Razza

Concetti come etnia, popolo e nazione non possono prescindere da quello basilare di razza, che rappresenta il fondamento biologico e antropologico delle diverse popolazioni umane. Anche l’uomo è un animale, pertanto non è possibile inquadrarlo senza accezione razziale, eziandio perché essa rappresenta una fiera opposizione al sistema-mondo e ai suoi disvalori miranti alla distruzione dell’identità delle vare nazioni, a partire da quelle europee. La razza consiste in quell’insieme di caratteri fisici e genetici che vengono trasmessi ai discendenti e che costituiscono le varie suddivisioni in cui l’umanità si rispecchia; ‘razza’ può anche essere sostituito dal termine ‘subspecies‘, ancor più scientifico, che rimarca la tassonomia dell’essere umano: genere, specie, sottospecie, sottorazza, fenotipo, etnia. Nel nostro caso si parlerà di razza caucasoide/europoide di ramo europide, che riguarda i cosiddetti bianchi, le popolazioni indigene dell’Europa. Secondo i tromboni del politicamente corretto la razza è soltanto un costrutto sociale e culturale: un concetto molto interessante, perché non pensavo che indice cefalico, angolo facciale, punti craniometrici e somatotipo fossero delle astrazioni nazifasciste…

Le razze esistono, e sono nate dalla separazione continentale, dall’adattamento climatico, dalla dieta e dalla selezione sessuale, nonché dall’eredità genetica e antropologica dei vari popoli della terra. Nulla di opinabile o di socioculturale, checché ne dicano gli antirazzisti, che del resto portano avanti una ben precisa agenda volta allo sradicamento e alla liquidazione della biodiversità, per favorire i truci disegni del sistema-mondo e del capitalismo. La scienza non asservita ci parla tranquillamente di diversificazione razziale, e basterebbe non avere ideologiche fette di salame sugli occhi per accorgersene e riconoscere che non esiste alcuna “razza umana”, bensì specie umana suddivisa in varie sottospecie (fondamentalmente 5-6). Razzismo? Nient’affatto, natura. È poi evidente che il concetto di razza possa anche, poeticamente, ammantarsi di peculiarità spirituali, intellettuali, caratteriali, psicologiche perché i popoli del pianeta non sono tutti uguali. Per fortuna, direi. Paradossalmente, il vero odio razziale è di coloro che disprezzano la diversità e vorrebbero annullarla nel meticciato, il tutto per favorire tristemente gli imperialismi antifascisti. Ma la verità non può essere cancellata, ed è per questo che pure l’uomo è caratterizzato razzialmente, con buona pace delle ideologie.

Contro la Nato, tomba della sovranità europea

Il lombardesimo condanna il patto atlantico, la Nato, essendo la tomba della sovranità di ogni vera nazione europea. La Nato è sinonimo di cattività continentale nei confronti degli Stati Uniti, il giogo che vincola l’Europa al carro americano, ingannando peraltro noi europei con il tema dell’alleanza fittizia: non esiste alcuna alleanza tra noi e gli Usa, perché si tratta della nostra completa sudditanza, in favore dei gendarmi del globo e del loro malato unipolarismo. I sostenitori nostrani della Nato vorrebbero farci credere che le cose non stiano in questi termini ma, di fatto, dal 1945, il continente europeo è terra di conquista e occupazione a stelle e strisce.

Gli Usa ci trascinano nei loro conflitti in una posizione del tutto subordinata, il che rafforza l’idea di Occidente a trazione americana: un mondo marcio fondato sugli pseudo-valori consumistici, capitalistici, liberali dove il feticcio di una fasulla libertà viene eretto a moloc che non può finire in discussione. Da teorica alleanza difensiva nei riguardi dell’ex Unione Sovietica, ecco che la Nato ha assunto la dittatoriale portata di una congrega di guerrafondai, naturalmente capeggiati dagli americani e votati alla distruzione dell’Europa tradizionale che ogni identitario ha in mente, e che include la Russia. Perché anche la Russia è Europa, almeno fino agli Urali.

Noi lombardisti siamo a favore del disegno euro-siberiano, ormai è risaputo, e quindi condanniamo senza se e senza ma la fantomatica alleanza atlantica, che è poi il totale servaggio europeo a favore dei padroni statunitensi. La finta civiltà che la Nato vuole preservare è quella rappresentata dal pensiero liberale e liberal, e cioè la liquidazione dei principi identitari e tradizionali su cui si fonda l’Europa, la vecchia fortezza Europa. Tutto viene sottomesso al volere del grande capitale, del mercato, della società dei consumi che è poi quanto si nasconde dietro, ad esempio, le mascherate arcobaleno dei gay pride.

Sangue, suolo e spirito vengono così spazzati via dall’impero del nulla d’oltreoceano che grazie alla Nato, e pure all’Unione Europea, impone la nefasta volontà di Washington a scapito della sovranità europea, naturalmente a casa nostra. Il patto atlantico ci incatena al baraccone statunitense e ci costringe a seguire le guerre degli americani contro altri popoli europei: basti pensare a quanto subì la Serbia, o la stessa Russia. Capiamoci: la critica e la condanna della Nato non significa fedeltà a Mosca, o ad ogni altra realtà multipolare schierata contro gli Usa, ma è logico che il lombardesimo preferisca guardare ad est piuttosto che ad ovest.

Ad est, dove sorge il sole, si staglia la patria delle genti indoeuropee, da cui proviene la nostra vera civiltà. In quelle tormentate steppe fra Ucraina e Russia batte il cuore dell’Urheimat ariana, e non dobbiamo mai dimenticarci delle reali radici d’Europa. Pertanto, né Nato (e quindi Usa e Ue) né Federazione Russa contemporanea, che con la guida di Putin preferisce l’Asia all’Europa, sorvolando sulla natura multietnica e multirazziale dello stato russo. Infatti, la nostra posizione anti-atlantica non è un voler cambiare padrone, bensì un rimettere l’Europa al centro di tutto, un’Europa che include la Russia e che vuole abbracciare l’Euro-Siberia, liberandosi dalla democrazia yankee. Ma, si capisce, ogni popolo deve avere la propria sacrosanta sovranità, perché solo così si può davvero sconfiggere ogni forma di mondialismo.

Popolo

Riconoscendo la Grande Lombardia come una nazione caratterizzata da peculiare identità, non possiamo che parlare del popolo, e cioè dell’insieme di genti lombarde che costituiscono la base d’appoggio fondamentale del concetto di nazione. Un popolo, frutto dell’unione di più popolazioni, consiste in tutta una serie di caratteristiche identitarie, tradizionali, etniche, linguistiche, culturali e antropologiche che ci portano, giustamente, ad argomentare di un’entità coesa al suo interno e contraddistinta da una forte unità comunitaria. Il popolo, pertanto, viene a coincidere con l’etnia, la nazione, la comunità, e l’auspicio lombardista è quello di affrancare la popolazione lombarda inserendola in un quadro etnonazionale che sappia rappresentare al meglio tutti i popoli d’Europa, rigettando gli stati-apparato, come la stessa Repubblica Italiana. Perché è proprio il popolo, dunque la nazione, a legittimare uno stato, non viceversa, ed è logico che senza fondamenta popolari e nazionali qualsiasi ente statuale appaia privo di linfa vitale, mero organismo burocratico dai risvolti tirannici.

E, d’altra parte, si può davvero parlare di popolo quando venga a sussistere quella fondamentale fisionomia identitaria figlia della stratificazione etnica, culturale, linguistica, che anche antropologia e genetica ci dicono scientificamente provata. Se esiste un popolo granlombardo è perché esso condivide dei tratti identitari peculiari che non si ritrovano altrove, assemblati nella maniera originale granlombarda, ed è per questo che il “popolo” italiano dalle Alpi alla Sicilia semplicemente sia artificiale, retorico. La Grande Lombardia – e, in modo speciale, la Lombardia etnica – oppone all’Italia statolatrica un quadro relativamente omogeneo che è prodotto delle vicende storiche delle nostre genti, le cui radici affondano nel passato celtico, gallo-romano, longobardo, tenendo certo in considerazione anche gli apporti minori di altri popoli antichi (minori in senso di unità nazionale, si capisce). E se possiamo, dunque, trattare di popolo cisalpino è grazie alla plurimillenaria famiglia che si pone a fondamento della comunità granlombarda, indispensabile al fine di inquadrare correttamente la genesi di una futura entità politica etnostatuale.

Mai con gli Stati Uniti

Il peggior nemico dell’Europa e della sua civiltà non è la Russia (che è Europa, ricordiamolo), non è la Cina, non è l’islam e nemmeno il comunismo (quello vecchio stampo, beninteso), per quanto possano rendersi esecrabili, bensì l’Occidente, massimamente incarnato dagli Stati Uniti d’America. Per Occidente si indica la decadenza contemporanea fatta di liberalismo e di progressismo, di capitalismo e di consumismo, di relativismo e di antifascismo, con tutto il suo strascico di imbarazzanti teorie liberal finalizzate alla distruzione di identità e tradizione. Oggi tale concetto di Occidente ingloba pure l’Europa modernista che, d’altra parte, è la sciagurata patria di Illuminismo e Rivoluzione francese.

L’America è la padrona dell’Europa ridotta ad Unione Europea, inquadrata anche nella Nato per aggravarne ulteriormente la cattività imperialista. Il continente è di tutti, di conseguenza, fuorché degli europei, e sono proprio gli europei rinnegati, gli americani, a tenere per il guinzaglio l’antica culla della civiltà, oggi ridotta a succursale dell’unipolarismo d’oltreoceano. Noi lombardisti crediamo fortemente nell’accezione tradizionale di Europa e ci addolora constatare come il nostro mondo, un tempo glorioso, sia un cumulo di macerie su cui banchettano i nemici di etnia, nazione e razza, per di più in nome di falsi ideali frutto del grande capitale apolide.

L’abbraccio mortale degli Usa ci ha resi imbelli, succubi, inerti, deboli e asserviti e tutto quello che non sta bene agli Stati Uniti non deve andare bene nemmeno nelle nostre terre. Abbiamo perso l’indipendenza, la sovranità e l’autorità, grazie anche a quella farsa dell’Ue che è caricatura del nostro continente; nemmeno si può parlare di alleanza, con gli americani, nonostante il patto atlantico sia definito tale, proprio perché a tutta evidenza riguarda la cattività europea a vantaggio solamente dei gendarmi del globo. Una fine davvero squallida per l’ex fortezza Europa, un fallimento di tutti noi e soprattutto di chi ci governa, indegnamente.

Per questo il lombardesimo non starà mai dalla parte degli americani, e di questa finta realtà “europea”, anche perché teorizza il progetto euro-siberiano, di una grande famiglia confederale, come già sapete, che dalla Galizia iberica vada a Vladivostok accomunando tutti i popoli e le (vere) nazioni europidi. Sarebbe il degno antidoto ai veleni dell’imperialismo atlanto-americano perché rappresenterebbe l’Europa genuina contro ogni altro dominio che miri alla sudditanza, alla dipendenza e all’impotenza delle nostre genti. Dobbiamo infatti guardare alla culla della civiltà indoeuropea, le steppe eurasiatiche, e rimettere al centro di tutto le nostre radici e i nostri destini, grazie ad una solida visione razzialista.

Con i vincitori dell’ultimo conflitto mondiale, sedicenti “liberatori”, non ci può essere più intesa, pure perché l’America è il trionfo del meticciato, dell’immigrazione, della società multirazziale, del servaggio verso gli intoccabili, ed è il sottoprodotto di quei corpi tossici espulsi dall’Europa secoli fa, sterminatori di nativi amerindi per conto dell’incubo protestante, apripista di ogni disvalore nordico. Meglio sarebbe stato se avessero vinto i Confederati, è chiaro, meglio ancora se nessuno avesse “scoperto” il nuovo mondo, ma oggi dobbiamo fare i conti con un moloc il cui impero del nulla fagocita uomini, donne, nazioni maciullandoli nel tritacarne cosmopolita. Mai con gli Stati Uniti, dunque, per quanto il cameratismo razziale europide di base non sia malvagio, ma il futuro, e la soluzione ad ogni nostro problema, si chiamano Euro-Siberia.

Etnia

La componente identitaria fondamentale dell’etnonazionalismo è, appunto, l’etnia, intesa come insieme di elementi culturali, linguistici, antropologici e biologici che costituiscono il profilo di un popolo, e di una nazione. Nell’ottica lombardista parlare di etnia è, dunque, basilare poiché la Grande Lombardia si edifica sulla fisionomia identitaria, etnica, delle genti cisalpine. L’etnicismo demolisce i nefasti miti del patriottismo di cartapesta all’italiana e del nazionalismo civico alla catalana, facendo comprendere appieno quanto la Lombardia sia una nazione innervata sul dato etnico, che è necessario al fine di poter discutere con raziocinio di autoaffermazione e di indipendenza, e risultare convincenti. L’accezione corrente di etnia è prevalentemente culturale e tradizionale, certo, ma per essere completa ed esaustiva deve contemplare anche il sangue, altrimenti ci si riduce ad uno sterile identitarismo basato su lingua e cultura, o cucina, che accetterebbe senza problemi la fantomatica lombardità di soggetti allogeni. Perciò tutelare la civiltà di un popolo è sacrosanto, ma prima ancora va tutelata la sua componente antropologica e biologica, senza la quale ci si ridurrebbe all’innocuo folclore.

Nel pensiero lombardista la base etnica e nazionale è imprescindibile, ed è il dato di partenza di ogni considerazione in materia di identità. Dietro l’etnia, dunque, è facile cogliere sottorazza e razza, quindi sangue e suolo, da cui lo spirito, la cultura e la civiltà. Se è vero che il sangue senza spirito si trasforma in mero fluido biologico, è ancor più vero che non si può trattare di lombardesimo e lombardità trascurando il discorso völkisch, poiché per noi l’identitarismo deve per forza di cose essere etnico, perciò etnonazionalista, e razzialista. In un mondo vieppiù globalizzato che calpesta l’identità delle vere nazioni, segnatamente europidi, abbiamo il diritto e il dovere di affermare la bontà e la necessità di un perentorio etnicismo, che consideri fondamentale la difesa del sangue, del suolo, dello spirito. Perché senza etnonazionalismo, si capisce, si spalancano le porte al relativismo, e a quel tristissimo fenomeno di assimilazione e inclusività che costituisce il fondamento di ogni scelleratezza egualitaria: ogni popolo del globo ha la propria dignità e merita rispetto, ma se alimenta società multirazziale e meticciato, tramite l’immigrazione, diventa pedina del sistema-mondo.

Euro-Siberia, il grande progetto imperiale

L’ideale collocazione geopolitica dell’Europa, che, ricordiamo, finisce agli Urali comprendendo la Russia etnica, si chiama Euro-Siberia (o Eurosiberia), lo sterminato spazio intercontinentale che unisce la realtà etnonazionale genuinamente europea alla, preziosissima, parte asiatica inglobata e governata dalla Russia. Una grande famiglia razziale e culturale, nonché dominio geopolitico europeo, nell’ottica del contrasto agli altri, aggressivi, potentati del pianeta che rischiano di stritolare la nostra civiltà in nome dell’unipolarismo americano o di un multipolarismo terzomondista volto a privilegiare le realtà extra-europidi. Come lombardisti, invece, ecco che privilegiamo il grande disegno confederale di un’Euro-Siberia dalla Galizia iberica a Vladivostok, per fronteggiare in maniera vittoriosa le sfide che ci attendono e salvare la culla della civiltà, l’Europa, dall’auto-genocidio e dall’estinzione.

L’Euro-Siberia, nel nostro pensiero etnicista, rappresenta uno sterminato consesso “imperiale”, naturalmente confederale, che unisca razionalmente tutte le vere nazioni europee, nel segno di razza, etnia, nazionalità ma anche di cultura, civiltà, dottrina. Oggi appare necessario unire, dove serve, gli sforzi degli europei al fine di creare un consorzio che si riveli fondamentale per quanto concerne la geopolitica, l’economia, l’industria e le infrastrutture, l’energia e lo sfruttamento di risorse e materie prime, quest’ultimo possibile proprio grazie al disegno e al progetto euro-siberiano. Tutti gli europei sono chiamati a farne parte, a patto che si adotti un’ottica confederale e non si ricaschi nelle tentazioni unioniste che hanno dato origine alla sciagurata Unione Europea del Benelux.

Se, infatti, la Ue è un’accozzaglia di stati – nemmeno nazioni – tenuta assieme dal feticcio burocratico, finanziocratico e tecnocratico, e ridotta inevitabilmente a colonia degli Usa e della Nato, l’idea d’Europa lombardista punta alla salvaguardia della nostra civiltà, e di chi l’ha plasmata, possibile soltanto in uno scenario imperiale che costituisca un patto etno-razziale tra tutte le nazioni indigene bianche. Nulla vieta il cameratismo razziale dei bianchi del globo, uniti da vincoli biologici e antropologici, ma è chiaro che non sia affatto utile preservare i rapporti con Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica perché incarnazione di ambiti e prospettive multirazziali del tutto privi di ossatura etnonazionale. L’Eurussia sarebbe realtà intercontinentale, o semplicemente continentale a seconda di come la si veda geograficamente, ma nella piena tutela delle nazioni che la formano.

Il futuro è dunque l’Euro-Siberia, e cioè lo sterminato dominio indigeno dell’elemento razziale europide, possibilmente grazie ad una classe dirigente forgiata nel cuore carolingio, gallo-teutonico, dell’Europa (che comprende anche, quanto la nota Banana blu, la Grande Lombardia), chiamata ad amministrare in prima persona la politica euro-siberiana grazie ad equilibrio, razionalità, sviluppo, tecnologia, giusto progresso in termini scientifici. Questo spazio eurasiatico, benedetto dalla razza europide, rappresenterebbe la dimensione vitale degli europei, un baluardo continentale schierato contro le minacce unipolari e terzomondiste. Chiaramente, la stessa Russia dovrebbe convertirsi all’idea euro-siberiana, lasciando perdere l’ambiguo eurasiatismo alla Dugin, la Federazione multirazziale e multietnica e i sogni imperialistici svuotati di valore völkisch.

Ogni nazione europea, legittimamente, deve ambire alla difesa della propria sacrosanta sovranità (monetaria, identitaria, militare), ma dovrebbe anche aprirsi ad una soluzione eurussa laddove si tratti di autarchia sulle materie prime e di sviluppo in loco dei mezzi di produzione atti alla trasformazione di tali risorse e materie prime. E, oltre a questo, l’Euro-Siberia ci giunge in soccorso per quel che riguarda il necessario e sufficiente peso geopolitico mirato a proteggere l’Europa da tentacoli alieni. Va da sé che molto dipenda dal gigante russo, e proprio per questo è fondamentale che Mosca adotti la visione etnicista in chiave eurasiatica, privilegiando la componente europide dell’identità moscovita. E, allo stesso tempo, è doveroso che i russi rispettino la libertà dei loro vicini, in nome della fratellanza balto-slava (e rus’). Noi lombardisti crediamo nell’Europa, intesa come grande famiglia imperiale, e proprio per tale ragione vogliamo batterci per il progetto euro-siberiano.

Mani orobiche sulla Lega Europa

Ebbene sì: a distanza di 61 anni dall’ultimo, e fino a ieri unico, trofeo vinto dall’Atalanta (la Coppa Italia 1963), ecco che i nerazzurri orobici si portano a casa la coppa della Lega Europa, dopo aver battuto per 3 reti a 0 il Bayer Leverkusen. Un traguardo storico, per il pallone bergamasco, ormai abituato a palcoscenici europei grazie alla gestione di Gian Piero Gasperini, tecnico subalpino di Grugliasco. Per la verità l’Atalanta non è nuova ad esperienze di respiro europeo, pensando soprattutto agli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ma la vera rivoluzione è certamente stata attuata grazie al canuto allenatore ex Genoa, a Bergamo dal 2016. Il calcio è pura futilità ma, come molto altro, sa divenire orgoglio cittadino e vale la pena parlarne. La squadra atalantina, negli ultimi anni, ha ingaggiato svariati giocatori stranieri, anche allogeni (non europidi), e se questo le ha garantito di potersi misurare con società titolate di prestigio internazionale, dall’altra parte ha comportato una de-bergamaschizzazione della rosa, perdendo i connotati di fucina di talenti nostrani (tranne rarissime eccezioni). È il destino di chi vuole giocarsela in Europa, ed essere competitivo, in un panorama calcistico mondializzato che ha in non cale le radici etniche e razziali, preferendo milioni, pubblicità, diritti televisivi.

Infatti, la fresca vittoria in Lega Europa è derivata dalla tripletta di un calciatore negride di etnia yoruba, Ademola Lookman, certo provetto ma ben poco lombardo… Per carità, il trionfo fa piacere, rende orgogliosi, entusiasma e gratifica – soprattutto chi segue l’Atalanta da quando navigava nei bassifondi della massima serie tricolore e della B, e non chi si è scoperto atalantino solo ora -, porta il nome di Bergamo sul tetto sportivo del continente, ma ha un retrogusto amaro e induce romanticamente a rimpiangere le formazioni ben più rustiche degli anni ’90. Personalmente, pur essendo felice per la conquista di questo trofeo, resto dell’idea che l’Atalanta abbia perso la ghiotta occasione di divenire l’Atletico Bilbao cisalpino, dimostrando che si può vincere e convincere anche senza imbarcare forestieri. Probabilmente sono un sognatore ed è per questo che ho nostalgia della Dea che fu, cioè quella della mia giovinezza: di certo meno vincente, e senza palcoscenici internazionali (per quanto l’Italia sia una nazione straniera), ma solidamente ancorata alla terra bergamasca. E il diporto dovrebbe, dopotutto, essere proprio questo, una palestra di fierezza patriottica, preferibilmente in chiave granlombarda.

Le minoranze della Grande Lombardia: una riflessione

Il territorio cisalpino è interessato dalla presenza di diverse minoranze etnolinguistiche, concentrate, fondamentalmente, in ambito prealpino e alpino. Si tratta, procedendo da ovest verso est, di occitani, arpitani, walser, romanci, cimbri, mocheni, ladini, austro-bavari, sloveni, croati, istro-romeni. Si considerano qui, ovviamente, le minoranze storiche, formate da popoli europei, e non le varie forme di recente immigrazione. Allo stesso modo vengono esclusi ebrei e zingari, storicamente attestati nei nostri territori ma di estrazione allogena. Ebbene, vogliamo qui parlare del fenomeno delle minoranze etnolinguistiche storiche, esponendo quello che è il punto di vista del lombardesimo in materia, ben sapendo che c’è del dibattito, su tale questione.

La Grande Lombardia è lo spazio vitale dell’etnia e della nazione lombarda, che chiaramente rappresentano la maggioranza della popolazione. Per etnia lombarda intendiamo, anzitutto, gli indigeni della Lombardia etnica (il bacino padano) e in secondo luogo tutte le altre popolazioni autoctone della Padania, che storicamente possono dirsi lombardi. Fatto ormai ben noto che nel Medioevo l’intera Cisalpina era detta, anche dai forestieri, Lombardia. Abbiamo poi le succitate minoranze etnolinguistiche, che non sono originarie dell’area grande-lombarda bensì il frutto di migrazioni storiche; questo anche perché, globalmente, il panorama cisalpino è geograficamente a sé stante, e i confini naturali sono sacri.

La Grande Lombardia comprende, infatti, tutti i territori che ricadono nel dominio padano-alpino e nord-appenninico, dunque oltre a Insubria, Orobia, Piemonte, Emilia, Romagna, Liguria e Triveneto vanno considerati Nizzardo, Valle d’Aosta, Alto Adige e Venezia Giulia storica irredenta, e altri ambiti minori di cui abbiamo già parlato diverse volte. Le minoranze sono presenti lungo l’arco alpino, le Prealpi e in settori come l’Istria o il bacino dell’Isonzo, e per quanto siano ivi attestate storicamente resta il fatto che le loro radici affondano in ambiti transalpini; per l’appunto, la Cisalpina nasce come dominio gallo-romano e galloromanzo, interessato poi dalla penetrazione longobarda.

Si tratta, insomma, di una realtà romanica occidentale, anello di congiunzione fra Mediterraneo ed Europa centrale, abitata in antico dalla massa delle genti alpine, prealpine, padane e appenniniche romanizzate, i cui avi erano Liguri, Celti, Reti, Veneti, Etruschi. Successivamente, al di là dei superficiali influssi di genti barbariche (Goti, Longobardi, Franchi), in alcune zone della Padania si sono stabiliti popoli alloctoni di origine celto-romanza, germanica, slava originari di aree d’oltralpe, che hanno così messo radici su suolo padano-alpino. Lungi da noi paragonare queste genti agli allogeni veri e propri, ma resta il fatto che anzitutto da un punto di vista geografico e “romano” la Cisalpina tutta sia la dimensione nazionale dei cisalpini.

Capiamoci, parliamo di minoranze del tutto compatibili coi lombardi – slavi esclusi – e infatti saremmo decisamente a favore dell’assimilazione. Occitani e arpitani sono fratelli celto-romanzi; i romanci, con ladini e friulani, sono la versione prisca dei cisalpini; walser, cimbri, mocheni e le varie isole baiuvariche sono certo germanici ma dai forti influssi alpini (celtici e retici); i sud-tirolesi, austro-bavaresi, sono il principale ethnos altoatesino, ma anche nel loro caso si tratta della germanizzazione di genti fortemente alpine. Restano sloveni e croati (a cui andrebbe aggiunta la sparuta minoranza istro-romena, ormai quasi estinta), ed effettivamente, in tal caso, si parla di genti molto diverse dai lombardi. Il lombardesimo propone assimilazione dei popoli compatibili e rimpatrio di quelli non compatibili, suggerendo l’introduzione di nuove “Opzioni”: fedeltà alla Grande Lombardia, e assimilazione, oppure ritorno nella terra dei padri.

La Cisalpina appartiene ai lombardi, ed è pertanto Grande Lombardia, dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone. I gruppi minoritari possono restare, se optano per la piena integrazione e la lenta assimilazione, altrimenti meglio che si ricongiungano alle popolazioni transalpine (che, peraltro, avrebbero davvero bisogno di rinsanguarsi grazie ai propri simili). Al contempo potrebbe anche essere promosso un interessante fenomeno, a mo’ di scambio nel contesto della Rezia cisalpina: spostare i romanci al di qua delle Alpi, essendo il Grigioni in buona parte transalpino, e trasferire oltralpe i sud-tirolesi che rifiutano il progetto grande-lombardo. Anche perché il lombardesimo non è per la cancellazione delle culture alpine non lombarde, ma è naturale che il progetto da seguire sia la lombardizzazione dell’intera Cisalpina.

Spirito

La triade sacrale del lombardesimo è costituita da sangue, suolo, spirito: il sangue del popolo, il suolo patrio, lo spirito inteso come luminoso insieme di caratteristiche culturali e civili peculiari della nazione lombarda. E lo spirito nasce dall’unione di sangue e suolo, proprio perché esso è il frutto storico del sedimentarsi di identità e tradizione, che rappresenta l’ossatura caratteriale e mentale della nostra gente. Come Paolo Sizzi, e come lombardista, non do allo spirito connotazioni religiose o trascendentali, quindi metafisiche; lo spirito non è la parte più elevata e nobile dell’anima (che non esiste, cristianamente parlando) e non è emanazione di un’inesistente divinità: è quell’elemento direi umanistico, nonché poetico e romantico, che contraddistingue un individuo e, soprattutto, una nazione e dunque è qualcosa di collettivo che costituisce l’energia vitale della comunità. Non serve scomodare religione e spiritualità per definire lo spirito lombardista, perché esso è semplicemente la linfa, certo basilare, fonte di cultura, di civiltà, di arte, letteratura, tradizioni, folclore. Può essere pertanto concepito, senza problemi, in termini razionali, materiali, reali, lasciando perdere le divagazioni mitiche e religiose.

Senza spirito, è chiaro, il sangue rischia di restare un mero fluido e il suolo viene devastato dalla barbarie capitalistica. Il sangue stesso viene calpestato perché banalizzato, rimescolato e liquidato come inerte dato biologico, quando invece è il tramite fra noi e i nostri padri. Lo spirito è fondamentale laddove venga inteso come forza vitale che anima l’individuo e la sua comunità nazionale e gli garantisce, perciò, di difendere risolutamente la propria identità. Un’identità che è sangue, cioè etnia e razza, e suolo, cioè patria e territorio, e che passa eziandio per la tradizione incarnata da patriarcato, eterosessualità, endogamia, rispetto degli innati ruoli di maschile e femminile, prole biologica, lotta alle devianze della modernità. Valori e principi che possiamo tranquillamente definire sacri, in quanto inviolabili, ma che non abbisognano di una giustificazione religiosa, essendo la religione – in particolar modo abramitica – un intralcio lungo la strada che conduce alla totale autoaffermazione del popolo lombardo. Alla luce di ciò lo spirito assume i tratti della manifestazione storica e culturale di una civiltà nazionale, romanticamente “invisibile” ma razionalmente tangibile nella concretezza etno-razziale.

Il mondo ladino

La famiglia linguistica ladina può essere interpretata in senso stretto ed in senso largo. In senso stretto indica i ladini, ossia la minoranza romanza stanziata a cavaliere tra Alto Adige, Trentino e Cadore, mentre in senso largo allude all’intera famiglia retoromanza che oltre ai ladini comprende i romanci e i friulani. Il mondo ladino, pertanto, si presta a due differenti interpretazioni, anche se al centro di tutto c’è il particolare statuto di questa realtà etnolinguistica. La famiglia retoromanza riguarda, perciò, gli indigeni neolatini dell’area alpina centro-orientale e l’etnonimo ladino può tranquillamente designarla in senso lato. Oltretutto il termine ‘retoromanzo’ potrebbe prestarsi a diverse ambiguità, come sottolineava il linguista Pellegrini.

Infatti il retoromanzo non ha sostrato retico, cioè nord-etrusco, a dispetto del nome, bensì celtico, come un po’ tutte le parlate della Romània occidentale, a partire naturalmente dalle lingue galloromanze. L’etichetta etnolinguistica suddetta, quindi, ha più che altro valenza territoriale, considerando che il ladino viene parlato nelle terre degli antichi Reti, una popolazione alpina appunto nord-etrusca. Si rischia di ingenerare confusione e di obliare il fatto che, nella tarda antichità e nel Medioevo, l’intera Cisalpina era linguisticamente omogenea, unita dal carattere galloromanzo cisalpino. Tale unità fu spezzata dall’affermarsi del veneziano, nel continente veneto, dall’influenza del toscano che andò a diluire i tratti galloromanzi del gallo-italico e naturalmente dalla presenza di diverse minoranze linguistiche alpine.

In antico sussisteva perciò una relativa omogeneità e la versione prisca del gallo-italico era certamente più galloromanza di oggi. Secondo diversi studiosi le parlate padane dovevano ricordare da molto vicino lo stesso ladino, che oggi ha l’aspetto del fossile e conserva tratti peculiari che nel gallo-italico sono andati perduti. Inoltre la Padania, sino a Medioevo inoltrato, appariva in stretta continuità con la Gallia Transalpina, la Francia, e con la Svizzera romanza tanto da potersi ancora definire Gallia (e, quindi, Gallo-Romània). Ci sono importanti studi in merito, studi che rimarcano l’estraneità del gallo-italico rispetto all’italo-romanzo, e viene dunque spontaneo citare autori come, oltre a Pellegrini, Zamboni, Bec, Pfister, Hull, senza dimenticare Biondelli e Ascoli.

Ancor oggi la Grande Lombardia resta distinta dall’Italia propriamente detta (il centro-sud, con Toscana e Corsica), e non solo per ragioni linguistiche, si capisce. Dal punto di vista della lingua, il gallo-italico appartiene al galloromanzo, nella sua versione cisalpina, e si accosta a franco-provenzale, occitano, francese e catalano. Forse non è galloromanzo propriamente detto, oggi, poiché l’italiano l’ha in parte snaturato e rimodellato (si pensi alla scomparsa del plurale sigmatico e della palatalizzazione di alcuni nessi e tratti latini, conservati in ladino) ma resta sicuramente una sottofamiglia linguistica a sé stante, ben distinta dall’italo-romanzo.

E poi c’è il retoromanzo, molto conservativo perché ha subito punto o poco l’azione livellatrice del toscano (a differenza del veneziano e, dunque, del veneto), che mostra cosa doveva essere l’arcaica unità etnolinguistica padana. Ma il ladino appartiene comunque alla Grande Lombardia, che non è Italia e che dal punto di vista linguistico rientra ancor oggi appieno nel mondo romanzo occidentale, anche per quanto concerne ligure e veneto. Tant’è vero che la presenza delle note vocali turbate in quasi tutto il gallo-italico, assenti invece in ladino, unisce fortemente la Cisalpina alla Transalpina, nel segno dei Celti e dei Germani. E, forse, tali vocali anteriori arrotondate vanno associate più a Longobardi e Franchi che ai Celti. Ma ne riparleremo. In conclusione, il retoromanzo inerisce al mondo grande-lombardo, ne è parte integrante, e in questo senso anche i romanci appartengono alla Cisalpina, se non geograficamente di certo etnicamente.