Uguaglianza

Non c’è nulla di più antiscientifico del dire “siamo tutti uguali”, ovviamente per sposare l’agenda mondialista col suo relativismo, il suo nichilismo, il suo antirazzismo peloso che non è dettato da etica ma da interessi politici ed economici. Il mito dell’uguaglianza, che ribadiamo è solo ideologia (anche religiosa, cristiana), fa disastri in ogni campo: razza, etnia, sesso, orientamento sessuale, “genere”, condizioni psicofisiche, età, salute. Questa indecente fregola di calpestare la realtà biologica, a partire dalla questione della subspecies, non ha proprio alcunché di scientifico e razionale, poiché è evidente a chiunque non abbia le fette di salame sugli occhi che le razze esistono, non sono le etnie (a loro volta, comunque, diversificate pure in termini antropogenetici), e appaiono distinte su base fisica (tratti cranio-facciali, somatici, antropometrici) e genetica (aplogruppi, ADN autosomico, predisposizioni, sanità, elementi ereditari, misture arcaiche ecc.). Un discorso analogo va fatto per i sessi, perché uomo e donna sono diversi, e per l’orientamento sessuale e il cialtronesco concetto di “genere”; l’omosessualità è una forma di parafilia (anche per questioni ormonali e ambientali), non è normalità, e il travestitismo/transessualismo è chiaramente un disordine mentale.

Le etichette eufemistiche circa i “diversamente abili” tentano di edulcorare la loro condizione, ma anch’essi non sono persone normodotate che scoppiano di salute. Potremmo dirlo pure, ad esempio, degli obesi, poiché assai pericoloso veicolare l’assunto che il grasso in eccesso, una condizione patologica, sia perfettamente regolare, se non addirittura “bello”. A questo punto si sdoganerebbero l’etilismo, il tabagismo, la tossicodipendenza, il vizio, il consumo – appunto – di cibo spazzatura, la promiscuità sessuale e tutto quello che distrugge l’individuo, nel corpo e nella mente. Chiaro, nel caso della malattia l’approccio deve sempre essere medico, ma senza sconti verso la degenerazione, le cui ricadute nefaste si ripercuotono sul servizio sanitario nazionale e sulla comunità, in termini sociali ed economici. Tornando alla questione dell’uguaglianza, che diventa parità laddove si parli di uomo e donna, dobbiamo essere fermi e severi nel condannarne l’esiziale portata, perché nulla ha a che vedere col rispetto della dignità degli individui. Se la discriminazione, con conseguente suprematismo, è sbagliata – in chiave etica e scientifica, dal momento che la superiorità è una concezione arbitraria e relativa -, stessa cosa può dirsi del livellamento, dell’inclusività, della farsa del “siamo tutti uguali”, poiché la natura non conosce buonismi e politicamente corretto e il concetto di diversità, tanto sbandierato dalle sinistre e dai liberali, non è meno pericoloso delle classiche intolleranze, specie in un’epoca che si regge sulle ipocrisie woke.

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