Bene

Il concetto di bene, come di male, è certamente viziato, nel mondo occidentale, dalla visione giudaico-cristiana dell’esistenza, e tutti noi risentiamo di tale ottica. Proprio per questa ragione, il pensiero lombardista ci tiene sempre a sottolineare quanto segue: da una parte vi è l’untuosa morale da sagrestia, imperniata sui comandamenti della tradizione biblica, poi arricchiti dalla dottrina cristiana che, per soprammercato, vi aggiunge il carico letale dell’universalismo, della fratellanza globale, dell’uguaglianza, della carità che diventa masochismo, della pace e del perdono, mentre dall’altra abbiamo l’etica indoeuropea, giunta sino a noi grazie agli echi della gentilità, un’etica ovviamente incentrata su valori virili, guerrieri, genuinamente tradizionali e identitari, e dunque solari. La solarità, il pensiero uranico, celeste, sono la cifra dell’ethos ariano, goffamente parassitato dal cattolicesimo, e sono quel che permette ad una comunità di essere forte, sana e patriottica, costruita sulla base dei legami endogamici, eterosessuali, monogami, fecondi, in piena sintonia col mondo naturale. Un elemento fondamentale, questo, che le chiese abramitiche calpestano sistematicamente.

E, dunque, come potremmo definire il bene? Che significato potremmo dare a tale termine? In ciò che è la visuale lombardista (e sizziana) il bene è, anzitutto, quella dimensione ideale, il più possibile attuabile, in cui ogni membro della società, della comunità etnica, nazionale e razziale concorre al benessere tanto dei singoli quanto della collettività, ma chiaramente con l’obiettivo di mettere al di sopra di tutto il nostro vero, unico paradiso: la Lombardia. Il bene del popolo, di tutti noi, è il bene supremo che dobbiamo perseguire, contro ogni forma di anarco-individualismo ma anche di ecumenismo e cioè di farneticante esaltazione del meticciato, del cosmopolitismo, dell’uguaglianza, che del resto è quanto auspica la religione desertica cristiana, sottoprodotto del giudaismo. Non vi è bisogno di dare al bene una valenza trascendente, non è questione spirituale o religiosa; si tratta di concepire un’etica ariana che sia rispetto per sé stessi, per i propri simili, per la patria e la natura (persone e cose), giungendo a condannare e liquidare alla stregua di maligno tutto quello che è mirato a danneggiare colpevolmente gli individui, soprattutto intesi come membra vive che, prese collettivamente, formano la comunità cisalpina. Niente bigottismi mediorientali, insomma, solo coscienza della verità assoluta di sangue, suolo e spirito, da cui promana il senso più autentico dell’esistenza.

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