Tra le tante sciocchezze a cui credono i cristiani (e non solo) dobbiamo inserirci l’anima, che al di là di un certo linguaggio convenzionale, poetico e letterario ovviamente non esiste. L’uomo, come tutti gli altri esseri viventi, è soltanto materia, ed è naturalmente circondato da elementi che esistono poiché possono essere percepiti grazie ai 5 sensi, dunque manifestarsi, anche se possono parere invisibili. Dentro di noi non vi è nulla di immateriale e impalpabile, siamo semplicemente il nostro corpo, e anche concetti come “mente”, “pensiero” e “coscienza” appartengono alla dimensione fisica grazie alla nostra attività cerebrale, che dopotutto è la nostra stessa esistenza. La scintilla vitale che ci anima passa attraverso il cervello, il cuore e le membra, senza intermediazioni metafisiche (interne o esterne) che ci pilotano e fanno da “regia”. Il concetto di “anima”, inteso come parte spirituale della persona, non ha alcuna pezza d’appoggio e può giusto popolare le fantasie di religiosi e credenti, a maggior ragione se viene per giunta ritenuta immortale e destinata, dopo il nostro trapasso, a sopravvivere in un immaginario aldilà, che ricrea le dinamiche terrene di premio e castigo, buoni e cattivi.
Certo, l’anima non è un gingillo meramente cristiano o abramitico: anche i padri indoeuropei credevano in un’entità immateriale che, grazie alla cremazione, andava liberata dalla prigione del corpo dopo la morte, per poter raggiungere le sedi celesti dei defunti. La spinta uranica, solare, degli Ariani ne testimonia una vita terrena ricca di spiritualità, che permeava ogni ambito del quotidiano. Ma stiamo parlando, a ben vedere, di epoche preistoriche e protostoriche. Pensare sul serio, ancor oggi, alla dicotomia tra corpo e anima, o a un tutt’uno da interpretarsi in chiave divina e votato all’eternità, come se esistesse realmente una dimensione spirituale, equivale a calpestare la ragione, la scienza e lo sviluppo, facendosi abbindolare dalle fiabe dei preti e contribuendo a mantenere in vita il parassitismo giudeo-cristiano, che si nutre di superstizione. Con il nostro decesso finisce l’esperienza terrena e non se ne inaugura una ultraterrena (anche se ciascuno è libero di credere a ciò che vuole), e morendo il corpo è destinato alla dissoluzione, assieme a quei concetti metafisici che rendono poeticamente ciò che è in verità parte integrante della persona fisica medesima.
