Peccato che a lorsignori non venga proprio in mente che la società patriarcale europea, forgiata dall’uomo bianco, sia sinonimo di civiltà , ordine, virtù e che la colpa della decadenza contemporanea dell’Europa vada rintracciata, guarda caso, nell’assenza di patriarcato. Esso, perlomeno nella metà occidentale del continente, non esiste più, un po’ come il tanto vituperato fascismo, eppure viene additato alla stregua di fonte di ogni guaio comunitario; chiaramente, chi accusa il patriarcato esalta l’antifascismo, l’antirazzismo e il relativismo che ha partorito il femminismo, ed è dunque un nemico giurato dei sani principi virili, che oltretutto danno forma alla tipica liquidità muliebre. Patetico e stucchevole ritenere che le donne, in Occidente, siano discriminate, a maggior ragione se si ciarla di patriarcato.
Chi pratica violenza, o addirittura uccide, per questioni passionali è un debole, un effeminato, un impotente, lontano anni luce dalla figura solare maschile che il patriarcato incarna, e difende. Esso è garanzia di rispetto e difesa per la donna medesima, che nel patriarcato ritrova la propria più intima dimensione e diviene moglie, madre, ancella del focolare domestico e della patria. Coloro che invece demonizzano e denigrano l’impronta maschile – oggi sempre più sbiadita – conferita al mondo europeo non sono altro che detrattori e avversari dei valori e dei principi su cui si è edificata l’Europa, senza i quali non sarebbe certo possibile parlare di civiltà . Ma oggi il patriarcato non esiste più, e proprio per questo motivo il nostro continente naviga in cattive acque.
I lombardi, segnatamente padani, sono un popolo, dunque un’etnia; non sono una razza o una subrazza, chiaramente, bensì un insieme di genti che costituiscono la nazione cisalpina, la Grande Lombardia.
I lombardi, scendendo più nello specifico, appartengono alla razza caucasoide europea, agli europidi, e sono la risultante della fusione di elementi di base (atlanto)mediterraneide e alpinide con altri di estrazione dinaride e, meno, nordide (periferica). L’elemento dinaride/adriatide, si fa preponderante nel contesto del Triveneto.
La Lombardia storica è molto vasta come territorio, va dalle Alpi Occidentali a quelle Orientali, e dall’arco alpino all’Appennino, e quindi i granlombardi non sono del tutto omogenei, anche se gli elementi fisici e genetici basilari restano appunto il sostrato neolitico ligure e reto-etrusco (mediterraneo occidentale) e quello più continentale (alpino), influenzato dagli apporti indoeuropei.
Il nerbo lombardo è ovviamente situato nella Lombardia padana, nell’area che gravita attorno a Milano, la nostra capitale, e se vogliamo trova nell’Insubria il suo fulcro rustico, per quanto oggi offuscato dalla globalizzazione e dall’invasione alloctona.
La zona insubrica fu proto-celtica (Canegrate e Golasecca), gallica (Insubri), naturalmente gallo-romana, germanica (Longobardi della Neustria e Franchi), modellata dal Medioevo feudale, comunale e signorile; è un po’ il cuore della Lombardia etnica, grazie alla sua centralità , non solo geografica ma anche culturale e linguistica.
Il cuore della Lombardia è piuttosto alpinide, e il tipo alpino è certo quello prevalente. Solitamente, sebbene erroneamente, viene associato ai Celti, in quanto il grosso del popolo transalpino che questi portavano seco, essendo centro-europeo, apparteneva al fenotipo in oggetto. Un po’ come i Venetici, associati all’estrazione dinaride, in virtù della loro provenienza centro-orientale, danubiana.
Comunque sia, tradizionalmente, i caratteri fisici legati alla celticità sono quelli nordidi dinaromorfi, vedasi il noto Keltic Nordid dell’Età del ferro.
Procedendo verso nordest si possono notare influssi retici (nord-etruschi) in Valtellina, nelle Orobie, nelle Prealpi bergamasche e bresciane, quindi dinarico-mediterranidi, e lo stesso si può riscontrare a sudest, in area padana, dove gli Etruschi, se non proprio a colonizzare, giunsero ad influenzare zone come Cremonese, Bassa bresciana, Mantovano. Se parliamo di Reti, tuttavia, va soprattutto citato il Triveneto settentrionale, e se parliamo di Etruschi la Lombardia cispadana; nel primo caso vanno messi in conto discreti influssi di tipo nordoide, e naturalmente l’elemento alpinide.
L’aplogruppo R1b-U152, clade Z36, ritenuto peculiare delle invasioni galliche, trova i suoi massimi fra Bergamasco e Bresciano, in zone molto conservative e caratterizzate da una cospicua eredità del Ferro. Quel lignaggio paterno, essendo presente parimenti in area elvetica, è molto probabilmente connesso alla Cultura di La Tène.
Gli influssi liguri, al di là della Liguria, sono forti nel basso Piemonte, Pavese, Novarese, Milanese e Alto Milanese, Lodigiano e si esprimono in elementi mediterranidi e “progressivi” (atlanto-mediterranidi). Anche l’Emilia occidentale risente particolarmente del sostrato ligure. La toponomastica però suggerisce l’esistenza di un substrato di questa tipologia eziandio nel settore genericamente centro-occidentale (Piemonte e Insubria), mediante il classico suffisso -asco/a.
Il modesto apporto nordide deriva certamente da Celti e affini [1] e, soprattutto, dai popoli germanici, quali Goti e Longobardi. Nel caso orientale va registrato l’ingresso di componenti teutoniche recenti e slave. Coi Franchi, nel Medioevo, si verificarono pure immigrazioni di altri elementi nordici come Alemanni, Svevi, Bavari. D’altra parte, lungo l’arco alpino, va ricordata la presenza storica di diverse minoranze di origine transalpina.
Fra i gruppi minoritari storici, allogeni, vanno menzionati i giudei, concentrati a Milano ma un tempo presenti anche nell’ovest e nella Bassa, e gli zingari, in particolare sinti, noti giostrai della Val Padana.
Potremmo dire che l’odierno lombardo etnico, mediamente, è medio-alto, robusto, brachicefalo/mesocefalo, di carnagione chiara, capello castano, occhio intermedio; appartiene, primariamente, al lignaggio dell’aplogruppo del cromosoma Y R1b, indoeuropeo occidentale, e a quello dell’ADN mitocondriale H1 (euro-indigeno, mesolitico), al gruppo sanguigno “universale” 0+ ma pure sensibilmente al gruppo euro-continentale A+, e digerisce certo il lattosio più di molti altri “italiani” (segnatamente meridionali), per via della propria storia. Come si sa, più si va a nord e più il lattosio è tollerato (in “Italia” si digerisce relativamente poco, per via della robusta eredità neolitica e agricola, che nel settore meridionale scolora nel levantinismo recente).
Discreta è la diffusione dell’occhio nordico verde-grigio-azzurro, modesta quella del biondismo puro, che nel nord granlombardo raggiunge il 20%.
Quello che, sempre geneticamente, distingue chiaramente la Padania da Toscana/centro, ma soprattutto dal sud, è un maggior aspetto continentale (indoeuropeo e nordico) e un minor contributo levantino, antico e soprattutto recente. Sardegna naturalmente isolata. Non esiste un vero e proprio cline, tra gli “italiani”, anzi, lo stacco che esiste fra Padania e Italia etnica meridionale è una vera e propria frattura. La Toscana è una realtà intermedia, per diversi aspetti più affine, biologicamente, alla Grande Lombardia che all’Italia.
In epoca protostorica la Lombardia è stata dunque modellata, a ovest, dalle culture proto-celtiche di Canegrate e Golasecca (emanazione di quella di Hallstatt), a est da quella di Polada, Fritzens-Sanzeno, Este, senza contare i castellieri nordorientali; a sud da terramare, protovillanoviano, villanoviano, con la Liguria arianizzata dai neo-Liguri [2] e dagli influssi celtici. Questo per citare le civiltà precipue. Nella seconda fase del Ferro, va citata la gallica Cultura di La Tène, e a seguire la romanizzazione, militare a sud del Po, pacifica al di là .
Popoli protostorici degni di nota furono i Liguri, più o meno indoeuropeizzati (fra cui Lebeci, Levi, Marici, Euganei [3] e le varie tribù della Liguria e dell’Emilia occidentale), i Reti (Vennoneti, Camuni, Triumplini, Anauni ecc.), i Celto-Liguri veri e propri (Salassi, Insubri golasecchiani, Leponzi, Orobi, Anamari), i Galli (Insubri, Cenomani, Boi, Lingoni, Senoni, Carni), gli Etruschi della Cispadana. Determinante fu l’apporto romano, soprattutto nelle colonie create grazie alla conquista della Gallia Cisalpina, e poi meritano menzione Goti, Longobardi e in misura minore Franchi e altri Germani. I lombardi sono nati dalla fusione di questi elementi etnici, portata a compimento nell’Alto Medioevo, e in particolar modo dall’incontro fra il substrato mediterraneo e alpino, l’arianizzazione del Ferro [4], la romanizzazione, e il superstrato germanico, per quanto marginale.
Risentiamo molto della romanizzazione, vuoi per la lingua, per la vite, per i castagni o per l’olio dei laghi; vuoi per il cattolicesimo sempre abbastanza fedele a Roma (purtroppo). Siamo chiaramente una terra che ha una discreta componente mediterranea, prevalente lungo le coste liguri, romagnole, istriane. Roma ci ha anche lasciato in eredità , a noi come a mezza Europa, dei geni del Mediterraneo orientale recenti, di epoca imperiale, seppur nulla di paragonabile a quanto accaduto nel centrosud.
A livello di indole e di inclinazione culturale, potremmo dire che i lombardi sono intrisi di mentalità alpina e contadina (padana): grandi lavoratori, testardi, coriacei, sobri, terragni, intraprendenti; aspetti che comportano benefici (lavoro, parsimonia, ordine, disciplina, virtù, efficienza, sviluppo, benessere) ma anche difetti (taccagneria, ottusità , bigottismo, campanilismo, chiusura mentale e grettezza, ignoranza, piccineria, arroganza). Per non parlare della sfumatura cosmopolita di aree come Milano, Torino, Genova, Bologna, dove materialismo e consumismo dominano, spesso in condominio col progressismo, facendosi acerrimi nemici dell’impegno identitario, e dei nostri giovani e giovanissimi traviati.
[1] Liguri e popoli alpini arianizzati, Veneti, Etruschi di influsso indoeuropeo.
[2] Un termine tratto da Michel Lejeune.
[3] Per taluno popolazione alpina.
[4] Molti non lo sanno, o fingono di non saperlo, ma il celtismo padano-alpino risale al Bronzo, mille anni prima circa dei Galli, grazie alla Cultura di Canegrate, e ai primordi della Scamozzina.
[5] I Longobardi modificarono sensibilmente la dieta cisalpina, romanizzata, che comunque aveva radici celtiche.
Il lombardista reputa la religione fatto alquanto secondario, e non intende perdersi in dispute circa l’aria fritta e il sesso degli angeli. Tendenzialmente, l’ottica è dunque atea e/o agnostica, distaccandosi comunque dalle posizioni squallide e banali del relativismo e del progressismo, ed è chiaro che l’etno-razionalismo riassuma alla perfezione la nostra visione del mondo, laica ma non laicista in senso “acido”. Detto questo, come già avemmo modo di affermare, nulla ci impedisce di simpatizzare per i veri culti tradizionali dell’Europa, che sono quelli pagani, assai preferibili al monoteismo semitico che ha generato lo stesso cristianesimo. Comprendiamo i bisogni spirituali che il popolo lombardo potrebbe avere – per quanto una rieducazione atea sia l’ideale -, e per tale ragione sosteniamo una soluzione gentile.
Il paganesimo ci parla della più intima essenza del nostro continente, dei nostri padri, della genuina identità indoeuropea che anima le nostre nazioni. A differenza del giudeo-cristianesimo, o dell’islam, esso ha una stretta connessione con il sangue e il suolo – e per noi questo elemento è basilare – e ripudia le fole universaliste, egualitariste, umanitariste. Solo il paganesimo può essere un accettabile mezzo spirituale, che assecondi le mire del lombardesimo e contribuisca a rafforzare il credo e la fedeltà alla Grande Lombardia, una terra ariana le cui radici celtiche, gallo-romane e longobarde depongono a favore del culto primigenio.
Siamo d’accordo: la nostra identità è anche cristiana, cattolica, e certamente abbiamo ereditato un importante patrimonio culturale e spirituale dall’evangelizzazione. Tuttavia, il cristianesimo non coincide con gli obiettivi del nazionalismo völkisch, e resta pertanto un corpo estraneo, incistato nell’Europa, volto all’adorazione di un inesistente dio ebreo, del suo sedicente figliuolo e di un mondo profondamente alieno all’ethos indoeuropeo. Per quanto la religione di Cristo sia rimescolata con elementi di origine pagana, è inutile prendersi in giro: essa è un prodotto del Medio Oriente, sorella di giudaismo e maomettismo.
Alla luce della matrice ebraica, della vocazione universalistica, e della natura parassitaria della Chiesa (lo avremo alfine imparato, dopo circa 2.000 anni!) è d’uopo recidere il nefasto legame che ci congiunge ai culti del deserto, anche per via di una morale da masochisti che mortifica la solarità ariana e gli attributi eroici della prisca Europa. Il cristianesimo? Incompatibile con etnonazionalismo e lombardesimo, sebbene radicato nel nostro territorio. Ma, pur non sposando una traiettoria anticristiana in chiave empia, siamo dell’idea che il cattolicesimo vada abbandonato, considerando, oltretutto, la mortale connessione con Roma, sostituendolo, per chi ne senta l’esigenza, col paganesimo. I lombardi possono soddisfare, grazie alla riscoperta e alla rinascenza della gentilità , l’ipotetica sete di spiritualità , e il lombardesimo può contare su di un valido alleato etnicista che non tradisca mai la patria. La religione, mero prodotto culturale dell’uomo, diviene tollerabile soltanto se promuove la coscienza patriottica e comunitaria, e non mostra vincoli di sorta con un pensiero estraneo alla schietta civiltà aria.
Canton Turin (Taurasia), con i distretti di Torino (capoluogo), Ivrea, Pinerolo, Susa e Aosta;
Canton Coni (Bagiennia), con i distretti di Cuneo (capoluogo), Alba, Mondovì e Saluzzo;
Canton Lissandria (Ambronia), con i distretti di Alessandria (capoluogo), Asti e Acqui.
Lo stemma di Torino è la bandiera crociata con croce bianca in campo blu, orlata d’oro, risalente all’assedio francese del 1706; quello di Cuneo è l’insegna storica del Marchesato di Saluzzo, d’argento al capo d’azzurro; quello di Alessandria, parimenti, riprende il simbolo del Marchesato e del seguente Ducato del Monferrato, d’argento al capo di rosso.
Lombardia cispadana (Emilia, in rosso):
Canton Parma (Marizia Orientale), con i distretti di Parma (capoluogo), Fidenza e Fiorenzuola;
Canton Moddena (Boica Occidentale), con i distretti di Modena (capoluogo), Reggio e Carpi;
Canton Piasenza (Marizia Occidentale), con i distretti di Piacenza (capoluogo), Voghera e Tortona.
Lo stemma di Parma è la nota bandiera crociata, con croce blu in campo giallo; quello di Modena è il bipartito giallo-blu del comune omonimo; quello di Piacenza è il bipartito rosso-bianco del comune piacentino.
Lombardia transpadana occidentale (Insubria, in azzurro):
Canton Milan (Bassa Insubria), con i distretti di Milano (capitale della Lombardia e capoluogo), Busto Arsizio, Monza, Lodi e Pavia (capitale morale della Lombardia);
Canton Comm (Alta Insubria), con i distretti di Como (capoluogo), Lecco, Lugano e Varese;
Canton Noara (Lebecia), con i distretti di Novara (capoluogo), Vercelli, Biella, Varallo e Vigevano;
Canton Locarn (Leponzia), con i distretti di Locarno (capoluogo), Domodossola, Intra e Bellinzona.
Lo stemma di Milano è la Croce di San Giorgio, rossa in campo bianco; quello di Como lo scaccato bianco-rosso del Seprio; quello di Novara la Croce di San Giovanni Battista, bianca in campo rosso; quello di Locarno il bipartito rosso-blu del Ticino.
Lombardia transpadana orientale (Orobia lato sensu, in verde):
Canton Bressa (Alta Cenomania), con i distretti di Brescia (capoluogo), Rovato, Desenzano, Darfo e Riva;
Canton Bergom (Orobia), con i distretti di Bergamo (capoluogo), Crema, Clusone e Zogno;
Canton Cremona (Bassa Cenomania), con i distretti di Cremona (capoluogo), Mantova, Ghedi e Casalmaggiore;
Canton Sondri (Vennonezia), con i distretti di Sondrio (capoluogo), Tirano e Chiavenna.
Lo stemma di Brescia è il bipartito bianco-azzurro del comune omonimo; quello di Bergamo il bipartito d’oro e di rosso del municipio bergomense; quello di Cremona il fasciato bianco-rosso del comune cremonese; quello di Sondrio riprende il bianco e l’azzurro della bandiera comunale sondrasca, inquartandoli.
Veniamo ora ai restanti ambiti cantonali della Grande Lombardia, dopo aver passato in rassegna quelli della Lombardia etnica.
Lombardia genovese (Liguria, in marrone):
Canton Sgenoa (Ingaunia), con i distretti di Genova (capoluogo), Savona, Rapallo, La Spezia e Massa;
Canton Nizza (Intimilia), con i distretti di Nizza (capoluogo), Sanremo e Imperia.
L’insegna di Genova è la classica Croce di San Giorgio, orlata d’oro; quella di Nizza è un fasciato bianco-azzurro che riprende le onde presenti nel simbolo nizzardo (a partire da quello della Contea omonima), sotto all’aquila rossa e ai tre monti.
Lombardia romagnola (Romagne, in arancione):
Canton Bologna (Boica orientale), con i distretti di Bologna (capoluogo), Imola, Ferrara e Comacchio;
Canton Ravenna (Romagna), con i distretti di Ravenna (capoluogo), Cesena e Forlì;
Canton Rimin (Senonia), con i distretti di Rimini (capoluogo) e Pesaro.
Il simbolo di Bologna è, anche in questo caso, la Croce di San Giorgio, orlata di blu; quello di Ravenna è il troncato giallo-rosso della bandiera tradizionale romagnola; quello di Rimini riprende lo scaccato, parimenti giallo-rosso, del blasone dei Malatesta.
Lombardia tirolese (Rezia cisalpina, in blu):
Canton Trent (Anaunia), con i distretti di Trento (capoluogo), Cavalese e Cles;
Canton Bolzan (Tirolo), con i distretti di Bolzano (capoluogo), Merano, Bressanone, Brunico e Silandro.
Lo stemma trentino riprende quello del Principato vescovile di Trento, con le tre bande orizzontali porpora-bianco-porpora; quello di Bolzano la bandiera bianco-rosso-bianca a strisce orizzontali del comune di Bolzano, con un cromatismo che rimanda alla Contea del Tirolo.
Lombardia veneta (Veneto, in rosa):
Canton Venezzia (Venethia), con i distretti di Venezia (capoluogo), Chioggia, Padova, Treviso e Rovigo;
Canton Visenza (Cymbria), con i distretti di Vicenza (capoluogo), Bassano e Schio;
Canton Verona (Euganea), con i distretti di Verona (capoluogo), Bussolengo, Legnago e Villafranca;
Canton Bellun (Catubrinia), con i distretti di Belluno (capoluogo), Pieve di Cadore, Conegliano e Castelfranco.
Lo stemma di Venezia, tramite le bande orizzontali giallo-rosse, riprende la bandiera storica della Serenissima, caratterizzata soprattutto dal Leone di San Marco; quello di Vicenza allude al blasone a strisce orizzontali giallo-verdi dei da Romano (Ezzelini), signori medievali di Vicenza originari del suo territorio; quello di Verona è la nota bandiera crociata con croce gialla in campo blu; quello di Belluno, di nero al capo d’argento, riprende il blasone dei da Camino, casata trevigiana che esercitò il proprio potere fra Treviso e il Cadore.
Lombardia giuliana (Carnia e Istria, in grigio):
Canton Triest (Istria), con i distretti di Trieste (capoluogo), Pola e Fiume;
Canton Gorizzia (Julia), con i distretti di Gorizia (capoluogo), Aidussina e Tolmino;
Canton Udin (Carnia), con i distretti di Udine (capoluogo), Cividale, Gemona, Cervignano e Tolmezzo;
Canton Pordenon (Friuli), con i distretti di Pordenone (capoluogo), Maniago e Portogruaro.
Simbolo di Trieste è lo spiedo da guerra, “alla furlana”, bianco in campo rosso; quello di Gorizia il troncato giallo-azzurro tratto dalla bandiera della provincia; quello di Udine il tradizionale scudo bianco-nero della nobile famiglia dei Savorgnan; quello di Pordenone riprende i colori della bandiera pordenonese, rosso-bianco-rossa a bande verticali.
Presentiamo qui, a mo’ di esempio, l’insegna cantonale del Canton Milan – e Milano è la capitale storica della Lombardia etnica e della Grande Lombardia -, per dare un’idea di come siano stati concepiti gli stemmi. Potete reperire gli altri sul profiloInstagram di Paolo Sizzi.
Da lombardista considero come Lombardia occidentale Piemonte e Valle d’Aosta, mentre la Lombardia occidentale moderna sarebbe la cosiddetta Insubria.
‘Piemonte’ è soltanto un coronimo, un nome geografico, non un etnonimo, e il territorio che esso designa, dal Medioevo sino al Risorgimento – cosiddetto -, è stato ritenuto parte della Lombardia storica, assieme alla regione lombarda attuale, Liguria, Emilia, Svizzera “italiana”, con il resto della Padania [1].
Classico simbolo subalpino è il Drapò sabaudo, che riprende la Croce di San Giovanni Battista con un tocco di blu Savoia, da abbandonare in favore della bandiera crociata dell’Assedio per Torino, dell’insegna storica del Marchesato di Saluzzo per Cuneo e di quella del Marchesato del Monferrato per Alessandria.
Le minoranze ivi presenti sono la franco-provenzale a nordovest e la walser a nordest; ci sarebbe anche quella occitana nel settore sudoccidentale, ma spesso si tratta di piemontesi che parlano provenzale. L’occitanismo cisalpino è un pretesto per fare gazzarre di sinistra anti-identitarie, condite dal solito cosmopolitismo antifascista. Nell’area meridionale estrema le genti di Taurasia [4] e liguri si sovrappongono, ma l’idioma subalpino viene parlato anche in brandelli di Regione Liguria, che sono parte del territorio geografico padano.
In Piemonte vi sono anche delle residue comunità ebraiche, e così in Emilia, bassa Regione Lombardia e Milano. Eccetto Torino e Milano si tratta ormai di poche unità , spesso mescolate e secolarizzate. Siamo dell’idea, tuttavia, che vadano restituite alla Palestina, come gli zingari all’India.
Nella vera Lombardia occidentale si parla piemontese, che comprende torinese e cuneese (ad ovest), astigiano, langarolo, roerino, monferrino, alessandrino (a sud); vi sono inoltre le loquele influenzate dal lombardo [5] dei linguisti come vercellese, biellese, valsesiano, novarese orientale, lomellino occidentale (ad est), ed infine citiamo il canavesano parlato ad Ivrea e suo territorio (a nord). In Valle d’Aosta c’è il patois valdostano, che è franco-provenzale, e si usa anche il francese (oltre al toscano).
Decenni fa in Piemonte c’era una minoranza che in breve non lo è più stata, vale a dire quella sud-italiana; Torino è diventata la terza città meridionale della Repubblica Italiana, grazie (si fa per dire) all’affarismo e alle politiche economiche targate Valletta-Agnelli che hanno letteralmente farcito di migranti, specie calabresi, la città sabauda. La Subalpina ospita, assieme a Liguria, Insubria-Orobia ed Emilia, ormai milioni di individui di origine ausonica, che hanno comportato con il loro esodo un ovvio sconvolgimento del tessuto etno-sociale originale, pagato, come sempre, dalla povera gente. La colpa a monte non è tanto degli immigrati “meridionali” quanto dei soliti affaristi indigeni che, ieri, sfruttavano i sud-italiani e oggi i moderni migranti. Agli esodi si sono aggregate le mafie che hanno fatto affari d’oro nel triangolo industriale (con la complicità della corruzione di taluni autoctoni, va detto).
Ai simpaticamente detti “terroni”, passatemi il termine scherzoso, si aggiunsero, in misura minore, veneti (soprattutto lagunari), friulani, emiliani orientali, romagnoli, esuli istro-dalmati sfrattati dai criminali titini e ovviamente gli immigrati più recenti provenienti da tutto il globo, che sovente rappresentano un grave problema in termini di delinquenza e degrado. Essere identitari, e indigeni, in Piemonte è ormai una medaglia al valore.
L’autoctono è di stampo celto-ligure, gallo-romano e longobardo. Forte in Piemonte il tipo alpinide, che implica una statura mediamente più bassa, rispetto ai vicini (vedasi le carte antropometriche di Ridolfo Livi), ma più diffuso è anche il tipo ligure, l’atlanto-mediterranide. La parte meridionale della regione subalpina risente molto del sostrato ligure antico e alcune zone che costeggiano il confine meridionale sono un embricarsi di piemontesi e genovesi, in senso storico (pensiamo all’Oltregiogo).
Per converso, il biondismo in area prealpina e alpina, e in zone come il Canavese, è sensibilmente più radicato, rispetto alla Regione Lombardia, grazie ad infiltrazioni nordiche storiche, anche se comunque di statuto periferico.
[1] In epoca post-carolingia era Lombardia soprattutto la porzione occidentale della Cisalpina.
[2] Fermo restando che l’area andrebbe comunque lombardizzata, per rinsaldare i legami cisalpini e rafforzare la coscienza granlombarda. I franco-provenzali, gli arpitani, sono il frutto di migrazioni medievali, come ogni altra minoranza storica del nostro territorio.
[3] Senza Tortona, destinata al Canton Piacenza, assieme a Voghera.
[4] Impieghiamo il termine ‘Taurasia’ come etnico del Canton Torino, ma può essere sinonimo di ‘Piemonte’. Deriva, ovviamente, dai celto-liguri Taurini, il cui etnonimo riecheggia, secondo alcuni, il celtico tarvos ‘toro’.
[5] Per noi il lombardo coincide col gallo-italico.
Mercoledì scorso abbiamo passato in rassegna le comunità lombarde storiche presenti all’estero, frutto cioè di fenomeni coloniali medievali e rinascimentali che hanno portato genti lombarde a popolare territori extra-cisalpini. Oggi, invece, parleremo dei recenti fenomeni migratori riguardanti i lombardi, dall’800 in poi, segnatamente per quanto concerne una presa di coscienza identitaria che passa, ad esempio, per la lingua: gallo-italica, veneta, retoromanza. L’orgoglio e il senso d’appartenenza linguistici rappresentano un modo concreto di tramandare la propria identità , in questo caso in contesti esotici, lontano dalla madrepatria alpino-padana. Naturalmente, i lombardi all’estero possono essere benissimo rimescolati con geni indigeni, pur avendo una coscienza lombarda, e questo problema è un ostacolo ad un possibile rientro in patria degli oriundi.
Venendo al dunque, e considerando i fenomeni migratori che hanno portato alla formazione di comunità lombarde all’estero (tralasciando, dunque, l’emigrazione generica, senza conseguenze identitarie), per quanto concerne i gallo-italici (e cioè i lombardi etnici e gli altri cisalpini della Lombardia etnolinguistica) avremo una presenza sensibile in Sudamerica (Argentina e Brasile) soprattutto per quanto riguarda il lombardo grossomodo regionale, il piemontese e il ligure e l’interessante caso della comunità trentina di Å tivor, nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina; in questa circostanza si parla di trentini di tendenze linguistiche venete (Valsugana), mentre altri trentini “lombardo-veneti”, in senso parimenti idiomatico, sono presenti in Brasile. Nell’Agro Pontino laziale, in epoca fascista, si stabilirono, fra le altre, comunità emiliano-romagnole, e così in Sardegna (ferraresi).
Per quel che riguarda, invece, i retoromanzi (ladini, romanci, friulani), va fatto un discorso analogo a quanto sopra, e specialmente nel caso del Friuli ricordiamo le mete europee (Francia e Belgio, ad esempio), americane (Canada, Usa, Argentina, Brasile), australiane e sudafricane, senza contare i carnici emigrati internamente verso ovest (triangolo industriale) e nell’Italia etnica (Agro Pontino, Roma), o in Sardegna (Arborea, come per i veneti). Per chiudere rammentiamo l’immigrazione interna alla Padania, soprattutto in direzione est-ovest, con veneti, friulani, istro-dalmati, emiliani orientali, romagnoli ed orobici (pensiamo al fenomeno secolare dell’emigrazione bergamasca) verso le più prospere – un tempo – regioni della Grande Lombardia occidentale.
Abbiamo, insomma, considerato non il fenomeno generico dell’emigrazione granlombarda all’estero, bensì l’espatrio con conseguente formazione di comunità padano-alpine in loco, cementate da lingua, usi e costumi, cucina, tradizioni. Resta la problematica etnica: gli individui trasferitisi sono granlombardi? Se di sangue intatto, grazie all’endogamia comunitaria, certamente, per quanto ormai nati all’estero. Seppur integri appaiono però sradicati e un loro eventuale rientro, atto a sostituire gli allogeni rimpatriati, potrebbe rappresentare una grana a livello di densità demografica, che nella Cisalpina raggiunge valori folli. È però chiaro: meglio gli oriundi degli alloctoni, e un parziale ritorno alla madrepatria (dei soggetti etnicamente compatibili) può essere valutato.