardia e apre all’intero panorama storico lombardo, ossia alla Padania nella sua globalità. La riflessione sizziana, tuttavia, non si fermerà qui, e nell’aprile 2014 Paolo decide la svolta: esce da GL e coniuga l’istanza etnicistica con l’idea di un federalismo italico, per cercare di non buttare il bambino assieme all’acqua sporca. Questa sorta di etnonazionalismo patriottardo, in senso antico-romano ma per nulla statuale/repubblicano, si prefigge il recupero della nobiltà dell’ideale panitaliano, senza comunque rinnegare il prima lombardista ma adeguandolo alla nuova bisogna. Per un settennio la linea di Sizzi sarà, dunque, etnofederale, italico-romana, lombardista epperò sposata ad un italianismo che si voleva animato da un sacrale afflato ispirato alla terra di Saturno.

Ciononostante, questa esperienza, caratterizzata anche da diversi anni di collaborazione con il consorzio di EreticaMente, sarà destinata ad esaurirsi nell’estate del 2021, sia per un rinnovato fervore lombardista di Paolo, desideroso di radicalità, sia per le riflessioni maturate alla luce dei più recenti studi di genetica delle popolazioni, che sottolineano non solo l’eterogeneità italiana (unica nel continente) ma pure il dato esotico, antico e recente, che contraddistingue l’Italia vera e propria, cioè la penisola e la Sicilia. Cosicché, per ragioni di coerenza, serietà e maturità, Sizzi abbandona l’italianismo, ancorché etnofederale, e riabbraccia la causa lombardista tornando sulle primigenie posizioni etnonazionaliste in chiave panlombarda. Il blog da cui si scrive nasce da tale riscoperta delle origini, conseguenza della chiusura del vecchio Il Sizzi, e questa volta non si tornerà più indietro. Unica sensibile differenza, rispetto agli albori del 2009, sta nella cessata ostilità nei riguardi del cristianesimo cattolico (tradizionalista), per cercare una convergenza tra lo spirito pagano e quello romano-cristiano d’Europa.

Attualmente Paolo Sizzi non fa parte di alcun movimento o associazione, ma rimane idealmente vicino alle posizioni di MNL e GL, soggetti da lui fondati. Indipendentemente dalla militanza, la testimonianza sizziana continua all’insegna del lombardesimo dei primordi, insistendo soprattutto sulla bontà del panlombardismo etnico; va da sé, comunque, che anche i restanti territori cisalpini siano parte integrante della propria idea di Lombardia, essendo storicamente ancorati alla dimensione padano-alpina e, dunque, granlombarda. Non avrebbe senso, infatti, lasciare Liguria, Romagne, Venezie, Friuli, Trentino e Tirolo meridionale al proprio destino: devono anch’essi partecipare al consesso lombardo, sebbene non rientrino nell’ambito propriamente etnico. Da notare che la divulgazione delle idee sizziane è stata agevolata da alcune interviste (televisive e radiofoniche) e da qualche polemica sulle reti sociali animata persino da noti tromboni liberal; il regime cerca in ogni modo di mettere in cattiva luce chi esce dal coro di belanti pecoroni antifascisti, ma così facendo gli regala visibilità e pubblicità. Ecco il perché del mio espormi con nome, cognome e faccia, nonostante tutto e tutti.

Oggi, assieme al lavoro, Sizzi porta avanti il proprio impegno, soprattutto culturale, per rendere giustizia all’identità etnica e storica lombarda, dopo essersi assestato sulle posizioni etnonazionaliste primigenie. Egli auspica l’autoaffermazione delle genti lombarde tutte, e di conseguenza un’Europa delle (vere) nazioni affrancate da ogni giogo statolatrico (e sovranazionale) insensibile ai richiami di sangue, suolo e spirito. La cultura è fondamentale, per riscoprire sé stessi, e l’Orobico vuole insistere per l’appunto sulla bontà della battaglia identitaria, che viene prima di quella politica. Non si esclude, in futuro, una nuova sfida lombardista in chiave associazionistica, ma per il momento ciò che importa è non perdere di vista la basilare dottrina völkisch, declinandola in senso etnoantropologico e spirituale; la tenzone culturale va portata avanti giorno dopo giorno, in nome dei valori più alti e nobili che animano uomini e donne desiderosi di vera identità, dunque di vera libertà.

SL!

Aggiornamento

Nella primavera del 2024 ho recuperato appieno il purismo lombardista dei primordi, riabbracciando l’etno-razionalismo e, di conseguenza, la critica caustica nei confronti del monoteismo desertico del “libro”, cristianesimo incluso, e della metafisica (specie universalista e apolide). L’etnonazionalismo razionale è la cifra filosofica del lombardesimo militante ed era necessario – sebbene a livello pragmatico possa avere un senso tentare una conciliazione tra radici gentili e cattoliche, in nome del tradizionalismo – ristabilire in toto la prisca verità in camicia plumbea. Il brembatese (superiore), cioè io, è fondamentalmente disinteressato alla religione dal 2009, ateo ma rispettoso nei confronti del solare ethos indoeuropeo, e se il popolo granlombardo avesse davvero bisogno di un culto ecco la soluzione della Chiesa nazionale ambrosiana, trasmutata in gentile (preromana, gallo-romana, etena) e subordinata all’etnostato cisalpino.

Inoltre, il 23 dicembre 2024 è nata ufficialmente a Bergamo l’associazione politico-culturale Nazione Lombarda, di cui sono padre fondatore e presidente. Alfine, il Movimento Nazionalista Lombardo e Grande Lombardia, parimenti creati dal sottoscritto, hanno il loro naturale erede, che è l’approdo, il coronamento e la piena e totale realizzazione delle istanze etniciste e nazionaliste care ai veri patrioti cisalpini, che si riconoscono cioè nel quadro comunitario della Lombardia storica. NL è il movimento dei lombardi, volto alla difesa, al recupero e all’affrancamento dell’identità della nostra vera patria, che non è Italia e che per tale motivo merita la libertà, dopo 4.000 anni di storia e di gloria. Un’associazione politica che si occupa di politica (non in senso elettorale) ma che fa della cultura militante un irrinunciabile baluardo: senza dottrina lombardista e divulgazione culturale e razziologica diverrebbe impossibile risollevare dalla polvere il nostro sopito popolo, il quale può trovare in Nazione Lombarda anche la propria naturale guida in chiave metapolitica.

Ritorno alle origini

P. Sizzi

Un anno fa, dopo un settennio trascorso all’insegna della conciliazione fra pensiero lombardista e italianismo etnofederale, decisi di riabbracciare in toto il lombardesimo delle origini, tornando sulle mie posizioni etnonazionaliste iniziali incentrate sull’autodeterminazione lombarda e sull’identitarismo etnico applicato al contesto cisalpino. Tale svolta fu il frutto di una riflessione estiva motivata dall’esigenza di una rinnovata coerenza comunitaria (dunque nazionale e sociale), dove sangue, suolo e spirito venissero ricollocati al centro del dibattito senza più compromessi; la decisione fu agevolata dalla pubblicazione di alcuni studi di genetica delle popolazioni (da affrontare più avanti) che ribadivano con forza non solo la straordinaria eterogeneità – unica in Europa – di ciò che oggi chiamiamo Italia, ma anche quanto andava emergendo nelle ricerche degli anni precedenti: il contributo esotico, antico e recente, al genoma italico, ossia centromeridionale (segnatamente meridionale).

Avremo modo di parlare compiutamente della questione genetica italiana, ma sin da ora appare utile sottolineare come il dato biologico, nell’ottica sizziana, rimanga fondamentale al fine di plasmare un concreto e lineare pensiero politico-ideologico che poggi su solide basi etnoantropologiche: stirpe e terra, dunque la patria sublimata dal radioso spirito indoeuropeo, sono sempre state le irriducibili guide della visione del mondo del sottoscritto, non per razzismo o suprematismo ma per questioni di serietà, trasparenza e coerenza; il dato razziale (inteso come origine, nazione, discendenza) esige una salutare radicalità che nelle destre di ogni tempo viene meno ma che in ambito etnonazionalista rappresenta il fulcro della filosofia völkisch.

Il Sizzi nasce lombardista, l’originalità del lombardesimo fa parte della sua cifra ideologica e politica, nonché culturale ed antropologica, ed era dunque giusto e doveroso recuperare il senso del messaggio primevo lasciandosi alle spalle l’esaurita esperienza italianista. A maggior ragione è doveroso in un momento in cui trionfa il sovranismo tricolore sposato persino da coloro che un tempo si dicevano padanisti ma che, in realtà, sono sempre stati ambigui, ondivaghi e opportunisti. La Lombardia, ovviamente nella sua accezione etno-storica, non ha affatto bisogno di patriottismo italiano (non essendo Italia in senso nazionale) bensì di identitarismo genuino e di affrancamento da ogni giogo imposto dal sistema-mondo, a partire dalla gabbia statolatrica romana.

L’indipendentismo è dunque la logica conseguenza dell’azione metapolitica e politica lombardista, sebbene personalmente abbia sempre visto la dottrina etnonazionalista come prioritaria; infatti, l’etnonazionalismo presuppone, nel contesto padano-alpino, l’istanza indipendentista, ma non viceversa. Sappiamo, per l’appunto, che il separatismo europeo è solito sventolare lacere bandierine progressiste, a differenza del lombardesimo che è invece degna espressione etnonazionale del pensiero völkisch. Una comunità, una patria, un insieme di popoli omogenei coesi da identità e tradizione trovano il proprio fondamento nella natura e nella cultura, non certo nelle chiacchiere (o, meglio, nelle fanfaluche) della sinistra internazionalista che vede fascisti e razzisti in ogni dove.

Alla luce di quanto esposto era meritorio, da parte mia, un recupero integrale della dottrina lombardista – del resto da me forgiata – e un conseguente riavvicinamento agli storici sodali e al soggetto da me fondato, Grande Lombardia, erede del Movimento Nazionalista Lombardo (anch’esso frutto delle elucubrazioni e dell’azione sizziana). Attualmente GL è ibernata ma rimane l’unica associazione ideale nel panorama (meta)politico cisalpino, pur non appartenendovi più; i capisaldi della compagine sono quelli del sottoscritto, a partire da etnonazionalismo e panlombardismo. Unica differenza sta nel fatto che, nel tempo, ho abbandonato il ripudio del cristianesimo cattolico, optando per una conciliazione tra le due grandi componenti spirituali europee: la cristiana e la gentile (per quanto quest’ultima, oggi, sia inconsistente).

Precisiamo: non mi ritengo religioso e men che meno osservante ma le nostre radici sono indubitabilmente cattoliche, romane e ambrosiane. Per come la vedo, il cattolicesimo va preservato in senso tradizionale e preconciliare, prendendo le distanze dalla contemporanea deriva mondialista della Chiesa, e per quanto possa essere opera velleitaria la Lombardia dovrebbe adottare la visione integrista sganciandosi così dal Vaticano. Un cristianesimo latino sano condanna le contaminazioni giudaiche ed ecumeniste, così come la patetica tendenza al sincretismo buonista che grazie a Bergoglio ha subito un’impennata. Ricordiamoci che il Cristo è l’erede della solarità e dello spirito uranico indoeuropeo, e la rinascita della pietas continentale sta nella salvaguardia della tradizione, non certo nella difesa di un mellifluo monoteismo denominato abramitico (in sostanza, una concessione agli eretici, agli scismatici e soprattutto ad ebrei e musulmani).

La religione è comunque argomento secondario, ai fini politici e ideologici, e la vera svolta del mio personale credo sta nel ritorno alle origini lombardiste dure e pure, abbandonando l’italianismo, ancorché etnofederale, e riprendendo le fila del discorso interrotto nell’aprile 2014. La Lombardia, intesa come nazione storica permeata di schietta identità galloromanza cisalpina, non può dirsi Italia, in quanto figlia di una temperie etnoculturale che si colloca a metà strada fra Mediterraneo ed Europa centrale. L’Italia vera e propria è, invece, l’ambito peninsulare e insulare (Corsica e Sicilia) coeso dal dato italico-romano, romanzo orientale, puramente meridionale (nel quadro europeo) e influenzato dal mondo greco. Ritengo non si tratti di materia opinabile, anche perché lo stesso nome ‘Italia’ nasce nell’estremo sud ausonico.

Va da sé che il passo successivo al riconoscimento delle specificità lombarde, sia nei confronti dell’Italia che del resto d’Europa, riguardi l’indipendentismo, l’affrancamento identitario volto all’autodeterminazione delle genti padano-alpine, ancorché possa parere utopico. Nell’ottica di un’Europa delle vere nazioni, finalmente liberata dagli enti sovranazionali mondialisti, la Lombardia trova il suo spazio, ovviamente come realtà etnica allargata a tutti i popoli che possono dirsi cisalpini/lombardi; il punto di partenza è il bacino padano, cioè la Lombardia etnica, per poi giungere a tutto quanto il quadro settentrionale, che è la Grande Lombardia del Sizzi.

Lasciandomi alle spalle il periodo italianista, voglio intraprendere di nuovo il cammino völkisch, soprattutto per essere d’esempio ai più giovani, che giustamente anelano a quella intransigenza identitaria che passa per la riscoperta del patrimonio etnoantropologico natio. Non tornerò mai più indietro ma insisterò sulla bontà dell’etnonazionalismo, che a mio dire è l’unica ideologia capace di dare un senso profondo e rinnovato alle legittime aspirazioni patriottiche di popoli troppo spesso imprigionati in mere entità statuali, totalmente prive di connotati etnici e nazionali unitari. È questo il caso della Repubblica Italiana, espressione di un Occidente massificatore e standardizzante a guida americana che tiene completamente in non cale identità e tradizione. Riscoprire i primordi lombardisti è dunque basilare, e il mio augurio è quello di essere un modello positivo per tutti coloro che non piegano il capo di fronte all’omologazione di nazioni annichilite e umiliate da una globalizzazione inevitabilmente priva di valori, in quanto beceramente fondata sull’arido dato finanziario.

Presentazione

Paolo Sizzi

Salute a tutti voi, chi scrive è Paolo Sizzi, cultore di lombardità sulla rete ormai da 16 anni. Ho aperto questo nuovo spazio virtuale nell’autunno scorso, sentendo l’esigenza di riconciliarmi pienamente con le mie origini, nonché con la mia terra e la sua vera natura. Coloro che mi seguono avranno notato che ho rimosso gli articoli precedenti, dopo aver tenuto il sito privato in modalità provvisoria, contestualmente all’abbandono marzolino del vecchio “Cinguettatore”. Tale scelta deriva da motivi, per così dire, professionali, che mi hanno spinto ad una riconsiderazione della mia presenza sul web, accantonando per il momento questioni politico-ideologiche e, soprattutto, cambiando registro comunicativo. Non ho voluto, tuttavia, sacrificare Lombarditas, e si è deciso, dunque, di privilegiare il lato culturale dell’opera sizziana – sperando di fare cosa gradita ai lettori – a vantaggio di scientificità e imparzialità.

In questo blog, come anticipato nelle Informazioni, troveranno posto le classiche tematiche a me care, discusse dal 2006 a questa parte: storia, geografia, linguistica, dialettologia, araldica, onomastica, cognomastica, toponomastica, folclore, così come i “cavalli di battaglia” del sottoscritto, antropologia (fisica) e genetica delle popolazioni. Di politica, metapolitica e ideologia tratterò in altra sede; qui, allo stato dell’arte, si è scelto di dare degno risalto a tutto quello che concerne la cultura bergamasca e lombarda, dove ‘lombarda’ significa cisalpina, a partire dal nucleo fondante della nostra realtà etnica e nazionale, che è il bacino padano. Non mancherò di dare uno sguardo anche all’Italia e all’Europa.

Ho preservato gli articoli, scritti in tutto questo tempo, valevoli da un punto di vista culturale, e che per questo riproporrò senz’altro, con i dovuti aggiornamenti e miglioramenti. Essendo il frutto di un lavoro di studio e di ricerca, appare salutare un recupero del materiale più pregevole, aumentandone lo spessore scientifico con note, citazioni, bibliografia e/o sitografia. Il nuovo taglio assunto da questo giornale di bordo su internet, a differenza dell’impostazione originaria, pone maggior enfasi sull’erudizione, sebbene la divulgazione sia sempre stata l’intento principale dei miei scritti. Come ho più volte ricordato, a che pro darsi all’impegno ideologico e politico se non si sa nulla della storia del proprio territorio, della sua identità e del peculiare profilo delle genti che lo abitano? insomma, se non ci si conosce?

Oltretutto, si vuole raggiungere un duplice obiettivo: da una parte continuare la storia sizziana di trattazione etnoantropologica (segnatamente lombarda), dall’altra rendere affascinante, agli occhi soprattutto dei più giovani, la disamina di tutto quello che concerne la patria alpino-padana, una patria che Carlo Cattaneo definiva “artificiale” in quanto «immenso deposito di fatiche». Il pensiero del sottoscritto ormai è ben noto, e in attesa di tempi più propizi è giunto il momento di dare spazio alla cultura a tutto campo, senza per questo rinunciare alla discussione antropogenetica, che non verrà snaturata. Sarà per me un onore e un vanto riuscire a conquistare l’attenzione delle generazioni lombarde, in nome di quel sentimento d’appartenenza comunitario che è linfa vitale di ogni popolo.

Potremmo dire che questa è una novella, intrigante, tenzone poiché si vuole dimostrare come, al di là della visione politica lombardista – e quindi della personale prospettiva etnonazionalista – esista un insieme di genti etnicamente e storicamente lombarde ben differenziate nel quadro europeo, a partire dal confronto con la penisola vera e propria, che è la primigenia Italia mediterranea, italica, romana e influenzata dal mondo greco. Il mio punto di vista non può, certamente, essere del tutto neutro, ma, conciliando le esigenze di cui sopra con la volontà di adottare un’ottica razionale, cercherò di illustrare, senza faziosità, la bontà del sentimento patrio in chiave grande-lombarda. Attenzione: la “Grande Lombardia” non è una velleità espansionistica dello scrivente, è semplicemente il nome impiegato per definire il contesto subalpino storico, in quanto sovrapposizione della Langobardia (Maior) alla (Gallia) Cisalpina. Non si parla certo di opinioni.

Avrò modo di citare diverse fonti documentarie utili a chi ha l’interesse e il piacere di approfondire quanto verrà trattato, perché lo scopo principale di questo spazio virtuale rimane quello di suscitare un desiderio di conoscenza con ricadute concrete sul sapere dei lettori. La grande sfida che riguarda il presente e il futuro dei nostri popoli concerne la salvaguardia del patrimonio tradizionale, mortalmente minacciato dalla società mondializzata, e questo dovrebbe essere un dovere trasversale da parte di tutti i lombardi, nello specifico, e degli europei, in generale. Se la lingua, la tradizione, l’identità, la mentalità, gli usi e costumi e, non da ultimo, l’etnia di una nazione muoiono a rimetterci non sono solo le fasce della società più avanti negli anni ma anche, e soprattutto, i più giovani e coloro che verranno. Avrà ancora un senso chiamare ‘Lombardia’ la Lombardia?

Anche per questa ragione, e non solo per quella palesata in apertura, appare utile avvicinare alle tematiche trattate coloro che sentono il bisogno di ampliare lo scibile in materia di lombardità – come da titolo di questo blog – poiché le Lombardie sono una ricchezza di ogni lombardo, e hanno il diritto di difendere le radici per alimentare un futuro roseo che passi per l’autodeterminazione dei propri virgulti. Naturalmente non rinuncerò mai alle mie idee e al mio retroterra ideologico e dottrinale, frutto del profondo legame col territorio orobico e padano-alpino, ma vorrei passasse il concetto che lo spirito d’appartenenza non è appannaggio di qualche movimento o partito (che, peraltro, nel tempo si è perso per strada). Ogni riferimento a via Bellerio è puramente casuale…

Lombarditas mira, quindi, al recupero di quel sano orgoglio lombardo che non significa odio, razzismo, discriminazione, bensì amore e rispetto, anzitutto per sé stessi, per il proprio suolo natio, per la propria cultura; i lombardi possono dirsi etnia e nazione, come i sardi e gli italiani etnici. Togliamoci dalla testa l’idea che difendere l’identità sia un attacco nei confronti degli altri, poiché solo dalla difesa del rispettivo onore comunitario può nascere il riconoscimento di quello altrui. Qualcuno storce il naso perché parlo di ‘nazione lombarda’? Che dire, dunque, della Confraternita dei Lombardi in Roma, una compagnia religiosa creata per dare assistenza spirituale e materiale ai lombardi presenti nella capitale italica nel XV secolo, la cui denominazione seriore fu “Arciconfraternita dei Santi Ambrogio e Carlo della Nazione Lombarda”? La fierezza per i relativi natali non può essere preclusa alle popolazioni europee, a differenza di quelle del Sud del pianeta: il rullo compressore della globalizzazione capitalistica è una minaccia per tutti gli uomini, senza distinzione.

Vi auguro buona lettura e buona discussione, invitando a mantenere, nei commenti, toni civili e rispettosi, proprio perché l’intenzione è quella di confezionare un prodotto di qualità che, anche nel confronto, possa rappresentare un’occasione di edificazione per tutti, in particolare, torno a dire, pei più giovani. I commenti riguardo ideologia e politica non sono banditi, ma vi raccomando di non andare fuori tema e di rispettare questa nuova veste contenutistica del blog. Prossimamente rifletterò sull’opportunità di riprendere qualche tematica di trattazione (meta)politica, anticipandovi che in cantiere c’è dell’altro, ma di questo parleremo poi. Sfruttare la dimensione educativa dello strumento internettiano, soprattutto oggi, è un’occasione da non lasciarsi sfuggire, eziandio per il giovamento di ciò che, spregiativamente, viene liquidato come localismo.

P.S.: mi potete trovare sui nuovi profili Twitter e Instagram, da cui, fra le altre cose, diffondo gli articoli del weblog. Attualmente sono account incentrati per lo più sulla divulgazione culturale, a mo’ di appoggio all’opera di Lombarditas. Parimenti, vi segnalo il canale Telegram omonimo nel quale pubblico, con cadenza settimanale, dei brevi video circa la natura delle Lombardie, affiancato dal nuovo canale YouTube. A quanti vorranno contattarmi o chiedere in merito ad approfondimenti e questioni varie, ricordo l’indirizzo di posta elettronica lombarditas@gmail.com.