19) Lotta alla globalizzazione

La globalizzazione si sta rivelando un disastro per il pianeta, a tutto vantaggio delle tasche di pochissimi pescecani. Per limitare lo spreco inutile di preziose risorse bisogna tornare verso una produzione di filiera domestica della maggior parte delle merci, in un’ottica di economia circolare. A questo proposito, ribadiamo la nostra ferma convinzione circa la necessità di un etnostato presidenziale e sovrano che sappia essere dirigista, protezionista, autarchico, corporativista, animato dal socialismo nazionale e dalla sua propaggine etnico-culturale: il comunitarismo. La lotta contro lo status quo mondialista va portata sino in fondo, e le ingerenze straniere negli affari nazionali della Grande Lombardia vanno azzerate. Non è solo una questione ideologica, ma anche scientifica: la ragione umana e il metodo scientifico sono i migliori strumenti per ottenere una conoscenza e una comprensione della realtà fisica più oggettive possibile (razionalismo), osservando e analizzando la natura per cercare di coglierne maggiormente i meccanismi di funzionamento ed edificare così quella che è la nostra Weltanschauung.

L’opposizione alla globalizzazione, dunque, è dettata da ciò che noi chiamiamo etno-razionalismo, vale a dire il binomio tra etnonazionalismo völkisch e razionalismo (etnonazionalismo razionale, insomma), e questo perché non solo l’ideologia ma anche l’approccio scientifico ci inducono a contrastare le derive mondialiste, che vorrebbero portare ad un unico Stato globale sotto forma di sterminata multinazionale politica. Questo ordine di cose è ostile alla natura, e dunque allo stesso concetto – positivo – di umanità, poiché la globalizzazione a lungo andare porterà il pianeta terra al collasso, e in parte lo ha già fatto. Del resto, il mondialismo non è solo internazionalizzazione, esportazione di “valori” occidentali, tirannia del grande capitale apolide, imposizione di usi e costumi americani in nome di una libertà di cartapesta buona soltanto per rimpinzare l’epa del consumismo e del materialismo, industrializzazione selvaggia (con tutte le sue ricadute): è anche la globalizzazione delle nefaste idee collegate all’antifascismo, all’antirazzismo, al laicismo e all’anarco-individualismo, e cioè a quanto calpesta sangue, suolo, spirito creando quei tentacolari mostri inquinati, sovrappopolati, cementificati, multirazziali e appestati da criminalità e degrado che sono le metropoli statunitensi ed europee.

18) Irredentismo granlombardo

A seguito di diverse vicissitudini storiche, purtroppo alcuni dei territori granlombardi sono oggigiorno sotto il governo di entità straniere (fermo restando che anche la Repubblica Italiana è un’entità straniera, si capisce). Per tale ragione è necessario lavorare affinché vengano restituite alla loro madrepatria le seguenti terre: Moncenisio, Valle Stretta, Monginevro, Nizzardo, Briga e Tenda (sotto la Repubblica Francese), che ricadono nell’ambito piemontese e ligure; Montecarlo (MC), areale ligure; Sempione, Canton Ticino, Mesolcina, Val Bregaglia, Val Poschiavo, Val Monastero (sotto la Confederazione Elvetica), che fanno parte del dominio insubrico, orobico e tirolese primigenio, cioè retico cisalpino; Goriziano, Litorale, Carso, parte della Carniola interna (sotto la Repubblica di Slovenia), che ricadono nell’ambito giuliano così come Istria, Fiume e Quarnaro (sotto la Repubblica di Croazia); San Marino (RSM). Sono tutti territori geograficamente cisalpini, anzitutto, parte integrante del quadro padano-alpino che va dal fiume Varo al Monte Nevoso e dal San Gottardo al fiume Misa.

Hanno, inoltre, un carattere etnico primigenio granlombardo, anche se in taluni casi quasi del tutto sommerso dall’elemento etnico più recente. Sul versante occidentale, il dato ligure (o piemontese) si mescola con quello arpitano e, soprattutto, occitanico, subendo altresì la francesizzazione; sul versante centrale, persiste l’elemento indigeno insubrico-orobico, così come quello romancio (che, a ben vedere, appartiene etnolinguisticamente alla Cisalpina, anche se in parte distribuito su territori transalpini); infine, sull’orientale, elementi friulani e veneti sopravvivono alla pressione, che ormai è predominanza, dell’elemento slavo, contando soprattutto sul venetismo coloniale, e sullo sparuto idioma istrioto. San Marino è, ovviamente, un frammento di Romagna, per quanto indipendente, e ad essa va ricongiunto. Queste terre appartengono, oggi, a potentati stranieri, ma la madrepatria granlombarda non se la passa meglio, essendo sotto la Repubblica Italiana, espressione statuale di una nazione inesistente. Quindi l’irredentismo granlombardo, e panlombardo, deve anzitutto passare per la liberazione del grosso della Grande Lombardia, per poi puntare ad un’azione diplomatica che riporti i territori summenzionati nella sfera nazionale e politica cisalpina.

17) Uscita dalla Nato

Con la fine della guerra fredda, la Nato è passata da teorica alleanza difensiva contro il blocco sovietico a palese strumento di azione aggressiva dell’imperialismo americano, in Europa e in Medio Oriente. Per giunta, la grottesca giustificazione di questa banda di guerrafondai è quella di voler esportare la libertà, tentando goffamente di nascondere sotto al tappeto le evidenti malefatte dell’organizzazione atlantista. Bisogna dunque uscire dallo sciagurato Patto Atlantico, che del resto è al servizio di un unico padrone, quello americano, e riportare il controllo delle basi militari su suolo lombardo a favore delle forze armate granlombarde. L’occupante statunitense va cacciato, assieme al suo ascaro italico, e la sovranità militare sulla Grande Lombardia va restituita ai legittimi proprietari di questa terra, che sono i lombardi. I “nazionalisti” tricolori ritengono che l’indipendenza della Lombardia sia un favore al mondialismo e alle organizzazioni sovranazionali; peccato che sia proprio la loro Italietta ad essere pedina di Usa, Nato, Ue, in quanto stato-apparato di matrice giacobino-massonica che di nazionale non ha alcunché.

La Nato è espressione dell’Occidente a trazione yankee, e di tutti i suoi disvalori. Il “mondo libero” di cui parlano non è altro che una società pervertita e degenerata animata dall’ossessione per il denaro, il consumo, il progresso e lo sviluppo – quindi per il capitalismo – in cui i popoli sono schiavi dell’affarismo e dell’alta finanza, e privati della vera sovranità nazionale. Il concetto di libertà euro-atlantico è soltanto una patetica menzogna frutto dello sfrenato individualismo all’americana, poiché le nazioni europee occidentali non sono affatto libere. I padroni dell’Europa ridotta ad Unione Europea si inventano, di volta in volta, dei nemici che incarnerebbero il peggio del pianeta, e questo solamente perché fieri avversari del marasma variopinto, tenuto assieme dal feticcio del grande capitale, che viene rappresentato dalla società occidentale. Oggi come ieri il “mostro” è la Russia, e l’attualità ci illustra alla perfezione la campagna d’odio mossa dagli atlantisti contro Mosca. Ma noi lombardisti sappiamo bene dove e a chi guardare, per il nostro futuro geopolitico, e questo qualcuno non si trova oltreoceano: la nostra vocazione è l’Euro-Siberia, e la Russia ne è parte fondamentale.

16) Europa dei popoli

Sarebbe auspicabile una riforma dell’Unione Europea che la trasformi da mera accozzaglia di Stati autoreferenti, gravitanti attorno a Francia e Germania contemporanee, a vera e propria confederazione di popoli, di vere nazioni, che possano collaborare tra di loro per difendersi dalle ingerenze esterne e affrontare le sfide poste dagli altri continenti. Nel caso ciò non sia possibile – ed è estremamente probabile che non lo sia – meglio abbandonare senz’altro la Ue piuttosto che rimanere pedine al servizio dei tecnocrati di Bruxelles. Il lombardesimo crede nell’Europa come grande famiglia di genti europidi, non come ammucchiata di entità senza nazione tenute assieme dall’idolatria per l’alta finanza, e dal culto per le fantomatiche radici illuministe del nostro continente. In questo senso guardiamo alla Russia, non oltreoceano, perché anch’essa parte dell’Europa (almeno fino agli Urali), e perché imprescindibile alleato al fine di dare vita ad un formidabile consorzio imperiale euro-siberiano che inglobi tutta la Federazione Russa. Naturalmente Mosca deve abbandonare la visione asiatista e concentrarsi sulla razza bianca, sentendosi appieno Europa. Va altresì detto che la Lombardia etnonazionalista deve farsi promotrice di questo salutare cameratismo razziale, badando anzitutto alla sua dimensione naturale, che riguarda le realtà dell’arco alpino.

La Grande Lombardia, ad ogni modo, ha il dovere di uscire da ogni ente sovranazionale mondialista e da qualsiasi organo cosmopolitico nemico della sovranità popolare ed economica delle nazioni europee, a partire da Ue, Nato, Onu. Contestualmente, i lombardi devono espellere banche internazionali, multinazionali e lobby, abbandonando oltretutto il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La Lombardia è parte del cuore dell’Europa, e cioè dell’ambito continentale celto-germanico (o gallo-teutonico), nonché terminale meridionale della cosiddetta Banana blu¹; questo fulcro, anche etno-razziale, europeo ricorda l’Europa carolingia e il Sacro Romano Impero e va da sé che abbia tutte le carte in regola per costituire la classe dirigente, il cervello, dell’Euro-Siberia. Il baraccone blu-stellato del Benelux va sostituito da una confederazione di popoli che si regga sulla civiltà imperiale del nostro continente, sui valori immortali di identità e tradizione, sulla sacrale triade di sangue-suolo-spirito. Lo spazio euro-siberiano sarebbe, così, una sterminata famiglia europide (la subspecies è sempre fondamentale) avente il necessario peso geopolitico e la basilare autarchia sulle materie prime e sui componenti per le tecnologie di produzione dell’energia.

¹ Per chi non lo sapesse, dorsale di sviluppo demografico ed economico dell’Europa occidentale, in gergo giornalistico.

15) Bandiera, stemma e inno

Adozione delle Croci padano-alpine (Sangiorgio e Sangiovanni), unite allo Swastika camuno, quale bandiera nazionale e del Ducale visconteo (Biscione e Aquila imperiale) quale stemma nazionale. Per i pregevoli richiami alla nostra patria, l’inno migliore per la Grande Lombardia è il brano O Signore, dal tetto natio, tratto dall’opera I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi, ovviamente tradotto in milanese classico volgare emendato. La simbologia lombardista offre spunti molto interessanti per poter rappresentare al meglio la nostra nazione, e il suo Stato, lasciandosi così alle spalle il piattume astorico e anti-identitario italiano. I simboli lombardi sono potentissimi e meritano la giusta riscoperta e valorizzazione, senza inventarsi a tavolino soluzioni prive di ragione, storia e identità. La Croce di San Giorgio, emblema guelfo, simboleggia la secolare anima comunale delle Lombardie, nonché la Lega Lombarda e città di primissimo piano quali la capitale Milano, Genova, Bologna, Padova e molte altre; la Croce di San Giovanni Battista, simbolo ghibellino, incarna icasticamente il prestigio imperiale, ed è insegna di altrettante città quali la capitale morale Pavia, Como, Novara, Lugano e così via.

Le Croci granlombarde sono un tipico esempio di simbologia e vessillologia cisalpine, unite al classico cromatismo nostrano bianco-rosso, perché insegna di una moltitudine di comuni padani. Ad esse uniremmo più che volentieri il citato Swastika camuno, simbolo del lombardesimo, in quanto riflesso delle nostre radici indoeuropee, basato su plurimillenari petroglifi della Val Camonica. Il Ducale visconteo è, invece, il miglior stemma perché unisce le due identità storiche granlombarde, nazionale ed imperiale (cioè europea, segnatamente gallo-teutonica, centrale), riecheggiando il potentato milanese dei Visconti e la dimensione del Sacro Romano Impero, cui la Lombardia ha sempre appartenuto. Il Biscione è emblema etnico del popolo lombardo, e deve assumere dimensione panlombarda. Ci sarebbero altri simboli gloriosi da citare: la Scrofa semilanuta insubrica, il Sole delle Alpi celto-ligure (e anche longobardo), il Leone di San Marco e poi tutti gli altri vessilli e stemmi locali, rivestiti di splendente concretezza e antichità e preferibili a qualsiasi trovata alla tricolore. E per quanto concerne l’inno nazionale, lasciateci dire che il capolavoro del Verdi menzionato sarebbe la soluzione ideale, migliore anche del Va, pensiero, che sa un po’ troppo di giudaismo.

14) Affrancamento linguistico della Grande Lombardia

Tutte le lingue parlate nella Grande Lombardia meritano adeguata tutela e promozione su base locale ma, per semplificare la comunicazione e la burocrazia tra tutti i granlombardi, la soluzione migliore a livello nazionale è eleggere il milanese classico volgare emendato a lingua ufficiale della nostra nazione, per via della sua purezza e della vicinanza all’archetipo padano. No a esperanto in tredicesimi, koinè senza storia, caos dialettale e minestroni multilinguistici alla svizzera (cioè di una patria inesistente). Ne consegue una de-italianizzazione linguistica della Grande Lombardia, attuata mediante il graduale abbandono del fiorentino letterario (l’italiano) e il recupero di ortografia, vocabolario, nomi, cognomi, toponimi originali, nel quadro di una rinnovata lombardizzazione del territorio nazionale. Scuola e università, a supporto di famiglia e comunità, avranno il compito di educare i giovani lombardi all’amore per le lingue della Lombardia, e all’apprendimento del meneghino, assieme alla riscoperta della nostra cultura e della nostra letteratura. L’ipotesi della koinè potrebbe essere valutata soltanto se fondata sul milanese classico volgare emendato, e animata da una spontanea presa di coscienza dei lombardofoni, come progetto di rivitalizzazione della lingua lombarda.

Capiamoci: ad oggi non esiste una lingua lombarda¹, bensì una famiglia linguistica lombarda, che è il gallo-italico, formata dalle diverse lingue lombarde (soprattutto come manifestazione culturale e spirituale della Lombardia etnica). Un tempo esisteva un’unità linguistica lombarda, popolare, che accomunava tutte le contrade padano-alpine, poi spezzata dall’affermarsi, sul continente, del veneziano e dalla diluizione toscaneggiante dei volgari cisalpini, fenomeni che hanno isolato il ladino (romancio, ladino in senso stretto, friulano). Il milanese è il principe degli idiomi lombardi, grazie alla natura linguistica centrale ed incontaminata dell’insubrico e, naturalmente, grazie al prestigio degli autori meneghini, alla codificazione e alla copiosa letteratura. È, insomma, la miglior espressione del mondo galloromanzo cisalpino, detto con il massimo rispetto per gli altri parlari: restante insubrico, orobico, emiliano, piemontese, romagnolo (la famiglia gallo-italica), ma anche ligure, veneto, retoromanzo. Ribadiamo che tutti gli idiomi cisalpini sono degni di salvaguardia ed impiego a livello locale, cantonale, ma serve unità, pure per quanto concerne la loquela, ed è per questo che noi lombardisti optiamo per la favella ambrosiana, assurta al rango di lombardo ufficiale.

¹ Nel Medioevo è esistita una koinè lombarda, padana, ma come volgare illustre, detto anche semplicemente scripta.

13) Suddivisione politica della Grande Lombardia

Per agevolare le esigenze dei territori è opportuna la suddivisione della Lombardia in entità amministrative superiori, quali i cantoni, e inferiori, quali i comuni. I cantoni sarebbero, a loro volta, suddivisi in distretti, con dei capoluoghi (tra cui, il principale, sarebbe quello cantonale). Mentre i cantoni rappresentano territori omogenei a livello geografico, etnico e linguistico – e aggiungerei, dunque, storico – i comuni rappresentano città o insiemi di paesi rurali accomunati da stesse necessità di gestione. No a cantoni-città di 10.000 abitanti e a comuni da 200 abitanti. Ricordiamo che la capitale amministrativa, economica e linguistica della Grande Lombardia sarebbe Milano, quella morale Pavia, e aggiungiamo che la suddivisione politica della nazione lombarda consterebbe di 14 cantoni della Lombardia etnica a cui ne vanno aggiunti altri 15 del restante territorio cisalpino, raggruppati in 9 regioni create per meri fini statistici e demografici. Le regioni in questione sarebbero: Transpadana occidentale (Insubria), Transpadana orientale (Orobia), Subalpina (Piemonte), Cispadana (Emilia fino al Panaro), Romagna, Liguria, Veneto, Rezia cisalpina (il Tirolo storico), Carnia e Istria.

La capitale (e capoluogo dell’omonimo cantone) Milano, ovviamente, necessita di palingenesi, rappresentata da una massiccia opera di ri-lombardizzazione. Gli altri capoluoghi cantonali dovrebbero essere i seguenti: per l’Insubria, oltre a Milano, Como, Novara, Locarno; per l’Orobia Brescia, Bergamo, Cremona, Sondrio; per il Piemonte Torino, Cuneo, Alessandria; per l’Emilia Parma, Modena, Piacenza; per la Romagna Bologna, Ravenna, Rimini; per la Liguria Genova, Nizza; per il Veneto Venezia, Vicenza, Verona, Belluno; per il Tirolo storico Trento e Bolzano; per Carnia e Istria Trieste, Gorizia, Udine, Pordenone. Questi capoluoghi rappresentano altrettanti distretti, e sotto di sé ne hanno altri ancora, sicché i territori cantonali sono un insieme di città e paesi coesi da storia, identità cittadina e contadina (dunque comunale), lingua, geografia, cultura ed etnia. Siamo nettamente contrari al mantenimento di regioni e province all’italiana, perché spezzettano il continuum granlombardo/cisalpino e dissipano così l’orgoglio nazionale, fomentando sciocchi egoismi campanilistici, e cioè i regionalismi. Allo stesso modo, condanna di statuti speciali e autonomie regionali: la suddivisione cantonale sarebbe uno strumento blandamente federale, ma la nazione è solo una.

12) Forma di governo

Il futuro Stato granlombardo assumerebbe la forma di una Repubblica presidenziale, blandamente federale, fondata sui principi dell’etnonazionalismo, del socialismo nazionale e del comunitarismo. Capitale naturale, come abbiamo già visto, Milano, da secoli fulcro politico, economico, culturale e linguistico della Grande Lombardia, grazie anche alla propria centralità. Siamo, dunque, a favore di un etnostato lombardo, che eriga la sacra triade identitaria sangue, suolo, spirito a guida indiscussa della nazione. Al contempo, prendiamo le distanze dal modello federalista alla svizzera, dall’autonomismo (a colpi di statuti speciali) e dal regionalismo, poiché indebolirebbero la coscienza patriottica dei lombardi, che formano un’unica patria, ancorché distinta in tre forme di lombardità: etnica, etnolinguistica/culturale, storica. Non ci può essere spazio, nel progetto lombardista, per beghe campanilistiche e sterili orgogli micro-sciovinistici, pertanto dobbiamo puntare tutto sul nazionalismo etnico lombardo e sul comunitarismo, e cioè sullo spirito identitario e tradizionalista delle genti padano-alpine, accomunate da origini, etnia e destini. Lo Stato lombardo andrebbe a rappresentare la nazione lombarda, che è una sola.

È unica, e deve essere unita, forte e coesa, prima ancora di costruire un’entità statuale animata dall’identità etnoculturale panlombarda. Le sfide indipendentiste, infatti, si vincono uniti, non divisi da zuffe regionali, e deve essere chiaro a tutti i lombardi che la vera Lombardia è quella storica, la Grande Lombardia. Certo, il suo cuore è il bacino padano, la Lombardia etnica, ma tutti i popoli cisalpini possono dirsi lombardi e parte di un unico, grande gruppo patrio, dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone. La Grande Lombardia è una, scusate il gioco di parole, grande famiglia di genti accomunate dalle medesime radici cisalpine; per tale motivo la nazione ha bisogno di un solo Stato, non di decine di inutili staterelli, sul modello di quelli preunitari. Nessuno vuole negare il salutare orgoglio storico alle comunità padane, ancorché basato su meri apparati burocratici, non su nazioni, epperò la coscienza panlombarda va difesa e promossa, per riunire i lombardi sotto le comuni insegne patriottiche. Un blando federalismo cantonale, cioè macro-provinciale e rispettoso del passato comunale, è accettabile, ma attenti bene al decentramento, in un contesto tutto sommato omogeneo, e geograficamente ben definito: il rischio è quello di fomentare sciocchi egoismi e di disgregare la solidarietà comunitaria che unisce le Lombardie.

11) Indipendenza della Grande Lombardia

La Grande Lombardia ha pieno diritto di avere la sua sovranità, da raggiungersi con tutti i mezzi leciti possibili: sono infatti le nazioni, intese come comunità di persone unite da etnia, lingua, cultura e storia, a legittimare gli Stati, non viceversa. La lotta per l’indipendenza dei lombardi è dunque sacrosanta e andrebbe preceduta dalla creazione di una “macroregione” amministrativa (che in realtà è la nazione lombarda medesima) che associ ogni popolo lombardo alla battaglia per l’autoaffermazione della Lombardia etnica, e cioè del cuore della nostra patria. Sovente, gli statolatri tricolori si appellano all’art. 5 della loro amata Costituzione («La Repubblica è una e indivisibile») per delegittimare ogni possibile rivendicazione etnonazionalista e indipendentista di popoli che italiani etnici non sono, dimenticandosi come la stessa sia subordinata nei confronti del diritto internazionale (art. 10). Dato che l’Italia ha ratificato almeno tre trattati internazionali che affermano esplicitamente come «i popoli hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno» (Atto finale della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, tit. A, art. 8), la richiesta di autodeterminazione granlombarda è perfettamente lecita, oltre che sensata.

Questo sia detto non per incensare il sistema globale che fagocita l’Italietta repubblicana, ma per fustigare chi si appella alla Costituzione, quando gli fa comodo, scordandosi del diritto all’autodecisione che spetta ad ogni vera nazione. Ed è questo il caso della Lombardia, che oltretutto non è Italia. Il punto di partenza, infatti, è sempre l’identità: non il danaro, le tasse e i servizi – per quanto importanti – ma l’aspetto etnoculturale che separa nettamente i lombardi dagli italiani. Del resto, la ricchezza lombarda è frutto della storia lombarda, e quindi della mentalità etnica e del lavoro padano-alpina. Il lombardesimo reclama, da sempre, il razionale diritto all’autoaffermazione dei granlombardi perché non sono Italia, per tutta una serie di motivi, già affrontati o che affronteremo, riassumibili, fondamentalmente, nella questione etnica e nazionale. E se la Grande Lombardia non è considerabile come Italia ha tutte le ragioni e le motivazioni immaginabili per battersi per la propria indipendenza. E dunque per avere un pieno riconoscimento della propria identità nazionale, che passa anche per sovranità e autorità. Poi, naturalmente, vengono le questioni fiscali, sicuramente importanti, che d’altra parte vengono solleticate anche dal malgoverno italiano. Ma il sangue viene prima dell’oro, e per tale motivo la Lombardia deve lottare per la libertà, e l’unità, di tutte le genti cisalpine, anzitutto rivolgendo sguardo e pensiero ai destini etnici e nazionali dei lombardi.

10) Religione

Piena libertà di professione di fede religiosa, purché il culto praticato non rappresenti una minaccia alla sicurezza e alla stabilità della nazione. Questo vale anche per i molti che si credono atei, salvo venerare il feticcio del progresso e prostrarsi di fronte al dogma dell’universalismo, rivelandosi ben peggiori di qualsivoglia bigotto. Riteniamo, ad ogni modo, che debba essere il popolo lombardo stesso a scegliersi una propria via spirituale, con la possibilità, naturalmente, di optare individualmente per agnosticismo o ateismo (a patto che quest’ultimo non diventi il fanatismo liberal e scientista che troppe volte è); il credo scelto, comunque sia, deve essere compatibile con il percorso di autodeterminazione che conduce all’indipendenza e all’etnostato, poiché la religione non deve mettere i bastoni fra le ruote alla politica e all’ideologia. Pensiamo che le questioni religiose e spirituali siano secondarie, essendo la nostra priorità la realizzazione etnica e nazionale della Grande Lombardia. Tuttavia, non assecondiamo certi deliri empi, soprattutto anticristiani, perché finiscono per fare il gioco del demone mondialista.

Per motivi storici e culturali, uno speciale riconoscimento va al cattolicesimo apostolico di rito latino (romano e, soprattutto, ambrosiano), senza disdegnare l’ipotesi di una Chiesa nazionale lombarda che la faccia finita con la Roma contemporanea, fagocitata dalle derive scatenate dal Concilio Vaticano II. Alla luce di ciò, nessun rapporto col papa e il Vaticano, fintanto che laggiù non disconoscano lo sciagurato prodotto del duo orobico-bresciano Roncalli-Montini. È interessante ricordare come il rito ambrosiano, un tempo molto più esteso, in ambito padano, di quanto lo sia oggi (arcidiocesi di Milano), sia espressione del cristianesimo latino occidentale di forte sostrato gallico, accomunato in questo al rito ispano-gallicano e, dunque, alla più ampia liturgia di origine celtica, diffusa in quei territori che mostrano una forte eredità spirituale di tale tipo. La futura Repubblica Lombarda potrebbe anche riconoscere ufficialmente il cattolicesimo ambrosiano come religione nazionale, tollerando – per ragioni identitarie – la rinascenza gentile indigena di marca preromana, gallo-romana e germanica. Messa al bando, invece, di tutti gli altri culti, soprattutto se ampiamente praticati da allogeni, assieme a tutta la paccottiglia new age.