Suolo

Il binomio sacrale dell’identitarismo etnicista è costituito da sangue e suolo, per poi aprirsi ad un terzo elemento fondamentale, lo spirito. Sangue e suolo sono però la base di partenza, in quanto sangue del popolo e suolo patrio, dalla cui unione nasce lo spirito inteso come alito di vita umanistico che permette ad una nazione di avere anche un’identità culturale, assieme a quella etnica e territoriale. Non può esserci suolo senza sangue, e viceversa, poiché le radici di una razza e di un’etnia affondano nel loro habitat naturale, costituito dall’ambiente natio. Oggi, la tutela dell’ambiente deve andare di pari passo con quella del popolo, se vogliamo ancora avere un futuro in cui il dato etnonazionale abbia sempre un senso, e a tal proposito serve un ambientalismo identitario che abbandoni le fole progressiste per concentrarsi sulla salvaguardia del nostro ADN, che è profondamente intrecciato alla terra natale. L’ambientalismo alla lombardista porta avanti un pensiero certo ecologista ma emendato dalla componente “salottiera”, che confonde soltanto le acque e persegue l’agenda mondialista.

Difendere il suolo, dunque, significa difendere la patria, affinché la nostra gente possa avere un futuro. E oggi più che mai, soprattutto in Lombardia, appare necessario salvaguardare la natura da inquinamento, cementificazione, deforestazione, peraltro fenomeni sciagurati da ricollegarsi, ancora una volta, all’immigrazione: prima quella sud-italiana, poi quella pressoché dal mondo sottosviluppato intero, che comporta un genocidio democratico degli autoctoni e l’affermazione di tutti i tipici disvalori della società capitalista. Perché è chiaro come il concetto odierno di Occidente non sia altro che la manifestazione dell’imperialismo unipolare di marca statunitense, ferocemente affaristico e votato alla distruzione dell’ambiente naturale, segnatamente europeo, oltretutto senza avvantaggiare minimamente gli europei. E ciò che si compie nella Cisalpina è uno dei casi più clamorosi, a dimostrazione di come il feticcio del progresso e dello sviluppo sia soltanto una truffa spietata, ai danni dei popoli indigeni.

Sangue

Quando noi lombardisti parliamo di sangue intendiamo l’identità biologica di un individuo e, soprattutto, di un popolo, un’identità secondo natura che passa per antropologia fisica, genetica e razziologia. Un dato fondamentale, certo da non prendersi in considerazione da solo ma che rappresenta il primo caposaldo dell’ottica etnonazionalista e lombardista. Poi vengono suolo e spirito. Senza il sangue non si può parlare di razza e di etnia e sebbene non sia tutto, dal punto di vista tradizionalista, resta un basilare pilastro della visione del mondo etnicista, grazie a cui è, e sarà, ancora possibile parlare di popolo e di nazione. Chiaramente non è un merito, e non rappresenta certamente un pegno di superiorità; è un dono, e come tale va custodito gelosamente, e possibilmente tramandato ai posteri, nel rispetto dei vincoli endogamici. La nostra identità comincia dal sangue, e cioè dall’ADN, altrimenti non sarebbe più fattibile trattare di fisionomia identitaria etnonazionalista. Crediamo fortemente nel valore biologico della stirpe, per quanto debba essere accompagnato dall’esaltazione illuminata del suolo e dello spirito.

Ma se possiamo dirci popolo, comunità e nazione è proprio grazie al sangue, ereditato dai padri, elemento di primaria importanza e rivestito di sacralità che abbisogna di tutela, preservazione, valorizzazione. Tutto questo non per del razzismo o del suprematismo – ogni popolazione della terra dovrebbe ragionare in senso völkisch, a casa propria – ma per amore verso le origini, le radici, i natali, senza i quali non potremmo nemmeno essere definiti come individui membri di una comunità nazionale viva e battagliera. Chiaro, esiste il meticciato e il rimescolamento razziale ed etnico, così come esistono gli apolidi, e questo non comporta sicuramente mancanza di dignità e di valore. Meglio specificarlo. Tuttavia il credo nel sangue, soprattutto oggi, serve per difendere l’identità, in particolar modo dei popoli europei, troppo spesso ostaggio del mondialismo, e d’altra parte rappresenta un culto razionale di qualcosa di estremamente concreto e tangibile: l’ADN è razza, etnia, discendenza, aspetto fisico e ovviamente genetico, e nel nostro profilo nazionale, di stirpe, è riposta quella ricchezza fondamentale che ha nome biodiversità.

La Rezia cisalpina nell’ottica lombardista

La Rezia cisalpina, vale a dire il Tirolo storico primigenio (Trentino e Alto Adige), appartiene al dominio geografico granlombardo e pur avendo, nel caso altoatesino, caratteristiche proprie rientra perfettamente nel quadro cisalpino. Il territorio di Trento è, senza dubbio, lombardo: ad un occidente orobico rispondono un oriente veneto e un settore centrale “trentino”, considerando anche le sacche cimbre, mochene e ladine; il Tirolo meridionale, l’Alto Adige, è sicuramente più complesso e nonostante la minoranza ladina appare dominato dall’elemento germanico/germanofono, per quanto rimescolato con i nativi cisalpini. Tale situazione perdura dal Medioevo, perché, chiaramente, l’epoca antica preromana e romana vedeva come protagonista, viceversa, la popolazione indigena celto-retica, in un secondo momento romanizzata.

Sappiamo bene quanto l’Alto Adige sia orgoglioso delle proprie radici, della propria storia e della propria cultura, anche etnica e linguistica, e probabilmente persino in una Grande Lombardia indipendente porterebbe avanti istanze indipendentiste. Tuttavia, l’ambito tirolese meridionale – che è quello storico – è intimamente legato al Trentino, grazie al sostrato retico e celtico ma anche al superstrato longobardo, e la romanizzazione ha anticipato di secoli l’avvento austro-bavarese. Trentini e ladini rappresentano la componente indigena del Trentino-Alto Adige, che a nostro avviso ricade, perciò, appieno nell’ambito lombardo storico, allargato. E non solo per la geografia a sud delle Alpi. La Rezia cisalpina è connessa al resto della Padania, in quanto contesto cisalpino, per l’appunto, e dalle radici nord-etrusche, celtiche, longobarde, lombarde medievali.

Questo discorso vale anzitutto per Trento, città indubitabilmente lombarda, che per quanto abbia un territorio orientale molto influenzato dal venetismo nei secoli passati mostrava un’impronta etnolinguistica ancor più lombarda, cioè gallo-italica. Si consideri che gli stessi ladini, parlanti ladino, rientrano culturalmente nel dominio retoromanzo, cosiddetto, e quindi appartenevano un tempo all’unità etnica e linguistica padano-alpina, di marca galloromanza. Il ladino, in senso ampio, comprende il ladino propriamente detto, il romancio dei Grigioni, il friulano, ed è una famiglia linguistica strettamente imparentata col gallo-italico. Non sarebbe idea poi così balzana pensare di spostare al di là dello spartiacque alpino la popolazione “tedesca” (in realtà baiuvarica) per accogliere al di qua i romanci, nostri fratelli gallo-romanici.

Venetizzazione (o, meglio, venezianizzazione) e italianizzazione hanno interrotto questo continuum portando, linguisticamente, alla creazione di due tronconi padani: un ovest gallo-italico e un est reto-venetico, dai forti influssi mitteleuropei (nel settore settentrionale). Va comunque detto che l’etichetta retoromanza crea soltanto confusione: il ladino non ha sostrato etrusco, ha sostrato celtico, quanto il lombardo. Certo, sulle Alpi vi sono diverse minoranze, tanto a ponente quanto a levante: occitani, arpitani e walser nella Grande Lombardia occidentale, ladini (comunque cisalpini, etnicamente), cimbri, mocheni, altri germanofoni, sloveni e croati nella Grande Lombardia orientale. Una situazione complicata, anche se marginale, che comunque non inficia il nostro concetto di Lombardia storica, un territorio che abbraccia tutto lo spazio padano-alpino, per quanto in alcuni ambiti interessato dalla presenza di minoranze alloglotte.

Siamo per una Rezia cisalpina integralmente granlombarda, e siamo a favore dell’assimilazione dell’elemento germanico (o forse, più correttamente, germanofono). In tal senso non vediamo di cattivo occhio il ripristino delle famose “Opzioni”: gli altoatesini che non accettano la sovranità granlombarda e l’assimilazione possono sempre tornare oltralpe, nelle terre ancestrali dei loro padri. Fermo restando che il Tirolo meridionale non è indubitabilmente germanico, perché contempla anche e soprattutto la fortissima impronta celto-retica, assieme a quella longobarda, che lo connettono strettamente al Trentino (o Tirolo “italiano”, Welschtirol, termine dispregiativo che confonde le acque). “Tirolo” è toponimo cisalpino e indica anzitutto l’Alto Adige, ma storicamente include tutto il dominio retico cisalpino, perciò applicarlo al Tirolo austriaco è fuorviante. D’altra parte l’Austria non esiste, è soltanto la costola orientale della Baviera storica.

Europa

L’Europa è la nostra grande famiglia, lo spazio continentale delle nostre origini e dei nostri destini. È la culla della sottorazza europide (o bianca) della razza caucasoide e rappresenta la naturale dimensione identitaria, in senso allargato, anche dei lombardi. Un serio discorso etnonazionalista non può prescindere dalla cornice imperiale europea, che idealmente si estende sino a Vladivostok, coronando il sogno confederale euro-siberiano. Siamo dunque europei, dopo essere cisalpini, a patto di non confondere la vera Europa con la sua caricatura burocratica che ha sede nel Benelux. Ed essere europei implica essere bianchi, europidi appunto, perché l’ambito razziale va sempre contemplato, in una con quello etnico. È vero, non possiamo non dirci europei, ma l’Europa che l’identitario coerente ha in mente non ha nulla a che vedere coi deliri tecnocratici e finanziocratici all’ombra degli stracci stellati, ed è bene che i valori etnicisti abbiano la meglio sulla chincaglieria giacobino-massonica che vede le radici europee nell’Illuminismo.

Non scherziamo, perché le reali radici del continente affondano nella fertile humus indoeuropea, che garantisce ad ogni vera nazione di avere una propria peculiare identità sancita dalla sacralità di sangue, suolo, spirito. La basilare triade del nazionalismo etnico rappresenta le fondamenta della nostra civiltà, una civiltà che per quanto possa dirsi di retaggio romano-cristiano è anzitutto il frutto delle glorie etniche ariane, recate nelle vene di ogni europeo. Siamo realmente la grande patria di quell’evoluzione e di quel progresso, da interpretarsi in senso positivo, che costituiscono il bene, la luce, la storia dell’umanità stessa, dove tale termine perde la nefasta connotazione egualitarista per assumere un significato squisitamente antropologico. Poiché, al di là di razzismi e suprematismi, resta il fatto che la culla della civiltà sia proprio l’Europa, senza la quale i secoli vissuti dal globo sarebbero trascorsi quasi del tutto invano: cultura, sapienza, scienza, filosofia, spiritualità, arte, guerra (sì, anche quella), tecnologia, sviluppo, benessere, genio e creatività portano il marchio della razza europide, e lo si dica specificando tranquillamente che vi è dignità anche nelle altre popolazioni del pianeta.

Genovesato, la porta della Lombardia

Quella che siamo soliti chiamare ‘Liguria’ è un territorio che, rispetto all’accezione ligure antica, appare molto ridimensionato, limitandosi all’area appenninica, ovviamente cispadana, e a quella costiera con l’immediato entroterra. In antico la Liguria comprendeva tutto il sudovest della Cisalpina e, nel Medioevo, indicava talvolta l’intero occidente padano, sulla scorta della romanità imperiale. La Liguria odierna, regione dello Stato italiano, sarebbe da chiamarsi, più correttamente, Genovesato, che è poi la terra della vecchia Repubblica di Genova. Allo stesso modo la lingua ligure odierna potrebbe tranquillamente chiamarsi genovese, proprio perché il significato contemporaneo di Liguria è qualcosa di artificiale, e parziale. L’eredità degli antichi Liguri, una popolazione fondamentalmente preindoeuropea ma con un forte superstrato ariano recato da genti assai prossime ai Celti, accomuna l’intera Padania occidentale, sebbene sia più forte nei territori “romani” dell’antica Liguria (che fu anche il nome di una regione augustea e, successivamente, dioclezianea).

Nondimeno, la Liguria è parte della Grande Lombardia, è una terra lombarda, e non solo perché nel Medioevo il capoluogo Genova era chiamato sovente, poeticamente, “porta della Lombardia”. La regione in questione riguarda delle popolazioni sorelle di quelle gallo-italiche propriamente dette (sebbene il ligure, linguisticamente, abbia tratti che lo inquadrano come idioma autonomo), legate al basso Piemonte e all’Emilia occidentale e comprendenti pure gli antichi abitatori del Nizzardo e di Montecarlo, così come della Lunigiana (e parte della Garfagnana). La lingua di Genova era, un tempo, molto più estesa ad ovest mentre, ancor oggi, travalica i confini regionali in direzione nord/nordest. Il lunense è, invece, una parlata a metà fra ligure ed emiliano, ma innestato su di un territorio fortemente ligure, in senso etnico.

Infatti, dovendo individuare una regione granlombarda ligure, per fini statistici e demografici, alla lombardista, oltre all’attuale ambito ligure al di fuori del bacino padano (alcuni lembi del Genovesato ricadono, appunto, nella Padania geografica e farebbero parte dei cantoni lombardisti a nord della Liguria costiera), prenderemmo in considerazione il Nizzardo, Montecarlo, Briga e Tenda all’estremo occidente, e la Lunigiana all’estremo oriente, tutte terre dalla storia ligure – anche in senso etnico e linguistico – che sono parte integrante della Grande Lombardia. La Liguria, diciamo convenzionale, è granlombarda, e per quanto non appartenga al dominio lombardo etnico è in tutti i sensi membro della Cisalpina. Viene spontaneo pensare al famoso, o famigerato, triangolo industriale.

Geografia continentale (non peninsulare), lingua gallo-italica (dai più ritenuta tale, pur avendo alcune peculiarità che la rendono originale), Romània occidentale, di clima costiero mediterraneo ma di aspetto parimenti montuoso, celtizzata e longobardizzata, antropologicamente padano-alpina: tutti questi elementi concorrono allo statuto granlombardo della Liguria, rendendola terra affratellata alle altre cisalpine. Etnicamente parlando le radici liguri sono liguri, scusate il giuoco di parole, con riferimento agli arcaici indigeni, celtiche (o celto-liguri; la necropoli di Ameglia ha restituito interessanti reperti gallici), gallo-romane e poi longobarde, ma deve essere esistito anche una componente etrusca, visto che Genova è di fondazione tirrenica, seppur di toponimo “lepontico”, e cioè neo-ligure, ariano.

E abbiamo poi la storia medievale, con un Genovesato alleato della Lega Lombarda e vera e propria porta della Lombardia, nel senso che Genova, anche come polo marittimo, costituiva e costituisce un imbocco in direzione della Pianura Padana, e nel Medioevo l’intera valle del Po era chiamata, giustamente, Lombardia. Il suddetto triangolo industriale, nella sciagura, ha contribuito ad irrobustire i vincoli con la capitale Milano e Torino. Non può esistere una Liguria slegata dal grosso della Padania, e per tale motivo fa parte della Grande Lombardia. Certo, ha una propria identità che per certi versi la smarca dalla Lombardia classica, ma la rivoluzione lombardista deve passare anche da e per quel territorio, sino a coinvolgere le contrade non ancora redente. Una Liguria indipendente non avrebbe alcun senso; una Liguria membro della Grande Lombardia, invece, si riconnetterebbe al proprio passato, verso un futuro di vera libertà identitaria.

Lombardia

Se Bergamo è la mia piccola patria, la Lombardia è la patria vera e propria, la mia nazione, ciò che dà forma e volto alla dimensione etnica e, appunto, nazionale del sottoscritto e del suo popolo, il cisalpino. In un tempo in cui le vere nazioni vengono calpestate, rinnegate e obliate, lasciando spazio agli stati-apparato come l’Italia, recuperare il sentimento patriottico e lo spirito d’appartenenza è fondamentale, al fine di corroborare il profilo identitario del singolo e della collettività, facendo coincidere nazionalità e cittadinanza. L’idea di nazione, basata su sangue e suolo, assume connotati vieppiù cruciali nell’ottica dell’identitarismo, perché l’identità biologica e culturale è l’antidoto ai veleni mondialisti contemporanei. Una salutare filosofia di vita, dunque, deve edificarsi sulla nazione, che del resto è quanto ci permette poi di inscriverci nell’ambito continentale della grande famiglia europea. Bergamo, Lombardia, Europa, per quanto concerne me, nella consapevolezza che senza radici non può esserci presente e futuro, e non può esserci la volontà e l’auspicio di forgiare un pianeta migliore, ispirato ai valori etnicisti e razzialisti.

La nazione è quindi la Lombardia, dove per nazione intendiamo quell’insieme di genti unite e coese da etnia, lingua, cultura, usi e costumi, tradizioni in maniera determinante, di modo che possano sussistere spirito d’appartenenza e solidarietà nazionale, frutto delle comuni origini e del comune destino. E il concetto sizziano e lombardista di nazione passa per l’antropogenetica, non solo per la cultura e la politica, poiché senza sangue e suolo non è possibile parlare di patria; distinguere la nazione dallo Stato è giocoforza, essendo quest’ultimo un ente artificiale creato dall’uomo, per quanto retto – non sempre – da comunità d’intenti e patto raggiunto da genti consimili. Evidentemente non è questo il caso dell’Italia… Uno stato serio deve nascere da fratellanza, omogeneità, comunità, e la comunità è il collante naturale che legittima un apparato politico e burocratico, per quanto necessario. Crediamo che l’entità statuale sia basilare ma prima di ciò è basilare il concetto di nazione che, appunto, giustifica e legittima il concetto di Stato. La Lombardia deve avere uno stato, nessun dubbio a riguardo, uno stato che sia indipendente ed espressione dell’autoaffermazione nazionale, ma il primo, fondamentale, passo è sempre il riconoscersi nazione, per quanto oggi possa essere dormiente, nel caso lombardo.

Questione ebraica e lombardesimo

“Questione ebraica” è il termine, affermatosi nella storia, relativamente alle vicende degli ebrei in Europa e nel mondo, comprendente tutte le peripezie giudaiche e l’atteggiamento tenuto dai gentili nei confronti del popolo d’Israele. Abbraccia anche i pregiudizi, l’odio, l’intolleranza che hanno visto gli ebrei come bersaglio, e dunque il cosiddetto antisemitismo (vocabolo piuttosto ambiguo, considerando che gli ebrei contemporanei sono i meno semiti fra i semiti). Qui si vuole esprimere il punto di vista lombardista sulla faccenda, cercando di non indugiare in stereotipi e razzismo ma, anzi, di proporre soluzioni concrete al posto ebraico nel pianeta. Certo, saremmo ipocriti se dicessimo che andiamo pazzi per le genti ebraiche; tuttavia, vale la pena impostare un discorso serio e razionale.

Gli ebrei moderni non sono un popolo omogeneo, tutt’altro; molto probabilmente non possono nemmeno essere considerati un popolo unitario. Pur condividendo le radici semitiche, che affondano nel Levante, le popolazioni israelitiche contemporanee riguardano i gruppi europei (aschenaziti e sefarditi su tutti) e quelli nativi del Medio Oriente (i mizrahì), più altri minori come ad esempio gli ebrei di Bukhara, in Asia centrale. Ci sono pure popolazioni non ebraiche convertitesi all’ebraismo, ed è il caso dei falascia etiopi o, storicamente, dei Cazari steppici. A parte quest’ultimi, c’è comunque da dire che ha ancora senso parlare di ebrei, in chiave religiosa, e di giudei, in chiave etnica, perché seppur divisi in aggruppamenti diversificati essi condividono le origini mediorientali e la matrice semitica, per quanto diluita, nel caso europeo.

Il collante è religioso e culturale, ad esempio linguistico, anche se etnicamente vi sono, ed è chiaro, delle sfumature. Per tale ragione un aschenazita è differente da un sefardita, che a sua volta è differente da un ebreo nativo del Levante, nonostante vi sia comunanza religiosa, culturale e linguistica, pensando soprattutto a quanti risiedono nello Stato di Israele, o a quanti parlano lingue giudaiche. L’ebraico moderno è la lingua ufficiale dell’entità sionista, ed è un idioma che assieme a quello biblico ha influenzato altre lingue e dialetti riconducibili al mondo giudaico. Pertanto, culturalmente, gli ebrei esistono, ancorché la diaspora abbia certamente indebolito il concetto di etnia ebraica omogenea.

Anche l’ebraismo, inteso come religione, è fondamentalmente figlio dell’ebraismo medievale, e in questo senso una cultura ebraica, per quanto multiforme, esiste ed è attuale, e va ad intersecarsi con il sionismo e lo Stato ebraico, cioè Israele. Da un punto di vista etnico invece, di sangue, un popolo giudaico omogeneo non sussiste, ma naturalmente, come accennato poco sopra, esiste una matrice ebraica che accomuna tutti gli ebrei moderni, ed è più corretto parlare, a tale proposito, di giudaismo. Essere ebrei/giudei è un fatto anzitutto di sangue e, perlomeno i gruppi principali, condividono i padri, le origini e le radici bibliche, perciò l’antichità del Vicino Oriente. Ne consegue che pur non potendo discutere di un giudaismo omogeneo e compatto, è possibile affermare l’esistenza di un’etnia e di una nazione israelitiche, che trovano nei comuni antenati degli ebrei quell’unità biologica che conduce un ebreo di sangue a potersi definire membro di una schiatta, diciamo pure, biblica.

Come lombardisti non possiamo considerare parte dell’Europa gli ebrei, pur avendo, è il caso di aschenaziti, sefarditi o ad esempio degli italkim (ebrei italiani), in un certo qual modo, origini europee; il giudaismo è un fatto etnoculturale ascrivibile al Levante e crediamo fermamente che la naturale collocazione ebraica sia in Palestina e dintorni. Solo, non siamo favorevoli al sionismo qualora si tramuti in entità statuale israeliana, perché la Palestina appartiene al mondo nazionale siriano. La questione ebraica può essere tranquillamente appianata favorendo l’emigrazione degli ebrei d’Europa in Medio Oriente, oppure negli Stati Uniti d’America, loro terra d’elezione, ancor prima di Israele. Da etnonazionalisti riconosciamo infatti che il popolo, o i popoli, d’Israele siano intimamente collegati al ceppo semitico, per quanto, parzialmente, rimescolati con altre genti.

Bergamo

Da questa sera, ogni venerdì, intendo proporre una breve riflessione, che potrei definire filosofica, su svariati argomenti cari allo scrivente. Ho individuato 10 aree tematiche che raccoglieranno le meditazioni, esposte con chiarezza e semplicità: Patria, Comunità, Natura, Stato, Benessere, Civiltà, Etica, Vita, Uomo e Metafisica. A loro volta, questi temi andranno sotto la categoria Salut Lombardia!, relativa alla rubrica omonima di ideologia lombardista e attualità inaugurata mesi fa qui sul blog. Tale iniziativa mi darà la possibilità di trattare tutto quello che la visione del mondo etnicista contempla, affinché lo sguardo sizziano possa spaziare con completezza sull’esperienza umana. Cominciamo con un doveroso tributo alla mia piccola patria, la Bergamasca. Essa, territorio a cui fa capo Bergamo, è la mia Urheimat, la terra delle mie radici e del mio lignaggio, fondamentale nell’ottica stessa dello sviluppo dell’ideologia lombardista. L’attaccamento di Sizzi all’Orobia dice molto sulla propria personalità, ed è segno di una saggezza identitaria che oggi si fa sfida ad un sistema corrotto e malato, il quale calpesta i principi più sacri alla nazione.

In una realtà dominata, purtroppo, dalla globalizzazione, serve davvero recuperare il sentimento patriottico, anzitutto relativo alla propria città di riferimento e al pertinente contado, la volgarmente detta “provincia”. Per i più un sintomo di grettezza e ristrettezza di vedute, provincialismo appunto, in quanto orgoglio particolarista che va contro l’andazzo mondialista dell’Europa occidentale; ma per chi ha davvero intelletto e, anche solo, buonsenso, rappresenta invece la dimensione più intima da riscoprire e valorizzare, per non perdere di vista chi siamo e, anche, dove andiamo. Passato, presente e futuro si intersecano facendo comprendere come non si possa vivere senza radici, pena l’alienazione. E la Bergamasca tradizionalista, con i suoi rustici e genuini valori, il suo paesaggio naturale, la sua ricca storia plurimillenaria è veramente il terreno ideale per il fecondo incontro fra uomo e ambiente, che dà vita al popolo. Già da qui si delinea l’orizzonte razzialista ed etnonazionalista di sangue, suolo, spirito. Il popolo bergamasco, a cui Sizzi fieramente appartiene, è l’incarnazione dell’anima più profonda della Lombardia etnica, decisiva ai fini lombardisti.

Quell’insana ossessione di Putin

Diciamolo subito, e molto tranquillamente: Vladimir Putin, in confronto ai governanti occidentali, è un gigante circondato da nanerottoli, poiché incarna, a suo modo, identitarismo e tradizionalismo, ed è un nemico feroce di ogni degenerazione contemporanea. Da decenni si erge siccome baluardo multipolare contro lo strapotere atlanto-americano e ha salvato la Russia da quel baratro in cui sembrava precipitata dal suo predecessore Eltsin, marionetta nelle mani dell’Occidente. Certo, le vicende d’Ucraina non convincono appieno, e per quanto dietro il governo ebraico di Kiev si celi l’ombra di Usa e Nato resta il fatto di aver aggredito una nazione europide, anche mediante l’impiego di soldataglia allogena (caucasica, dunque islamica, e mongoloide) che, oltretutto, si è macchiata di crimini di guerra. Una delle ragioni che avrebbe indotto Putin ad attaccare è la «denazificazione» dell’Ucraina, un termine ambiguo e pruriginoso, per quanto propagandistico, che sa di bolscevismo. E parrebbe che Vladimir abbia una vera e propria ossessione per il nazismo, forse frutto del suo passato, e del passato della Russia. Una Russia, c’è da dire, che fatica a ragionare da nazione europea, preferendo mire imperialistiche.

Capiamoci, signori, dobbiamo distinguere doverosamente il nazionalsocialismo originale dal neonazismo attuale, ma non credo che il presidente russo faccia tale distinzione. Vellicando la storia sovietica della Russia, egli esorta i connazionali (e non solo) a combattere contro la croce uncinata, vedendo nazisti dappertutto, anche dietro al recentissimo, sanguinario, attentato terroristico che ha sconvolto Mosca. Tale massacro, che ha causato la morte di quasi 140 persone, è stato rivendicato dall’Isis, ma la matrice islamica è dubbia; e non dico dubbia perché condivida le opinioni di Putin ma perché quando accadono fatti simili l’islamismo è il cavallo di Troia di qualcosa di peggio, e cioè della solita strategia della tensione internazionale che, incolpando la religione di Maometto, cerca di scagionare le mene destabilizzatrici dei soliti noti. Ad ogni modo il nazismo non c’entra nulla e ritengo controproducente che Putin lo ficchi in ogni argomento possibile, fondamentalmente per criminalizzare Kiev. In Ucraina il neonazismo esiste certamente, e viene manovrato dall’Occidente in funzione russofoba, ma parlare di nazisti equivale a confondere le acque. Al potere, in Rutenia, non c’è il nazismo ma Zelensky che, fra l’altro, rappresenta benzina sul fuoco di questa guerra fratricida.

L’eredità indoeuropea, patrimonio fondamentale dell’Europa

Un serio identitarismo etnico europeo non può che essere debitore del retaggio ariano, dove per ‘ariano’ intendiamo il mondo indoeuropeo, nella sua accezione biologica, anzitutto. Un discorso che vale anche per il lombardesimo, il nazionalismo etnico cisalpino che, giustamente, esalta razionalmente le radici arie dei lombardi: Celti, Romani, Longobardi, ma pure Liguri e Veneti. L’indoeuropeismo è un dovere morale per tutti noi, poiché siamo in debito coi nostri padri indoeuropei e abbiamo il diritto e l’obbligo di onorare al meglio la peculiare, inestimabile, eredità etnoculturale. Non possediamo soltanto lignaggio indoeuropeo, ma certamente gli Indoeuropei sono coloro che hanno plasmato la nostra civiltà e che, in parte, hanno contribuito al relativo patrimonio antropogenetico.

E in questo senso l’eredità ariana riguarda anche territori extraeuropei (si pensi al mondo iranico e indiano e, parzialmente, caucasico, mediorientale, centroasiatico), con cui dovremmo intrattenere rapporti amichevoli, parallelamente all’edificazione dello spazio euro-siberiano. La razza bianca, cioè europide, non potrebbe esistere senza Indoeuropei, sebbene il loro apporto vari da regione a regione europea. Come lombardi abbiamo, in termini genetici, un discreto contributo steppico (relativamente, cioè, ai pastori-guerrieri del mondo Jamna e kurganita), che si riflette parimenti nell’aspetto fisico. Siamo decisamente caratterizzati dall’elemento celto-ligure/gallico, e “italico” (lato etrusco-romano), ma non va trascurato il superstrato germanico.

E, d’altra parte, essere di lignaggio indoeuropeo comporta il possesso di un bagaglio identitario che va dalla lingua alla civiltà, dalla spiritualità all’indole, dall’identità etno-antropologica al folclore. In tutto e per tutto risentiamo profondamente del lascito ariano, che rivive in noi, sebbene distratti e spesso indifferenti rispetto al culto delle radici e delle origini. Ed è un gravissimo errore, poiché carattere e mentalità, come li abbiamo ereditati dai padri, devono contraddistinguere l’azione culturale, metapolitica e politica, soprattutto oggi, in un mondo che quotidianamente ci lancia delle sfide decisive. E vale pure per i lombardi.

Il lombardesimo è nettamente schierato dal lato dell’indoeuropeismo, grazie a cui anima le proprie battaglie ideologiche. Lo spirito celeste e solare degli Arya si riflette potentemente sull’ideologia lombardista, che si definisce comunitarista, etnicista e razzialista; e la nostra stessa identità, l’identità lombarda, fa comprendere appieno quanto la lezione del glorioso passato ario-europeo arrivi sino a noi, e vada preservata e, chiaramente, tramandata ai posteri. Ne va del nostro patrimonio etnonazionale e tradizionale che, come accennato, non potrebbe esistere senza il retaggio indoeuropeo. E allora l’indoeuropeismo non deve essere una pagliacciata o una mascherata da cialtroni, ma quella linfa vitale etnica e culturale che scorre nelle vene padano-alpine ed europee in maniera decisiva.

Credo che proprio oggi sia doveroso riscoprirsi indoeuropei, e agire di conseguenza. Come lombardi, popolo a cavaliere fra Europa centrale e Mediterraneo, abbiamo certo meno lignaggio ario rispetto ai popoli puramente continentali; nondimeno, esiste un modesto elemento – anche nordico – che ci smarca dall’Italia etnica e dalle altre lande dell’Europa genuinamente meridionale, e di cui dobbiamo andare fieri. E non per millantare fratellanze celto-germaniche con genti del Nord Europa, ma per far valere la nostra identità e la rispettiva diversità, che certamente risentono del lascito ariano e, come detto, pure nordico. Dove nordicismo e indoeuropeismo, sovente, vengono a coincidere.