Modernità

L’età contemporanea, quantomeno nel mondo occidentale, è caratterizzata da una drammatica perdita di valori e punti di riferimento che portano, non tanto, alla secolarizzazione, bensì a quel relativismo dilagante che disgrega il tessuto etnico e comunitario di una nazione a colpi di individualismo e materialismo zoologico. Modernismo, a prescindere dalle questioni religiose (che poco mi interessano, specie in chiave cristiana), equivale a liquidare le istituzioni tradizionali, ma anche tutta quella serie di valori che si rifanno al culto razionale della terra e del sangue, benedetto dallo spirito che nasce dalla fusione dei primi due. Non si tratta, tuttavia, di essere ipocriti: da identitario usufruisco a piene mani del benessere, dello sviluppo e della tecnologia, che non sono lo sterco del demonio, senza dunque indugiare in un poco proficuo anarco-primitivismo; il punto sta nel non barattare la patria, e tutto quello che vi ruota attorno, col mito contemporaneo del progresso, che inevitabilmente comporta la distruzione di un popolo, una nazione.

Oggi parlare di modernità significa, quasi, affossare identità e tradizione, valori conservatori (nel giusto), usi e costumi inveterati che obbediscono al luminoso ethos ariano. Eppure, sussiste perfettamente un compromesso, un equilibrio, tra principi tradizionalisti ed età contemporanea, poiché quest’ultima può, anzi, corroborare la diuturna lotta identitaria contro le tenebre del male. Si tratta, insomma, di non sacrificare ideali immortali sull’altare di un finto progresso e di un finto benessere, in nome fondamentalmente del culto del fatturato, del dio danaro e dell’individualismo, che dalle nostre parti fanno stragi. È ciò che si rinfaccia alla Lombardia, soprattutto nella sua metà storica occidentale: sta bene la mentalità virtuosa del lavoro, sta bene la produttività, sta bene la ricchezza plurisecolare figlia della nostra etnia e della nostra cultura, ma senza per questo sfociare nel masochismo antirazzista che flagella un’abbondante fetta di Europa. Abbiamo l’occasione, anche come lombardisti, di contribuire a plasmare una modernità che non recida le radici collegate, in maniera vitale, ai tempi antichi, evitando che questo significhi regredire alla barbarie. Laddove si rischi, logicamente, di abbandonare le conquiste positive degli ultimi secoli.

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