L’immigrazione, soprattutto di massa, è sempre sbagliata, sia che si tratti di scandinavi, sia che si tratti di sub-sahariani. Certo, vi saranno popoli più compatibili di altri, ma ogni spostamento massiccio di popolazioni implica la distruzione del tessuto etno-razziale e culturale originario della nazione costretta ad accogliere. Nella Cisalpina è successo, appunto, anzitutto coi sud-italiani, che hanno aperto le danze e costituiscono senza dubbio il più nutrito elemento allogeno nei territori padano-alpini, arrivando poi a registrare l’afflusso di genti variopinte: negridi, nordafricani, albanesi, romeni, cinesi, sudamericani, arabi, asiatici.
A questi, e a molti altri, vanno sommati gli ebrei e gli zingari, allogeni storici del territorio europeo, che rappresentano comunità nelle comunità , contribuendo a disgregare il carattere indigeno dei Paesi europidi. Certo, l’immigrato più problematico è quello integrato, mimetizzato (si prendano i sud-italiani, dilagati nella valle del Po e rimescolatisi con gli indigeni), e la responsabilità degli autoctoni è sicuramente decisiva, specie considerando la violazione dell’endogamia. Le comunità chiuse di migranti, pensiamo ad esempio ai cinesi, non hanno una portata esiziale come quella di altri allogeni, per quanto, si capisce, costituiscano anch’esse un corpo estraneo, in terra granlombarda ed europea.
L’immigrazione viene fomentata, e giustificata, da quel parassitismo locale che sfrutta gli allogeni per il proprio tornaconto, in barba ai destini del popolo indigeno, che subisce il peso degli esodi. Invece di aiutare le genti sottosviluppate a casa propria, soprattutto per frenarne i selvaggi ritmi riproduttivi e disinnescarne la bomba demografica, si preferisce spalancare le porte a chicchessia con la scusa della solidarietà , della pietà cristiana, dell’umanitarismo e del terzomondismo, senza comprendere – o forse comprendendolo perfettamente – che così facendo non si risolvono i problemi di chi migra, ma si aumentano drammaticamente quelli di chi accoglie. Come se non ci fossero poveri, infelici ed emarginati nostrani, chiaramente liquidati per far posto a quelli esotici.
Inutile fare gli ipocriti benpensanti: gli immigrati alimentano inevitabilmente la criminalità , il degrado, il disagio, i casi di cronaca, le carceri, la sostituzione etnica e razziale dei vecchi e costosi europei. Sono la materia prima dello sfruttamento, l’esercito di riserva del grande capitale apolide, la massa amorfa ghettizzata da quelli bravi e buoni pronta ad esplodere e conquistare città e paesi lombardi, sempre che non l’abbia già fatto. A chi irride coloro che parlano di sostituzione etnica, ricordo sempre la questione sud-italiana, di gente venuta da un Paese straniero che ha preso il posto degli indigeni – ovvio, anche per colpa di quest’ultimi – nei loro centri e che, oltretutto, viene usata da Roma per controllare la Cisalpina. Ed è proprio questa l’assurdità della situazione nostrana (e di altri luoghi d’Europa), e cioè una nazione mai stata colonialista oggi ridotta a colonia di disparati gruppi etnici e razziali, a partire dagli italiani.
I Longobardi, gli “uomini dalle lunghe barbe”, già Vinnili (“i combattenti vittoriosi”), si stanziarono dunque in Lombardia e le tramandarono il nome.
Questo non fa di noi dei germanici, si capisce, bensì dei gallo-romani germanizzati in superficie, europei sudoccidentali con influenze centrali, dunque europei centromeridionali.
I Longobardi hanno corroborato, dove più e dove meno, la toponomastica, l’onomastica, gli usi e costumi, il diritto, gli idiomi, la mentalità e naturalmente l’etnia, ma tutto sommato in maniera contenuta.
Grazie ad essi in Lombardia sorsero il complesso di Castelseprio e il monastero di San Salvatore a Brescia, capolavori dell’arte longobarda oggi patrimonio dell’umanità (sebbene non serva certo l’Unesco per ritenerli tali). Anche la Corona Ferrea conservata a Monza è un gioiello dell’arte altomedievale, simbolo cisalpino prestato ad una dubbia italianità di cartapesta. Ricordiamo, naturalmente, l’importante lascito nordico in territorio friulano, pure in termini artistici.
Vengono convenzionalmente chiamati “barbari” ma l’appellativo è ingiusto; sebbene popolo straniero invasore, inizialmente duro conquistatore e padrone, col tempo i Longobardi assorbirono la cultura classica e la latinità fondendosi con gli autoctoni e guidando la nazione, assieme alla Toscana. L’eredità germanica in genere e longobarda nello specifico si mantenne viva segnatamente grazie ai nobili, anche se un apporto biologico e antropologico è ancor oggi riscontrabile in tutti i lombardi. E il Regno longobardo raggiunse un grado di civiltà unico, nel panorama dell’Europa occidentale del tempo.
La Lombardia divenne grande con Agilulfo e Teodolinda, e poi con Rotari (il sovrano dell’Editto del 643), Grimoaldo, Pertarito, Liutprando (con cui il regno giunse all’apogeo, annettendo i due ducati centromeridionali di Spoleto e Benevento), per quanto ormai la nostra terra fosse quasi del tutto cattolicizzata; nella battaglia di Cornate d’Adda, 689, il re cattolico Cuniperto e l’esercito sconfissero la fronda ariana del duca di Trento Alachis e dei rivoltosi dell’Austria longobarda, spianando così la strada alla conversione cattolica di tutti i Longobardi, certamente un fatale passo verso la Roma papalina.
Liutprando, il più grande sovrano longobardo, sostenendo il cattolicesimo a spada tratta spinse anche per la fusione definitiva dell’elemento longobardo con quello romanico, cosa che prima non era vista di buon occhio dai conquistatori, fautori di una rigida endogamia [1].
Con Ratchis e Astolfo l’epopea longobarda giunse ormai quasi al termine, nonostante il valore soprattutto dell’ultimo, fiero avversario della Chiesa, di Bisanzio e dei Franchi.
La Langobardia Maior aveva via via conquistato tutta la Val Padana, la Liguria, l’Emilia estrema, parte della Romagna, e i Longobardi si erano spinti nell’Italia etnica sconfiggendo ripetutamente i Bizantini, accaparrandosi territori italici, e ricongiungendosi alla riottosa Langobardia Minor meridionale.
I maneggi tra pontifici e Franchi segnarono il destino del regno dei Longobardi, ma non dei Longobardi che, di fatto, anche con i Franchi, continuarono a tenere ben salde le redini del comando territoriale, fondendosi sempre più con i vecchi autoctoni gallo-romani e mantenendo una certa autonomia dirigenziale.
Grazie a Pipino, che sconfisse per primo i Longobardi rompendo i buoni rapporti che intercorrevano con essi in quel momento storico, nacque lo Stato della Chiesa (756), e nel 773-774 scoppiò la fatale guerra tra i due popoli germanici che portò al tracollo del regno sotto Desiderio e suo figlio Adelchi; nel 774 i Franchi conquistarono Pavia e Carlo Magno, secondo vincitore dei Longobardi, divenne “gratia Dei rex Francorum et Langobardorum“. Egli riorganizzò l’entità statuale longobarda con conti al posto dei duchi, collocati nelle città già sedi di ducati.
Nel 776 fallì la ribellione anti-franca nella Padania orientale e la regalità longobarda si spostò così nel centrosud, a Spoleto, Benevento, Capua e Salerno.
Ciò nonostante il grosso dei Longobardi rimase al “nord”, la classe dirigente si mantenne longobarda e il diritto longobardo rimase in vigore sino a ‘400 inoltrato, in taluni casi, chiaro segno che l’etnia indigena non aveva perso e si era armonicamente fusa con i “vinti” di un tempo, gallo-romani, portando a compimento l’etnogenesi subalpina. Non dimentichiamoci però che i Longobardi influirono discretamente anche in Toscana e più a sud, in alcune località soprattutto del Sannio, sebbene nel meridione non siano state trovate necropoli di quel popolo.
Nel 781 Carlo Magno riconfermò a Pavia la dignità di sede centrale del Regno italico (o meglio, del Regno longobardo non più sovrano che assunse il nome di Regnum Italiae, fondamentalmente Padania e Toscana, già Langobardia Maior) ponendo sul trono suo figlio Pipino I. Successivamente, il potentato passò a Lotario, figlio di Ludovico il Pio, nuovo imperatore dopo il padre Carlo Magno, che lo strappò a Bernardo, figlio di Pipino I.
Le vicende franche prima ed imperiali poi, portarono alla calata in Lombardia di alcuni gruppi di immigrati teutischi tra cui, oltre ai Franchi, vanno ricordati Svevi, Alemanni, Bavari, stranieri che andarono a rimpolpare la nobiltà , più che il popolo.
Nell’888, in seguito allo sfaldamento dell’Impero carolingio, Berengario, marchese del Friuli, divenne il primo dei reucci italici, che battagliarono per il possesso dell’attuale nord della Repubblica Italiana. Di fatto, il Regno d’Italia, era un’entità vassalla dei transalpini, con un nome che rievocava fasti romani ma senza alcuna connessione al reale elemento etnico della Lombardia. Oltretutto, il regno si allargò poi comprendendo anche l’Italia mediana.
Nell’891 nacque invece la Marca di Lombardia, per volontà dell’imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica (succeduto a quello franco) Guido da Spoleto, che riuniva i comitati di Milano, Como, Pavia, Seprio, Bergamo, Lodi, Cremona, Brescia, Mantova, Piacenza, Parma, Reggio di Lombardia, Modena.
Il Regno d’Italia medievale (781-1014) non fu mai una compagine statale capace di imporre la propria autorità , e la corona fu un titolo meramente formale, per quanto prestigioso e ambito potesse essere. Chi comandava fattivamente era l’imperatore germanico di turno.
Nel 950-951 il re Berengario II riorganizzò il territorio del nordovest “italiano” creando tre marche imperiali: Marca Aleramica (Liguria centro-occidentale e Piemonte centromeridionale), Marca Arduinica, già Anscarica (resto del Piemonte, Torino e Ivrea, con la Liguria occidentale) e la Marca Obertenga, che assorbì la precedente marca lombarda (Lombardia transpadana e cispadana più la Liguria orientale e l’Apuania). Queste tre entità territoriali presero il nome dai nobili che le governarono per primi.
Gli Obertenghi erano un nobile casato longobardo di origine milanese, il cui capostipite Oberto I fu il primo reggente della marca suddetta. Da essi si generarono grandi dinastie come i Pallavicino, i Cavalcabò, i Malaspina e soprattutto gli Estensi.
Le tre marche suddette riunivano il territorio della Grande Lombardia occidentale, che già a partire dalla tarda epoca imperiale (romana) veniva indicato come “Liguria” [2]. La porzione orientale, invece, come “Venetia” [3].
Nel 961-962 l’imperatore Ottone I unisce la corona d’Italia-Lombardia al Sacro Romano Impero; egli investì i vescovi di poteri politici inserendoli come vescovi-conti nel sistema feudale, aprendo le famigerate lotte per le investiture e gettando il seme dei futuri scontri tra autonomia comunale (e strumentalizzazione papalina) e autorità imperiale, tra guelfi e ghibellini, tra signori longobardi-lombardi (un esempio è la saga di Matilde di Canossa) e imperatori.
La corona d’Italia venne ereditata ai successori di Ottone fino al 1002. In quell’anno prese il potere Arduino d’Ivrea, desideroso di colmare il vuoto di potere lasciato dall’Impero nella Padania, divenendo re d’Italia.
Ebbe filo da torcere sia dalla Germania che dalla Chiesa e proprio per questo viene romanticamente visto, dalla retorica risorgimentale, come primo re “nazionale” d’Italia, per l’affrancamento dal potere d’Oltralpe e da quello clericale.
Regnò fino al 1014, quando, circondato da nemici, alleati dell’imperatore Enrico II, depose le insegne regali e si ritirò in un’abbazia. Con la sua abdicazione finì il Regnum Italiae.
Esso cessò di fatto di esistere con l’avvento delle autonomie comunali, volte a sostituire il potere politico dei vescovi.
Abbiamo così varcato il 1000, fine convenzionale dell’Alto Medioevo (e non del mondo), e germe della stagione comunale, certamente vanto e fiore all’occhiello della Lombardia medievale.
Chiudo questo articolo con una riflessione sul toponimo ed etnonimo lombardo: il susseguirsi delle vicende altomedievali fa capire come ‘Lombardia’ non sia che la contrazione di ‘Langobardia/Longobardia’, un nome di conio bizantino invalso ad indicare i possessi longobardi sia tosco-padani che italiani; mantenendo il potere, seppur simbolico, a Pavia (già capitale del Regno longobardo), il toponimo ‘Lombardia’ passò squisitamente a designare il settentrione [4] della RI, la Cisalpina, che diventò Regno d’Italia medievale, certo con Toscana e Italia centrale.
La frammentazione dei potentati padani portò Piemonte, Liguria, Emilia e Lombardia convenzionale a seguire strade differenti e tale nome, nell’accezione contemporanea, è passato ad indicare soltanto l’omonima regione creata da Roma.
Chiaro, la Regione Lombardia ha un precedente in quella che era la Lombardia austriaca, ma per come la conosciamo oggi resta un ente artificiale, un moncone di Lombardia etnica, per quanto centrale. Nondimeno, sino alla sciagurata unità ottocentesca, il concetto di Lombardia storica, figlio del Medioevo e dell’etnogenesi lombarda realizzatasi grazie proprio ai Longobardi, comprendeva buona parte della Cisalpina, soprattutto nel suo cuore padano.
Note
[1] Va comunque detto che la rilettura moderna dell’Editto di Rotari non mette in luce una chiara discriminazione nei riguardi degli assoggettati, perciò non si può parlare pacificamente di leggi atte alla difesa dell’endogamia germanica, e ad un “razzismo” nordico. Appare, altresì, utile rammentare che gli stessi Longobardi non erano un popolo puramente germanico.
[2] Gunther di Pairis compose un’opera, Ligurinus, dedicata alle gesta del Barbarossa proprio nella Padania occidentale.
[3] C’è da dire che il concetto di ‘Veneto’ è affatto moderno; prima di esso v’era la Serenissima e, prima ancora, la suddivisione medievale in comuni e signorie. Allo stesso modo, attorno al 1000, l’odierno Veneto era parte della Marca di Verona, eccettuate le lagune, erede del potere longobardo. Insomma, anche il Veneto è Lombardia storica.
Per tale ragione noi avversiamo fermamente il femminismo, inteso soprattutto come veleno progressista atto ad attossicare la comunità seminando zizzania e aizzando la sciagurata guerra tra maschile e femminile. Un conflitto in cui, a rimetterci, è l’intera ecumene europide, lombarda nel nostro caso, in nome di un falso sviluppo fondato sulla sovversione valoriale e la morte di quella tradizione a cui ci appellavamo. Non si tratta di sottomettere la donna, alla semitica, bensì di raggiungere nuovamente quella salutare integrazione che passa per la sinergia e l’armonia dei membri della società , come della famiglia, seguendo il solco tracciato dal patriarcato.
Questo sciro re degli Eruli nel 476 divenne re d’Italia, fino al 493 quando, asserragliato a Ravenna, fu deposto e ucciso da Teodorico, re degli Ostrogoti.
Il regno romano-barbarico che ci interessa più da vicino è dunque quello dei Goti di Teodorico che durò più o meno dal 489 al 553.
Nel 489 egli invase la Pianura Padana e nel giro di 4 anni se ne impossessò scacciando Odoacre a Ravenna dove, capitolando nel 493, fu poi ucciso dal re goto durante un banchetto.
I Goti, Ostrogoti in questo caso, erano un popolo germanico originario della Svezia meridionale che verso il finire dell’Impero diedero moltissimo filo da torcere all’agonizzante Roma, anche per tutta una serie di batoste inflitte all’esercito romano.
A Pavia Teodorico aveva il suo palazzo imperiale nonostante che la capitale fosse la romagnola Ravenna (dove fu poi tumulato).
I Goti erano di religione ariana, seguaci dell’eresia cristiana di Ario, ma una volta stanziati in Italia non diedero troppe rogne alla popolazione cattolica, al clero romano, o alla classe senatoria romana, che preservava ancora, in taluni casi, gli antichi culti pagani.
Il Regno ostrogoto non fu esperienza negativa, e col tempo risollevò la Lombardia sconquassata dal crollo romano, rinsanguando superficialmente la sua popolazione.
Si calcola che circa 250.000 individui [3] tra Ostrogoti e altri Germani (Rugi e Gepidi) calarono nella Pianura Padana agli ordini di Teodorico, provenienti dai Balcani; il loro impatto sulla popolazione autoctona fu del tutto contenuto, e i Longobardi influirono molto più di essi sull’Italia romana, specialmente su Padania e Toscana.
L’Italia gotica, però, aveva due problemi: Bisanzio e Roma.
I primi, in perenne combutta coi preti romani, intrigarono coi loro ruffiani d’Occidente per danneggiare in ogni modo gli Ostrogoti, tanto che nel 535 si arrivò alla famosa Guerra greco-gotica, culminata nel 553 con la vittoria di Bisanzio.
Lo scontro fra il mondo latino, cattolico, mediterraneo, e anche bizantino, e quello germanico, ariano, continentale, “barbarico” come ci si ostina ancor oggi a chiamarlo nonostante che i moderni migranti siano, invece, etichettati a guisa di “risorse” e “ricchezza” (i Goti, almeno, erano integralmente europei), sfociò in questa sanguinosissima guerra che vide soccombere soprattutto il popolo, sopraffatto da carestie, pestilenze, epidemie, e scorribande da ambo i lati.
La guerra impegnò celebri comandanti goti come Teodato, Vitige, Totila, Teia ma fu vinta dal valore di Belisario e dalla levantina scaltrezza dell’eunuco Narsete.
A dar man forte ai Goti vi furono anche Franchi e Alemanni.
Non per darsi al nordicismo, ma c’è da dire che Teodorico diede vita ad un regno comunque buono, per i tempi, e pian piano aiutò l’Italia ad uscire dalla crisi, per quanto la presenza gota fosse per lo più dislocata al di qua del Po, per motivi militari e strategici. Alla Roma senatoria e papalina questo non stava bene e fu il primo episodio di tutta una serie di ingerenze religiose negli affari di stato, che condussero a sud delle Alpi truppe straniere (e oggi allogeni).
La capitolazione degli Ostrogoti portò molti di essi ad emigrare, ma una minima parte rimase, nonostante l’intera Italia cadesse nelle mani di Giustiniano e dei Bizantini. E si diedero alla resistenza.
La Guerra greco-gotica fu un immane disastro per la popolazione, come ricordato, grandemente falcidiata soprattutto al “nord” dai mille flagelli che la guerra e la crisi recano seco.
Chiesa e Costantinopoli, deserto e Levante, parevano i vincitori, ma non durò a lungo.
Nel 568 un fiero e valoroso popolo nordico si affacciò sulla Carnia, provenendo dalla Pannonia, attuale Ungheria: i Longobardi, guidati dal loro re Alboino.
Tra il 569 e il 572 si impossessarono del grosso della Cisalpina e della Toscana, sbaragliando i fiacchi Bizantini e ricacciandoli da dove erano venuti, oppure costringendoli in sacche costiere come le Venezie e la Romagna (oltre naturalmente alla Roma del papa).
La Lombardia deve il suo nome ai Longobardi, ma tale etnonimo le fu dato indirettamente dai Bizantini, che chiamavano Langobardia i territori soggetti ai Germani in questione, quindi la Padania, la Toscana, e chiaramente i successivi ducati di Spoleto e Benevento (Langobardia Minor).
Tuttavia, il nome ‘Lombardia’ divenne appannaggio del settentrione, grazie alla forte impronta lasciata dagli antichi Vinnili, e per questo è il miglior termine per indicare la nostra nazione.
I Longobardi conquistarono la parte continentale e la penisola, ma a noi interessa il fulcro del loro dominio ossia la Pianura Padana, la Lombardia storica.
Questi bellicosissimi Germani erano anch’essi originari della Scandinavia, della Scania pare, e in seguito a diverse peripezie attraversarono l’Europa centrale giungendo prima in Pannonia, via attuale Austria, poi appunto in Val Padana, dove, divenendo del tutto stanziali, portarono a termine la loro epopea.
In 150.000 al massimo [4], il 2 aprile 568, varcarono il Passo del Predil (o il Matajur) per dilagare nella pianura occupando saldamente quasi tutto il “nord”, ma è chiaro che i Longobardi di stirpe non fossero esattamente 150.000: al loro seguito, infatti, 20.000 Sassoni e altri fra Gepidi, Rugi, Svevi, Bavari, Alemanni, Bulgari.
La nobiltà longobarda, e il fulcro etnico del popolo conquistatore, erano razzialmente nordidi o cromagnonoidi, ariani di fede assieme al pagano culto di Godan-Odino. Tra di essi anche elementi fenotipicamente indogermanici come i Corded Nordid e i Battle-Axe. La presenza dell’aplogruppo protoindoeuropeo R1a1a nelle terre subalpine è da attribuirsi agli invasori germanici, oppure all’influsso slavo nel settore orientale estremo della Grande Lombardia.
Di certo i Vinnili incrementarono il nordicismo della Val Padana, soprattutto, e dell’Italia etnica peninsulare (Toscana, Umbria, Sannio), impattando più dei Goti e di altri Germani. Studi genetici recenti calcolano che l’apporto biologico nordeuropeo alla Lombardia storica ammonti ad un 20%. Avremo modo di riparlarne, a proposito del calcolatore Eurogenes Global25, grazie a cui alcuni sodali lombardisti hanno messo a punto interessanti modelli, indicativi del profilo antropogenetico della Padania. Anticipiamo, comunque, che le aree più germanizzate (al di là , per ovvie ragioni storiche, dell’arco alpino) paiono il Triveneto di terraferma e le plaghe a cavallo fra Insubria e Piemonte, oltre al Piemonte stesso.
Discreta ma decisiva fu l’influenza di questi nordici sul nostro territorio, nonostante la perdita della lingua e delle loro ancestrali credenze religiose e tradizioni, via via abbandonate stabilendosi nel dominio italico-romano; anche i Franchi, i Burgundi, i Visigoti, in parte gli Anglo-Sassoni, i Normanni, venendo in contatto con la superiorità culturale di stampo latino preferirono abbracciarla che combatterla e distruggerla, e questo fu certamente un bene per l’Europa. Col tempo giunsero anche a fondersi con gli indigeni romanici. La forza guerriera germanica e la grandezza culturale greco-latina furono la rinascita dell’Europa dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente.
Alboino conquistò Milano il 3 settembre 569 dando vita al Regno longobardo, e Pavia nel 572, ove pose la capitale del regno dopo un assedio durato anni.
Successivamente nacquero il Ducato di Spoleto e quello di Benevento, piuttosto autonomi e riottosi al dominio centrale, sebbene venissero più tardi annessi.
I Longobardi si organizzarono in ducati ricalcando le precedenti suddivisioni bizantine, spesso in lotta col potere centrale pavese, e prima che la situazione si normalizzasse dovette esaurirsi la cosiddetta anarchia dei duchi, che durò una decina di anni, subito dopo la morte dell’indiscusso duce Alboino e del suo successore Clefi, e che terminò con l’avvento del figlio Autari.
Ancor più decisivo il regno di Agilulfo, con le sue grandi conquiste nella Pianura Padana bizantina (Cremona, Mantova, Padova), e Teodolinda, la regina cattolica di dinastia bavarese che molto incise sulle sorti del popolo longobardo.
Note
[1] Tradizionalmente, l’inizio del Medioevo a sud delle Alpi è sancito dall’invasione longobarda del 568-569.
[2] Se di tanto in tanto usiamo il termine equivoco ‘Italia’ è soltanto per indicare i territori che furono dell’Italia romana, dunque per comodità .
[3] Claudio Azzara fa una stima al ribasso, parlando di 100-125.000 unità , di cui 25.000 guerrieri.
[4] Stando alle classiche stime di studiosi come Jarnut, Gasparri, Azzara, Pohl.
Il lombardesimo crede fortemente nell’unità della nazione cisalpina, dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone. Esso ha un’ottica etnonazionalista e portando avanti l’ideale indipendentista ritiene che i popoli della Grande Lombardia non debbano disperdere le proprie energie fomentando campanilismi e regionalismi. È chiaro che all’interno della Padania vi siano identità secolari a cui le genti sono particolarmente legate, ma oggi dobbiamo cercare di unire gli sforzi ed esaltare quanto ci unisce, nel nome dei nostri padri celti, gallo-romani, longobardi, lombardi medievali. Siamo tutti lombardi, anche al di fuori dello spazio etnico del bacino padano, e ogni plaga granlombarda rappresenta una parte fondamentale della nostra nazione.
Il leghismo, negli anni ’90 del secolo scorso, ha proposto a più riprese diversi modelli di decentramento, senza mettere realmente in discussione l’impianto romano della Repubblica Italiana. Vero, nella fase secessionista sembrava di essere di fronte ad una svolta ma se pensiamo a come il tutto si sia poi sgonfiato, venendo riassorbito dal centrodestra berlusconiano, capiamo bene che il celodurismo bossiano sia stato soltanto una farsa propagandistica, anche se alla Lega Nord possiamo riconoscere il merito di aver posto, seppur confusamente, una questione “padana”. Secessionismo, federalismo, autonomismo, devolution… Le varie tappe della lotta, reale o presunta, al centralismo italiano hanno proposto delle soluzioni politiche sempre mirate al libertarismo, anche in seno alla Padania.
Nel V-IV secolo avanti era volgare, dunque, i Galli storici si insediarono nella Pianura Padana, sconfiggendovi gli Etruschi e stabilendo una continuità coi Liguri, già celtizzati dalla Cultura di Hallstatt. Nacque così la Gallia Cisalpina.
Gli Etruschi, fondamentali per l’antica cultura italica e per la formazione della civiltà romana, si attestarono primariamente in Toscana e Lazio (l’Etruria padana era più che altro un’espansione commerciale degli stessi); nel Lazio antico, invece, gli Italici protovillanoviani (Villanova era primariamente associata ai Tirreni), Latini, migrati, in forma embrionale, dalla valle del Po, fondarono Roma nel 753 a.e.v., sovrapponendosi alla civilizzazione etrusca e gettando le basi della Repubblica romana (che venne dopo il periodo monarchico). Nell’epoca che va dal 264 al 146 a.e.v., essa conquistò il Mediterraneo e quasi tutta l’Italia [1] romana, unificandola.
Grazie a campagne militari che andarono dal 225 al 194 a.e.v., i Romani si assicurarono il controllo della Gallia Cisalpina, che venne annessa così all’organismo romano. Fondarono diverse colonie tra cui Piacenza, Lodi, Cremona, Acerrae (Pizzighettone).
Prima delle conquiste romane, i Galli Cenomani, stanziati nel territorio della Lombardia etnica orientale e nel Veneto occidentale, si allearono coi Venetici e giunsero in conflitto con i Galli Insubri, che invece legarono con i Boi dell’Emilia in funzione anti-romana. I Cenomani divennero, come i Venetici, alleati dei Romani, più o meno stabilmente.
Nel 222 a.e.v. i Romani sconfissero proprio gli Insubri nella battaglia di Clastidium, Oltrepò pavese, ne distrussero l’esercito e ne approfittarono per conquistare Mediolanum, estendendo così il dominio dell’Urbe alla regione gallica transpadana. Il pericolo gallico, che portò al sacco senone di Roma ad opera di Brenno (390 a.e.v.), fu scongiurato.
Tre anni prima, gli Insubri si resero assai minacciosi, costituendo una “lega” celtica che invase il territorio italico, venendo però sconfitta dai Romani a Talamone.
Durante la Seconda guerra romano-punica (218-202 a.e.v.), il cartaginese Annibale, che dilagò nel territorio romano dalle Alpi, sobillò Insubri e Boi contro Roma. Qualche osservatore moderno di area vetero-leghista vede in tale evento un’occasione di unità per i popoli celtici della Cisalpina; fu per certi versi così, e chissà se la storia sarebbe andata altrimenti, ma resta il fatto che i Celti si misero dalla parte di un più forte invasore nordafricano, che calò nella Pianura con tanto di elefanti, divenendo suoi mercenari per avversare Roma. I Romani erano forestieri, in Padania, ma pure i Cartaginesi.
La Gallia Cisalpina divenne così una provincia romana. Le colonie portarono all’insediamento in terra padana di elementi italico-romani, mentre l’elemento gallico venne in parte sterminato, schiavizzato o disperso, segnatamente in area boica e senone. Questi dati non sono da esagerare, anche per quanto concerne la Cispadana. I Boi, secondo gli storici romani, presero in massa la via della migrazione transalpina, verso la Boemia che, come Bologna, prende il loro nome [2].
Nell’89-88 avanti era volgare, la cittadinanza romana venne estesa alla Cispadana mentre la Transpadana ricevette lo ius Latii, con il quale i Celti al di là del Po e i Liguri vennero latinizzati tramite deduzione di colonie fittizie.
Nell’81 a.e.v. il confine italico venne posto lungo le Prealpi e la Gallia Cisalpina divenne provincia armata, mentre nel 49 a.e.v. Giulio Cesare concesse la cittadinanza romana ai transpadani.
Nel 42-41 avanti era volgare, la provincia della Gallia Cisalpina venne abolita e la Padania annessa all’Italia augustea.
La Lombardia etnica fu così suddivisa in (Gallia) Transpadana (dal Sesia all’Oglio), Venetia et Histria (Brescia, Cremona, Mantova, e cioè l’area cenomane), (Gallia) Cispadana (l’Emilia) e il Piemonte meridionale nella Liguria.
I Cenomani alleati dei Veneti, e dunque dei Romani, vennero “premiati” annettendoli al resto dei loro alleati, staccandoli dallo zoccolo duro della Gallia togata; da qui nasce l’equivoco della Lombardia orientale “veneta”, poi corroborato dalla dominazione marciana moderna. I Veneti non misero mai piede al di qua del Garda, e la Lombardia etnica orientale è galloromanza e gallo-italica, al pari del resto del fulcro lombardo [3].
La guerra contro le popolazioni alpine (celto-reto-liguri), invece, continuò anche dopo il 42 a.e.v., con Augusto e i suoi figli, e l’esito fu scontato: popoli come Vennoneti, Bergalei, Camuni e Triumplini dovettero arrendersi di fronte allo strapotere romano, che portò così il confine dell’Italia romana sino alle Alpi.
I Romani diffusero l’uso del latino, delle loro leggi, dei loro costumi, della loro religione e realizzarono numerose opere di urbanistica e infrastrutturali. Dobbiamo ad essi reti viarie, idriche, fognarie. In questo periodo fiorirono i commerci e l’agricoltura, sorsero e si ingrandirono città e villaggi, fermo restando che Roma beneficiò grandemente della naturale prosperità celtica.
La romanizzazione della Gallia Cisalpina fu un passo fondamentale per i nostri avi e per noi, inserendoci nella civilizzazione latina. Non fu solo conquista militare, politica, culturale, amministrativa, fu anche etnica, sebbene il grosso del popolo rimase di estrazione indigena celto-ligure, per quanto romanizzato. E va anche messo in conto l’influsso tardo-imperiale esercitato dai coloni del Mediterraneo orientale, e poi riequilibrato dall’apporto germanico soprattutto dei Longobardi. Nulla, comunque sia, di paragonabile all’Italia etnica.
Certamente, noi lombardi (etnici) non siamo gallici e basta, o celto-germanici e basta. Siamo eminentemente celto-liguri, dove più e dove meno, e poi gallici e, in misura minore, germanici, anche qui dove più e dove meno. Ma siamo altresì romani (o, meglio, romanici, e romanzi), anche per sangue, non solo per lingua e cultura. Sicuramente, la romanizzazione portò in Padania geni italici e geni levantini. La primaria linea paterna lombarda è celtica/celto-ligure, e il nostro ADN è primariamente dell’Europa sudoccidentale, per quanto il concetto di Europa meridionale sia sterminato. La Cisalpina, come più volte ricordato, è a metà strada fra il Mediterraneo e il continente.
Diversi funzionari romani si stabilirono in Gallia Cisalpina, così come i veterani di guerra ricevettero, in virtù delle loro prestazioni, terreni lombardi [4]. La Lombardia diede i natali, fra gli altri, a tre autorità del mondo culturale romano: Virgilio, di Mantova, Plinio il Vecchio, di Como e Cornelio Nepote, di Pavia od Ostiglia (Mantova). Per non parlare di Catullo e di Livio, ma qui siamo in territorio venetico.
Si registrarono delle infiltrazioni germaniche nella Val Padana, ben prima delle invasioni storiche che portarono alla creazione dei regni romano-barbarici sul finire dell’Impero romano d’Occidente: Cimbri, Teutoni, Ambrones, Taifali, assieme a schiavi germanici e gallici deportati in Lombardia come forza lavoro, e ai famosi laeti, coloni nordici del tardo Impero.
Il dominio di Roma, repubblicano ed imperiale, su quella che oggi è Lombardia etnica e storica, durò 700 anni. Un periodo che non si può certo ignorare, è evidente, ma nemmeno va ingigantito in chiave retorica. La romanità non ha reso la Padania Italia, altrimenti mezza Europa andrebbe considerata italiana.
Nel 292 Diocleziano, con la riforma politico-amministrativa, designò Milano a residenza di uno degli imperatori, Massimiano. Milano divenne capitale dell’Impero romano d’Occidente, fino al 402 era volgare, quando Onorio trasferì la capitale a Ravenna. Le riforme dioclezianee, peraltro, vennero seguite da quelle di Costantino che divisero l’Italia romana, ormai una provincia come tutte le altre, in Annonaria e Suburbicaria: la prima coincise grossomodo con tutta la Grande Lombardia, e ne faceva parte pure l’intera Rezia. La Suburbicaria era invece la vera Italia, quella etnica, pur comprendendo anche la Sardegna.
Certamente Roma, sul finire della sua potenza, divenne un ente accentuatamente parassitario che sfruttava e strizzava le varie province per arricchirsi sulle loro spalle, succhiandole come un vampiro, vessandole con rapaci funzionari, lasciandole sguarnite di fronte alla crescente aggressività dei popoli germanici e barbarici che premevano lungo il famoso limes, minacciati com’erano da altri popoli barbari, nemmeno di origine europea, quali gli Unni. Chiaramente sono i difetti – ereditati dai Bizantini – di tutti gli imperi che non siano un’armonica confederazione di realtà etnonazionali. Ma questo è un concetto moderno, caldeggiato dal lombardesimo.
La decadenza romana, da una parte fisiologica, venne acuita dall’orientalismo, dall’effeminatezza e dal prolasso dei costumi, dal meticciamento e dall’eresia giudaica cristiana che sfilacciava l’ethos romano, già corrotto ed indebolito dall’età imperiale.
Diocleziano tentò di salvare il salvabile, rinviando di due secoli il crollo del gigante romano dai piedi d’argilla. Già in quel periodo, ormai, Roma contava poco o nulla.
L’Editto di Caracalla (212 era volgare), sull’universalità dell’Impero (tutti “romani”), e l’Editto milanese di Costantino nel 313, che garantiva libertà religiosa a tutti i cittadini romani, avviarono l’Europa sulla strada della dittatura cristiana bimillenaria. Teodosio compì l’opera proclamando il cristianesimo unica religione obbligatoria del mondo romano.
Il cristianesimo si diffuse in Lombardia, con tutto il suo strascico di magagne mediorientali, e nel 374 Ambrogio fu acclamato vescovo di Milano.
Nel 402, come ricordato più sopra, la capitale venne spostata nella paludosa Ravenna, in un clima congeniale allo stuolo di parassiti statali che ormai di romano non avevano più nulla. La stessa culla della romanità versava in pessime condizioni, preda del malgoverno, della corruzione, dell’incuria, dei liberti, dei cristiani e dei dinosauri senatori attaccati tenacemente ai loro privilegi. Una situazione che ricorda invero quella attuale.
Il destino dell’Impero era segnato, e nonostante che buona parte dell’esercito romano fosse rimpinguata da freschi soldati germanici (la schiatta guerriera “italica” era ormai esausta) la relativa vicinanza della Lombardia al confine danubiano favorì numerose incursioni di popoli barbarici nordici nel suo territorio, che poi venne trascinato nella polvere, nel fango e nelle macerie dall’inesorabile crollo della, comunque da tempo, ingessata potenza romana, decentratasi a nord e ad est (Costantinopoli).
Lo sciro Odoacre depose Romolo Augustolo, un ragazzino fatto ultimo imperatore-fantoccio dalle congiure di palazzo. Era il 476 dell’era volgare e il dominio di Roma, la prima Roma, ebbe fine, per convenzione. Infatti, più che di crollo, la storiografia moderna parla di dissoluzione, o di trasformazione.
Con il definitivo tramonto dell’Occidente, si contesero il possesso della Lombardia Ostrogoti e Bizantini, e fu la volta del grande Teodorico.
Note
[1] Sarà utile ricordare che l’Italia primigenia era la punta della Calabria e poi, in senso lato, la vera terra degli Italici, il centrosud. La Gallia Cisalpina venne, fondamentalmente, conquistata e annessa per ragioni militari, portando il confine dell’Italia romana allo spartiacque alpino.
[2] Lo strato gallico sopravvisse certamente anche a sud del Po, come ci testimonia la stessa genetica. Le notizie di stermini di massa sono dunque esagerazioni propagandistiche belle e buone. A nord del fiume, invece, come risaputo, la penetrazione romana fu soprattutto culturale, perlomeno inizialmente, e avvenne pacificamente.
[3] Sappiamo invece che sia proprio il Veneto ad essere parte della Grande Lombardia, e prima ancora della Gallia Cisalpina.
Oggi le femmine occidentali sono spesso e volentieri trasformate, con la loro attiva e consapevole collaborazione, in kamikaze che attentano all’integrità della famiglia, della comunità , della nazione, e la cui testa viene riempita di velenose corbellerie egualitarie. Nessuno mette in discussione la dignità della donna, ma volerle far credere che sia uguale all’uomo, e che possa fare tutto quello che fa un uomo con naturalezza, significa disgregare la società sovvertendone le dinamiche sane che sono finalizzate al vero progresso, e cioè al bene del popolo indigeno. Il declino dell’Occidente passa anche per il femminismo, per la distruzione della tradizione, per un laicismo pezzente che liquidando “Dio” pensa tranquillamente di poter parimenti eliminare identità e tradizione (comunque non necessariamente legate alla religione, anzi), sacrificandole sull’altare del relativismo. Nell’età contemporanea la donna, come tutti i cosiddetti diversi, viene usata per criminalizzare la storia della civiltà europea, il cui artefice è il maschio bianco eterosessuale e normodotato, con gran detrimento della natura. Al netto delle sordide menzogne liberal, l’armonia comunitaria è possibile grazie alla coesione di maschile e femminile, oggi gravemente minacciata dalla “cultura” woke della colpevolizzazione, e alla guida virile della società , espressione della solarità ariana tramandataci dai padri.