Dio

Come, in maniera piuttosto sagace, si sente dire, da parte di ambienti razionalisti e laici, non è Dio che ha creato l’uomo ma viceversa. Nel III millennio appare con tutta evidenza che l’invenzione della divinità sia il frutto di epoche preistoriche, immerse nella più nera oscurità di ignoranza e superstizione, dove l’uomo era schiavo di avversità di ogni genere, sovente di carattere mortale, inducendolo – in quanto privo di strumenti scientifici e razionali validi – a gettarsi tra le braccia della credulità e della fede. Con l’aggravante, c’è da dire, del parassitismo di pochissimi (clero, aristocratici, capi politici) ai danni di una moltitudine di persone tenute, appositamente, nell’insipienza. Questa considerazione, si capisce, vale soprattutto per i culti organizzati, religioni messe in piedi per sfruttare a pieno regime il terrore del popolino nei confronti del dolore, della morte e dell’ignoto. E, se ci pensate, nel caso del monoteismo abramitico tale antichissima e inveterata attitudine non è mai venuta meno, stante la necessità di arricchirsi sulla pelle dei poveri bigotti e creduloni.

Ognuno, lo sapete, è liberissimo di credere alle balle che vuole e di inventarsi le identità che vuole, se non ledono la comunità nazionale, ma se dobbiamo guardare in faccia alla realtà è giocoforza affermare con risolutezza che Dio e dei non esistono, non vi è alcun aldilà, brutto o bello che sia, e che le paranoie metafisiche di sempre sono soltanto un modo masochistico e patologico di complicarsi un’esistenza terrena (che è l’unica) già di per sé sufficientemente tormentata. Specie nel panorama odierno, in cui le tenebre di superstizione, oscurantismo e credo religioso non dovrebbero avere più ragion d’essere, perlomeno in Europa. Abbiamo già detto, in altre occasioni, che esiste ciò che si manifesta, è percepibile grazie ai sensi e non sfugge alla ragione, unico nostro punto fermo; in caso contrario stiamo parlando di prodotti astratti della creatività umana, della nostra immaginazione (più o meno in buonafede), dell’atavico bisogno di trovare spiegazioni a quanto, in antichità, sembrava non averne. Non è solo Dio, dunque, il problema, anche le altre figure di fantasia, benigne o maligne, che costellano miti e culti, e che in chiave meramente culturale, oggi, possono risultare interessanti perché aiutano a comprendere mentalità e indole dei popoli del passato. Ma, per certi versi, pure moderni.

Religione

Il lombardesimo riconosce nell’etno-razionalismo, teorizzato da Paolo Sizzi e Adalbert Roncari, la propria cifra filosofica, vale a dire il superamento di ogni genere di metafisica (visioni religiose incluse) mediante il salutare connubio di etnonazionalismo e razionalismo: sangue e suolo, con lo spirito che nasce dai primi due sublimato dalla ragione. Stiamo, insomma, parlando della natura sovrana, regno a cui l’uomo – un animale – appartiene e non può sfuggire, dove lo spirito viene inteso come mentalità, carattere, cultura, lingua e così via, senza alcuna accezione trascendente. La conseguenza logica di questa visione del mondo è che la sfera religiosa deve restare totalmente ai margini, vissuta come fatto privato, puntualizzando che vi sono culti e culti. Da una parte le vere fedi tradizionali, precristiane, di Lombardia ed Europa (di stampo indoeuropeo), dall’altra il monoteismo abramitico rappresentato da giudaismo, cristianesimo e islam, che dal nostro punto di vista non dovrebbe più avere cittadinanza nel contesto padano-alpino. Tuttavia, tornando al privato, ognuno è libero di credere in ciò che vuole, a patto che non diventi confessionalismo (siamo tenacemente laici), sia completamente sottomesso all’etnostato granlombardo e non costituisca un pericolo per la nazione.

Sarò franco, noi siamo anticristiani, come inevitabile conseguenza di una prospettiva profondamente critica nei confronti del mondo spirituale semitico, ed esotico in genere, e dipendesse dal sottoscritto la religione del falegname ebreo di Nazareth verrebbe archiviata, assieme ad ebraismo e maomettismo. Vi è pure da aggiungere che il cristianesimo, e quindi cattolicesimo, coerenti sono incompatibili con il nazionalismo etnico razionale, non soltanto perché credi di origine straniera ma anche per i valori che propugnano: fratellanza globale, spirito evangelico (cioè masochismo e disprezzo di sé), egualitarismo, universalismo frutto della devozione nei confronti di un inesistente dio assoluto di conio giudaico. Inoltre, il cattolicesimo tiene la Grande Lombardia doppiamente soggiogata a Roma, per ragioni religiose e culturali, ma anche politiche: il Vaticano è un corpo estraneo che, tramite Roma, appesta l’Europa, a partire da chi vive la cattività tricolore. L’etno-razionalismo, coerentemente, propone una soluzione atea alla questione, di un ateismo razionale che non sia quella ripugnante paccottiglia apolide amata da marxisti, giudeo-bolscevichi e progressisti, ma accetta scelte individuali, purché rese innocue da un punto di vista politico. In questo senso, apre ad una sorta di “Chiesa nazionale ambrosiana” trasmutata in gentile, il che significa una Comunità di Popolo cisalpina che, pure in termini spirituali, dia la possibilità, a quanti lo desiderano, di recuperare le radici pagane (preromane, gallo-romane ed etene), specie in chiave culturale.

Metafisica

La metafisica, parlando di filosofia, si occupa di quello che sta oltre la fisica e che non può dunque essere indagato in termini meramente materiali e razionali. Un mondo completamente astratto che va dalle credenze alle religioni, dalle superstizioni alla mitologia, ma che cerca di approfondire anche tutto ciò che non è tangibile e che, quindi, sfugge alla sfera sensoriale. Un campo di indagine che poteva avere un senso fino a che l’uomo non avesse avuto tutti gli strumenti scientifici necessari per comprendere che la metafisica è un cumulo di idiozie, una gigantesca perdita di tempo, esattamente come la teologia. Sesso degli angeli e aria fritta. Oggi, pertanto, chi è capace di intendere e di volere, ha un briciolo di raziocinio e di cultura ed è intellettualmente onesto non avrà alcun problema a riconoscere che stiamo parlando di ciarpame, oltretutto sapientemente sfruttato dai preti e dai parassiti di sempre col fine di soggiogare il popolino, inchiodandolo all’ignoranza e all’oscurantismo per spremerlo a proprio piacimento, terrorizzandolo con l’incubo dell’inferno.

È chiaro che la civiltà possa anche costruirsi attingendo da miti, religioni, idee astratte e irrazionali, grazie a cui, ad esempio, è possibile esaltare il virtuosismo delle arti e della letteratura, ma se parliamo di scienza, e direi pure di filosofia, di visione del mondo, occorre lasciarsi alle spalle la metafisica, trattando l’argomento da un punto di vista storico e culturale che ricostruisca il percorso compiuto dallo scibile umano. La ragione deve essere il nostro faro, perché è l’unico antidoto all’ignoranza, ai fanatismi religiosi (ma direi tranquillamente alla religione stessa) e alle menzogne di qualsivoglia credo che schiavizzano l’uomo castrandone la volontà, l’autoaffermazione, il potere di essere padrone della propria vita e del proprio destino. Fra l’altro, oggi, assistiamo ad un impiego apolide o cosmopolita (che è poi la stessa cosa) della metafisica, teso a giustificare relativismi e universalismi, colludendo con l’ateismo medesimo di conio marxista: non vi è alcuna differenza tra l’invenzione di un dio assoluto e universale, a cui tutto deve essere sottomesso, e la sua negazione progressista, due facce dell’identico feticcio mondialista. Chi scrive si dice ateo, ma anche empio, non per giungere alle conclusioni woke (irrazionali quanto quelle pretesche), bensì per ricondurre la realizzazione dell’uomo alla ragione, che è quanto giustifica la visione etnonazionalista della vita.

Conoscenza

Abbiamo sempre ricordato come nell’ottica del lombardesimo sia fondamentale l’impegno culturale, che è quanto garantisce all’azione politica di poter porre le basi di una vera e propria rivoluzione identitaria. Senza cultura non vi può essere lo scibile umano, il sapere, che si nutre di conoscenze maturate lungo tutto l’arco della vita. E la conoscenza si arricchisce grazie all’esperienza quotidiana, allo studio e alle letture, al confronto, al desiderio di coltivare e anche ampliare i personali interessi, con lo scopo di poter vivere meglio, ovviamente di dare un significato ancor più profondo alla propria esistenza e pure di battersi concretamente per raggiungere degli obiettivi che stiano a cuore alla comunità. Conoscere, anzitutto sé stessi e ciò che più ci è vicino, è un altro di quei verbi che si addicono all’essere umano, il quale, tramite il sapere, ha edificato le nazioni e la civiltà, plasmato il paesaggio, elaborato le scienze e la tecnologia e, naturalmente, dato forma alla cultura.

Non possiamo trascurare il lato culturale della nostra vita, che non è soltanto arricchimento personale, ma anche collettivo, specialmente quando si tratta di poter ridestare le coscienze, da troppo tempo sopite per cagione di un regime politico, dell’edonismo, e di una diffusa ignoranza che torna assai utile a chi amministra (male) i nostri territori. E ha, quindi, tutto l’interesse a mantenere uno status quo che prevede la cattività delle genti lombarde. Conoscere equivale ad affrancarsi, per prima cosa mentalmente e individualmente, dall’oscurantismo, dalle superstizioni e dalle moderne convinzioni in materia di identità e tradizione, le quali anestetizzano la coscienza affinché il popolo resti asservito alle logiche del potere mondialista. D’altronde, non coltivare intelletto, curiosità e spirito critico significa spegnersi lentamente, morire dentro dandola vinta al sistema, e dunque tramutarsi in zombie manovrati a proprio piacimento dai nemici delle legittime nazioni europee. Tra cui la Grande Lombardia. L’apparente benessere materiale, derivante dal danaro, non può sostituire la libertà di un popolo, che passa per lo scibile umano messo al servizio della patria.

Estetica

Non mi vergogno di ammettere che il sentimento lombardista possa dirsi eurocentrico, nella misura in cui il popolo granlombardo possa riconoscersi europeo dai primordi, sotto ogni punto di vista, parte fondamentale e vitale dell’immortale concetto di civiltà europea (ed europide). La Grande Lombardia rientra nel cuore d’Europa, quello spazio modellato da Celti, Gallo-Romani e genti germaniche da cui il fulcro carolingio, il corridoio o asse lotaringio, la cosiddetta “Banana blu” che collega Londra a Milano. Questo areale coincide con le zone più ricche, urbanizzate e industrializzate del continente, il che rappresenta un vanto perché, come abbiamo sempre detto, la prosperità procede dall’etnia, ma ha anche ricadute negative che conosciamo perfettamente, e il nostrano “triangolo industriale” (ormai tutta quella che viene chiamata megalopoli padana) lo dimostra in maniera impeccabile. Immigrazione di massa, distruzione del tessuto etnoculturale originale, smog, inquinamento, pessima qualità dell’aria, cementificazione, deforestazione, perdita di identità e ossessione per la società dei consumi e il fatturato.

Nonostante queste sciagure, dicevamo, la Cisalpina è con orgoglio membro vivo del più profondo concetto di civiltà europea, poiché da sempre partecipa dello sviluppo continentale, bianco potremmo affermare. E, dunque, si esprime un eurocentrismo che non è razzismo, suprematismo o fregola colonialista (sia mai! il colonialismo ha portato soltanto iatture, a una terra come la Padania che, peraltro, mai è stata realmente colonialista) ma fierezza nell’essere europei ed europidi, culla della gloria storica del pianeta. In questo senso amiamo pensare a un concetto di estetica, di bellezza, che si rifà schiettamente ai canoni europei: vale per l’arte come per l’architettura, per la letteratura come per il paesaggio e la natura, per usi e costumi come per la bellezza fenotipica, specie femminile. Il senso del bello in cui crede il lombardesimo è eurocentrico se partiamo dal presupposto che anche gli europei hanno il sacrosanto diritto di essere orgogliosi di ciò che sono, e di optare per ciò che è europeo, senza ridicola compunzione insufflata dai deliri woke. D’altra parte, è quello che auspichiamo per ogni altra popolazione della terra: padrona di casa propria, libera da ingerenze straniere, fiera della propria identità e nemica del meticciato, senza sentirsi in difetto di fronte alla spazzatura defecata dal contemporaneo Occidente, che vive in funzione dell’odio apolide per le radici.

Odio

Mi viene da sorridere se penso al fatto che le legislazioni occidentali hanno deciso di sanzionare penalmente un sentimento, l’odio, con riferimento a quei profili di reato (?) che riguardano l’intolleranza, o anche solo la critica, nei confronti delle cosiddette “categorie protette” (in cui rientrano pure, ed è tutto dire, gli ebrei). Lasciatemi, anzi, dire che il punto è la condanna della strumentalizzazione di tali categorie, anche se con l’etichetta “odio” gli antifascisti amano bollare la posizione di tutti gli oppositori del regime che li ingrassa. L’allusione, pensando alla Repubblica Italiana, è alla legge Mancino o ai vari ddl che vorrebbero mettere la mordacchia a chi non si allinea alla vulgata dello status quo, arrivando poi al vilipendio o al revisionismo/negazionismo. Sappiamo tutti perfettamente che la violenza, l’apologia di reato e l’istigazione a delinquere vengono già sanzionate dal codice penale, ma negli ultimi anni va molto di moda il tema delle aggravanti ideologiche e/o politiche e, appunto, la questione dell’odio. L’odio, lo abbiamo detto, è un sentimento (la cui definizione è oltretutto opinabile), e pensare sul serio di volerlo punire significa confondere le leggi laiche dello Stato con quelle delle teocrazie, oppure con il catechismo della Chiesa cattolica. La violenza, si capisce, è tutt’altra faccenda.

Odiare, come amare, afferisce alla sfera dell’irrazionale, delle emozioni e degli stati d’animo. È un’astrazione, sebbene abbia ricadute concrete per quanto concerne l’esperienza di tutti i giorni. E questo vale per ogni altro tipo di sentimento. Nella prima parte di questo scritto abbiamo voluto sottolineare il ridicolo di castigare ciò che è frutto dell’emotività, per quanto, è logico, abbia a che fare con la negatività, la rabbia, la frustrazione e sia l’altra faccia della medaglia dei buoni sentimenti: l’odio, al di là dell’ideologia, equivale a consumarsi, logorarsi, avvelenarsi l’esistenza, il rovescio dell’amore che a tratti con esso confina, qualora interpretato in termini patologici. In chiave lombardista, se l’amore è portare frutto, vivere con energia positiva i legami e lo spirito patriottico, garantire continuità alla stirpe, ecco che l’odio si fa negazione di tutto questo, il prodotto guasto del rancore, del livore, dell’autodistruzione di chi dissipa la propria vita demolendo invece di costruire. E, data la nostra sensibilità, vale in particolar modo per quanti disprezzano identità e tradizione, dando libero sfogo al risentimento anti-europeo e anti-lombardo. Una malattia dello spirito non soltanto del “diverso” ma sempre più spesso dell’indigeno scellerato.