22-23 settembre: l’equinozio d’autunno

Mabon

Il 22-23 settembre (quest’anno 22) cade l’equinozio d’autunno, che segna la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, e che assieme al 21 di marzo, equinozio di primavera, è l’unico giorno dell’anno in cui la durata del dì e della notte si equivalgono. Questo giorno coincide con l’antica festa della vendemmia celebrata dai nostri avi, e non a caso il neopaganesimo celtico vi festeggia la ricorrenza di Mabon (dal nome del giovane dio della vegetazione e dei raccolti, figlio della Dea Madre, Modron), anch’essa forma di ringraziamento agli dei per i prodotti del raccolto, da spartirsi tra la comunità nei seguenti mesi invernali. È un tripudio di frutti tardivi, baccelli, castagne, piante e foglie secche, e degli straordinari colori caldi di cui si tinge l’autunno, soprattutto nei luoghi più selvaggi. La natura lentamente muore assieme al sole e alla luce diurna, ma matura la ferrea volontà di resistenza dell’uomo eroico, che si fa radiosa energia per vincere le tenebre e il freddo del decadimento, ovviamente da intendersi in chiave spirituale, sfociando nelle grandi celebrazioni del solstizio d’inverno (al 21-22 dicembre).

L’evento astronomico dell’equinozio d’autunno coincideva, in tempi ormai quasi del tutto andati, con attività agro-silvo-pastorali in previsione del riposo invernale, come ad esempio il ritorno delle mandrie dai pascoli di montagna a quelli di pianura, ed era segnato da due basilari operazioni agricole, quali la semina del grano e la vendemmia dell’uva; due momenti che comportano un passaggio, una trasformazione, e cioè quelli del seme, che nel ventre della terra muore per generare nuova vita, e dell’uva, che fermenta nel buio per diventare vino. L’equinozio d’autunno è così un avvenimento celeste che si verifica in concomitanza con il mutamento stagionale della natura, e che gli antichi percepivano anche come sacrale, sentendo assai più di noi quel vitale intreccio fra astrale, terreno e spirituale, alla base della sensibilità religiosa indoeuropea. Il cammino delle stagioni, scandito da solstizi ed equinozi, accompagna l’uomo nella sua vita mondana, e nel caso dell’equinozio in questione (ossia dell’ingresso nell’autunno) lo prepara, materialmente e mentalmente, al periodo di apparente morte della natura, rappresentato dall’inverno. Apparente, perché con il solstizio decembrino la vitalità della luce del sole rinasce, e con essa la terra e la vita (anche spirituale) della comunità.

Progresso e sviluppo

Il pensiero sizziano e lombardista crede fortemente in quel concetto di sviluppo che si slega dal feticcio del progresso ideologizzato, tipico di sinistre e liberali, mirato dunque al vero benessere della nostra comunità nazionale. Noi crediamo nel comunitarismo, nel nazionalismo etnico, nell’econazionalismo, in un ritorno alla natura che però non equivale ad anarco-primitivismo bensì al connubio tradizione-innovazione, perché non ci sogneremmo di ripudiare i benefici di modernità e tecnologia. Saremmo degli ipocriti. Si tratta, piuttosto, di raggiungere un optimum in cui la Grande Lombardia, fiera dei propri primati e della propria industriosa ricchezza, ottiene eco- ed etno-sostenibilità, salvando il nostro habitat dalle minacce mortali della perversione mondialista; tutelare ambiente, terra natia, agricoltura e allevamento, lavoro e popolo affinché vi sia un vero equilibrio tra giusto progresso e preservazione, per garantire quindi un futuro radioso alle nuove generazioni. Il lombardista ritiene un vanto la forza economica, industriale, civile della Padania, a patto che non vada a detrimento di ciò che ci assicura la sopravvivenza, e cioè sangue, suolo, spirito. Una sopravvivenza che è anche identitaria.

E allora, amici, va da sé che noi si condanni il progressismo, ma non il benefico progresso, e che si ripudi il capitalismo inteso come culto del fatturato che stritola lavoratori, e uomini, sacrificando la patria sull’altare del profitto e del dio danaro, ma non quello sviluppo che la Cisalpina medesima ha potuto raggiungere dopo secoli di fatiche, virtù, doti imprenditoriali e umane volte al dominio assennato della natura, per garantire prosperità alla comunità. Come potremmo rinnegare la plurisecolare ricchezza nostrana, che è frutto della nostra stessa etnia? Sarebbe come rinnegare la civiltà comunale, ad esempio, uno dei pilastri identitari e storici dei territori granlombardi. La vera sfida, come accennato sopra, è riuscire a conseguire un virtuoso equilibrio tra i positivi traguardi raggiunti dalla modernità e la sacrosanta salvaguardia di sangue e suolo, poiché il benessere può davvero venir ritenuto tale soltanto se non rinuncia allo spirito identitario, che passa per l’ambiente, il popolo e ogni risorsa locale, fonte di sussistenza da tempi immemori.

11 settembre (1683): la battaglia di Vienna (festa dell’Europa)

Battaglia di Vienna

L’11 di settembre cade la ricorrenza della battaglia di Vienna, avvenuta nel 1683, quando le truppe del Sacro Romano Impero e della Confederazione Polacco-Lituana levarono l’assedio ottomano dalla capitale austriaca, sconfiggendo l’invasore islamico. In questo modo venne così arrestata l’avanzata dei turchi nell’Europa centro-orientale, ed ebbe il “La” la riconquista europea dei Balcani. Grandi protagonisti della decisiva battaglia viennese furono il re polacco Giovanni Sobieski, comandante dell’esercito cristiano mitteleuropeo, il conte von Starhemberg, capo delle truppe austriache, ed Eugenio di Savoia, prode condottiero asburgico al comando di soldati austriaci e granlombardi, che esordì proprio a Vienna. Allo scontro coi turchi presero parte polacchi, cosacchi ucraini, austriaci, padani e toscani, tedeschi e altre milizie europee, mentre dalla parte degli invasori musulmani si trovavano stati vassalli come Moldavia, Valacchia, Transilvania, l’Alta Ungheria e il Khanato di Crimea. La battaglia di Vienna fu l’evento decisivo della Guerra austro-turca (1683-1699), conclusasi definitivamente con la vittoria dell’Impero ai danni degli ottomani, sancita dal Trattato di Karlowitz; con essa, Austria e Ungheria vennero finalmente liberate dall’incubo alieno maomettano.

Questo epico accadimento storico, da ricordarsi assieme a Poitiers (10 ottobre 732) e Lepanto (7 ottobre 1571), costituisce a mio avviso la miglior ricorrenza per celebrare la festa dell’Europa – che non è l’Unione Europea – intesa come grande e plurimillenaria famiglia continentale e imperiale. A Vienna una leggendaria alleanza paneuropea schiaccia l’intruso allogeno ricacciandolo verso sudest, segnando la riconquista delle terre centro-orientali e balcaniche. Si pone molta enfasi sul carattere cristiano della lotta europea contro i turchi ma, considerando che cristianesimo e islam sono religioni sorelle, credo che l’aspetto più importante stia nel piglio guerriero, nell’eroismo e nella forza vittoriosa delle genti europidi, che unite possono divenire invincibili. Vienna è celebrazione dell’orgoglio d’Europa, della grandezza della sua civiltà e cultura, certamente anche cristiane ma primariamente greco-romane, classiche e dunque gentili, indoeuropee, frutto dello spirito etno-razziale indigeno, che è del resto ciò che ha sempre armato il braccio degli europei. Non è certo azzardato dire che il primato europeo sia figlio anche delle innumerevoli guerre che hanno caratterizzato il nostro continente, e stimolato l’arte, la tecnica, la tecnologia, l’avanguardia e lo sviluppo, nonché la potenza. Vienna, a suo modo, si fa capitale imperiale del “vecchio continente”, crocevia storico e identitario, e quell’11 settembre 1683 (l’unico 11 settembre da ricordare) rimane nei secoli epocale avvenimento luminoso, faro della resistenza europea alle minacce antinazionali.

5 settembre (1395): la nascita del Ducato di Milano (festa dell’Insubria)

Aquila e Biscione

Il 5 di settembre del 1395 veniva ratificata e celebrata la nascita, per opera di Gian Galeazzo Visconti, del Ducato di Milano, costituito ufficialmente l’11 maggio dello stesso anno per mezzo di un diploma firmato dall’imperatore del Sacro Romano Impero Venceslao di Lussemburgo. La nuova bandiera ducale era così costituita dal Biscione visconteo in campo argenteo inquartato con l’Aquila imperiale teutonica su sfondo dorato. Alla sua massima estensione quattrocentesca, lo Stato milanese comprendeva pressoché tutti i territori di lingua lombarda (in senso stretto, ossia insubrico, orientale, alpino e meridionale) e buona parte di quelli etnici (bacino idrografico padano) con una propaggine veneta, raggiungendo l’apice della potenza proprio grazie a Gian Galeazzo, e alla casata dei Visconti in genere. A ben vedere, quindi, il 5 di settembre non è solo festa dell’Insubria propriamente detta (Lombardia occidentale tradizionale) ma di tutta la Lombardia transpadana linguisticamente lombarda, nell’accezione detta sopra, che si inserisce nel panorama etnico e storico della nazione lombarda come una sorta di regione modellata da fenomeni idiomatici e culturali.

Tale giornata costituisce così una festa etnoculturale, sub-nazionale, all’interno del mondo granlombardo, andando a celebrare la grandezza, il fasto e il prestigio del Ducato di Milano, che realizzò politicamente l’unità dei lombardi. Sfortunatamente, nei secoli successivi, tale potentato venne privato di componenti territoriali importanti a vantaggio dei vicini di casa e, soprattutto, degli stranieri, perdendo in autorevolezza e autonomia e finendo vessato da dominatori forestieri esosi ed incapaci, come francesi e spagnoli. Recuperò terreno con gli austriaci nel Settecento, ma sullo scorcio del secolo ebbe termine per cagione napoleonica. Rivisse, in un certo senso, nel Regno Lombardo-Veneto ottocentesco, come parte lombardofona dell’Impero austriaco. L’importanza dell’odierna ricorrenza sta non solo nella celebrazione della gloria viscontea, e anche sforzesca, ma chiaramente nella natura etnoculturale omogenea che caratterizzava il Ducato milanese e che, tra le altre cose, nel 1397, divenne ufficialmente Ducato visconteo di Lombardia. Oggi dunque, a ragione, è la festa dei territori e delle genti di Milano, Brianza, Lecco, Como, Valtellina, “Svizzera” lombarda (Poschiavo, Bregaglia, Bivio, Mesolcina, Ticino, Sempione), Seprio, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vigevano, Pavia, Lodi ma pure di Bergamo, Crema, Cremona, Brescia, Val Camonica, Mantova e di Valsesia, Vercelli, Biella, Alessandria, Tortona, Voghera, Piacenza, Parma, cioè ambiti di etnia cisalpina legati alla lombardofonia allargata.

3 settembre (569): la nascita del Regno longobardo (festa nazionale della Grande Lombardia)

Corona Ferrea di Monza

Il 3 settembre del 569 era volgare nasceva a Milano il Regno longobardo, fondato da re Alboino. Entrati in Padania via Friuli nella Pasqua del 568, secondo la tradizione il 2 di aprile, i Longobardi conquistarono via via le principali città granlombarde, vincendo la debole resistenza dei presidi bizantini. Si insediarono così, gradualmente, nel Triveneto (con l’eccezione delle lagune, da cui nacque Venezia), in Orobia, Insubria, Piemonte, Toscana, conquistando successivamente Emilia e Liguria; con alcune spedizioni i guerrieri longobardi penetrarono nel centro e nel sud dell’Italia etnica dando vita ai ducati di Spoleto e di Benevento, ed insidiando da vicino gli ultimi capisaldi rimasti in mano ai Bizantini, tra cui Roma (Patrimonio di San Pietro, assieme alle aree circostanti), con la Romagna in Cisalpina. Il Regno longobardo, tuttavia, racchiudeva il territorio della cosiddetta Langobardia Maior, che riguardava la contemporanea Italia settentrionale e la Toscana; la penisola era nelle mani dei duchi longobardi indipendenti, del papa e di Bisanzio. Nel 572, dopo un lungo assedio, cadeva Pavia, elevata a capitale del regno, già gotica, con Milano e Monza come altre capitali.

Il 3 di settembre, dunque, può rappresentare una data da ricordare come festa della Grande Lombardia, della Langobardia Maior, ossia di quelle terre che furono, per gran parte, territorio del Regno longobardo dal 568-69 sino alla capitolazione per mano dei Franchi, nel 774. La Grande Lombardia include tutta la Padania, con l’ovvia eccezione della Toscana, che chiaramente non appartiene al mondo cisalpino pur essendo stata da subito parte del Regno dei Longobardi. Una festa identitaria e nazionale della popolazione granlombarda perché sebbene i Longobardi non incisero in maniera cospicua sul dato biologico e antropologico degli indigeni, rappresentarono una tappa fondamentale nella storia delle Lombardie, tanto da avergli lasciato il nome! Oltretutto, la demonizzazione antica, cominciata con Papato e Franchi e sfociata nella retorica patriottarda catto-risorgimentale del Manzoni, si è dimostrata del tutto infondata e l’eredità longobarda è patrimonio significativo di “nord” e Tuscia, ma anche dell’Italia mediana e di quella meridionale continentale. Questo eterogeneo popolo di lingua e cultura germaniche (in buona parte anche di sangue, ovviamente) ci ha lasciato antroponimi, toponimi, usi e costumi, folclore, leggi e istituzioni durate per secoli e, ancorché meno, geni e tratti somatici. A buon conto possiamo dire che i Longobardi stanno a buona parte degli “italiani” – segnatamente ai lombardi – come i Franchi ai “francesi”.

Settembre – September

Germanico

Il mese di settembre (September) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, il settimo mese dell’anno a partire da marzo, successivo a quintile (luglio) e sestile (agosto). In età imperiale tale mese era dedicato a Germanico Giulio Cesare, politico e militare romano della dinastia giulio-claudia, nipote di Augusto, dotato di incredibile prestigio dovuto alle vittorie contro i Germani, e soprattutto a quella nella battaglia di Idistaviso (16 era volgare), rivincita romana sulle tribù germaniche capeggiate dal cherusco Arminio dopo il disastro di Teutoburgo. Riuscì anche a recuperare due delle tre aquile legionarie perdute nel 9 era volgare, in quel nefasto – per Roma – evento anch’esso accaduto in settembre (tra i giorni 8 e 11). L’imperatore Tiberio richiamò poi Germanico (cognomen ereditato dal padre Druso maggiore in seguito ai suoi successi in Germania) rinunziando così alla conquista delle terre teutoniche e allontanandolo da Roma per timore della sua grande intraprendenza. Morì ad Antiochia, forse avvelenato da un uomo di fiducia di Tiberio.

Settembre è mese legato alla vendemmia, come l’iconografia romana stessa ci testimonia. L’equinozio d’autunno cade in tale periodo (tra i giorni 22 e 23), e pare che il mese fosse posto sotto la tutela del dio del fuoco Vulcano; essendo però già preposto ad agosto, vedrei meglio la protezione di Diana, dea della caccia, e l’attività venatoria è legata al principio dell’autunno. Altri simboli di settembre sono fichi, mele, aratura dei campi, foraggio e gli strumenti per il raccolto dell’uva (tini, canestri, vassoi) e il vino, dai fiaschi alle lucertole, animali legati a Bacco, dio di tale bevanda. Da ricordare che il 13 del mese cade la celebrazione della Triade Capitolina, patrona della grandezza di Roma, e che in epoca antica una buona metà di settembre era dedicata ai Ludi Romani, giochi votivi in onore di Giove Ottimo Massimo. Per questo motivo il mese è consacrato a Giove, dio del cielo e padre degli dei (il 13 cadeva anche l’anniversario dell’inaugurazione del tempio dedicato a Giove Capitolino, sul Campidoglio, centro del culto di stato romano). September inizia con il sole nel segno astrologico della Vergine e si conclude, all’altezza dell’equinozio, con il suo ingresso nel segno della Bilancia, simbolo oltretutto di equilibrio tra le ore diurne e le notturne.

San Bortolo (festa dell’Istria)

Bandiera dell’Istria

Il 12 settembre del 1919 alcuni reparti del Regio Esercito, animati dal fronte politico nazionalista di Gabriele D’Annunzio, si ribellarono occupando Fiume e proclamandone l’annessione al Regno d’Italia. È l’Impresa di Fiume, che portò ad un’occupazione della città durata 16 mesi e alla nascita della Reggenza italiana del Carnaro (8 settembre 1920); scopo della sua proclamazione, appunto, unire Fiume al resto della (fasulla) Italia, in conseguenza della mobilitazione dovuta alla cosiddetta “vittoria mutilata”, causata dalla mancata annessione al Regno tricolore, dopo la Grande Guerra, come promesso dal Patto di Londra, della Dalmazia settentrionale. L’epilogo dell’Impresa fu segnato dall’approvazione del Trattato di Rapallo, con cui Italia e Iugoslavia stabilirono consensualmente i confini dei due regni; alla prima andarono Gorizia, Trieste, Pola e Zara, ma non Fiume che si costituì Stato libero (cessato nel 1924 con l’assegnazione della città a Roma). L’opposizione dei legionari dannunziani al Trattato portò il governo di Giolitti ad intervenire con la forza, sgombrando la città quarnerina nel Natale del 1920. D’Annunzio, rammaricato, lasciò Fiume e si ritirò nella sua villa di Gardone Riviera, il celebre Vittoriale.

Anni fa, in periodo italianista, reputavo il 12 settembre ipotetica festa regionale della Venezia Giulia storica, che potremmo anche chiamare Istria, costituita dai territori storicamente “italiani” della Venezia Giulia attuale, del bacino dell’Isonzo, del Goriziano, del Carso, della Carniola occidentale, di Istria e Fiume e del Quarnaro (isole di Cherso, Veglia, Lussino e Arbe), oggi sotto Slovenia e Croazia. Tornato alle originarie posizioni lombardiste, considero quelle terre – fino al Quarnaro – parte della Grande Lombardia, a partire dalla geografia. Anche la storia della Julia parla cisalpino, grazie a civiltà dei castellieri, Paleoveneti, Celti, Gallo-Romani, genti romanze, Longobardi, Patriarcato friulano e Serenissima ed essa andrebbe redenta restituendola alla grande patria della Lombardia storica. L’impresa di D’Annunzio fu certamente un sonoro schiaffo all’ipocrisia delle democrazie borghesi occidentali, potentati colonialisti e imperialisti che volevano impedire il ricongiungimento dei territori di civiltà giuliana (veneto-friulana, granlombarda orientale), al netto del patriottismo italico di cartapesta, ma credo che oggi la festa ideale dell’Istria possa essere rappresentata dall’ultimo saturdì di agosto, quando viene celebrata la sagra popolare di Gimino dedicata a San Bortolo (San Bartolomeo, che cade il 24 del mese). Una festa, la Bartulja, dalle remote radici che riecheggia usanze rustiche e domestiche in nome di comunità e famiglia.

26 agosto: la festa del patrono di Bergamo

Bergimus

Il 26 di agosto la Chiesa bergamasca celebra il suo patrono, Sant’Alessandro, presunto martire cristiano, tebano, decapitato sotto l’imperatore Massimiano nel 303 era volgare. Venne proclamato protettore di Bergamo e della sua diocesi nel 1689 sostituendo San Vincenzo, martire spagnolo, il cui culto venne probabilmente introdotto durante il periodo delle invasioni di Goti e Longobardi. A San Vincenzo, infatti, era intitolata la prima cattedrale di Bergamo (entro le mura), passata da cattolica ad ariana proprio sotto i Longobardi, che la resero loro duomo. Pur parlando di vicende storiche millenarie, preferisco riconoscere un ipotetico patrono bergamasco nella figura del dio celtico Bergimo (il gallo-romano Bergimus), eponimo del capoluogo orobico, a cui i nostri antichi padri celtici parrebbero essersi ispirati fondando e denominando il centro proto-urbano di Bergamo, in epoca golasecchiana (VI secolo avanti era volgare). Non possiamo sapere se esso fosse la principale deità celtica della città, o degli Oromobi stessi – la tribù celtica di lingua leponzia stanziata tra Como e Bergamo -, ma il fatto che abbia potuto dare il nome a Bergamo è assai indicativo.

Tradizionalmente, Bergimo viene associato ai monti e ai rilievi, ma probabilmente è una forzatura etimologica (vedi radice indoeuropea *bherg- ‘altura, luogo elevato’, da cui il celtico *brig- ‘rocca’) dovuta all’ostinazione di voler vedere un’origine “montana” nel toponimo di Bergamo, essendo il suo centro storico eretto su dei colli che sono ultima propaggine delle Prealpi bergamasche. Del resto pure l’etimologia letteraria (greca!) dell’etnico orobico tira in ballo le montagne, forse perché costante del nostro territorio e perché alletta collegare l’indole bergamasca alla natura montuosa. Secondo l’archeologo Angelo Maria Ardovino, invece, stando ai ritrovamenti archeologici in quel di Brescia, dove Bergimus era sicuramente venerato, esce una figura celtica ambigua, legata al tempo, alla luna, alla magia ricollegabile a Ogma-Ogmios, una specie di Marte gaelico che assume aspetto di tramite tra luce e tenebre, vita e morte, colui cioè che controlla il tempo mediante le fasi lunari e l’uso della parola. E se dunque il teonimo romanizzato Bergimus non fosse che un richiamo a Ogmios preceduto da un rafforzativo di area gallo-romana, e cioè Ber- (vedi latino bis)?

Forze armate

Una Lombardia libera, sovrana e indipendente da Roma e da ogni altro potentato mondialista dovrà riorganizzarsi sulle basi di un etnostato granlombardo repubblicano (a guida presidenziale), che faccia di etnonazionalismo, comunitarismo e lombardesimo la propria cifra politica. Di conseguenza, la rinata Lombardia avrà anche bisogno di forze armate e di polizia proprie, che siano schietta espressione del nerbo indigeno, a impronta maschile, e che sappiano garantire alla patria la difesa, il presidio del territorio, la salvaguardia dei confini e la giusta dose di autorità, onde prevenire invasioni. Le forze di polizia lombarde sostituirebbero così quelle italiane, affiancate da una guardia nazionale indigena, mentre esercito, aeronautica e marina granlombardi scalzerebbero l’occupante italico e quello americano. I militari incarnerebbero l’espressione armata della sovranità padano-alpina, che deve passare anche per la difesa, poiché una nazione libera ha l’esigenza vitale di un proprio esercito come garanzia di autoaffermazione, dissuadendo ingerenze esterne e, laddove necessario, recuperando la doverosa bellicosità nei confronti di chi non rispettasse l’integrità nazionale lombarda.

Le forze armate granlombarde devono avere aspetto indigeno e virile, aprendo magari ad una forma di ausiliariato femminile, e devono essere formate da professionisti. Tuttavia, il ripristino della leva, in una Lombardia libera, avrebbe un grande significato, così come un servizio civile destinato alle ragazze, affinché i giovani lombardi vengano formati in una palestra di orgoglio patriottico che insegni a “stare al mondo”, usare le armi e difendersi, amare e conoscere la nazione, promuovere autostima e coltivare valori sani utili alla mente e al corpo. Del singolo e della comunità. In parallelo, ecco l’idea di una guardia nazionale lombarda aperta a volontari civili, che possa essere un servizio offerto alla patria come presidio del territorio e supporto a forze armate e di polizia. Il ruolo del militare, oltretutto, potrebbe consentire ad ogni popolo che forma la Grande Lombardia di esprimere il meglio di sé, a seconda di vocazioni e predisposizioni, cosicché abbia ancora un senso poter bonificare le milizie di montagna, di terra, di aria e di mare da tutte le scorie del fasullo nazionalismo italiano e dal mefitico unipolarismo Usa-Nato.

1-2 agosto: la festa del sole e degli uomini

Lughnasadh – Lammas

I primi giorni di agosto (1-2 del mese), fulcro dell’estate, rappresentavano un tempo la festa del sole. Nell’antichità (indo)europea l’inizio del mese di agosto segnava la ricorrenza sacra delle celebrazioni agresti del sole, dei falò estivi agostani (come nei Volcanalia romani), del raccolto, della luce benigna dell’astro maggiore e dei benefici che la sua virile forza apporta alla natura e all’uomo. D’altronde, un po’ tutta l’estate è caratterizzata, in senso sacrale, da queste celebrazioni, che principiano in giugno col periodo solstiziale. Festività come la celtica Lughnasadh (in onore del dio solare Lúg) e la germanica Lammas (ringraziamento per i pani) si consumavano in onore delle messi, del raccolto e del pane, alimento base ancor oggi della nostra dieta e che simboleggia anche il frutto primiero dell’agricoltura, nonché il sacrificio della solare divinità ariana che si “offre” sotto forma di pane, di alimento, al suo popolo, all’interno del ciclo naturale delle stagioni e del raccolto. Chissà da dove proviene l’eucarestia…

Il primo o il secondo giorno di agosto, ricollegandosi alla forza maschile della nostra principale stella, cadono anche in onore dell’uomo, della sua energia e potenza che si fanno pure sessuali (come è ovvio che sia), e quindi del fallo e degli attributi, dei testicoli, tanto che segnatamente in ambito granlombardo – presumibilmente per via di qualche antico retaggio celtico, visto che è ricorrenza assai sentita lungo l’arco alpino – il 2 di agosto si celebra proprio “la fèsta di òmegn“. E in senso lato i “du de óst” rappresentano le gonadi maschili, e naturalmente la loro funzione riproduttiva, l’energia vitale del seme maschile. In senso astronomico, la festa del sole e del raccolto dovrebbe cadere il 7 del mese agostano, essendo questa data intermedia tra il solstizio d’estate del 21 giugno (Litha, nel mondo anglosassone, la notte nordica di mezz’estate) e l’equinozio d’autunno del 22-23 settembre (Mabon, secondo il neopaganesimo di ispirazione celtica, festa del raccolto e della vendemmia in previsione del riposo invernale).  Â