11 gennaio 2026: presentazione ufficiale di Nazione Lombarda

Nazione Lombarda

Fratelli lombardi, ci siamo. Soledì (domenica) 11 gennaio 2026, dalle ore 15.30 alle ore 18, presso la sala consiliare del Castello Visconteo di Abbiategrasso (Milano), andrà in scena la presentazione ufficiale al pubblico dell’associazione politico-culturale Nazione Lombarda, nata il 23 dicembre 2024, in pieno periodo solstiziale d’inverno, in quel di Bergamo. Fondata da 10 lombardisti, fra cui il Presidente Paolo Sizzi, il Segretario Adalbert Roncari e gli altri membri del Consiglio Alessandro Cavalli, Andrea Rinaldi e Filippo Ferrari, NL si propone di adoperarsi per l’affrancamento del sentimento identitario, comunitario e nazionale del popolo granlombardo, a partire dall’ambito culturale, ma con un’ovvia ottica politica nel solco dell’etnonazionalismo e dell’indipendentismo.

L’associazione è l’approdo definitivo del lombardesimo militante, dopo il Movimento Nazionalista Lombardo (2011) e Grande Lombardia (2013), il cui carattere è politico, al di là di questioni statutarie e burocratiche, in senso schiettamente dottrinale e ideologico: Nazione Lombarda è un soggetto che non intende, soprattutto ora, partecipare a competizioni elettorali e non è dunque interessato a voti, poltrone, cariche e prebende; ciò che ci prefiggiamo, nel nostro piccolo, è divenire inedito punto di riferimento nel panorama identitario padano-alpino, strutturandoci come movimento d’opinione che, a partire in special modo dalla rete, si batta per liberare la nazione storica lombarda dal giogo italiano e mondialista, cominciando da menti, coscienze e spiriti. Chiaramente con mezzi civili e democratici.

Inutile portare alle urne i lombardi se questi non sanno nemmeno di esserlo, credendosi di volta in volta italiani, “padani” alla leghista o cittadini del mondo, perché infatti urge in prima istanza acculturare, divulgare le tematiche care al lombardesimo e porre così le basi per una missionarietà fra connazionali, mirata a una sana ri-educazione identitaria e comunitaria. La Grande Lombardia, cioè la Lombardia storica che ingloba tutta quanta la Cisalpina, è sotto ogni punto di vista popolo, etnia e nazione, per quanto dormienti, ed è dunque necessario che i lombardisti promuovano a piene mani l’idea dell’autoaffermazione nazionale delle Lombardie.

NL, associazione politico-culturale plasmata dal pensiero dagli storici araldi del lombardesimo Paolo Sizzi e Adalbert Roncari, si presenterà come faro culturale, ideologico e metapolitico per tutti coloro che vogliono raccogliere la sfida lanciata dall’etnonazionalismo cisalpino, al netto di ogni buffonata di stampo bossiano, lanciando quelli che sono i nostri cavalli di battaglia di sempre: lombardesimo e panlombardismo, comunitarismo, razzialismo, tradizionalismo emendato dall’etno-razionalismo, ambientalismo coniugato all’etnonazionalismo ed europeismo völkisch in ottica euro-siberiana. L’esaltazione razionale di sangue, suolo e spirito è ciò che ci guida, contrastando la degenerazione contemporanea che passa tanto per i fasulli concetti di Italia, Lombardia ed Europa quanto per il relativismo che mira a distruggere i vincoli di solidarietà etnico-nazionale e comunitaria.

Per chi fosse, dunque, interessato a presenziare all’evento dell’11 gennaio 2026, l’appuntamento è alle 15:30 presso la sala consiliare del Castello Visconteo di Abbiategrasso, Milano, in una storica e prestigiosa cornice dalla quale è transitato un gran pezzo dell’identità plurisecolare d’Insubria e della Lombardia etnica. Nel segno dei Visconti, il cui emblema araldico, il Biscione, campeggia al centro del logotipo di Nazione Lombarda, in quanto simbolo etnonazionale del popolo granlombardo, assieme allo Swastika camuno che è l’insegna del lombardesimo. Quel giorno avremo anche modo di presentare, oltre al drappo dell’associazione, la nostra proprosta di bandiera e stemma nazionali e, ovviamente, il sito ufficiale di Nazione Lombarda.

Dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone

Salut Lombardia!

5 dicembre (1746): la rivolta del Balilla (festa del Genovesato/Liguria)

Il Balilla

Il 5 dicembre è la festa di Genova (e della Liguria contemporanea, che è poi Genovesato), poiché ricorre la memoria del 5 dicembre 1746, data della rivolta cittadina iniziata dal Balilla, contro gli occupanti austriaci. Tale sommossa culminò con la cacciata degli asburgici dal capoluogo ligure, e fu una rivolta del popolo, anche dei suoi strati più umili, essendosi gli aristocratici facilmente piegati alla volontà austriaca di conquista della città. Secondo la tradizione, ad iniziare la riscossa di Genova fu Giovan Battista Perasso detto Balilla, il ragazzo di Portoria (quartiere genovese) passato alla storia col suo leggendario soprannome, il cui significato dovrebbe essere ‘pallina’, appellativo riferito a bambini e adolescenti liguri. Altro suo epiteto era il curioso “Mangiamerda”, nonché “Beccione”, che se ho ben capito, in vernacolo, significa ‘scopatore’. Questo giovane, scagliando un sasso contro la truppa austriaca che, con arroganza, pretendeva che i popolani genovesi levassero dal fango un suo pesante cannone (poi usato contro di loro), diede il La alla rivolta, terminata vittoriosamente.

«Che l’inse?» ossia «La comincio io?» è il celebre grido in genovese con cui il Balilla aprì le ostilità contro gli austriaci occupanti, aizzando la folla. La ribellione va contestualizzata nel più ampio scenario della guerra di successione austriaca (1740-1748), dove le più grandi potenze europee erano coalizzate contro l’Arciducato d’Austria; la Repubblica di Genova, per mantenere la propria neutralità, si schierò dalla parte di Francia e Spagna, il che portò all’invasione austriaca della capitale del Genovesato. L’identità del Balilla non è chiarissima, come è ovvio che sia, perché ammantata di mistero e di mito, sebbene tradizionalmente sia attribuita al suddetto Giovan Battista Perasso di Portoria (nato e morto a Genova, 1735-1781). Rimane, comunque, la figura del giovanissimo patriota ligure settecentesco – al netto della retorica risorgimentale e fascista – che dà il via alla riscossa popolare nei confronti di un esercito d’occupazione straniero, e poco importa se questo fosse asburgico anziché franco-spagnuolo. E in questo senso il Balilla è simbolo identitario della Genova e della Liguria resistenti, che può esser ancor oggi d’esempio, pensando alle drammatiche vicende postbelliche vissute da quelle terre, come dal resto della Cisalpina occidentale, in termini di colonizzazione e immigrazione.

5 dicembre: Cernunnos, patrono di Lombardia (festa dello Swastika camuno)

Cernunnos

Il 5 di dicembre, a mio avviso, potrebbe essere giorno dedicato a Cernunnos, patrono gentile di Lombardia, il cui teonimo pare riconnettersi ai lemmi gallici carnon o cernon, ‘corno’, ricorrenti in etnonimi di tribù celtiche (come i Carni del Friuli); cosicché, Cernunnos, è etimologicamente ‘divinità maschile cornuta’. Il dio era lo spirito divinizzato degli animali maschi cornuti, soprattutto dei cervi, e rappresentava la forza selvaggia, maschia e indomita delle foreste, della natura, degli animali come i cervidi, della virilità e della fecondità e successivamente, in un certo senso, anche della resistenza europea anticristiana. Non a caso Cernunnos, ma anche il romano Fauno, erano figure sincretiche associate nel Medioevo, dai pretacci, al demonio, grazie alla classica iconografia del diavolo come essere cornuto, deforme, barbuto e con tanto di zoccoli da ungulato ai piedi e coda animalesca. Il 5 dicembre, altresì, ricorrevano i Faunalia romani dedicati alla divinità della natura, Fauno appunto, analoga al dio alpino-celtico; un motivo suggestivo che potrebbe testimoniare l’arcaica fratellanza celto-latina, indoeuropea occidentale nella sua culla continentale, con la figura sacra romana che ricalca, in parte, le caratteristiche del satiro greco. Tornando a Cernunnos, è d’uopo rammentare come il suo culto fosse molto praticato nell’antica Camunia, il che ci riporta allo Swastika graffito di quell’area, simbolo solare e astrale ariano divenuto emblema del lombardesimo.

La deità cornuta in oggetto veniva adorata anche nelle Gallie, in Britannia e nella Padania in genere; non nasce celtica, ma reto-alpina, come figura sciamanica affine a molte altre del continente europeo. La sua iconografia più antica sembra essere quella rinvenuta tra le incisioni rupestri camune, guarda caso, e probabilmente è grazie ai contatti tra genti reto-liguri e celtiche hallstattiane che Cernunnos divenne famosissimo presso le tribù galliche storiche. La raffigurazione più nota, tuttavia, è quella del calderone di Gundestrup (Danimarca, in qualità di prodotto importato). Veniva rappresentato come un uomo adulto barbuto, con ramificate corna di cervo, attributi nobiliari gallici (la torque e borse di monete), compagnie animali (fiancheggiato da serpenti, ad esempio) e accostamenti alla caccia, essendo il cervo assai predato presso gli antichi popoli delle Alpi e celtici. È un dio legato al concetto di abbondanza sia come fecondità, rigoglio della natura, moltiplicazione di raccolto e beni naturali vari, prolificità di uomini e animali, sia come ricchezza materiale, di denari, risorse, beni e cibo. La sua grande carica sessuale lo tramuta in emblema di virilità e fecondità maschile, nonché signore degli animali e dell’attività venatoria; il contesto originale alpino (reto-camuno ed euganeo) lo rende, altresì, degno patrono della Lombardia, accanto alla papabile matrona, dea della luce e del fuoco, Belisama.

Dicembre – December

Ave, Sol!

Il mese di dicembre (December) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, il decimo dell’anno a partire da marzo, successivo a novembre. L’attuale dodicesimo mese del calendario era occasione di grandi celebrazioni sacre romane (ma non solo, si pensi allo Yule dei Germani), essendo il periodo dei riti dedicati al Sol Indiges (11 dicembre), divinità romana indigena personificazione del sole, il dies natalis di Tellus, dea della (madre) terra, i Saturnalia (17-23 dicembre) e il Natale del Sol Invictus (25 dicembre), deità orientale di matrice indoeuropea “importata” a Roma nel periodo tardo-imperiale. Vi erano altre importanti festività dedicate a divinità preposte all’abbondanza dei raccolti (Conso, Opi, lo stesso Saturno), al riposo sotterra delle sementi, e in senso lato al culto dei morti e all’oltretomba (Tellus, Acca Larenzia), e ad Angerona, associata sovente alle precedenti dee dell’abbondanza, ma ritenuta anche la figura tutelare segreta di Roma (in quanto dea del silenzio) e la figura sacra che apre il periodo solstiziale (e l’anno astronomico nuovo), ruolo questo che, in tempi moderni, è stato raccolto dalla sua trasposizione cristiana, Santa Lucia, debitrice anche della dea etrusca del parto Lucina. La Bona Dea, archetipica figura latina della Grande Madre, raccoglie tutte le caratteristiche delle deità femminili citate, così come quelle di Cerere, Cibele, la Mater Matuta etrusca e la dea Dia. Tutte figure, queste, che presiedevano ad un periodo cruciale dell’anno, quale il mese di dicembre, tempo segnato dal ciclo di morte e rinascita che culmina nel solstizio d’inverno.

Pur essendo un dio celebrato in estate (per le sue ovvie caratteristiche solari e luminose), vedo bene Apollo come incarnazione sacra del mese di dicembre, in quanto divinità identificata appunto con il sole, tanto da venir parassitata nella simbologia dal Cristo (i cui natali sono stati, non a caso, collocati al 25 dicembre), calco giudaico di Sol e di Apollo-Helios. Il grande protagonista di dicembre è, dunque, il sole, che col solstizio del 21-22 del mese rinasce vincendo le tenebre e il freddo, la fase di apparente morte della natura autunno-invernale, allungando lentamente la durata delle ore di luce a scapito di quelle di buio. Un altro tema dicembrino importante è rappresentato dal ricordo degli avi (culto dei Lares familiares, gli spiriti degli antenati defunti, nel più ampio contesto dei Saturnalia), con scambi di doni e presenti lasciati nel larario romano (da cui il presepe) per i bambini, dai familiari vivi. Del resto, Babbo Natale, prima di essere San Nicola, è Saturno medesimo, il vegliardo natalizio che reca doni ai piccini, e precristiana è la stessa tradizione dello scambio di doni come delle figure di santi che portano regali nella notte (Santa Lucia, San Nicola, Gesù Bambino, i Re Magi). Dicembre inizia con il sole nel segno astrologico del Sagittario e, dal 21 del mese (il solstizio d’inverno si celebra il 21 o 22), si conclude con il suo ingresso nel segno del Capricorno.

25 novembre: Caterina Segurana (festa del Nizzardo)

Caterina Segurana

Il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, i nizzardi ricordano la loro eroina Caterina Segurana, umile lavandaia distintasi durante l’assedio franco-ottomano di Nizza nell’agosto del 1543. L’assedio venne levato vittoriosamente dalle truppe sabaude e imperiali, con l’appoggio delle navi di Andrea Doria, che liberarono una città parte del Ducato di Savoia finita nelle mire del re di Francia Francesco I, nonostante le dichiarazioni di rinuncia, di vent’anni prima. Il 15 di agosto 1543, nel momento più critico per Nizza durante l’assedio turco, con gli assedianti che stavano per sfondare dopo l’accanita resistenza degli assediati nizzardi, un ottomano riusciva a piantare la propria bandiera nella breccia aperta presso le mura cittadine; fu allora che insorse Donna Maufaccia, epiteto della popolana Caterina Segurana, così chiamata per il brutto aspetto, buttando giù l’invasore turco e impossessandosi della sua bandiera, rivolgendo poi gesti osceni di scherno all’indirizzo degli ottomani. L’episodio rinfocolò l’impeto dei nizzardi, che riuscirono a respingere gli allogeni assalitori, alleati del re di Francia.

Alla Segurana, che perì negli scontri, venne dedicata una stele con iscrizioni in nizzardo, posta sull’antico bastione. Questa donna di umili origini, la cui esistenza è stata messa in dubbio dalla storiografia filo-francese, è divenuta eroina della sua città e simbolo dell’identitarismo nizzardo, in accesa polemica non solo contro i francesi ma anche contro i loro ascari alloctoni: ieri i turchi, oggi gli immigrati provenienti da mezzo mondo, in particolar modo dal Nordafrica. E le drammatiche vicende contemporanee ci parlano, infatti, di terroristi islamici che insanguinano Nizza, terroristi accolti, coccolati e tollerati da Parigi che li ha sparsi in tutta la Repubblica. Caterina Segurana, ancor oggi celebrata con orgoglio dalla grande città storicamente ligure, ci ricorda che il Nizzardo non è Francia, bensì Grande Lombardia, la cui identità (anche linguistica) cisalpina è stata annacquata dagli influssi occitani e francesi. Questi territori storici liguri vennero svenduti, assieme alla Corsica, alla Francia, con esiti nefasti per l’identità nizzarda e corsa. Nonostante ciò, gli indigeni di quei luoghi difendono con tenacia e fierezza le proprie radici, rivendicando una chiara estraneità rispetto all’Hexagone e contrastando il fenomeno migratorio. Forse non si sentiranno nemmeno padano-alpini, ma è indubbio che rientrino nel contesto della Grande Lombardia, non foss’altro per gli stretti rapporti con la Liguria e il Piemonte.

11-14 novembre (583 a.e.v.): la fondazione di Milano

Antares

Tra l’11 e il 14 di novembre, del 583 avanti era volgare, si colloca la fondazione della celtica Milano (Medhelan?), la capitale storica lombarda. Secondo la tradizione (analizzata da uno studioso di cose celtiche di Lombardia, declinate in chiave archeo-astronomica, quale Adriano Gaspani), nel periodo che ruota attorno alla cosiddetta estate di San Martino (poco dopo il Capodanno celtico, in concomitanza con l’Avvento ambrosiano), i Celti insubrici eressero un nemeton, un santuario, in base alla mappatura della volta celeste nel tempo dell’anno in questione. L’orientamento dell’ellissi, del tracciato dell’edificio religioso compiuto dai druidi, seguiva infatti l’allineamento degli astri del 583 a.e.v., basandosi soprattutto sulla levata della stella Antares (la più luminosa della costellazione dello Scorpione) assieme al sole. La dedicazione del ‘santuario di mezzo’ (MedhelanMediolanum) venne così a coincidere con lo spartiacque astronomico tra estate e inverno, e non è forse un caso che il calendario liturgico ambrosiano della Chiesa milanese cominci l’Avvento (al solstizio d’inverno, cioè al Natale del sole) due settimane prima di quello di rito romano.

Il fulcro del nemeton era situato nell’odierna Piazza della Scala, la cui scelta deriva dalla direzione del tramonto del sole al solstizio d’estate dietro il Monte Rosa, e dalla levata della stella Capella, sacra alle popolazioni galliche, dietro il Resegone. La festa di San Martino, celebrata l’11 novembre, discende dunque da un insieme di reminiscenze celtiche (tra cui si ricordi anche la ricorrenza dei mariti cornuti, frutto di antichi rituali pagani connessi alle fiere del bestiame cornuto e all’abbondanza, dunque alla fecondità, ma anche ai bagordi delle consorti e allo scherno dei “becchi”…), al solito storpiate dalla Chiesa, legate al movimento degli astri e al cammino autunno-invernale del sole, in cui viene a collocarsi anche la fondazione sacra di Milan. La leggenda classica di Belloveso situa la nascita di Milano durante le calate galliche della seconda Età del Ferro (Cultura lateniana), ma con tutta probabilità va anticipata al contesto golasecchiano, tanto che il santuario insubrico di Medhelan era punto di riferimento per varie tribù celtiche del periodo, tra cui gli Oromobi di Como e Bergamo (secondo alcuni un’articolazione religiosa interna alla famiglia degli Insubri, un’anfizionia).

6 novembre (2013): la nascita di Grande Lombardia

I lombardisti

Il 6 (o 7) di novembre è la data astronomica intermedia fra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, che è quanto celebravano, ad esempio, i Celti con Samonios (da cui Halloween), festività che tradizionalmente cade fra 31 ottobre e il primo di novembre. L’antica ricorrenza di Samhain è anche detta Calenda, in quanto Capodanno celtico, ed era vista dai nostri avi come il periodo dell’anno in cui il mondo dei vivi si avvicinava di più a quello dei morti, con l’apertura simbolica del portale che li mette in comunicazione. Da qui i riti apotropaici sul limitare dell’inverno, in concomitanza con una stagione dalle giornate corte, dunque buie, fredde, “morte”, in cui anche la natura e le attività agro-silvo-pastorali “riposano”. La celebrazione cristiana di santi e defunti nasce da tutto questo, e proprio per la valenza sacrale e astronomica – in chiave pagana – ricoperta dal 6 novembre io e gli altri fondatori di Grande Lombardia scegliemmo, nel 2013, di dare vita a tale movimento, nella cornice del Castello Visconteo di Pavia, l’indimenticata capitale longobarda. Il ricordo degli antenati, l’inizio dell’anno celtico, le reminiscenze gentili, lo sfondo dell’autunno lombardo e l’intima fusione tra sangue, suolo e spirito resero cotesta data ideale per raccogliere simbolicamente l’eredità del Movimento Nazionalista Lombardo, fondato il 6 maggio 2011 nell’alto Seprio varesotto. Il periodo di Beltane, festività primaverile celtica per antonomasia, si contrappone astronomicamente a Samhain, ed è non a caso il festival della luce e del fuoco.

Il 6 novembre 2013 non si celebrò il “funerale” del MNL, nato il 6 maggio 2011, ma l’inizio di una nuova esperienza lombardista estesa a tutto l’ambito granlombardo, dal Monviso al Matajur e al Nevoso, dal Gottardo al Cimone, in onore delle radici celto-germaniche e romanze occidentali di tutti i cisalpini, che dal Medioevo vennero globalmente chiamati lombardi. Certo, il fulcro etnico (teorizzato dalla prima associazione) rimane il “nordovest” padano-alpino, ma la Grande Lombardia è l’erede, la continuazione, dell’antico Regno longobardo, da cui lo stesso etnonimo lombardo. Se la data mediana tra equinozio di primavera e solstizio d’estate segnò la nascita ufficiale del lombardesimo militante, nel tripudio di luce di Beltane/Calendimaggio, quella mediana tra equinozio d’autunno e solstizio d’inverno, tempo di intima riflessione, accompagnò il sorgere di una visione di più ampio respiro, infine approdata nella nascita di Nazione Lombarda, il 23 dicembre dello scorso anno. Nel segno della continuità con MNL e GL, rimarcando il carattere nazionale e unitario della nostra unica patria. A ben vedere, se i Longobardi fossero riusciti a sgominare il mortale nemico pontificio avrebbero trasformato in Lombardia tutta l’Italia romana, così come i Franchi trasformarono in Francia la Gallia Transalpina. Ma come la Francia primeva è fondamentalmente il centronord dell’attuale RF, così la (Grande) Lombardia è il settentrione della RI, e la difesa dell’identità etnoculturale di un popolo che si fa nazione va attuata a tutto tondo, essendo sempre legittima e doverosa. Sebbene per un settennio (2014-2021) abbia riconsiderato l’Italia a guisa di (fumosa) civiltà storica, sono sempre rimasto lombardista, sino a riabbracciare le origini tra estate e autunno di 4 anni fa.

Novembre – November

Bacco

Il mese di novembre (November) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, il nono dell’anno a partire da marzo, successivo a ottobre. L’attuale undicesimo mese del calendario era posto sotto la tutela di Diana e in Roma antica non era particolarmente caratterizzato dalla presenza di festività significative, ad eccezione dei Ludi Plebeii. Nei Menologia rustica, calendario romano che forniva indicazioni utili alle pratiche agresti, il mese novembrino era preposto alla semina di grano e orzo e all’esecuzione di scavi attorno agli alberi con lo scopo di raccogliere l’acqua piovana invernale per bagnare le piante durante le aride estati, ma anche per evitare esondazioni, controllare la crescita delle infestanti e convogliare materiali organici fertilizzanti. L’iconografia tradizionale, sempre presso i Romani, di novembre era costituita da un uomo con una zappa a quattro denti (un rastrello, praticamente) e, spesso, la deità atta a rappresentare il mese autunnale per antonomasia era Iside, figura divina allogena penetrata con l’ellenismo e celebrata negli Isia, tra ottobre e novembre. November inizia con il sole nel segno astrologico dello Scorpione e si conclude con il suo ingresso nel segno del Sagittario il giorno 22, sino al 21 dicembre, data solstiziale.

Personalmente, vedo bene la figura di Bacco, il Dioniso romano, dio del vino e della vendemmia, del piacere dei sensi e del divertimento, per incarnare novembre; questo perché in tal mese, tra la sua fine e l’inizio di dicembre, venivano celebrati i Brumalia romani, feste a base di libagioni e banchetti in onore del dio estatico e strepitante (portatore di baccano, da cui l’appellativo di origine greca Bromio) il cui etimo si ricollega alle brume, al periodo invernale. E sappiamo bene, soprattutto in ambito padano, quanto novembre sia il mese della nebbia… Inoltre, il periodo novembrino, da un punto di vista identitario, è ancor oggi simbolo di tenebre – vedi le giornate brevi -, freddo, morte (o, meglio, commemorazione dei defunti, in linea con il trapasso autunnale e invernale della natura), come del vino che fermenta al buio nei tini, del seme che riposa sotto il suolo nell’attesa di germogliare, della madre terra che abbraccia, nel riposo eterno, tanto i morti quanto i germi di rinascita, il cui avvento si avrà col solstizio d’inverno e il trionfo della luce del sole che vince la gelida oscurità, guadagnando terreno sulla notte. È sempre suggestivo pensare all’inscindibile legame tra sangue degli avi, e nostro, suolo patrio (anche come fonte di sussistenza), e spirito, ovviamente tradizionale e di matrice gentile, segnato dal calendario identitario ereditato dai nostri padri che, sebbene inflazionato dalle celebrazioni cristiane e consumistiche, si fa ancor oggi guida per tutti noi, lungo il cammino della vita.

31 ottobre-1 novembre: Calenda – Samonios

Samhain

Tra il 31 di ottobre e il 1 di novembre, più o meno in corrispondenza della data mediana tra equinozio d’autunno e solstizio d’inverno (che cade il giorno 6 o 7 di novembre), nel mondo celtico si celebrava Samonios/Samhain, l’antico Capodanno dei Galli. Sovrappostosi prima ai Lemuria romani primaverili e poi ai farseschi Ognissanti e morti della Chiesa (d’altronde nati appositamente per cancellare la memoria della ricorrenza pagana, rimpiazzandola), segnava la fine del periodo estivo-autunnale e l’inizio di quello invernale, con i ben noti riti di passaggio in onore degli avi, in cui il portale sacro che si apriva con le celebrazioni di questo periodo metteva in comunicazione i vivi con i morti. Il fuoco, i falò e le lanterne ricoprono un ruolo di primo piano, così come l’assemblea riunita che celebra il termine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo, con tutta una serie di riti giunti sino a noi grazie alle rustiche usanze contadine, e agli echi del mondo nordico, ancorché distorti dalla sottocultura-spazzatura nordamericana e dal relativo consumismo. Samonios è visto un poco come una sorta di festival dell’oscurità e delle tenebre (contrapposto a Beltane che è festa della luce e della fertilità primaverili), nonché periodo dell’anno in cui il velo tra la vita terrena e quella ultraterrena si fa più sottile.

La zucca svuotata, intagliata e contenente una candela accesa, non è solo retaggio britannico e anglosassone (vedi Halloween, cioè la vigilia celto-germanica della festa di tutti i santi del primo giorno di novembre, seguito dal secondo dedicato ai morti dalla liturgia cattolica, un trittico che risente profondamente dell’usanza di Samhain), ma anche cisalpino: le lümére hanno una funzione apotropaica nei confronti della morte (ricordano un teschio, ma anche le teste dei nemici mozzate dai Celti nelle battaglie, e usate come trofeo), e ce ne sono pervenute testimonianze da tutte le contrade della Grande Lombardia, in virtù anche della natura di regina autunnale, tra i prodotti della terra, che caratterizza la zucca. Pure le maschere, i costumi, i travisamenti del viso e del corpo obbediscono a riti scongiurastici atti a prevenire il riconoscimento da parte delle anime dei defunti. Da qui lo slittamento consumistico e orrifico verso il pattume statunitense, che al pari della cristianizzazione snatura e perverte l’essenza gentile della celebrazione. Il triduo dei morti, dunque, è ricorrenza cristianizzata che nasce dal cuore del tradizionalismo ariano, ed è occasione di commemorazione degli antenati e di meditazione sulla morte, in linea con la fine della stagione mite che sfocia nell’inizio di quella rigida e con le pratiche agresti relative alla raccolta degli ultimi frutti e delle bacche, come del ricovero delle bestie e della macellazione di quelle in eccesso.   

Il soggetto obbligatorio

La Gallo-Romània, o Romània settentrionale, che riguarda fondamentalmente i territori storici della Gallia Transalpina e Cisalpina, è costituita dal galloromanzo transalpino (che è quello in senso stretto) e dal cisalpino, che a sua volta comprende gli impropriamente detti gallo-italico e retoromanzo (cioè il ladino in senso lato). Uno degli elementi fondamentali che accomuna tutti questi territori, da un punto di vista linguistico, è la comparsa del soggetto obbligatorio, unito alla marcatura del nominativo (declinazione bicasuale storica) con la presenza del partitivo. D’altra parte, l’antica comunanza del cisalpino, come la stessa koinè padana (la scripta medievale), ci parlano di convergenze alla stregua di fascio di dialetti entro una lega sovraordinata, per dirla con le parole di Alberto Zamboni. Il sostrato celtico comune alle Gallie, che perdura romanamente sin nel tardo antico cisalpino legittimando la nostra identità gallica latinizzata, connette Francia e Padania intimamente ben oltre il 1000, per ragioni linguistiche e politiche, assieme a quelle etniche. È il linguista d’oltralpe Bec a parlarci di galloromanzo cisalpino, riconoscendo le differenze di idioma in qualità di derivazioni dai sostrati etnici.

Tra i fenomeni innovatori che conducono alla genesi del galloromanzo abbiamo, come detto, l’uso obbligatorio del soggetto, che risulta pronominalizzato: da qui il personale clitico, cioè senza accento e posizione fissa (prima o dopo il verbo), per via della caduta delle finali nella coniugazione dei verbi. Il pronome, del resto, viene reso ridondante perché reduplicato, anche nel caso del soggetto espletivo (pleonastico) dei verbi impersonali. E ricordiamo che la forma tonica dei personali soggetto deriva dalle forme oblique me e te, che hanno sostituito ego e tu, un fatto che può essere ascritto alle forme dell’accusativo (me, te) o del dativo (mihi, tibi) latini, ma anche al riemergere delle abitudini linguistiche dei popoli preromani della Padania, in particolar modo celtici. Sarà interessante notare, con il compianto padanista Sergio Salvi, che nelle lingue celtiche sopravvissute io si dice mi/me, proprio come nelle varie plaghe della Cisalpina e che, pure in etrusco, io si dice mi. Da qui l’ipotesi del linguista toscano secondo cui i nostri antenati potrebbero aver confuso il pronome oggetto dei Latini con il loro pronome soggetto, usato prima e dopo la romanizzazione.