L’uomo, lo sapete, è un animale, non è una creatura divina o angelica plasmata da un inesistente dio ebreo. Naturalmente, si eleva rispetto alle bestie grazie alla ragione, al linguaggio, alla forza creativa, alla socialità, all’evoluzione che lo ha condotto a divenire padrone della terra, anche se spesso con ricadute disastrose per sé e per il pianeta. Ciò nonostante, resta un animale che, come gli altri animali, ha oltretutto delle razze/subspecies; il negazionismo razziale fa il paio con le balle dei preti, checché ne pensino gli atei universalisti. Chi scrive non crede in divinità, trascendente, aldilà, anima e quant’altro, e adotta un metro di giudizio che è sempre razionale, dunque laico e scientifico; adotta, insomma, una sorta di materialismo che è profondamente intriso di razionalismo e di realismo, e che liquida tutte le baggianate metafisiche, oggi inservibili per poter dare una spiegazione all’esistenza del mondo e della vita. Ciarpame come la teologia, o la metafisica stessa, è un insulto alla natura umana, e non è ammissibile ostinarsi a cercare risposte religiose o spirituali a concreti interrogativi posti dall’esperienza quotidiana. Peraltro, il pensiero scientifico corrobora la visione lombardista delle cose, essendo profondamente razzialista e völkisch.
Concepisco la vita, quindi, come l’esperienza terrena (l’unica possibile) che dopotutto affonda le proprie remote origini nel caos, nel caso, nell’accidente, senza che vi sia un disegno oltremondano dietro. Dare alla luce un essere umano, ovviamente, può nascere da una scelta ben precisa, che non è comunque del diretto interessato, un fatto incontrovertibile che inficia tutte le paranoie sulla creazione e sul concetto di giudizio finale da parte di improbabili deità semitiche. Non vi è alcun tipo di spiegazione trascendentale in merito all’universo, al mondo, agli individui, e le risposte che si rifanno a miti e culti sono soltanto un modo folcloristico per esorcizzare le tenebre dell’ignoranza, la paura dell’ignoto, i limiti dell’umana mente. Non a caso, le religioni nascono in epoche fosche protostoriche, o comunque millenni, secoli prima dell’età contemporanea, quando la scienza era agli albori e la stragrande maggioranza degli uomini inchiodata all’oscurantismo e alle superstizioni. Con gran giovamento dei ceti parassitari – clero e aristocratici – che usavano la religione per controllare e schiavizzare, arricchendosi sulla credulità popolare. Tuttavia, il fatto che non esista creazione, bensì evoluzione, non invalida la necessità di dare forma a ciò che rischia di divenire preda dell’instabilità mediante politiche etnonazionaliste, intrise di ethos ariano, che del resto si basano sulla verità assoluta del sangue e del suolo.
