Opinioni impopolari sul Veneto

Il lombardesimo ha in non cale il venetismo, e cioè una forma di regionalismo e campanilismo che spezza la sacrosanta unità della Grande Lombardia, e dunque della Cisalpina. Il venetismo, come ogni altro particolarismo, è divisivo, sterile, micro-sciovinistico e serve sicuramente più a Roma che a Milano (e, direi, pure a Venezia), avendo così gioco facile nell’opera di disgregazione della comunità nazionale padano-alpina. Esiste senza dubbio un popolo veneto, figlio dei Paleoveneti, ma troppo spesso ci si dimentica che, al pari delle altre aree granlombarde, esso ha elementi identitari preindoeuropei (reto-euganei), celtici e germanici, specialmente longobardi. Diciamocela tutta: il concetto di ‘Veneto’ è qualcosa di moderno, certo modellato sull’idioma di quelle terre, ma alquanto banale e parziale, pensando al profilo identitario della Grande Lombardia orientale.

Esatto, anche il Triveneto ricade nel contesto grande-lombardo, poiché in antico la Lombardia (storica) includeva pure le Venezie. Erano (e sono) lombardi a Verona, Padova, Treviso, come a Milano, Bergamo, Brescia, in quanto sovrapposizione della Langobardia Maior alla Gallia Cisalpina. La Lombardia è la continuazione della Longobardia, ma anche l’erede della Gallia al di qua delle Alpi, e il Veneto non fa eccezione. Il regionalismo venetico ha ridotto ad una farsa l’identitarismo, fossilizzandosi sulla Serenissima; realtà politica, del passato, di tutto rispetto, ma espressione, comunque sia, della talassocrazia mercantile, fortemente proiettata nel Mediterraneo orientale.

La Repubblica di San Marco non aveva collante etnico e non era, dunque, frutto di una nazione, anche perché l’unica nazione presente in Padania è la Lombardia storica, che ingloba l’intero “nord” (e non solo). E parlando eziandio di lingua c’è da dire che il veneto moderno, fondamentalmente modellato sul veneziano, ha interrotto l’antica unità linguistica alpino-padana, separando il gallo-italico dal retoromanzo che, un tempo, erano pressoché la stessa cosa. Il Veneto continentale medesimo aveva parlate diverse, rispetto alla loquela di Venezia, molto più prossime di oggi al lombardo, in senso stretto e in senso largo, per via del sostrato celtico e del superstrato longobardo, presenti pure ad est.

Ma, oltretutto, cos’è il Veneto moderno se non il prodotto dell’unione della Marca di Verona con quella di Treviso, con una pennellata “serenissima” recata dal cuore pulsante veneziano? Lo stesso Leone di San Marco è un simbolo veneziano, non veneto, poiché le restanti città venete continentali si riconoscono nei classici scudi crociati lombardi. E la Lega Lombarda si spingeva nel fulcro continentale di ciò che oggi è la Regione Veneto. Venezia è un’anomalia di retaggio bizantino; una città chiaramente densa di storia e di gloria ma espressione marginale della lombardità. Anzi, per certi versi il capoluogo non può essere considerato lombardo. Le lagune esulano dal contesto schiettamente padano, quasi un mondo a sé stante in cui si respira un’atmosfera particolare.

Il Venetorum angulus è parte integrante della Grande Lombardia, e il suo territorio ricade nel progetto lombardista. Ma, nell’ottica del lombardesimo, non può esserci più spazio per una regione veneta: al suo posto le entità cantonali blandamente federate alle restanti cisalpine, in nome dell’unità nazionale lombarda. Un discorso, questo, che vale anche per Insubria, Orobia, Piemonte, Emilia, Romagna, Liguria, Trentino, Friuli e la Venezia Giulia storica, segno che il nostro non è accanimento venetofobo. Noi rispettiamo i veneti, intesi come genti orientali dall’identità venetica, celtica, longobarda (ma anche reto-ligure, gallo-romana, gotica). Discorso diverso per il venetismo e per ogni altra nostalgia marciana che è utile soltanto a seminare zizzania tra cisalpini, occultando la vera ed unica nazione subalpina: la Lombardia.

Chi è lombardo?

Il lombardesimo è una dottrina che ha particolarmente a cuore, chiaramente, l’identità lombarda, tanto da giungere a definire chi, effettivamente, può dirsi lombardo. Vi sono due scuole di pensiero, per così dire, all’interno dell’ideologia lombardista, una sizziana e una seconda fatta propria dal movimento Grande Lombardia e che appare più moderata rispetto alla prima. Secondo i criteri di Paolo Sizzi, è lombardo chi ha almeno i 4 nonni biologici, ovviamente europidi, cognominati alla lombarda e la cui residenza in Lombardia risalga almeno al 1900. Secondo quelli di Grande Lombardia, comunque assai affini ai sizziani, è lombardo chi ha almeno 2/4 famigliari cisalpini e altri 2/4 europei, presentando aspetto genetico pienamente bianco.

Sizzi si concentra maggiormente sull’aspetto squisitamente padano-alpino, lasciando intendere che il soggetto non deve avere origini esotiche, pensando soprattutto a popolazioni europee periferiche (come i sud-italiani) ma prima ancora agli allogeni veri e propri, che con l’Europa non hanno nulla a che vedere. In tale ottica possono essere tollerabili blandi apporti di genti compatibili con i lombardi, e in questo senso la mente corre a quelle alpine, francesi, tedesche centromeridionali e nord-italiane (vale a dire corsi e toscani). Escludiamo dal novero le genti incompatibili, come per l’appunto gli stessi ausonici. Va da sé che qui non si parli di razzismo o discriminazione, ma semplicemente di compatibilità, data da elementi biologici, antropologici, culturali. La dignità dell’essere umano non è messa in forse.

Il “problema” delle popolazioni europee più periferiche è quello di avere contributi genetici esotici, anche recenti, che andrebbero a diluire l’aspetto genomico schiettamente europide. Ma si tratterebbe anche di ragioni culturali, linguistiche, antropologiche, e cioè di un etnicismo – rispettoso, ad ogni modo, della genetica – mirato alla preservazione della schiatta alpino-padana, oggi dissanguata dalla meridionalizzazione (in senso italiano) e dal contributo di alloctoni provenienti da ogni dove, anche e soprattutto da aree extraeuropee. Abbiamo il diritto e il dovere di conservare il sangue lombardo e l’etnia lombarda, così come la civiltà nostrana; questo discorso viene sempre fatto per le popolazioni del sud del mondo, ma perché non dovrebbe valere anche per noi? O forse i lombardi e gli europei sono meno meritevoli di tutela e autodifesa etnica?

Vi è poi il pensiero ufficiale di Grande Lombardia, associazione vicinissima a Sizzi, che ha un’impronta certamente più pragmatica e realista, e più razzialista che etnicista. Secondo il movimento, come dicevamo poco sopra, può essere considerato lombardo chi ha almeno un legame di 2/4 con la Padania e, dunque, almeno un genitore lombardo; l’altro genitore, tuttavia, deve essere geneticamente europeo, facendo comunque trasparire che non tutte le popolazioni europee possano essere considerate alla stessa stregua, visto che ne esistono di periferiche (come l’Italia meridionale) il cui statuto antropogenetico è per certi versi ibrido. Lo ius sanguinis, insomma, deve coniugarsi allo ius soli, possibilmente in chiave lombarda, ma ci potrebbero anche stare delle sfumature tollerabili, frutto dei tempi che stiamo vivendo.

Grande Lombardia ha una visuale più moderata, tenendo soprattutto conto della situazione dell’Europa occidentale, che fra immigrazione e abbandono del tradizionalismo (con particolare riguardo alla condizione della donna contemporanea) presenta un quadro drammatico che compromette, spesso e volentieri, la possibilità di una scelta endogamica al 100%. Pertanto, in tal senso, la cosa basilare è conservare almeno metà del patrimonio lombardo, senza comunque sperperarlo con unioni per davvero miste. Tutto ciò perché la definizione della lombardità va di pari passo con la necessità della riproduzione tra simili, in una Cisalpina sommersa dagli allogeni, soprattutto sud-italiani, e priva quasi del tutto di coscienza patriottica panlombarda. Ma pure razziale.

Il conflitto russo-ucraino e la sconfitta dell’Europa

La guerra è sempre una tragedia e non può venire concepita come una partita di calcio, dove chi non è coinvolto parteggia per l’uno o per l’altro dei contendenti, comodamente seduto in poltrona. La tentazione contraddistingue tutti gli “italiani”, che si dividono in fautori di Putin o in tifosi di Zelensky, ovviamente con riferimento alle ostilità d’Ucraina, principiate nel febbraio di due anni fa. Ma è meglio lasciar perdere le partigianerie, per concentrarsi su ciò che davvero rappresenta il conflitto tra Russie, vale a dire una sonora sconfitta per l’Europa e la sua civiltà. Una civiltà che, certo, si è costruita anche grazie alle guerre ma che nel 2024 dovrebbe riconsiderare la fratellanza tra europidi, nel solco del disegno euro-siberiano, che il lombardesimo ha molto a cuore.

I contemporanei conflitti fra popoli assai simili e compatibili, come russi e ucraini (membri della medesima famiglia rus’, slava orientale e steppica, assieme alla Bielorussia), non fanno il bene dell’Europa, bensì dei suoi nemici. Il sangue bianco che scorre a fiumi è il fallimento del progetto imperiale eurusso, che chiaramente contempla la Russia moscovita come parte integrante dell’Europa e della sua opera di civilizzazione. I russi sono europei, quanto ucraini e bielorussi, e per certi versi esiste una sola Russia, sino agli Urali, che affratella Mosca, Kiev e Minsk: un’unica grande nazione, che comunque sia abbisogna di una razionale suddivisione.

La guerra contrappone, dunque, due realtà similari, parlando del fulcro etnico; tuttavia, c’è da dire che la Federazione Russa comprende anche minoranze non europidi, il che comporta perdere di vista la natura schiettamente etnica del contesto moscovita. Lo si vede, del resto, anche in Ucraina, dove l’esercito russo manda in prima linea la carne da macello mongola e caucasica (buriati e iacuti nel primo caso, ceceni e daghestani nel secondo), peraltro responsabile di atrocità contro la popolazione indigena ucraina. E questo, certamente, depone a sfavore della Russia putiniana, che ha in non cale etnia e razza al punto di vedere nemici nei simili ruteni e amici nelle minoranze di quello sterminato impero che fa capo a Mosca.

Le responsabilità della guerra, ad ogni modo, non sono soltanto russe, poiché anche Kiev ha la sua colpevolezza. Una colpevolezza che riguarda il potere concentrato nelle mani della minoranza ebraica governativa, assieme al filo-americanismo e al filo-atlantismo, che hanno gettato l’Ucraina in pasto all’Occidente dei soliti noti, e quindi al sanguinoso conflitto. Vanno anche considerate le angherie esercitate sui territori più orientali dell’Ucraina ai danni dei russofoni, le quali rientrano nel perdurante conflitto del Donbass, cominciato nel 2014. Se dietro Kiev non ci fossero gli Usa e la Nato, con annessi e connessi, la solidarietà verso l’Ucraina sarebbe del tutto comprensibile, ma le cose stanno purtroppo diversamente. Fermo restando che la gente di quel Paese, al di là dei palazzi del potere, non ha colpe e vede i propri figli mandati al macello sulle ali della propaganda occidentale, in una guerra votata al logoramento e alla sconfitta, o alla stagnazione permanente.

Oltretutto, il settore più orientale dell’Ucraina, con la Crimea, è assai affine alla Russia, mentre la componente genuinamente rutena è rappresentata da aree come Galizia, Podolia, Polesia e Volinia, le più occidentali, che si proiettano verso l’area polacca e mitteleuropea. Ma, come lombardisti, non siamo per una spartizione dell’Ucraina moderna, che in quanto nazione indipendente può sussistere, al pari della stessa Bielorussia e della Russia moscovita. Siamo dalla parte del popolo inerme, che subisce le atrocità del conflitto, ma non abbiamo nessuna simpatia per la ciurma di Zelensky (considerando chi l’appoggia e da chi è composta). E in questo senso anche buona parte del nazionalismo ucraino, purtroppo, è compromesso, poiché, come sempre, il neonazismo strisciante è un pupazzo manovrato da chi dice di combattere. A parole, appunto.

Pensieri sulla Russia

La stretta attualità bellica, circa il conflitto Russia-Ucraina, impone una doverosa riflessione sulla Russia stessa, per come viene inquadrata nell’ottica lombardista. Siamo, ovviamente, lontani anni luce dalla considerazione che l’Occidente ha dell’Orso euro-siberiano, ma ciò non significa nemmeno glorificare senza se e senza ma la Federazione Russa governata da Putin. Abbiamo dunque un punto di vista critico, per quanto chiaramente smarcato dal pensiero comune occidentale, fermo restando che la Russia appartiene indubbiamente al dominio europeo, quantomeno sino agli Urali. C’è però da dire che la nazione russa, più che una nazione, sia effettivamente un impero, con tutti i difetti e le magagne che riguardano un’entità “imperiale”.

I russi sono europei, ovviamente ci riferiamo ai russi etnici non rimescolati. Sono strettamente apparentati con le altre Russie: la Russia Bianca (Bielorussia) e la Piccola Russia (Ucraina/Rutenia). Esiste dunque una realtà etnoculturale russa, in senso allargato, che riguarda tutti coloro che possono dirsi eredi della Rus’ medievale e che, chiaramente, appartengono alla sfera della Slavia orientale. Come lombardisti riconosciamo l’esistenza delle Russie ma siamo per un’ovvia suddivisione nazionale: Russia moscovita, Russia ucraina, Russia di Minsk. E il rispetto delle relative nazionalità è fondamentale, perché condanniamo quelle ammucchiate che comportano l’oblio dell’identità etnoculturale e nazionale. Probabilmente la Russia putiniana ha in non cale questi aspetti, e in effetti si proietta più verso oriente che verso occidente, ignorando, se non calpestando, i vincoli di sangue.

Ma questa situazione è anche il frutto della geopolitica unipolare americana. Putin, per sfuggire al cappio dell’imperialismo americano, che a suo tempo condannò uno Eltsin, cerca nel multipolarismo un’opzione che dia voce e spazio agli altri grandi potentati del mondo, complice anche l’Europa ridotta ad Unione Europea e a terra occupata da Usa e Nato. È chiaro, ed è sotto gli occhi di tutti: a Vladimir poco importa della razza europide e delle sue etnie e nazionalità, essendo la Russia quasi condannata a quella mentalità a suo modo imperialista che già fu dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica.

Ma noi dobbiamo ragionare diversamente, pur non condividendo le velenose balle russofobe diffuse e alimentate dai mortali nemici di Mosca. Noi lombardisti crediamo fortemente nell’Euro-Siberia, che naturalmente includa la Russia ma che, finalmente, sia votata, come confederazione continentale di genti bianche, alla preservazione, alla salvaguardia e all’autoaffermazione delle vere nazioni europee, tra cui la Lombardia. Niente più unipolarismo a guida statunitense, e al contempo niente più multipolarismo che vituperi l’essenza razziale dei popoli, andando così involontariamente (?) ad accrescere un patetico antifascismo che confonde il nazionalsocialismo con il neonazismo d’accatto.

Putin è certamente un gigante attorniato da nanerottoli (i governanti occidentali), ma la sua Russia non è la miglior Russia possibile, e lo si dica senza strizzare l’occhio alla propaganda euro-atlanto-americana. La miglior nazione moscovita possibile è quella che contribuisca alla causa euro-siberiana, promuovendo un salutare cameratismo europide volto all’affermazione, anche biologica, della nostra civiltà. Una civiltà che esclude il degrado d’oltreoceano, confermandosi altamente tradizionalista, ma anche il multiculturalismo e il multietnicismo (a tratti con sfumature financo razziali) dell’attuale Federazione Russa. Siamo per l’Euro-Siberia, non per l’Eurasia – concetto inevitabilmente multirazziale – e in questo senso le minoranze non europidi non vengono contemplate. Forse è utopico, ma Mosca dovrebbe abbracciare tale progetto, riscoprendosi Europa e parte fondamentale della nostra stessa civilizzazione.

Israele-Palestina: uno sguardo lombardista

Se non fosse che le vicende israelo-palestinesi abbiano ovvie ricadute anche sul mondo europeo, potremmo ampiamente disdegnare le semitiche beghe tra giudei e arabi di Palestina. Purtroppo non è così, in un mondo vieppiù globalizzato ed interconnesso, e per tale ragione il lombardesimo deve occuparsene, esprimendo il proprio punto di vista. Le vicissitudini mediorientali in questione si trascinano ormai da più di mezzo secolo, senza accennare ad una soluzione tra le parti; gli arabi vogliono che Israele scompaia, e gli ebrei che spariscano i palestinesi, lasciando spazio al Grande Israele auspicato dai guerrafondai stellati. Nel mezzo un’Europa, ridotta ad Unione Europea, succube degli intoccabili e della loro propaganda, e così gli Stati Uniti, che sono i principali fiancheggiatori e finanziatori dell’entità sionista.

Gli altri grandi potentati del globo, come Russia e Cina, strizzano l’occhio alla Palestina in chiave anti-occidentale, ma è questo soprattutto il caso dell’Iran, strenuo difensore delle genti arabe e islamiche oppresse dall’imperialismo sionista, nonché patrono della causa sciita di Hezbollah. L’Europa, ricattata dai giudei, è completamente incapace di avere un punto di vista critico circa i fatti di Palestina, e finisce per accodarsi al padrone statunitense. E c’è da dire che il giochino funziona grazie alla strumentalizzazione israeliana di fatti di ormai 80 anni fa.

E proprio gli ebrei sono coloro che dovrebbero fare i conti con la propria storia, mettendosi in discussione, poiché dimostrano di non avere imparato nulla dalle loro peripezie. Oggi schiacciano gli arabi di Palestina sotto il peso della macchina militare israeliana, mettendo a ferro e fuoco Gaza, tormentando la Cisgiordania e Gerusalemme Est con le colonie ebraiche, provocando altri stati arabi con una condotta militarista che si interseca con il terrorismo. Troppo facile vedere il terrore nelle organizzazioni paramilitari dei loro cugini semitici, perché sarebbe ora di comprendere come sia proprio Sion ad esercitare terrorismo nei confronti di un popolo inerme.

Noi lombardisti siamo solidali nei confronti dei palestinesi, ma non in virtù di un terzomondismo pezzente che simpatizza per i diseredati. Infatti, osteggiamo il sionismo laddove si faccia occupazione statuale e militare di territori tradizionalmente arabi, ma per il resto non siamo affatto contrari alla presenza israelitica nel Medio Oriente: gli ebrei, signori, non sono europei, vengono dalla Palestina e dintorni. Pertanto preferiamo che le genti ebraiche si trasferiscano laggiù (o negli Usa), essendo pesci fuor d’acqua nel contesto europeo. Non siamo dunque contigui alle posizioni antifasciste. I sinistrorsi sono pro Palestina per le solite questioni, mentre noi supportiamo la causa palestinese perché contraria allo strapotere ebraico.

Ma, chiariamo un punto fondamentale: non vogliamo uno stato palestinese, accanto ad uno stato israeliano, perché non crediamo nella favoletta dei due stati per due popoli; vogliamo una Grande Siria alauita e sciita, fraternamente sostenuta dall’Iran, che inglobi, oltre alla Siria, le restanti aree etnicamente e storicamente siriane come Libano, Iraq, Giordania e Palestina. Uno stato palestinese sarebbe ridicolo perché non esiste una nazione palestinese: esiste una nazione grande-siriana, di cui la Palestina è giusto una regione. Israele cesserebbe, chiaramente, di esistere poiché usurpatore di territori siriani, ma gli ebrei possono tranquillamente starsene in “Terra santa”, anzi, andrebbero incentivati a lasciare l’Europa per riabbracciare la culla dei loro padri.

Quale Russia, per un’Europa identitaria?

Aleksej Navalny, noto oppositore politico di Putin, è morto nella colonia penale artica in cui era detenuto. L’Occidente è immediatamente partito all’attacco del presidente russo, accusandolo di aver commissionato un omicidio, mentre Mosca smentisce riconducendo la morte a cause naturali. In passato Navalny si è reso protagonista di episodi facilmente inquadrabili nell’orbita del neonazismo e, come tutti i neonazisti (parodia, cioè, del nazionalsocialismo originale), soprattutto dell’Europa orientale, è stato foraggiato e manovrato dagli Stati Uniti e dall’imperialismo euro-atlantico. Davvero singolare la schizofrenia occidentale, di fronte alla fenomenologia dell’estrema destra, cosiddetta: se in Occidente i neonazisti vengono perseguiti, condannati e incarcerati, in Oriente vengono mossi come burattini, in funzione antirussa, dunque protetti, coccolati, glorificati. Proprio come è accaduto e sta accadendo a Navalny, fresco di morte strumentalizzata e pronto per la canonizzazione, in ottica democratica. Uno come lui, nell’Europa occidentale, verrebbe appeso per i piedi (ricordiamoci di Norimberga), anche se, leggendo le sue note biografiche, emergono pruriginosi particolari di taglio liberaleggiante, come l’appoggio per i “matrimoni” omosessuali.

Credo che la Russia di Putin non sia la miglior Russia possibile; Vladimir ha un’ottica fin troppo eurasiatica, sebbene frutto dell’ostilità occidentale, che lo porta a snobbare il fulcro europide della nazione moscovita, obliando l’identitarismo bianco e l’idea di un’Euro-Siberia restituita ai popoli europei indigeni. Sicuramente Putin ha in non cale la coscienza razziale, l’opposizione al semitismo, l’etnonazionalismo, i valori völkisch, ma d’altra parte la Federazione Russa è un impero, più che una nazione compatta. L’Occidente, in confronto a Mosca, è ben poca cosa, e il presidente russo giganteggia nei riguardi dello stuolo di nanerottoli politici sfornati dalle nazioni (si fa per dire) “democratiche”. Il vero nemico dell’Europa non è certo Putin: la nostra nemesi è l’unipolarismo americano, che riduce il continente a scendiletto del padrone statunitense. Il rischio di un abbattimento del capo moscovita, dunque, pensando anche alle vicende belliche russo-ucraine, di cui avremo modo di parlare, è quello di consegnare la Russia alla decadenza Usa, come ai tempi di Eltsin. Detto ciò, sarebbe auspicabile che la nazione russa, nel suo cuore europeo sino agli Urali, si riscoprisse bianca e di retaggio indoeuropeo, promuovendo una solida coscienza identitaria in chiave anche biologica e, così, il progetto euro-siberiano. Mantenendo, comunque sia, con fierezza l’ostilità nei confronti del ciarpame all’americana.

Grande Siria, l’unica soluzione

La diuturna questione israelo-palestinese, da mesi nuovamente deflagrata in tutta la sua distruttiva potenza, tiene ovviamente banco nell’attualità e nelle notizie dal mondo, anche per via dell’inguaribile sudditanza occidentale nei confronti dello Stato ebraico. Israele, o meglio, l’entità sionista, sta schiacciando sotto i cingoli del proprio esercito l’inerme popolo arabo-palestinese di Gaza, in uno scontro impari tra una scheggia impazzita d’Occidente, conficcata nel cuore del Levante, e una popolazione del terzo mondo, completamente in balia dell’occupante giudaico. La flebile scusa del terrorismo, accampata da Tel Aviv, non regge, poiché non esiste paragone tra le forze dispiegate in campo dagli israeliani e la resistenza palestinese. Oltretutto, è opinabile parlare di terrorismo: che forse gli ebrei di Palestina non rappresentino una forza militarista che esercita terrorismo, colpendo indiscriminatamente i palestinesi? Credo che l’Europa debba rivedere i propri criteri, relativamente al terrorismo e al patriottismo, essendo il primo incarnato da Gerusalemme, mentre il secondo da una Palestina condannata al brutale pugno di ferro di chi viene incessantemente foraggiato dal mondo capitalistico.

E che dire dei giudei? Un popolo che non ha imparato nulla dalla propria storia, con cui dovrebbe più spesso fare i conti, che esercita sproporzionata violenza su torme di diseredati, dimentico di tutte le sue peripezie millenarie. E che, nonostante questo, si permette di fare del moralismo spicciolo nei confronti di noi europei, ricattati con vicende di 80 anni fa, divenute il pretesto di tutti gli scempi a cui assistiamo da mesi, anzi, decenni. Personalmente non credo nella soluzione dei due stati per due popoli: Israele è e sarà sempre fuori luogo, una presenza ingombrante ed insostenibile che, giustamente, i palestinesi rifiutano; d’altro canto, non condivido l’idea dello Stato palestinese, poiché la Palestina è semplicemente una provincia siriana, al pari di Libano, Giordania, Iraq. Non sono contrario allo stanziamento ebraico nel Medio Oriente, anche perché è da lì che gli israeliti provengono. Sono contrario all’esistenza dell’entità sionista, dato che il territorio israeliano, che è sempre Palestina, appartiene a Damasco. Perciò, gli ebrei non sono affatto pesci fuor d’acqua laggiù, a differenza degli scenari europei. Certo, si tratterebbe di saper convivere, ma i giudei sono un’isola nel mare arabo, e dovrebbero accettare la potestà della Grande Siria alauita.

Per l’indipendenza della Grande Lombardia

Qualcuno mi chiedeva un commento circa il primo sì all’autonomia differenziata, recentemente passato al Senato; si attende ora il voto alla Camera. E, già qui, stiamo parlando di apparati dell’entità italiana. L’ennesima trovata propagandistica della Lega, dopo secessione, devolution, federalismo solidale, sembra riscuotere successo anche presso alcuni indipendentisti lombardi, che vedono in essa un tentativo di disgregazione della compagine tricolore, forse dimentichi dei trascorsi “padani”. Ben sapendo che ogni iniziativa volta a fiaccare – seriamente – il nazionalismo e l’unionismo italiani va accolta positivamente, resta però il fatto che la Lega (ex) Nord è membro di un governo capeggiato dalla destra italianista, che farebbe di tutto per ostacolare un razionale identitarismo cisalpino. Ma, allo stesso tempo, la medesima Lega a trazione salviniana ha in non cale il nazionalismo etnico panlombardo, digiuna com’è di principi völkisch, e forse ci si scorda che il declino leghista comincia proprio col secessionista (a parole) Bossi. Mica col “capitano”, che è stata la logica conseguenza dei fallimenti del genio di Cassano Magnago. Non è la prima volta che via Bellerio propone soluzioni volte al decentramento, ma al di là del loro successo o meno sorge un interrogativo: i leghisti hanno a cuore l’identità nazionale padano-alpina o soltanto i danari? La sensazione è che nemmeno sappiano dove stia di casa la prima, zavorrati come sono di retorica patriottarda da Libro Cuore.

L’autonomia riguarda le regioni create da Roma, come la stessa “Lombardia”, e cioè vuoti contenitori privi di vera connotazione etnoculturale, non a caso targati tricolore. Qui bisogna capire che non abbiamo bisogno di autonomismi, regionalismi, campanilismi che spezzano l’unità etnonazionale della Grande Lombardia – peraltro motivati, appunto, da questioni fiscali – bensì di coesione, unione, spirito comunitario che vadano oltre il dato economico, per quanto importante. Non esistono regioni settentrionali (nord di cosa, oltretutto?), esiste la Lombardia etnica e storica, che abbraccia l’intera Padania. I pannicelli caldi leghisti li lascio a chi ormai, da decenni, è parte integrante del sistema italiano e delle sue disfunzioni, perché la Lega è ascaro di quello che simpaticamente chiamo fascio-terronismo. Non aspettatevi nulla di buono da chi, per sopravvivere, ha imparato il mestiere del romanissimo voltagabbana, perché sarà sempre schierato con il mortale avversario della libertà cisalpina. L’autonomia differenziata sarà anche un colpo al centralismo italico, che tanto irrita i progressisti e i patrioti ausonici (ma, dopotutto, è il solito teatrino alla romana), ma alla (vera) Lombardia serve ben altro, e solo il lombardesimo può assicurarglielo. Che poi, il problema non è il centralismo romano: è Roma, e dunque l’Italia. Vera identità, vera tradizione, vero nazionalismo in nome delle nostre radici e dei nostri padri, di questo abbisogniamo. Ché del regionalismo tricolore, dei baracconi politico-amministrativi plasmati da Roma, del cialtronesco autonomismo governativo il lombardista non sa che farsene.

50) No alla droga

Lotta spietata, soprattutto a livello culturale, contro il commercio e lo spaccio delle droghe di qualsiasi tipo. Far capire ai giovani che l’effimero stato di euforia ha ripercussioni devastanti sulla loro salute, causando al contempo l’arricchimento di criminali senza scrupoli, è fondamentale. Sempre in ottica di tutela del benessere individuale e collettivo, predisposizione di forti incentivi contro il tabagismo. Responsabilizzazione sul consumo di alcol: le bevande alcoliche sono parte della nostra cultura (la coltivazione della vite ha anche plasmato il nostro paesaggio) e non sono problematiche se consumate moderatamente, ma l’abuso va assolutamente evitato. La questione relativa al contrasto di commercio, spaccio e consumo di droga è un dovere legale e morale che lo Stato deve assumersi, sia per sradicare questa piaga criminale che per educare i giovani, indirizzandoli lungo la retta via. Ma noi lombardisti siamo contrari anche al fumo, un pessimo vizio che corrompe l’uomo, in tutti i sensi, e al consumo di cibo spazzatura: l’uno e l’altro sono pure fonte inesauribile di guadagno da parte di lobby e multinazionali.

La nostra lotta alla perversione non riguarda soltanto le sostanze: infatti, siamo altresì ostili alla prostituzione e alla pornografia, così come all’ipersessualizzazione della società, e dunque al vizio che distorce e snatura il sesso portando i giovani e le giovani alla rovina (anche in questo caso a tutto vantaggio di cricche poco raccomandabili). La condanna lombardista verte, soprattutto, sui sordidi intrecci del commercio carnale con la delinquenza, e basti pensare, in tal senso, alla tratta sessuale di donne allogene e alla pedo-pornografia. C’è anche da dire che l’erotizzazione, senza per forza di cose andare a parare nella criminalità, produce effetti riprovevoli e deleteri in termini di mercimonio del corpo femminile – ancorché, sovente, del tutto voluto dalle ragazze, come novella moda virtuale – e di corruzione dei costumi da parte di ambo i sessi. È necessario dunque riscoprire comportamenti virtuosi, il che non significa bigotti e sessuofobici, che destinino l’intimità alla cornice delle relazioni sane tra uomo e donna, pensando anche alla necessità di rinsanguare l’esausta fertilità padano-alpina. Superfluo dire che parliamo di tutto questo in chiave eterosessuale; tutto il resto, in quanto devianza, non può essere contemplato.

49) Eugenetica

Consentire l’adozione spontanea di alcune piccole misure eugenetiche a fini preventivi (si sottolinei, preventivi) e terapeutici. Non esistono vite degne o indegne di essere vissute, biologicamente parlando, ma i comportamenti responsabili volti al benessere della comunità sono servigio di carattere sociale e patriottico. Occorre rivalutare la riapertura dei manicomi (anche criminali) o di altri istituti specifici per gestire soggetti problematici, asociali, inabili, onde evitare ricadute che impattino sull’armonia della collettività nazionale. Siamo possibilisti, inoltre, di fronte ad aborto ed eutanasia, qualora intrapresi per il bene soprattutto comunitario. Un’altra emergenza da gestire, sebbene non riguardi la Lombardia direttamente (ma indirettamente, dati i flussi migratori massicci, sicuramente sì), è quella relativa al tasso di fertilità del sud del pianeta, che ha raggiunto livelli insostenibili: urge, pertanto, una perentoria politica di controllo delle nascite, anche per tutelare l’ambiente medesimo. La natalità esorbitante del terzo/quarto mondo è una vera e propria bomba demografica, che va disinnescata il prima possibile, date le ricadute negative sulla stessa Europa, approdo di una marea di disperati. Oltretutto, lo ribadiamo: l’immigrazione di massa non risolve problemi, li crea, pure agli stessi migranti, e di fronte alla miseria imperante non sarebbe il caso di riprodursi senza posa.

Tornando all’eugenetica – termine, mi rendo conto, che può ingenerare spiacevoli fraintendimenti -, c’è da dire che il lombardesimo non vuole assolutamente misure drastiche e amorali, o coatte, ci mancherebbe, ma soltanto atteggiamenti responsabili dei futuri genitori, di fronte all’opportunità di accurati controlli volti alla salute della progenie. Chiaramente parliamo di adozione spontanea, per quanto caldeggiata, il che significa che una coppia può tranquillamente decidere, ad esempio, di dare alla luce un figlio handicappato, pur sapendo che la donna porta in grembo un feto disabile, o deforme. È un argomento estremamente delicato, e non vogliamo certo entrare a gamba tesa in decisioni che, peraltro, non ci riguarderebbero (da un punto di vista esterno). Ma, allo stesso tempo, non vediamo nulla di male nel promuovere – in maniera naturale – una coscienza patriottica che punti all’integrità preventiva della stirpe, anche perché l’invalidità è una condizione dolorosa, per i malati e i famigliari. Il malato non è la malattia ma, bando all’ipocrisia, sappiamo bene quanta sofferenza comporti una vita resa ostica da handicap. Una cosa, tuttavia, deve essere chiara: massimo rispetto e comprensione per i disabili, anche per quanto concerne il supporto delle famiglie e netta condanna di ogni forma di disprezzo e discriminazione. Chi ha la fortuna di essere sano e abile deve essere grato all’esistenza, e questo equivale a servire, con l’esempio, la propria comunità.