Io

Un individuo, l’abbiamo già detto, si riduce a nulla se assume atteggiamenti da sradicato che lo mettono in conflitto con la propria comunità d’appartenenza. Del resto, è quanto accade con gli allogeni, gli apolidi, i meticci ma pure con quanti si tramutano in kamikaze antinazionali solleticati dall’anarco-individualismo: pensiamo a travestiti e transessuali, femministe, antifascisti, asociali e antisociali, disagiati che si lasciano strumentalizzare da mode, parafilie, disturbi psico-comportamentali, degenerati che preferiscono il male al bene remando contro i destini della patria. Per non parlare dei criminali fatti e finiti. E, lo sappiamo, la patria è il paradiso in terra, o meglio, l’unico paradiso possibile, e promuoverne il bene, che è il bene supremo, equivale a tutelare sé e gli altri, dunque la collettività. Una collettività che nell’ottica lombardista combacia col concetto di etnia, popolo e nazione e che va ben al di là di ogni sterile entità politica, burocratica e amministrativa (lo Stato senza patria). Logico che il sistema-Italia sia funzionale a ciò che è disfunzionale, in termini identitari e tradizionalisti.

L’io di ciascuno di noi, senza addentrarci troppo in terreni che non ci competono, è il frutto dell’attività cerebrale che, dopotutto, coincide con la coscienza, la mente, la vita. Nulla di metafisico e trascendente, in tutto questo, ma un insieme di segnali chimici, fisici e biologici, oserei dire “elettrici”, terribilmente concreti e materiali (ma non in accezione negativa), che testimoniano l’umana esistenza (pure quella dei bruti, logicamente) e l’essere presenti a sé stessi. Quando parliamo di pensiero, in fondo, alludiamo alla capacità del nostro cervello di creare, plasmare mondi, adoperare linguaggi o generarne di nuovi, e la vita interiore dell’uomo – al netto delle balle dei preti – non è altro che il riflesso del suo contatto con la realtà mondana di tutti i giorni. La nostra stessa identità nasce dalle dinamiche della dialettica, del confronto con sé e il mondo, e tornando all’apertura dello scritto abbiamo quindi il famoso “animale sociale”, a proposito del quale fiumi d’inchiostro sono stati versati. Perseguire il proprio bene, dunque la felicità, è l’obiettivo di tutti, ma l’unica via per tentare di ottenerli sta nel divenire membra vive di un organismo etnico, razziale, comunitario, perciò nazionale. Nel caso dei cisalpini, la Grande Lombardia.

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