Etica

Talvolta si sente dire che i lombardi, e gli europei, non possano non dirsi cristiani, alla luce del processo di evangelizzazione e acculturazione che riguarda il continente bianco, dove più e dove meno, da circa 2.000 anni. Senza dubbio una patria plurisecolare come la Grande Lombardia risente profondamente della storia del cristianesimo, giunta sino ai nostri giorni, e l’anima identitaria delle terre cisalpine è permeata di spirito cattolico; esiste una millenaria tradizione religiosa testimoniata dai nostri padri, come dimostrano le manifestazioni concrete della devozione, e ovunque volgiamo lo sguardo possiamo toccare con mano l’azione della Chiesa. Ma da secoli è ampiamente in atto, nell’Europa occidentale, un processo di secolarizzazione – sebbene incanalato in una direzione sbagliatissima – che permette di riscoprire le nostre vere radici, anche spirituali, che sono quelle gentili, e di liquidare l’oscurantismo cattolico che ha avvelenato la Lombardia. Il problema sta nel fatto che la laicità, o il laicismo, assumono spesso un’impronta progressista, dunque ben poco razionale, sfociando nelle isterie tipiche dell’antifascismo.

Ho ricordato più e più volte che l’eliminazione del cristianesimo (e, ovviamente, degli altri culti abramitici) non deve portare a colmare il vuoto con il velenoso ciarpame della modernità (relativismo, nichilismo, pluralismo), oppure con il classico ateismo di conio marxista che spalanca le porte di fronte al disprezzo di qualsivoglia ideale e valore, anche in chiave tradizionale. Ergo, se da una parte è assolutamente necessario rottamare la morale semitica per ritornare all’etica ariana, dall’altra occorre farlo con cognizione di causa, per scongiurare le derive dell’anarco-individualismo o della massificazione consumistica: non abbiamo più alcun bisogno delle mefitiche balle del “libro”, di Dio, dei preti di ogni forma e colore, ma abbiamo certamente la necessità di ritrovare dei punti fermi, che discendano da sangue, suolo, spirito. Possiamo, perciò, evitare serenamente di dirci cristiani se riscopriamo l’ethos indoeuropeo, le radici classiche, il furore sacro di chi ha plasmato l’Europa a immagine e somiglianza di un pantheon eroico, guerriero, solare, naturalmente non per accingerci sul serio ad adorare gli dei (inesistenti quanto Yahvè) ma per ridare vigore a quel pensiero uranico, celeste, che al netto della spiritualità comporti l’esaltazione di scienza e ragione, per rimettere al centro la verità della natura sovrana.