16) Europa dei popoli

Sarebbe auspicabile una riforma dell’Unione Europea che la trasformi da mera accozzaglia di Stati autoreferenti, gravitanti attorno a Francia e Germania contemporanee, a vera e propria confederazione di popoli, di vere nazioni, che possano collaborare tra di loro per difendersi dalle ingerenze esterne e affrontare le sfide poste dagli altri continenti. Nel caso ciò non sia possibile – ed è estremamente probabile che non lo sia – meglio abbandonare senz’altro la Ue piuttosto che rimanere pedine al servizio dei tecnocrati di Bruxelles. Il lombardesimo crede nell’Europa come grande famiglia di genti europidi, non come ammucchiata di entità senza nazione tenute assieme dall’idolatria per l’alta finanza, e dal culto per le fantomatiche radici illuministe del nostro continente. In questo senso guardiamo alla Russia, non oltreoceano, perché anch’essa parte dell’Europa (almeno fino agli Urali), e perché imprescindibile alleato al fine di dare vita ad un formidabile consorzio imperiale euro-siberiano che inglobi tutta la Federazione Russa. Naturalmente Mosca deve abbandonare la visione asiatista e concentrarsi sulla razza bianca, sentendosi appieno Europa. Va altresì detto che la Lombardia etnonazionalista deve farsi promotrice di questo salutare cameratismo razziale, badando anzitutto alla sua dimensione naturale, che riguarda le realtà dell’arco alpino.

La Grande Lombardia, ad ogni modo, ha il dovere di uscire da ogni ente sovranazionale mondialista e da qualsiasi organo cosmopolitico nemico della sovranità popolare ed economica delle nazioni europee, a partire da Ue, Nato, Onu. Contestualmente, i lombardi devono espellere banche internazionali, multinazionali e lobby, abbandonando oltretutto il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La Lombardia è parte del cuore dell’Europa, e cioè dell’ambito continentale celto-germanico (o gallo-teutonico), nonché terminale meridionale della cosiddetta Banana blu¹; questo fulcro, anche etno-razziale, europeo ricorda l’Europa carolingia e il Sacro Romano Impero e va da sé che abbia tutte le carte in regola per costituire la classe dirigente, il cervello, dell’Euro-Siberia. Il baraccone blu-stellato del Benelux va sostituito da una confederazione di popoli che si regga sulla civiltà imperiale del nostro continente, sui valori immortali di identità e tradizione, sulla sacrale triade di sangue-suolo-spirito. Lo spazio euro-siberiano sarebbe, così, una sterminata famiglia europide (la subspecies è sempre fondamentale) avente il necessario peso geopolitico e la basilare autarchia sulle materie prime e sui componenti per le tecnologie di produzione dell’energia.

¹ Per chi non lo sapesse, dorsale di sviluppo demografico ed economico dell’Europa occidentale, in gergo giornalistico.

15) Bandiera, stemma e inno

Adozione delle Croci padano-alpine (Sangiorgio e Sangiovanni), unite allo Swastika camuno, quale bandiera nazionale e del Ducale visconteo (Biscione e Aquila imperiale) quale stemma nazionale. Per i pregevoli richiami alla nostra patria, l’inno migliore per la Grande Lombardia è il brano O Signore, dal tetto natio, tratto dall’opera I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi, ovviamente tradotto in milanese classico volgare emendato. La simbologia lombardista offre spunti molto interessanti per poter rappresentare al meglio la nostra nazione, e il suo Stato, lasciandosi così alle spalle il piattume astorico e anti-identitario italiano. I simboli lombardi sono potentissimi e meritano la giusta riscoperta e valorizzazione, senza inventarsi a tavolino soluzioni prive di ragione, storia e identità. La Croce di San Giorgio, emblema guelfo, simboleggia la secolare anima comunale delle Lombardie, nonché la Lega Lombarda e città di primissimo piano quali la capitale Milano, Genova, Bologna, Padova e molte altre; la Croce di San Giovanni Battista, simbolo ghibellino, incarna icasticamente il prestigio imperiale, ed è insegna di altrettante città quali la capitale morale Pavia, Como, Novara, Lugano e così via.

Le Croci granlombarde sono un tipico esempio di simbologia e vessillologia cisalpine, unite al classico cromatismo nostrano bianco-rosso, perché insegna di una moltitudine di comuni padani. Ad esse uniremmo più che volentieri il citato Swastika camuno, simbolo del lombardesimo, in quanto riflesso delle nostre radici indoeuropee, basato su plurimillenari petroglifi della Val Camonica. Il Ducale visconteo è, invece, il miglior stemma perché unisce le due identità storiche granlombarde, nazionale ed imperiale (cioè europea, segnatamente gallo-teutonica, centrale), riecheggiando il potentato milanese dei Visconti e la dimensione del Sacro Romano Impero, cui la Lombardia ha sempre appartenuto. Il Biscione è emblema etnico del popolo lombardo, e deve assumere dimensione panlombarda. Ci sarebbero altri simboli gloriosi da citare: la Scrofa semilanuta insubrica, il Sole delle Alpi celto-ligure (e anche longobardo), il Leone di San Marco e poi tutti gli altri vessilli e stemmi locali, rivestiti di splendente concretezza e antichità e preferibili a qualsiasi trovata alla tricolore. E per quanto concerne l’inno nazionale, lasciateci dire che il capolavoro del Verdi menzionato sarebbe la soluzione ideale, migliore anche del Va, pensiero, che sa un po’ troppo di giudaismo.

14) Affrancamento linguistico della Grande Lombardia

Tutte le lingue parlate nella Grande Lombardia meritano adeguata tutela e promozione su base locale ma, per semplificare la comunicazione e la burocrazia tra tutti i granlombardi, la soluzione migliore a livello nazionale è eleggere il milanese classico volgare emendato a lingua ufficiale della nostra nazione, per via della sua purezza e della vicinanza all’archetipo padano. No a esperanto in tredicesimi, koinè senza storia, caos dialettale e minestroni multilinguistici alla svizzera (cioè di una patria inesistente). Ne consegue una de-italianizzazione linguistica della Grande Lombardia, attuata mediante il graduale abbandono del fiorentino letterario (l’italiano) e il recupero di ortografia, vocabolario, nomi, cognomi, toponimi originali, nel quadro di una rinnovata lombardizzazione del territorio nazionale. Scuola e università, a supporto di famiglia e comunità, avranno il compito di educare i giovani lombardi all’amore per le lingue della Lombardia, e all’apprendimento del meneghino, assieme alla riscoperta della nostra cultura e della nostra letteratura. L’ipotesi della koinè potrebbe essere valutata soltanto se fondata sul milanese classico volgare emendato, e animata da una spontanea presa di coscienza dei lombardofoni, come progetto di rivitalizzazione della lingua lombarda.

Capiamoci: ad oggi non esiste una lingua lombarda¹, bensì una famiglia linguistica lombarda, che è il gallo-italico, formata dalle diverse lingue lombarde (soprattutto come manifestazione culturale e spirituale della Lombardia etnica). Un tempo esisteva un’unità linguistica lombarda, popolare, che accomunava tutte le contrade padano-alpine, poi spezzata dall’affermarsi, sul continente, del veneziano e dalla diluizione toscaneggiante dei volgari cisalpini, fenomeni che hanno isolato il ladino (romancio, ladino in senso stretto, friulano). Il milanese è il principe degli idiomi lombardi, grazie alla natura linguistica centrale ed incontaminata dell’insubrico e, naturalmente, grazie al prestigio degli autori meneghini, alla codificazione e alla copiosa letteratura. È, insomma, la miglior espressione del mondo galloromanzo cisalpino, detto con il massimo rispetto per gli altri parlari: restante insubrico, orobico, emiliano, piemontese, romagnolo (la famiglia gallo-italica), ma anche ligure, veneto, retoromanzo. Ribadiamo che tutti gli idiomi cisalpini sono degni di salvaguardia ed impiego a livello locale, cantonale, ma serve unità, pure per quanto concerne la loquela, ed è per questo che noi lombardisti optiamo per la favella ambrosiana, assurta al rango di lombardo ufficiale.

¹ Nel Medioevo è esistita una koinè lombarda, padana, ma come volgare illustre, detto anche semplicemente scripta.

13) Suddivisione politica della Grande Lombardia

Per agevolare le esigenze dei territori è opportuna la suddivisione della Lombardia in entità amministrative superiori, quali i cantoni, e inferiori, quali i comuni. I cantoni sarebbero, a loro volta, suddivisi in distretti, con dei capoluoghi (tra cui, il principale, sarebbe quello cantonale). Mentre i cantoni rappresentano territori omogenei a livello geografico, etnico e linguistico – e aggiungerei, dunque, storico – i comuni rappresentano città o insiemi di paesi rurali accomunati da stesse necessità di gestione. No a cantoni-città di 10.000 abitanti e a comuni da 200 abitanti. Ricordiamo che la capitale amministrativa, economica e linguistica della Grande Lombardia sarebbe Milano, quella morale Pavia, e aggiungiamo che la suddivisione politica della nazione lombarda consterebbe di 14 cantoni della Lombardia etnica a cui ne vanno aggiunti altri 15 del restante territorio cisalpino, raggruppati in 9 regioni create per meri fini statistici e demografici. Le regioni in questione sarebbero: Transpadana occidentale (Insubria), Transpadana orientale (Orobia), Subalpina (Piemonte), Cispadana (Emilia fino al Panaro), Romagna, Liguria, Veneto, Rezia cisalpina (il Tirolo storico), Carnia e Istria.

La capitale (e capoluogo dell’omonimo cantone) Milano, ovviamente, necessita di palingenesi, rappresentata da una massiccia opera di ri-lombardizzazione. Gli altri capoluoghi cantonali dovrebbero essere i seguenti: per l’Insubria, oltre a Milano, Como, Novara, Locarno; per l’Orobia Brescia, Bergamo, Cremona, Sondrio; per il Piemonte Torino, Cuneo, Alessandria; per l’Emilia Parma, Modena, Piacenza; per la Romagna Bologna, Ravenna, Rimini; per la Liguria Genova, Nizza; per il Veneto Venezia, Vicenza, Verona, Belluno; per il Tirolo storico Trento e Bolzano; per Carnia e Istria Trieste, Gorizia, Udine, Pordenone. Questi capoluoghi rappresentano altrettanti distretti, e sotto di sé ne hanno altri ancora, sicché i territori cantonali sono un insieme di città e paesi coesi da storia, identità cittadina e contadina (dunque comunale), lingua, geografia, cultura ed etnia. Siamo nettamente contrari al mantenimento di regioni e province all’italiana, perché spezzettano il continuum granlombardo/cisalpino e dissipano così l’orgoglio nazionale, fomentando sciocchi egoismi campanilistici, e cioè i regionalismi. Allo stesso modo, condanna di statuti speciali e autonomie regionali: la suddivisione cantonale sarebbe uno strumento blandamente federale, ma la nazione è solo una.

12) Forma di governo

Il futuro Stato granlombardo assumerebbe la forma di una Repubblica presidenziale, blandamente federale, fondata sui principi dell’etnonazionalismo, del socialismo nazionale e del comunitarismo. Capitale naturale, come abbiamo già visto, Milano, da secoli fulcro politico, economico, culturale e linguistico della Grande Lombardia, grazie anche alla propria centralità. Siamo, dunque, a favore di un etnostato lombardo, che eriga la sacra triade identitaria sangue, suolo, spirito a guida indiscussa della nazione. Al contempo, prendiamo le distanze dal modello federalista alla svizzera, dall’autonomismo (a colpi di statuti speciali) e dal regionalismo, poiché indebolirebbero la coscienza patriottica dei lombardi, che formano un’unica patria, ancorché distinta in tre forme di lombardità: etnica, etnolinguistica/culturale, storica. Non ci può essere spazio, nel progetto lombardista, per beghe campanilistiche e sterili orgogli micro-sciovinistici, pertanto dobbiamo puntare tutto sul nazionalismo etnico lombardo e sul comunitarismo, e cioè sullo spirito identitario e tradizionalista delle genti padano-alpine, accomunate da origini, etnia e destini. Lo Stato lombardo andrebbe a rappresentare la nazione lombarda, che è una sola.

È unica, e deve essere unita, forte e coesa, prima ancora di costruire un’entità statuale animata dall’identità etnoculturale panlombarda. Le sfide indipendentiste, infatti, si vincono uniti, non divisi da zuffe regionali, e deve essere chiaro a tutti i lombardi che la vera Lombardia è quella storica, la Grande Lombardia. Certo, il suo cuore è il bacino padano, la Lombardia etnica, ma tutti i popoli cisalpini possono dirsi lombardi e parte di un unico, grande gruppo patrio, dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone. La Grande Lombardia è una, scusate il gioco di parole, grande famiglia di genti accomunate dalle medesime radici cisalpine; per tale motivo la nazione ha bisogno di un solo Stato, non di decine di inutili staterelli, sul modello di quelli preunitari. Nessuno vuole negare il salutare orgoglio storico alle comunità padane, ancorché basato su meri apparati burocratici, non su nazioni, epperò la coscienza panlombarda va difesa e promossa, per riunire i lombardi sotto le comuni insegne patriottiche. Un blando federalismo cantonale, cioè macro-provinciale e rispettoso del passato comunale, è accettabile, ma attenti bene al decentramento, in un contesto tutto sommato omogeneo, e geograficamente ben definito: il rischio è quello di fomentare sciocchi egoismi e di disgregare la solidarietà comunitaria che unisce le Lombardie.

11) Indipendenza della Grande Lombardia

La Grande Lombardia ha pieno diritto di avere la sua sovranità, da raggiungersi con tutti i mezzi leciti possibili: sono infatti le nazioni, intese come comunità di persone unite da etnia, lingua, cultura e storia, a legittimare gli Stati, non viceversa. La lotta per l’indipendenza dei lombardi è dunque sacrosanta e andrebbe preceduta dalla creazione di una “macroregione” amministrativa (che in realtà è la nazione lombarda medesima) che associ ogni popolo lombardo alla battaglia per l’autoaffermazione della Lombardia etnica, e cioè del cuore della nostra patria. Sovente, gli statolatri tricolori si appellano all’art. 5 della loro amata Costituzione («La Repubblica è una e indivisibile») per delegittimare ogni possibile rivendicazione etnonazionalista e indipendentista di popoli che italiani etnici non sono, dimenticandosi come la stessa sia subordinata nei confronti del diritto internazionale (art. 10). Dato che l’Italia ha ratificato almeno tre trattati internazionali che affermano esplicitamente come «i popoli hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno» (Atto finale della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, tit. A, art. 8), la richiesta di autodeterminazione granlombarda è perfettamente lecita, oltre che sensata.

Questo sia detto non per incensare il sistema globale che fagocita l’Italietta repubblicana, ma per fustigare chi si appella alla Costituzione, quando gli fa comodo, scordandosi del diritto all’autodecisione che spetta ad ogni vera nazione. Ed è questo il caso della Lombardia, che oltretutto non è Italia. Il punto di partenza, infatti, è sempre l’identità: non il danaro, le tasse e i servizi – per quanto importanti – ma l’aspetto etnoculturale che separa nettamente i lombardi dagli italiani. Del resto, la ricchezza lombarda è frutto della storia lombarda, e quindi della mentalità etnica e del lavoro padano-alpina. Il lombardesimo reclama, da sempre, il razionale diritto all’autoaffermazione dei granlombardi perché non sono Italia, per tutta una serie di motivi, già affrontati o che affronteremo, riassumibili, fondamentalmente, nella questione etnica e nazionale. E se la Grande Lombardia non è considerabile come Italia ha tutte le ragioni e le motivazioni immaginabili per battersi per la propria indipendenza. E dunque per avere un pieno riconoscimento della propria identità nazionale, che passa anche per sovranità e autorità. Poi, naturalmente, vengono le questioni fiscali, sicuramente importanti, che d’altra parte vengono solleticate anche dal malgoverno italiano. Ma il sangue viene prima dell’oro, e per tale motivo la Lombardia deve lottare per la libertà, e l’unità, di tutte le genti cisalpine, anzitutto rivolgendo sguardo e pensiero ai destini etnici e nazionali dei lombardi.

10) Religione

Piena libertà di professione di fede religiosa, purché il culto praticato non rappresenti una minaccia alla sicurezza e alla stabilità della nazione. Questo vale anche per i molti che si credono atei, salvo venerare il feticcio del progresso e prostrarsi di fronte al dogma dell’universalismo, rivelandosi ben peggiori di qualsivoglia bigotto. Riteniamo, ad ogni modo, che debba essere il popolo lombardo stesso a scegliersi una propria via spirituale, con la possibilità, naturalmente, di optare individualmente per agnosticismo o ateismo (a patto che quest’ultimo non diventi il fanatismo liberal e scientista che troppe volte è); il credo scelto, comunque sia, deve essere compatibile con il percorso di autodeterminazione che conduce all’indipendenza e all’etnostato, poiché la religione non deve mettere i bastoni fra le ruote alla politica e all’ideologia. Pensiamo che le questioni religiose e spirituali siano secondarie, essendo la nostra priorità la realizzazione etnica e nazionale della Grande Lombardia. Tuttavia, non assecondiamo certi deliri empi, soprattutto anticristiani, perché finiscono per fare il gioco del demone mondialista.

Per motivi storici e culturali, uno speciale riconoscimento va al cattolicesimo apostolico di rito latino (romano e, soprattutto, ambrosiano), senza disdegnare l’ipotesi di una Chiesa nazionale lombarda che la faccia finita con la Roma contemporanea, fagocitata dalle derive scatenate dal Concilio Vaticano II. Alla luce di ciò, nessun rapporto col papa e il Vaticano, fintanto che laggiù non disconoscano lo sciagurato prodotto del duo orobico-bresciano Roncalli-Montini. È interessante ricordare come il rito ambrosiano, un tempo molto più esteso, in ambito padano, di quanto lo sia oggi (arcidiocesi di Milano), sia espressione del cristianesimo latino occidentale di forte sostrato gallico, accomunato in questo al rito ispano-gallicano e, dunque, alla più ampia liturgia di origine celtica, diffusa in quei territori che mostrano una forte eredità spirituale di tale tipo. La futura Repubblica Lombarda potrebbe anche riconoscere ufficialmente il cattolicesimo ambrosiano come religione nazionale, tollerando – per ragioni identitarie – la rinascenza gentile indigena di marca preromana, gallo-romana e germanica. Messa al bando, invece, di tutti gli altri culti, soprattutto se ampiamente praticati da allogeni, assieme a tutta la paccottiglia new age.

9) Lotta al femminismo

Bisogna urgentemente porre fine alla contrapposizione dei sessi (che sono solo due e coincidono coi due generi) creata dal femminismo, perché sta portando seriamente la società occidentale al collasso socioculturale. Uomini e donne hanno, per natura, indoli, mentalità, predisposizioni e ambizioni differenti; cercare di uniformarle è del tutto controproducente. Il femminismo si spaccia per movimento d’opinione schierato dalla parte delle donne, ma questa è soltanto una miserevole menzogna. Esso, infatti, è il vero nemico del gentil sesso, poiché mira alla disgregazione della comunità riempiendo i crani delle donne di spazzatura liberal, progressista e relativista. La vera libertà della donna sta nella tradizione, e oserei dire anche nella società patriarcale: il rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile è alla base dell’armonia comunitaria, oggi sempre più minacciata dai veleni propagandati dal pensiero unico e dagli abomini iridati. Ciò non significa bramare un modello da fondamentalismo islamico, oppure auspicare un ritorno a tempi ormai andati, ma semplicemente recuperare la reale identità sessuale e comprendere come sia la stessa natura a distinguere tra maschi e femmine, e non solo in chiave meramente genitale.

Non esistono un sesso superiore ed uno inferiore, perché uomo e donna sono diversi e complementari, e hanno pari dignità. L’uomo, per natura e cultura, per la civiltà medesima, è portato a determinati compiti, e così la donna, il che non equivale a mettere il primo su di un piedistallo e relegare la seconda a umili mansioni. Piuttosto, è il contemporaneo sistema occidentale, eretto su bestialità neomarxiste, che vuole spacciare per degrado e disagio la femminilità tradizionale, la maternità, la saviezza, la fedeltà all’uomo e quella necessaria obbedienza ai valori immortali della patria, del sacro, della famiglia. Insomma, è la moderna temperie pseudoculturale che dipinge a tinte fosche il ruolo muliebre tramandato nei secoli dalla nostra civiltà, come se essere mogli, madri e ancelle della nazione fosse qualcosa di perverso e degradante, un handicap. La donna è libera di fare ciò che vuole, come l’uomo, a patto che essa non si tramuti in un attentatore suicida che faccia a pezzi e trascini nel fango i principi più cari ad una comunità di popolo degna di questo nome. E lo stesso discorso vale per i maschi, a maggior ragione, essendo chiamati, oltretutto, ad essere assennate guide delle femmine, in determinati contesti. Se manca il rispetto per natura e tradizione scoppia il caos, a tutto vantaggio degli agenti internazionalisti nemici della civiltà europea.

8) Difesa della famiglia naturale

La famiglia naturale patriarcale fondata sul matrimonio eterosessuale (ovviamente) e monogamo di uomo e donna è alla base di ogni società sana, e proprio per questo sotto costante attacco da parte del sistema mondialista. Necessita quindi di una forte difesa che penalizzi le unioni di fatto e i divorzi, e consenta dunque uno sviluppo adeguato delle future generazioni. In mancanza di una (contenuta) prole biologica sì all’adozione di orfani europidi compatibili con la Grande Lombardia. No a propaganda omofila, teorie del “genere” e a pratiche di macelleria da laboratorio come oggetto di consumo e capriccio borghese. Il fecondo legame di maschile e femminile (i generi sono solo due e coincidono coi due sessi), rafforzato da fedeltà, rispetto, solidarietà e dalla contemplazione degli innati ruoli di uomo e donna, va tutelato e promosso, grazie anche alla garanzia della tradizione. La lotta del lombardesimo a individualismo, femminismo, omosessualismo, e a tutto ciò che mina le fondamenta della famiglia naturale e della solidarietà comunitaria, è sacrosanta.

I summenzionati corpi tossici compromettono il funzionamento, e dunque l’equilibrio e il benessere, della società. Va difesa senza sconti, in particolar modo, l’innocenza dell’infanzia, messa a repentaglio da tutte quelle aberrazioni, figlie di progressismo e capitalismo, sdoganate dalla debolezza e dalla putrescenza del pensiero unico occidentale. Dobbiamo proteggere i più piccoli dalla narrazione arcobaleno, combattendo contro la perversione delle unioni e dei diritti “civili” e contro lo scellerato progetto di affidare dei bambini a coppie omosessuali, passando magari per l’orribile pratica degli uteri in affitto, e dunque per la macabra compravendita di feti molto di moda tra ricchi invertiti. Esiste, peraltro, anche un nesso tra omosessualità e pedofilia, come si può evincere dagli scandali sessuali della Chiesa di Roma. La bioetica va bonificata dai veleni del modernismo, liberandola dalla dittatura del relativismo e del mercato, e cioè del capitalismo che riduce l’esistenza umana ad una merce, calpestandone la sacralità.

7) Ripristino dei valori etici comunitari

L’uomo è un animale sociale che non può vivere da solo, e al pari di ogni altro essere vivente ha come obiettivo massimizzare nel lungo periodo la trasmissione di geni il più possibile simili ai propri. Per questo bisogna invertire la rotta del contemporaneo Occidente bloccando il dilagare di individualismo, disonestà, affarismo, corruzione e di tutte quelle derive egoistiche tipiche delle società capitaliste che minano le fondamenta della solidarietà comunitaria compromettendo, a lungo andare, il funzionamento e, dunque, l’equilibrio e il benessere di tutta la popolazione. L’interesse della comunità nazionale lombarda (intesa come insieme di individui accomunati da medesima etnia, lingua, cultura, territorio e storia) deve essere l’obiettivo fondamentale e generale delle attività del settore pubblico, partendo dal presupposto che l’etnicità è l’elemento imprescindibile della patria e, di conseguenza, di uno Stato degno di questo nome. Le analisi genetiche fanno ritenere che la giusta scala di aggregazione sociale sia quella della razza; nella realtà entrano in gioco, tuttavia, altre variabili, perché noi siamo anche l’ambiente in cui viviamo e le informazioni non biologiche che abbiamo collettivamente ereditato. Fermo restando che, sia geneticamente che fisicamente, vi sono ben note differenze anche a livello di sottorazze.

L’individualismo è, dunque, nemico dei destini della nazione che solo abbracciando uno spirito comunitarista può porsi al riparo dai mortali rischi rappresentati dalla degenerazione del pensiero liberale (già di per sé un cancro) che cagiona egoismo, opportunismo e decadimento edonista su vasta scala. Il connubio nazionale e sociale è garanzia di successo per l’intera collettività lombarda, troppo spesso vittima – a livelli quasi patologici – delle seduzioni dell’arido profitto. L’evidenza empirica ha difatti dimostrato che, se in un contesto espansivo sono i comportamenti competitivi che generalmente favoriscono il successo e lo sviluppo della specie, nei contesti non espansivi (quali quelli cui siamo giunti, visto che abbiamo anche superato la capacità dell’ecosistema di sostenerci) sono i comportamenti cooperativi che generalmente favoriscono il successo. L’idea lombardista (molto centrata su ragione e natura), in materia di sistema sociopolitico, è quella di un’entità – un etnostato – che sappia regolamentare la vita comunitaria su principi di cooperazione e solidarietà, per l’appunto, in nome del senso d’appartenenza etnoculturale: senza di esso i legami sociali verrebbero meno, lasciando il posto alla disgregazione operata da fenomeni migratori, meticciato e società multirazziale.