Chi è lombardo?

Il lombardesimo è una dottrina che ha particolarmente a cuore, chiaramente, l’identità lombarda, tanto da giungere a definire chi, effettivamente, può dirsi lombardo. Vi sono due scuole di pensiero, per così dire, all’interno dell’ideologia lombardista, una sizziana e una seconda fatta propria dal movimento Grande Lombardia e che appare più moderata rispetto alla prima. Secondo i criteri di Paolo Sizzi, è lombardo chi ha almeno i 4 nonni biologici, ovviamente europidi, cognominati alla lombarda e la cui residenza in Lombardia risalga almeno al 1900. Secondo quelli di Grande Lombardia, comunque assai affini ai sizziani, è lombardo chi ha almeno 2/4 famigliari cisalpini e altri 2/4 europei, presentando aspetto genetico pienamente bianco.

Sizzi si concentra maggiormente sull’aspetto squisitamente padano-alpino, lasciando intendere che il soggetto non deve avere origini esotiche, pensando soprattutto a popolazioni europee periferiche (come i sud-italiani) ma prima ancora agli allogeni veri e propri, che con l’Europa non hanno nulla a che vedere. In tale ottica possono essere tollerabili blandi apporti di genti compatibili con i lombardi, e in questo senso la mente corre a quelle alpine, francesi, tedesche centromeridionali e nord-italiane (vale a dire corsi e toscani). Escludiamo dal novero le genti incompatibili, come per l’appunto gli stessi ausonici. Va da sé che qui non si parli di razzismo o discriminazione, ma semplicemente di compatibilità, data da elementi biologici, antropologici, culturali. La dignità dell’essere umano non è messa in forse.

Il “problema” delle popolazioni europee più periferiche è quello di avere contributi genetici esotici, anche recenti, che andrebbero a diluire l’aspetto genomico schiettamente europide. Ma si tratterebbe anche di ragioni culturali, linguistiche, antropologiche, e cioè di un etnicismo – rispettoso, ad ogni modo, della genetica – mirato alla preservazione della schiatta alpino-padana, oggi dissanguata dalla meridionalizzazione (in senso italiano) e dal contributo di alloctoni provenienti da ogni dove, anche e soprattutto da aree extraeuropee. Abbiamo il diritto e il dovere di conservare il sangue lombardo e l’etnia lombarda, così come la civiltà nostrana; questo discorso viene sempre fatto per le popolazioni del sud del mondo, ma perché non dovrebbe valere anche per noi? O forse i lombardi e gli europei sono meno meritevoli di tutela e autodifesa etnica?

Vi è poi il pensiero ufficiale di Grande Lombardia, associazione vicinissima a Sizzi, che ha un’impronta certamente più pragmatica e realista, e più razzialista che etnicista. Secondo il movimento, come dicevamo poco sopra, può essere considerato lombardo chi ha almeno un legame di 2/4 con la Padania e, dunque, almeno un genitore lombardo; l’altro genitore, tuttavia, deve essere geneticamente europeo, facendo comunque trasparire che non tutte le popolazioni europee possano essere considerate alla stessa stregua, visto che ne esistono di periferiche (come l’Italia meridionale) il cui statuto antropogenetico è per certi versi ibrido. Lo ius sanguinis, insomma, deve coniugarsi allo ius soli, possibilmente in chiave lombarda, ma ci potrebbero anche stare delle sfumature tollerabili, frutto dei tempi che stiamo vivendo.

Grande Lombardia ha una visuale più moderata, tenendo soprattutto conto della situazione dell’Europa occidentale, che fra immigrazione e abbandono del tradizionalismo (con particolare riguardo alla condizione della donna contemporanea) presenta un quadro drammatico che compromette, spesso e volentieri, la possibilità di una scelta endogamica al 100%. Pertanto, in tal senso, la cosa basilare è conservare almeno metà del patrimonio lombardo, senza comunque sperperarlo con unioni per davvero miste. Tutto ciò perché la definizione della lombardità va di pari passo con la necessità della riproduzione tra simili, in una Cisalpina sommersa dagli allogeni, soprattutto sud-italiani, e priva quasi del tutto di coscienza patriottica panlombarda. Ma pure razziale.

Il conflitto russo-ucraino e la sconfitta dell’Europa

La guerra è sempre una tragedia e non può venire concepita come una partita di calcio, dove chi non è coinvolto parteggia per l’uno o per l’altro dei contendenti, comodamente seduto in poltrona. La tentazione contraddistingue tutti gli “italiani”, che si dividono in fautori di Putin o in tifosi di Zelensky, ovviamente con riferimento alle ostilità d’Ucraina, principiate nel febbraio di due anni fa. Ma è meglio lasciar perdere le partigianerie, per concentrarsi su ciò che davvero rappresenta il conflitto tra Russie, vale a dire una sonora sconfitta per l’Europa e la sua civiltà. Una civiltà che, certo, si è costruita anche grazie alle guerre ma che nel 2024 dovrebbe riconsiderare la fratellanza tra europidi, nel solco del disegno euro-siberiano, che il lombardesimo ha molto a cuore.

I contemporanei conflitti fra popoli assai simili e compatibili, come russi e ucraini (membri della medesima famiglia rus’, slava orientale e steppica, assieme alla Bielorussia), non fanno il bene dell’Europa, bensì dei suoi nemici. Il sangue bianco che scorre a fiumi è il fallimento del progetto imperiale eurusso, che chiaramente contempla la Russia moscovita come parte integrante dell’Europa e della sua opera di civilizzazione. I russi sono europei, quanto ucraini e bielorussi, e per certi versi esiste una sola Russia, sino agli Urali, che affratella Mosca, Kiev e Minsk: un’unica grande nazione, che comunque sia abbisogna di una razionale suddivisione.

La guerra contrappone, dunque, due realtà similari, parlando del fulcro etnico; tuttavia, c’è da dire che la Federazione Russa comprende anche minoranze non europidi, il che comporta perdere di vista la natura schiettamente etnica del contesto moscovita. Lo si vede, del resto, anche in Ucraina, dove l’esercito russo manda in prima linea la carne da macello mongola e caucasica (buriati e iacuti nel primo caso, ceceni e daghestani nel secondo), peraltro responsabile di atrocità contro la popolazione indigena ucraina. E questo, certamente, depone a sfavore della Russia putiniana, che ha in non cale etnia e razza al punto di vedere nemici nei simili ruteni e amici nelle minoranze di quello sterminato impero che fa capo a Mosca.

Le responsabilità della guerra, ad ogni modo, non sono soltanto russe, poiché anche Kiev ha la sua colpevolezza. Una colpevolezza che riguarda il potere concentrato nelle mani della minoranza ebraica governativa, assieme al filo-americanismo e al filo-atlantismo, che hanno gettato l’Ucraina in pasto all’Occidente dei soliti noti, e quindi al sanguinoso conflitto. Vanno anche considerate le angherie esercitate sui territori più orientali dell’Ucraina ai danni dei russofoni, le quali rientrano nel perdurante conflitto del Donbass, cominciato nel 2014. Se dietro Kiev non ci fossero gli Usa e la Nato, con annessi e connessi, la solidarietà verso l’Ucraina sarebbe del tutto comprensibile, ma le cose stanno purtroppo diversamente. Fermo restando che la gente di quel Paese, al di là dei palazzi del potere, non ha colpe e vede i propri figli mandati al macello sulle ali della propaganda occidentale, in una guerra votata al logoramento e alla sconfitta, o alla stagnazione permanente.

Oltretutto, il settore più orientale dell’Ucraina, con la Crimea, è assai affine alla Russia, mentre la componente genuinamente rutena è rappresentata da aree come Galizia, Podolia, Polesia e Volinia, le più occidentali, che si proiettano verso l’area polacca e mitteleuropea. Ma, come lombardisti, non siamo per una spartizione dell’Ucraina moderna, che in quanto nazione indipendente può sussistere, al pari della stessa Bielorussia e della Russia moscovita. Siamo dalla parte del popolo inerme, che subisce le atrocità del conflitto, ma non abbiamo nessuna simpatia per la ciurma di Zelensky (considerando chi l’appoggia e da chi è composta). E in questo senso anche buona parte del nazionalismo ucraino, purtroppo, è compromesso, poiché, come sempre, il neonazismo strisciante è un pupazzo manovrato da chi dice di combattere. A parole, appunto.

Una (vecchia) riflessione sul tricolore

In un vecchio articolo del 2017, che ora ripropongo con doverose chiose ed integrazioni, trattai delle suggestioni italiche e ario-romane del tricolore italiano, riprendendo alcune considerazioni fatte a partire dal 2014, anno della svolta italianista. Non è tutta farina del mio sacco; è, più che altro, una riflessione condotta sulla scorta di quanto scritto da altri, fra cui Georges Dumézil e Renato Del Ponte, noti studiosi tradizionalisti del mondo indoeuropeo.

Suggestioni, appunto. All’epoca, volendo dare una pennellata di nobiltà e di aulici rimandi all’idea di Italia che propugnavo, concepii il cosiddetto “Tricolore Italico del Sangue”, una versione tradizionalista e paganeggiante della bandiera italiana che potete trovare qui sotto, in due varianti:

Quadrato con aquila dorata
Rettangolare con aquila nera

Anche altri identitari rielaborarono il vessillo tricolore (la Societas Hesperiana, ad esempio) con soluzioni analoghe, cercando di dare una veste aristocratica e accattivante ad una bandiera che, in realtà, è estremamente prosaica. La vera storia del drappo italiano non ha nulla a che vedere con Indoeuropei, Italici, Romani ma, in quel periodo, al sottoscritto piaceva dare un’inclita insegna alla propria visione di Italia etnofederale. Fra gli altri che cercarono di nobilitare il tricolore italiano val la pena ricordare Mario Enzo Migliori e Adriano Scianca.

Forse, l’unico tentativo storico apprezzabile, in questo senso, fu la bandiera da combattimento della Repubblica Sociale Italiana, con la sua aquila col fascio littorio fra gli artigli, un simbolo che al sacro animale latino unisce l’emblema romano repubblicano per antonomasia, di origine etrusca.

La bandiera dell’ottocentesco stato italiano e della Repubblica Italiana non è nulla di speciale e, soprattutto, di originale. Non è altro che la brutta copia del più noto tricolore parigino della Repubblica Francese, che ha fatto da modello a svariate bandiere contemporanee, europee e non; si tratta, dunque, di un panno di origine giacobina e molto caro in ambienti massonici, un po’ come la bandiera messicana che lo ricorda da molto vicino.

D’altra parte, il tricolore italiano, come quello francese, rappresenta un’entità statuale senza nazione, un mero baraccone politico e burocratico, e non può che essere, dunque, qualcosa di piatto, triste e spoglio. Artificiale e senza storia e identità, senza radici. Per queste ragioni, cercando di proporre una visione etnonazionale italica, tentai anche di dare forma ad una bandiera che potesse avere una simbologia di tutto rispetto, sebbene avulsa dalla realtà (e da ciò che frullava nella testa di chi concepì il tricolore nostrano). Una cosa, comunque, va detta: non è un emblema ausonico.

La sua versione originale, cispadana (1796-’97), presentava bande orizzontali con il rosso sopra, il bianco al centro, il verde in basso e con una forma piuttosto quadrata; nel mezzo della striscia centrale bianca v’era un turcasso, ossia una sorta di faretra, contenente quattro frecce a simboleggiare il sodalizio di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio di Lombardia, le città repubblicane dalla cui unione nacque, appunto, la Repubblica Cispadana. Era questa un’emanazione dell’occupazione francese del Bonaparte, che portò il vento giacobino, rivoluzionario, anche al di qua delle Alpi.

Un’altra bandiera italiana degna di menzione è quella del Regno d’Italia del 1805-1814: rettangolare, con un rombo bianco al suo interno, su sfondo rosso, contenente a sua volta un rettangolo verde con l’aquila napoleonica, che non è altro che un’aquila imperiale romana sul trespolo con le saette di Giove fra gli artigli, emblema delle legioni romane. Innegabili i suggestivi echi romani, ma anche e soprattutto il puzzo massonico… Per quanto il giacobinismo primigenio sia, a suo modo, una specie di antesignano di fascismo e nazionalsocialismo – in opposizione al parassitismo antinazionale reazionario – non possiamo dimenticare come Illuminismo e Rivoluzione francese (con le sue scempiaggini egualitariste) siano l’inizio della fine della civiltà europea.

Qualche paragrafo sopra dicevo che, nonostante tutto, il tricolore italiano è un vessillo indiscutibilmente padano. Esso sta sul gozzo ai duosiciliani, con le loro litanie anti-risorgimentali sul Piemonte razzista e colonialista e, sebbene vi sia un nesso tra il rosso-bianco-verde italico e il blu-bianco-rosso transalpino (dove il blu e il rosso sono colori di Parigi e il bianco della monarchia francese), nel caso cisalpino si può leggere un cromatismo lombardo: il bianco e il rosso sono colori classici delle croci padano-alpine dei liberi comuni medievali, a partire dall’insegna di Milano (Croce di San Giorgio guelfa, Croce di San Giovanni Battista ghibellina), mentre il verde è colore visconteo di gusto ghibellino, reimpiegato per le uniformi della Legione Lombarda napoleonica.

Relativamente alla questione del cromatismo e dei suoi aristocratici echi, partiamo col dire che, simbolicamente, i colori “italiani” vengono accostati di volta in volta al paesaggio peninsulare, alle virtù teologali, alle suggestioni dantesche circa Beatrice (con tanto di speculazioni “rosacrociane” e vetero-massoniche), a generici sentimenti di amore e di patriottismo; ognuno può vederci i significati che più gli aggradano, ma in questo caso sembrano piuttosto normali interpretazioni che possono ritornare in contesti diversi da quello italiano. Quel che, invece, sottolineavo io all’epoca, come altri prima di me (Dumézil e Del Ponte su tutti), è il valore simbolico ancestrale, di questo peculiare cromatismo, che permette di stabilire dei paralleli fra di esso e le tripartizioni cromatiche dell’antichità, in particolar modo ariane.

Il modello di partenza è rappresentato dalla bandiera della Tradizione canonica (ne esiste anche una versione cattolica): rosso-bianco-nero a strisce orizzontali. Alcuni la confondono con la similare bandiera tedesca del Reich germanico (che ha però il nero sopra) o con l’eguale cromatismo di evoliana e guenoniana memoria: nel caso di Evola rispecchierebbe nigredoalbedo e rubedo della tradizione ermetico-alchemica, nel caso di Guénon la tripartizione in spirito, anima e corpo dell’uomo, posizioni che comunque si intersecano nel contesto delle dottrine tradizionali dell’Occidente, presentandosi nelle varie culture di estrazione indoeuropea. Epperò la bandiera sunnominata, traendo comunque spunto dalle posizioni dei due studiosi, unisce elementi del sacro con un occhio di riguardo alla suddivisione in caste tipica degli antichi Ariani, che in India perdura, andando a rappresentare un vessillo che vuole essere emblema dell’umano e della sua natura in mensanima e corpus.

Il rosso è il colore del cuore e della scintilla vitale, dunque dello spirito luminoso e solare che secondo gli antichi albergava appunto in quell’organo, che si pone in cima in quanto segno superiore di forza virile, razionale, “cerebrale”, centrale anche nel corpo umano; il bianco, sotto il rosso, è simbolo di anima e mente, della luna che non brilla di luce propria ma viene rischiarata dalla fondamentale luce del sole, un colore “femminile” e simbolo di passioni, pensieri ed emozioni, regolate dal cuore-cervello; infine il nero, in basso, la parte corporea e materiale dell’io, il livello inferiore collegato al ventre, ai visceri, ai genitali.

Una tripartizione, questa, che non solo trova precisi riferimenti nella tripartizione della società, cominciando dal sacro, dal pantheon ariano (sacerdoti, guerrieri, agricoltori-artigiani), ma rispecchia anche quei principi cosmici rappresentati dal sole, dalla luna e dalla terra, cosicché all’astro per antonomasia corrisponde lo spirito, al satellite terrestre l’anima, al nostro pianeta il corpo. Potete trovare maggiori informazioni qui.

Dumézil ha studiato il cromatismo indoeuropeo a partire dalla suddivisione in caste della società ariana, che rispecchierebbe la concezione religiosa e le divinità stesse degli Indoeuropei. Egli sostiene che al cromatismo tradizionale bianco-rosso-nero corrisponda la tripartizione sociale in sacerdoti-guerrieri-contadini/lavoratori (del resto, il 3 è numero basilare presso i popoli indogermanici) e dunque la triade divina che ritorna in diversi culti tradizionali precristiani come quello italico-romano (Giove, Marte, Quirino), germanico (Odino, Thor, Freyr), celtico (Taranis, Esus, Toutatis), indo-ario (Mitra, Indra-Varuna e gli Asvin) ecc.

Tali divinità erano preposte a particolari funzioni che venivano rispecchiate dalla società degli uomini indoeuropei, così ad esempio Giove, il dio padre celeste, trovava un parallelo nella casta sacerdotale romana; Marte, dio della guerra, nella classe degli aristocratici-guerrieri; Quirino, dio delle curie e delle arti liberali, nel ceto dei produttori (contadini, artigiani, lavoratori), probabilmente, questa, arcaica reminiscenza dei culti preindoeuropei legati alla fertilità e a figure di divinità femminili.

Il sistema delle caste in India è ancor oggi esemplare, per illustrare il concetto: alle quattro classi sociali (bramini, kshatriya, vaishja, shudra = sacerdoti, guerrieri, commercianti, contadini e facchini), rigidamente separate ed ereditarie, corrispondono il colore bianco della spiritualità luminosa, il rosso del sangue e del fuoco, il giallo dell’oro e il nero della terra; infine i fuori casta, cioè i paria, gli impuri. Si pensa che questa stratificazione sociale introdotta dagli Arya rifletta anche la suddivisione etnica tra conquistatori indoeuropei e sottomessi dravidici.

La suesposta strutturazione sociale tripartita, correlata alla sfera della religione, collega così alle divinità triadiche basilari (e alle loro funzioni incarnate dagli uomini) il bianco (Giove/clero), il rosso (Marte/guerrieri), il nero (Quirino/produttori). Essa non corrisponde pienamente a quanto detto circa la bandiera della Tradizione, ma ispirò in me alcune riflessioni riguardo il tricolore italiano. Ripeto, stiamo parlando di anni fa, e queste dotte elucubrazioni lasciano il tempo che trovano, non avendo riscontri nella vera natura della bandiera italiana. Le ripropongo, come detto in apertura, con le necessarie chiose.

L’attuale tricolore è troppo artificiale, asettico, privo di attrattiva dettata da identitarismo e patriottismo: bandiera anonima e disadorna, replica di quella francese. Naturalmente, le strisce orizzontali si confonderebbero con la bandiera ungherese, ma la versione originale dell’insegna italica era a strisce orizzontali e nata ben prima di quella magiara (1796-’97, 1848 la seconda), di foggia differente e con un simbolo nel mezzo. Il tricolore rinnovato si meriterebbe, infatti, anche un simbolo da porvi al centro, che ovviamente non riguarda la ruota dentata repubblicana inventata settant’anni fa.

Come potete leggere qui, o in questo articolo, i colori rosso, bianco e verde erano presenti nell’ethos ariano dell’antica Roma per i motivi triadici già citati, in riferimento sia alla pietas che alla società, ma anche per questioni ludiche (le fazioni del circo), etniche (le tribù alla base di Roma, ossia RamnesTities e Luceres e quindi Latini, Sabini ed Etruschi) e ancora sacrali (Giove, Marte, Venere-Flora che si collegano a Quirino per ragioni relative alla fecondità). In questa tripartizione cromatica italico-romana, il verde sostituisce il nero, o anche il blu scuro, ma parimenti rappresenta la terra, il suolo, il lavoro agreste; inoltre, è interessante e suggestivo constatare come la livrea del picchio verde, animale totemico dei Piceni (ramo italico umbro-sabino) sia rossa, bianca e verde.

Questo “Tricolore Italico del Sangue” che avevo in mente incarnava anche dei precisi valori patri riferiti alla “nazione” e alle aree che la compongono. Ecco ciò che scrivevo 5 anni fa:

il numero tre ritorna ancora perché tre sono le macro-aree italiane, nord, centro, sud; il colore rosso posto in cima rappresenterebbe il nord, la Grande Lombardia, e le sue qualità storiche: la nobiltà del sangue, il fuoco della solarità alpino-padana (e dei suoi rituali), la guerra e i cavalieri (Celti, Romani, Goti, Longobardi, liberi comuni e signorie nel quadro del SRI, fino all’epopea risorgimentale, al fascismo e alla RSI, nati nel settentrione), il motore-cervello d’Italia, cuore economico e imprenditoriale del Paese; il bianco, luminoso, posto nel mezzo, rappresenta il centro Italia, la culla della cultura italiana da latinità e romanità alla lingua di Firenze, la sede dell’anima, della religio patriottica, della maestà dei Cesari, la Saturnia tellus che fu faro di civiltà per tutto l’Occidente; il verde, in fondo, rappresenta il sud, l’energia selvaggia della natura incontaminata (anche dei terremoti, purtroppo), della foresta e delle montagne ma anche del ruralismo che ormai sopravvive più nell’appendice agricola del meridione che nel centronord, segno che, sta bene il progresso e lo sviluppo, ma non ci si deve dimenticare delle proprie radici, per rimanere connessi col nostro habitat e la natura che lo circonda: dunque la potenza ctonia dell’elemento terrestre, del suolo.

Chiaramente, questa tripartizione non andava interpretata rigidamente perché la risultante bandiera simboleggiava la triade di sangue, suolo, spirito che valeva per tutta la realtà nazionale (di allora), dalle Alpi alle isole maltesi, dalla Corsica al Quarnaro. Pertanto sia al nord che al centro, come al sud, questa suddivisione andava intesa integralmente, per quanto si possano stabilire alcuni collegamenti, come suggerivo.

Assieme a tale cromatismo, e nell’ordine illustrato, calzava la foggia quadrata del vessillo, come nell’originale, a ricordare il solco quadrato tracciato con l’aratro secondo il classico rituale ariano delle fondazioni sacre, delle città italiche e non, come di Roma, e nel mezzo, sovrapposto, un simbolo patriottico emblema storico d’Italia, quale l’aquila imperiale romana insegna delle legioni. Le immagini che ho postato all’inizio presentano, difatti, nella striscia bianca centrale, questa versione di rapace.

L’aquila è simbolo uranico per eccellenza, e il centrosettentrionale B(u)onaparte la elesse a propria insegna, sgraffignandola dall’antichità italica. Tale simbolo è legato a doppia mandata all’Italia (quella vera, il centrosud) e assieme al lupo (altro animale totemico spiccatamente italico e romano), incarna i più arcaici aspetti dell’ethos, relativi alla patria plasmata dalla romanitas.

Il cromatismo rosso-bianco-verde (o simili) ritorna spesso anche in altri vessilli provenienti da terre indoeuropee come Irlanda, India, Persia-Iran, Kurdistan, Tagikistan, pure Ungheria per quanto sia una nazione di lingua uralica, poiché la storica Pannonia, come i suoi vicini, venne caratterizzata da diverse invasioni indogermaniche. Credo meriti una considerazione pure l’azzurro sabaudo, colore legato, oggi, soprattutto alle “nazionali” sportive, ma presente anche nelle insegne repubblicane, ad esempio presidenziali.

Storicamente legato a Casa Savoia, dovrebbe essere un simbolo mariano collegato al manto della Vergine, insegna della casata savoiarda utilizzata durante la battaglia di Lepanto; compare, infatti, anche nella bandiera del Piemonte, il Drapò. Dumézil offre una diversa suggestione, sostenendo che a Roma, un altro colore accostato al rosso-bianco-verde era il ceruleo, dunque l’azzurro, e difatti a Costantinopoli v’erano le fazioni del circo dei Verdi e degli Azzurri, sicuramente, assieme ai giochi del circo, retaggio antico-romano. In tutta onestà, pensando ad un colore “nazionale” italiano, all’azzurro preferivo il nero, soprattutto riflettendo su cosa quell’azzurro abbia rappresentato per l’Italia (lo sfacelo dei Savoia) e rappresenti oggi (l’idolatria del pallone).

Ho ripreso questo articolo perché, all’epoca italianista, l’idea di rivisitare il tricolore italiano per dare un volto etnonazionale (e federale) alla patria mi piaceva particolarmente. Tuttavia, come dicevo, si tratta soltanto di suggestioni latine, gentili, romane, senza alcun dato concreto in ciò che è la vera storia della contemporanea simbologia peninsulare. E questo la dice lunga sull’inane opera di conciliare la visione etnicistica con ciò che è per davvero l’Italia, da una prospettiva lombardista. Lasciamo, dunque, la leggendaria “terra dei vitelli” ai suoi legittimi proprietari (i centromeridionali), cari lombardi, e occupiamoci di casa nostra.

Pensieri sulla Russia

La stretta attualità bellica, circa il conflitto Russia-Ucraina, impone una doverosa riflessione sulla Russia stessa, per come viene inquadrata nell’ottica lombardista. Siamo, ovviamente, lontani anni luce dalla considerazione che l’Occidente ha dell’Orso euro-siberiano, ma ciò non significa nemmeno glorificare senza se e senza ma la Federazione Russa governata da Putin. Abbiamo dunque un punto di vista critico, per quanto chiaramente smarcato dal pensiero comune occidentale, fermo restando che la Russia appartiene indubbiamente al dominio europeo, quantomeno sino agli Urali. C’è però da dire che la nazione russa, più che una nazione, sia effettivamente un impero, con tutti i difetti e le magagne che riguardano un’entità “imperiale”.

I russi sono europei, ovviamente ci riferiamo ai russi etnici non rimescolati. Sono strettamente apparentati con le altre Russie: la Russia Bianca (Bielorussia) e la Piccola Russia (Ucraina/Rutenia). Esiste dunque una realtà etnoculturale russa, in senso allargato, che riguarda tutti coloro che possono dirsi eredi della Rus’ medievale e che, chiaramente, appartengono alla sfera della Slavia orientale. Come lombardisti riconosciamo l’esistenza delle Russie ma siamo per un’ovvia suddivisione nazionale: Russia moscovita, Russia ucraina, Russia di Minsk. E il rispetto delle relative nazionalità è fondamentale, perché condanniamo quelle ammucchiate che comportano l’oblio dell’identità etnoculturale e nazionale. Probabilmente la Russia putiniana ha in non cale questi aspetti, e in effetti si proietta più verso oriente che verso occidente, ignorando, se non calpestando, i vincoli di sangue.

Ma questa situazione è anche il frutto della geopolitica unipolare americana. Putin, per sfuggire al cappio dell’imperialismo americano, che a suo tempo condannò uno Eltsin, cerca nel multipolarismo un’opzione che dia voce e spazio agli altri grandi potentati del mondo, complice anche l’Europa ridotta ad Unione Europea e a terra occupata da Usa e Nato. È chiaro, ed è sotto gli occhi di tutti: a Vladimir poco importa della razza europide e delle sue etnie e nazionalità, essendo la Russia quasi condannata a quella mentalità a suo modo imperialista che già fu dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica.

Ma noi dobbiamo ragionare diversamente, pur non condividendo le velenose balle russofobe diffuse e alimentate dai mortali nemici di Mosca. Noi lombardisti crediamo fortemente nell’Euro-Siberia, che naturalmente includa la Russia ma che, finalmente, sia votata, come confederazione continentale di genti bianche, alla preservazione, alla salvaguardia e all’autoaffermazione delle vere nazioni europee, tra cui la Lombardia. Niente più unipolarismo a guida statunitense, e al contempo niente più multipolarismo che vituperi l’essenza razziale dei popoli, andando così involontariamente (?) ad accrescere un patetico antifascismo che confonde il nazionalsocialismo con il neonazismo d’accatto.

Putin è certamente un gigante attorniato da nanerottoli (i governanti occidentali), ma la sua Russia non è la miglior Russia possibile, e lo si dica senza strizzare l’occhio alla propaganda euro-atlanto-americana. La miglior nazione moscovita possibile è quella che contribuisca alla causa euro-siberiana, promuovendo un salutare cameratismo europide volto all’affermazione, anche biologica, della nostra civiltà. Una civiltà che esclude il degrado d’oltreoceano, confermandosi altamente tradizionalista, ma anche il multiculturalismo e il multietnicismo (a tratti con sfumature financo razziali) dell’attuale Federazione Russa. Siamo per l’Euro-Siberia, non per l’Eurasia – concetto inevitabilmente multirazziale – e in questo senso le minoranze non europidi non vengono contemplate. Forse è utopico, ma Mosca dovrebbe abbracciare tale progetto, riscoprendosi Europa e parte fondamentale della nostra stessa civilizzazione.

Il percorso ideologico di Paolo Sizzi

P. Sizzi

Credo valga la pena stendere una riflessione su quel che è stato il mio periodo italianista, o meglio, su ciò che mi spinse ad allargare lo sguardo etnonazionalista al contesto panitaliano (termine improprio, ma impiegato per capirsi), e lo faccio approfittando di un articoletto di un tizio coperto da pseudonimo e pubblicato, nell’aprile 2014, su Giornalettismo, testata online il cui nome è fin troppo eloquente.

Fu scritto, per l’appunto, all’indomani del mio cambio di registro nei confronti dell’Italia (intesa come “nazione” storica, non come stato ottocentesco o repubblica partigiana postbellica, beninteso; non avrei, comunque, potuto nutrire alcuna simpatia nei confronti della RI) e l’unico intento che animò l’anonima penna fu, ovviamente, quello di pigliarmi per i fondelli, considerando che l’inclinazione del giornaletto multimediale è quella del più banale pressapochismo antifascista e petaloso.

La sicumera dei democratici è risaputa quando si tratta di analizzare fenomenologie identitarie: loro sono moralmente superiori in quanto sinistrorsi/sinistrati all’acqua di rose, tutti gli altri sono casi umani da compatire perché retrogradi, disadattati, repressi, complessati, pazzi e chi più ne ha più ne metta. Loro sono i geni, gli altri sono i reietti.

Di conseguenza, chi non si genuflette di fronte alla vulgata resistenzial-democratico-repubblicana, benedetta dagli americani (ossia dai paladini della sinistra italica ed europea), è un povero imbecille da guardare con compassione dall’alto in basso. E il nostro baldo orobico può, forse, fare eccezione, nella mente di cotanti intellettuali?

Il suddetto tizio mi sbrodolò addosso le consuete logore fesserie, da leggersi tra le righe: nazista da strapazzo, lombrosiano, caso umano, fenomeno da baraccone; altresì, ridicolizzando sia la primeva fase lombardista che la svolta italianista, ridusse ad una farsa opportunistica il passaggio dal lombardesimo all’italianesimo (così chiamato all’epoca), come se non fosse altro che una cialtronata di poco momento e non, piuttosto, il frutto di una approfondita riflessione, una sorta di maturazione (più che una conversione o, addirittura, un tradimento del prima lombardista, come l’individuo scrisse con assoluta leggerezza). A testimonianza della razionalità di questo articolo, comunque, ecco la perla: io sarei un tifoso laziale. Prego?

La sua “analisi” si incentrò su quanto di me noto tramite la rete, fra cui i documenti di cui ho già parlato in questo blog, ovvero l’intervista al Post e alle Invasioni barbariche.

L’anonimo si soffermò sulla mia passione per la razziologia considerandola alla stregua di ciarpame degno dell’astrologo giudeo Lombroso, mostrando grande ignoranza se si pensa che è la frenologia ad essere pseudoscienza, non la craniometria e la tassonomia delle razze e sottorazze umane, con relative varianti fenotipiche. Per non parlare della genetica delle popolazioni, che rimarca pure le note differenze tra “italiani”.

Illuminante, però, appare la chiusura del patetico scritto: «il nazionalismo che chiama in causa le aquile romane, pur declinato come etno-nazionalismo federale, ha invece tutt’altro sapore e non fa ridere come l’arianesimo orobico» – e ancora – «Una grande occasione d’intrattenimento persa e Sizzi che cade dalla padella alla brace». Capito?

Lo scopo dell’autore era palese: ridicolizzare e demonizzare l’area identitaria e i suoi protagonisti, soprattutto i più genuini e non corrotti dalla politica di professione, esprimendo ironico rammarico per l’abbandono delle posizioni lombardiste originarie; il soggetto sembrava più allarmato dall’aura fascistoide del cambio di rotta, minimizzando la portata dell’etnonazionalismo lombardo. L’insipiente non può che ridere (a denti stretti) di ciò che è per davvero rivoluzionario, palesando tutta la sua imbarazzante arroganza e ignoranza.

A quei tempi, convinto della bontà dell'”evoluzione” italianista, pensai che anche le scomposte reazioni di soggetti come quello citato fossero il tributo involontario ad una scelta ponderata e matura: mettendo da parte l’identitarismo “regionale” solleticato dall’indipendentismo, il nazionalismo italianista rispettoso dell’istanza etnofederale appariva meritorio nel contesto nostrano, perché unificante. Ma l’Italia, signori miei, come vado ripetendo spesso, non è la soluzione, è il problema, se interpretata come Stivale fantozziano che arriva sino alla Pianura Padana…

Nella primavera del 2014, e in quelle successive, l’intento sizziano fu di conciliare l’istanza lombardista con quella “nazionale” ma, più che altro, da un punto di vista civile, culturale, geopolitico; vedevo l’Italia come uno dei pilastri imperiali europei e difendevo la suggestione latina di grande civiltà romana, pagana, cattolica, italiana in senso moderno e contemporaneo, alla luce dell’unificazione linguistica. Fino all’estate del 2019 posi parecchia enfasi sulla questione delle radici precristiane – con toni non molto concilianti verso il cristianesimo cattolico – poi optai per un ammorbidimento poiché la Tradizione va difesa integralmente, ed equiparare il culto di Cristo a giudaismo e islam è una sciocchezza.

Tuttavia, smaltita la sbornia del neofita, mi assestai su posizioni comunque etnonazionaliste, dove prevalse – e non poteva essere altrimenti – la componente etnicistica: il mio faro è sempre stata la triade sangue, suolo, spirito e la realtà biologica (da cui tutto il resto) dell’Italia non poteva certo essere taciuta o distorta per fini propagandistici. E allora parlai estesamente, per anni, di Italie, di patto etnofederale, di etnonazionalismo declinato in chiave rigorosamente federale, perché le differenze tra “italiani” sono sotto gli occhi di tutti, retorica patriottarda a parte.

Alla lunga, come è poi avvenuto, l’esperienza italianista si è esaurita e ho preferito riabbracciare in toto, coerentemente, quanto da me teorizzato agli esordi, tornando ad affermare che se di Italia si può e, si deve, parlare va fatto riferendosi squisitamente al centrosud, ossia all’Italia primigenia. Lo capite che, se ci si dichiara nemici giurati del mondialismo, non è possibile indugiare oltre su posizioni che, involontariamente, diventano un servigio al moloc globalista: l’Italia artificiale in chiave 1861 non è altro che uno stato, non una nazione, e ripropone in piccolo la barbarie che il sistema-mondo pratica su vasta scala. Come non esiste una “razza umana” così non esiste una “razza italiana”: non si può combattere il nichilismo unipolare all’americana con quello in tredicesimi del tricolore.

Con buona pace delle aquile romane, la forza dell’etnonazionalismo non ha eguali, e la sacralità della lotta identitaria e tradizionalista deve necessariamente passare per la coscienza etno-razziale. Anche perché parlare di Italia dalle Alpi alla Sicilia in nome di latinità, romanità, echi gentili, religione cattolica e lingua fiorentina è un po’ pochino… Tolto l’idioma franco di Firenze, la romanitas è il comun denominatore di altri territori europei, mica solo di quelli a sud dell’arco alpino.

Se per sette anni mi sono professato italianista (ovviamente secondo la mia visione: prima bergamasco e lombardo, poi italiano) è stato in assoluta buonafede, non per opportunismo. Gli argomenti di cui mi sono occupato e mi occupo sono pura passione, e non ho mai avuto la fregola del soldo, della poltrona, della carica o del posticino al sole. Ho sempre preferito cultura e metapolitica alla politica, anche solo come velleità.

Per quanto concerne, invece, le trite e ritrite pagliacciate apotropaiche di gente che, come sempre, non ha nemmeno il coraggio di mostrare nome e faccia ma adora sputare sentenze (stile l’autore dell’articolo commentato), sono la regola, nonché l’indice della pochezza antifascista: di fronte alla radicalità del patriottismo völkisch i ragli d’asino non finiranno mai di cessare. E non fatevi ingannare dalla criminalizzazione lib-dem della galassia neofascista, poiché chi sventola tricolori, in un modo o nell’altro, fa un servizio alla piovra mondialista.

C’è di buono che, con il periodo italiano, per così dire, mi sono dato una regolata, fors’anche per l’età. Nel 2014 avevo 30 anni, una crescita dunque, e ho cominciato da quel momento a lasciarmi alle spalle gli eccessi e i furori ideologici (non la coerenza e la radicalità, ovviamente), evitando di impelagarmi in ulteriori grane. Anche la soluzione etnofederalista voleva essere un equilibrio tra due posizioni estreme e poco pratiche: indipendentismo da una parte e fascismo dall’altra. Ma l’Italia come sacrale federazione indoeuropea e romana di piccole patrie non è, dopotutto, da meno, considerando che razza di stato abbiamo per le mani, e il gioco non vale la candela.

Qualcuno pensa che un Paese diviso e litigioso faccia solo comodo allo straniero. Un Paese, appunto: l’Italia non lo è. E, fra l’altro, l’occupazione atlanto-americana continentale, peninsulare e insulare è possibile proprio grazie a questa artificiale unità, in cui Roma è una delle più fedeli pedine dell’Occidente a trazione statunitense. L’indipendentismo assennato, ossia quello etnonazionalista, non fa il gioco del forestiero, perché il vero ascaro del globalismo è lo stato senza nazione di matrice ottocentesca, perfettamente incarnato dalla Repubblica Italiana.

Da parte mia era doveroso il ritorno al lombardesimo, depurandolo dagli elementi controversi degli esordi (ero ventenne, d’altronde), non solo perché ideologia da me lanciata ma pure in quanto salutare riscoperta di quella coerenza necessaria per affrontare, col piglio giusto, le sfide del domani. L’italianismo di otto anni fa era animato da nobili intenti ma è inutile ai fini della battaglia etnonazionalista; il sottoscritto è utile, alla causa identitaria, come teorico lombardista, che prima dell’indipendenza della Lombardia auspica l’affrancamento della sua sopita identità nazionale.

Al di là della politica e delle beghe fra centralismo, federalismo, autonomismo ed indipendentismo, infatti, la cosa basilare rimane l’identitarismo etnico, la salvaguardia di sangue-suolo-spirito, fermo restando che la Grande Lombardia merita appieno la totale autoaffermazione nei confronti di Roma e dell’Italia. Non si tratta di fantasticare – come facevo agli albori –  di un nord celto-germanico “e basta” (manco fossimo inglesi o fiamminghi!), in ossequio a certo nordicismo neonazista, ma di contestualizzare le Lombardie nel quadro europeo centromeridionale, anello di congiunzione tra Mediterraneo e Mitteleuropa.

All’epoca del Movimento Nazionalista Lombardo, immaginavamo una Cisalpina inserita in una confederazione “gallo-teutonica”; da italianista la collocavo nel contesto panitaliano; adesso, razionalmente, la concepisco per conto proprio, poiché le macroregioni sono delle sciocchezze dal puzzo tecnocratico e affaristico. La famiglia imperiale eurussa sta bene, ma qui dobbiamo badare all’autodeterminazione nazionale dei lombardi, senza scendere a compromessi né con Roma né con Bruxelles. Degli altri nemmeno parlo. Al più, avrebbe senso un rapporto stretto con le realtà dell’arco alpino o della (vera) Alta Italia, ossia Toscana e Corsica, fermo restando che, nella storia, è certamente esistito uno spazio carolingio di impronta celto-germanica che comprendeva anche la Padania.

Volenti o nolenti, dobbiamo certamente fare i conti con la realtà, ma senza perdere di vista l’obiettivo fondamentale, che è quello di opporci risolutamente all’omologazione dello status quo divenendo esempio e applicando, nel concreto, i dettami del nazionalismo etnico. Come individui e come popolo. E senza dimenticarci che, prima della politica, viene la cultura poiché se mancasse quest’ultima la res publica sarebbe completamente svuotata di significato. A che giova portare alle urne i lombardi se questi non sanno nemmeno chi sono?  L’indipendenza e la liberazione della Lombardia cominciano dalle nostre menti e coscienze.

Non rinnego la fase italianista, così come non rinnego i primordi lombardisti, e se oggi posso gustare appieno, nella maturità dei miei quasi 40 anni, il lombardesimo è anche grazie a quei precedenti sette anni in cui tra meditazioni, riflessioni e studi ho fortificato la convinzione che ogni rinascita di orgoglio patrio deve necessariamente passare per la verità del sangue, la sacralità del suolo e la luminosità dello spirito. E, dunque, oggi più che mai affermo con convinzione che la mia patria è la Grande Lombardia.

Israele-Palestina: uno sguardo lombardista

Se non fosse che le vicende israelo-palestinesi abbiano ovvie ricadute anche sul mondo europeo, potremmo ampiamente disdegnare le semitiche beghe tra giudei e arabi di Palestina. Purtroppo non è così, in un mondo vieppiù globalizzato ed interconnesso, e per tale ragione il lombardesimo deve occuparsene, esprimendo il proprio punto di vista. Le vicissitudini mediorientali in questione si trascinano ormai da più di mezzo secolo, senza accennare ad una soluzione tra le parti; gli arabi vogliono che Israele scompaia, e gli ebrei che spariscano i palestinesi, lasciando spazio al Grande Israele auspicato dai guerrafondai stellati. Nel mezzo un’Europa, ridotta ad Unione Europea, succube degli intoccabili e della loro propaganda, e così gli Stati Uniti, che sono i principali fiancheggiatori e finanziatori dell’entità sionista.

Gli altri grandi potentati del globo, come Russia e Cina, strizzano l’occhio alla Palestina in chiave anti-occidentale, ma è questo soprattutto il caso dell’Iran, strenuo difensore delle genti arabe e islamiche oppresse dall’imperialismo sionista, nonché patrono della causa sciita di Hezbollah. L’Europa, ricattata dai giudei, è completamente incapace di avere un punto di vista critico circa i fatti di Palestina, e finisce per accodarsi al padrone statunitense. E c’è da dire che il giochino funziona grazie alla strumentalizzazione israeliana di fatti di ormai 80 anni fa.

E proprio gli ebrei sono coloro che dovrebbero fare i conti con la propria storia, mettendosi in discussione, poiché dimostrano di non avere imparato nulla dalle loro peripezie. Oggi schiacciano gli arabi di Palestina sotto il peso della macchina militare israeliana, mettendo a ferro e fuoco Gaza, tormentando la Cisgiordania e Gerusalemme Est con le colonie ebraiche, provocando altri stati arabi con una condotta militarista che si interseca con il terrorismo. Troppo facile vedere il terrore nelle organizzazioni paramilitari dei loro cugini semitici, perché sarebbe ora di comprendere come sia proprio Sion ad esercitare terrorismo nei confronti di un popolo inerme.

Noi lombardisti siamo solidali nei confronti dei palestinesi, ma non in virtù di un terzomondismo pezzente che simpatizza per i diseredati. Infatti, osteggiamo il sionismo laddove si faccia occupazione statuale e militare di territori tradizionalmente arabi, ma per il resto non siamo affatto contrari alla presenza israelitica nel Medio Oriente: gli ebrei, signori, non sono europei, vengono dalla Palestina e dintorni. Pertanto preferiamo che le genti ebraiche si trasferiscano laggiù (o negli Usa), essendo pesci fuor d’acqua nel contesto europeo. Non siamo dunque contigui alle posizioni antifasciste. I sinistrorsi sono pro Palestina per le solite questioni, mentre noi supportiamo la causa palestinese perché contraria allo strapotere ebraico.

Ma, chiariamo un punto fondamentale: non vogliamo uno stato palestinese, accanto ad uno stato israeliano, perché non crediamo nella favoletta dei due stati per due popoli; vogliamo una Grande Siria alauita e sciita, fraternamente sostenuta dall’Iran, che inglobi, oltre alla Siria, le restanti aree etnicamente e storicamente siriane come Libano, Iraq, Giordania e Palestina. Uno stato palestinese sarebbe ridicolo perché non esiste una nazione palestinese: esiste una nazione grande-siriana, di cui la Palestina è giusto una regione. Israele cesserebbe, chiaramente, di esistere poiché usurpatore di territori siriani, ma gli ebrei possono tranquillamente starsene in “Terra santa”, anzi, andrebbero incentivati a lasciare l’Europa per riabbracciare la culla dei loro padri.

Quale Russia, per un’Europa identitaria?

Aleksej Navalny, noto oppositore politico di Putin, è morto nella colonia penale artica in cui era detenuto. L’Occidente è immediatamente partito all’attacco del presidente russo, accusandolo di aver commissionato un omicidio, mentre Mosca smentisce riconducendo la morte a cause naturali. In passato Navalny si è reso protagonista di episodi facilmente inquadrabili nell’orbita del neonazismo e, come tutti i neonazisti (parodia, cioè, del nazionalsocialismo originale), soprattutto dell’Europa orientale, è stato foraggiato e manovrato dagli Stati Uniti e dall’imperialismo euro-atlantico. Davvero singolare la schizofrenia occidentale, di fronte alla fenomenologia dell’estrema destra, cosiddetta: se in Occidente i neonazisti vengono perseguiti, condannati e incarcerati, in Oriente vengono mossi come burattini, in funzione antirussa, dunque protetti, coccolati, glorificati. Proprio come è accaduto e sta accadendo a Navalny, fresco di morte strumentalizzata e pronto per la canonizzazione, in ottica democratica. Uno come lui, nell’Europa occidentale, verrebbe appeso per i piedi (ricordiamoci di Norimberga), anche se, leggendo le sue note biografiche, emergono pruriginosi particolari di taglio liberaleggiante, come l’appoggio per i “matrimoni” omosessuali.

Credo che la Russia di Putin non sia la miglior Russia possibile; Vladimir ha un’ottica fin troppo eurasiatica, sebbene frutto dell’ostilità occidentale, che lo porta a snobbare il fulcro europide della nazione moscovita, obliando l’identitarismo bianco e l’idea di un’Euro-Siberia restituita ai popoli europei indigeni. Sicuramente Putin ha in non cale la coscienza razziale, l’opposizione al semitismo, l’etnonazionalismo, i valori völkisch, ma d’altra parte la Federazione Russa è un impero, più che una nazione compatta. L’Occidente, in confronto a Mosca, è ben poca cosa, e il presidente russo giganteggia nei riguardi dello stuolo di nanerottoli politici sfornati dalle nazioni (si fa per dire) “democratiche”. Il vero nemico dell’Europa non è certo Putin: la nostra nemesi è l’unipolarismo americano, che riduce il continente a scendiletto del padrone statunitense. Il rischio di un abbattimento del capo moscovita, dunque, pensando anche alle vicende belliche russo-ucraine, di cui avremo modo di parlare, è quello di consegnare la Russia alla decadenza Usa, come ai tempi di Eltsin. Detto ciò, sarebbe auspicabile che la nazione russa, nel suo cuore europeo sino agli Urali, si riscoprisse bianca e di retaggio indoeuropeo, promuovendo una solida coscienza identitaria in chiave anche biologica e, così, il progetto euro-siberiano. Mantenendo, comunque sia, con fierezza l’ostilità nei confronti del ciarpame all’americana.

Grande Siria, l’unica soluzione

La diuturna questione israelo-palestinese, da mesi nuovamente deflagrata in tutta la sua distruttiva potenza, tiene ovviamente banco nell’attualità e nelle notizie dal mondo, anche per via dell’inguaribile sudditanza occidentale nei confronti dello Stato ebraico. Israele, o meglio, l’entità sionista, sta schiacciando sotto i cingoli del proprio esercito l’inerme popolo arabo-palestinese di Gaza, in uno scontro impari tra una scheggia impazzita d’Occidente, conficcata nel cuore del Levante, e una popolazione del terzo mondo, completamente in balia dell’occupante giudaico. La flebile scusa del terrorismo, accampata da Tel Aviv, non regge, poiché non esiste paragone tra le forze dispiegate in campo dagli israeliani e la resistenza palestinese. Oltretutto, è opinabile parlare di terrorismo: che forse gli ebrei di Palestina non rappresentino una forza militarista che esercita terrorismo, colpendo indiscriminatamente i palestinesi? Credo che l’Europa debba rivedere i propri criteri, relativamente al terrorismo e al patriottismo, essendo il primo incarnato da Gerusalemme, mentre il secondo da una Palestina condannata al brutale pugno di ferro di chi viene incessantemente foraggiato dal mondo capitalistico.

E che dire dei giudei? Un popolo che non ha imparato nulla dalla propria storia, con cui dovrebbe più spesso fare i conti, che esercita sproporzionata violenza su torme di diseredati, dimentico di tutte le sue peripezie millenarie. E che, nonostante questo, si permette di fare del moralismo spicciolo nei confronti di noi europei, ricattati con vicende di 80 anni fa, divenute il pretesto di tutti gli scempi a cui assistiamo da mesi, anzi, decenni. Personalmente non credo nella soluzione dei due stati per due popoli: Israele è e sarà sempre fuori luogo, una presenza ingombrante ed insostenibile che, giustamente, i palestinesi rifiutano; d’altro canto, non condivido l’idea dello Stato palestinese, poiché la Palestina è semplicemente una provincia siriana, al pari di Libano, Giordania, Iraq. Non sono contrario allo stanziamento ebraico nel Medio Oriente, anche perché è da lì che gli israeliti provengono. Sono contrario all’esistenza dell’entità sionista, dato che il territorio israeliano, che è sempre Palestina, appartiene a Damasco. Perciò, gli ebrei non sono affatto pesci fuor d’acqua laggiù, a differenza degli scenari europei. Certo, si tratterebbe di saper convivere, ma i giudei sono un’isola nel mare arabo, e dovrebbero accettare la potestà della Grande Siria alauita.

Per l’indipendenza della Grande Lombardia

Qualcuno mi chiedeva un commento circa il primo sì all’autonomia differenziata, recentemente passato al Senato; si attende ora il voto alla Camera. E, già qui, stiamo parlando di apparati dell’entità italiana. L’ennesima trovata propagandistica della Lega, dopo secessione, devolution, federalismo solidale, sembra riscuotere successo anche presso alcuni indipendentisti lombardi, che vedono in essa un tentativo di disgregazione della compagine tricolore, forse dimentichi dei trascorsi “padani”. Ben sapendo che ogni iniziativa volta a fiaccare – seriamente – il nazionalismo e l’unionismo italiani va accolta positivamente, resta però il fatto che la Lega (ex) Nord è membro di un governo capeggiato dalla destra italianista, che farebbe di tutto per ostacolare un razionale identitarismo cisalpino. Ma, allo stesso tempo, la medesima Lega a trazione salviniana ha in non cale il nazionalismo etnico panlombardo, digiuna com’è di principi völkisch, e forse ci si scorda che il declino leghista comincia proprio col secessionista (a parole) Bossi. Mica col “capitano”, che è stata la logica conseguenza dei fallimenti del genio di Cassano Magnago. Non è la prima volta che via Bellerio propone soluzioni volte al decentramento, ma al di là del loro successo o meno sorge un interrogativo: i leghisti hanno a cuore l’identità nazionale padano-alpina o soltanto i danari? La sensazione è che nemmeno sappiano dove stia di casa la prima, zavorrati come sono di retorica patriottarda da Libro Cuore.

L’autonomia riguarda le regioni create da Roma, come la stessa “Lombardia”, e cioè vuoti contenitori privi di vera connotazione etnoculturale, non a caso targati tricolore. Qui bisogna capire che non abbiamo bisogno di autonomismi, regionalismi, campanilismi che spezzano l’unità etnonazionale della Grande Lombardia – peraltro motivati, appunto, da questioni fiscali – bensì di coesione, unione, spirito comunitario che vadano oltre il dato economico, per quanto importante. Non esistono regioni settentrionali (nord di cosa, oltretutto?), esiste la Lombardia etnica e storica, che abbraccia l’intera Padania. I pannicelli caldi leghisti li lascio a chi ormai, da decenni, è parte integrante del sistema italiano e delle sue disfunzioni, perché la Lega è ascaro di quello che simpaticamente chiamo fascio-terronismo. Non aspettatevi nulla di buono da chi, per sopravvivere, ha imparato il mestiere del romanissimo voltagabbana, perché sarà sempre schierato con il mortale avversario della libertà cisalpina. L’autonomia differenziata sarà anche un colpo al centralismo italico, che tanto irrita i progressisti e i patrioti ausonici (ma, dopotutto, è il solito teatrino alla romana), ma alla (vera) Lombardia serve ben altro, e solo il lombardesimo può assicurarglielo. Che poi, il problema non è il centralismo romano: è Roma, e dunque l’Italia. Vera identità, vera tradizione, vero nazionalismo in nome delle nostre radici e dei nostri padri, di questo abbisogniamo. Ché del regionalismo tricolore, dei baracconi politico-amministrativi plasmati da Roma, del cialtronesco autonomismo governativo il lombardista non sa che farsene.

Grande Lombardia

GL

Il 6 novembre 2013, data mediana tra equinozio d’autunno e solstizio d’inverno, nel suggestivo scenario medievale del Castello Visconteo di Pavia (la capitale morale lombarda), nasceva l’associazione politica Grande Lombardia, continuazione del fu Movimento Nazionalista Lombardo.

Ne uscii nell’aprile 2014 per via del desiderio, di allora, di recuperare la cornice italica, in chiave etnofederale, e prendere le distanze dall’indipendentismo, ma è stata un’esperienza degna di nota che ha certamente avuto il suo senso e rappresentato una tappa formativa del mio pensiero etnicista. Dopo essermi, nell’autunno 2021, riconciliato con le mie origini ideologiche, ne ho ulteriormente rivalutato la portata, confermando la natura rivoluzionaria del lombardesimo.

Nell’estate del 2013, il Movimento Nazionalista Lombardo, fondato da Adalbert Roncari e dal sottoscritto, fu sciolto per poter dare spazio a questo nuovo progetto lombardista, che senza rinnegare le posizioni di partenza le ha estese alla Lombardia storica orientale (nel Medioevo il termine ‘Lombardia’, come sappiamo, designava in buona sostanza la maggior parte del territorio “italiano” settentrionale).

Come MNL ci eravamo soffermati sulla Neustria longobarda, fondamentalmente, vale a dire Val d’Aosta, Piemonte, “Svizzera” lombarda, Regione Lombardia, Emilia fino al Panaro e altri brandelli di territorio padano appartenenti oggi a varie realtà amministrative; con GL si allargò il discorso lombardista all’Austria longobarda, ossia Trentino, Lombardia venetizzata e Friuli, escludendo per ragioni etno-storiche il Tirolo primigenio (ossia quello meridionale), il bacino dell’Isonzo, l’Istria, l’Emilia al di là del Panaro, la Romagna e le coste venete con l’entroterra.

Allo stesso modo escludemmo la Liguria dalla parte occidentale perché poco e tardi longobardizzata e, inoltre, quasi del tutto mediterranea a differenza del territorio lombardo etnico (che sarebbe un po’ anello di congiunzione fra Mediterraneo ed Europa centrale), e così Bolognese e Ferrarese, adriatici e solo all’ultimo conquistati dai Longobardi.

In un secondo momento integrammo anche i territori periferici suddetti, perché comunque parte del contesto geografico, storico, linguistico, culturale e politico alto-italiano (per capirsi), della Cisalpina, e per ragioni di logica e razionalità: che senso avrebbero una Liguria, una Romagna, un Alto Adige e una Venezia lagunare e giuliana indipendenti, staccati dal grosso del territorio padano-alpino e subcontinentale?

L’associazione politica Grande Lombardia, sorta nell’antica capitale longobarda, è stata fondata dall’Orobico, dal sepriese Adalbert Roncari (attuale presidente), dal pavese Achille Beltrami, dal friulano Ludovic Colomba e dall’oltrepadano Alessandro Poggi, e si propone di affrancare, mediante l’etnonazionalismo lombardo (lombardesimo), il sentimento identitario di tutte le genti cisalpine, che possono dirsi lombarde perché sviluppatesi dalla Langobardia Maior (e ‘Lombardia’ deriva da questo); logicamente, non si trattava di fare i germanisti e i nordicisti ma di preservare l’identità storica dei lombardi, che è il risultato della fusione tra Celti, Galli, Goti e Longobardi, senza dimenticare popoli come Liguri, Reti, Etruschi, Veneti antichi e Romani che hanno contribuito all’edificazione della Lombardia o, meglio ancora, della Grande Lombardia, che dà il nome al movimento.

Le posizioni di GL non sono mai state indipendentiste tout court, perché abbiamo sempre pensato che l’indipendenza sia un mezzo, non il fine, e perché l’enfasi lombardista è stata sempre posta, anzitutto, sulla questione etnica, biologica, antropologica, culturale, ambientale, storica. Altresì, l’etnonazionalismo, nel caso grande-lombardo, presuppone l’indipendentismo, ma non viceversa, come i separatismi storici europei dimostrano. Chi ha avuto modo di visitare il sito di Grande Lombardia avrà notato che l’impostazione non è secessionista, anche perché negli anni scorsi, durante la mia fase italianista, cercai di stabilire un contatto tra il gruppo lombardista superstite ed EreticaMente – per cui scrivevo – al fine di sviluppare una collaborazione.

Oggi GL è, per così dire, ibernata, attiva come pagina su Facebook ma per il resto dormiente; il sito non è più stato aggiornato. Chi ne fa parte (penso circa una decina di persone) ha sicuramente posizioni indipendentiste e anti-italiane, seppur il fine principale sia sempre stato quello dell’autodifesa etnoculturale e territoriale totale (vedi alla voce ‘comunitarismo’). Va da sé che la collocazione ideale della Grande Lombardia nella visione lombardista, e questo sin dagli albori, stia nella liberazione dal giogo tricolore. Io stesso, distaccandomi dalla passata esperienza patriottarda volta al tentativo di conciliare la Lombardia con l’Italia romana, mi sono riassestato su posizioni nettamente indipendentistiche, perché i palliativi, i brodini, i pannicelli caldi non sono consoni ad un’ideologia radicale, decisamente schierata contro il mondialismo (alimentato anche da Roma).

Grande Lombardia, indi, abbraccia le terre dalle Alpi Occidentali a quelle Orientali e da quelle Centrali all’Appennino settentrionale (cioè lombardo), accomunate dall’eredità innanzitutto gallica cisalpina romanizzata e in secondo luogo dall’impronta longobarda, che ha caratterizzato tutto il cosiddetto nord vero e proprio della Repubblica Italiana; nel Medioevo, se un transalpino doveva varcare le Alpi era solito dire: «Vado in Lombardia» (d’altro canto, nello stesso periodo, il termine ‘Italia’ designava più il centro-nord che il sud, ma questo per motivi di prestigio e di antico retaggio politico romano).

I territori inizialmente estromessi sono stati poco e tardi longobardizzati (Liguria, Padova, Bologna e Ferrara) o per niente colonizzati dai Longobardi (Romagna e coste venetiche), oppure appartengono geograficamente e storicamente alla Lombardia allargata (Tirolo meridionale, Isonzo, Istria) ma etnicamente sono popolati da, tecnicamente, allogeni (bavari, sloveni, croati). Perciò, nei primevi intenti di GL, la cartina grande-lombarda escludeva le coste liguri, le Romagne (Emilia orientale, Romagna e terre gallo-picene), il Veneto costiero al di sotto di una immaginaria linea delle risorgive, il mondo retico cisalpino germanofono a nord del confine etnico di Salorno e la Venezia Giulia storica oggi inglobata da Slovenia e Croazia.

Ricordo con simpatia i bei tempi in cui il duo Sizzi-Roncari, inebriato dal purismo continentale e terragno, discriminava i popoli settentrionali costieri e lagunari in nome di una talassofobia “longobarda” da impenitenti consumatori di burro e strutto, contrapposta agli amanti “bizantini” dei boccioni d’olio d’oliva, del pomodoro, dei latticini di pecora e capra in odore di intolleranza al lattosio. Il Panaro come confine enogastronomico e zootecnico, confortato dalla storica dicotomia tra Langobardia e Romandiola, fu per anni uno dei pezzi forti delle rivendicazioni lombardiste. Eravamo tutti più giovani.

Ad ogni modo, la tenzone identitaria grande-lombarda è rivolta alle realtà galloromanze cisalpine longobardizzate e, dal Medioevo, ritenute lombarde (e qui si pensi a chi costituì la Lega originale, la Societas Lombardiae). Città come Trento e Verona, in antico, parlavano lombardo e non è affatto peregrino affermare che la porzione di Regione Veneto inclusa nelle allora cartine lombardiste (quella continentale, in pratica) sia stata venetizzata dalla Serenissima, spezzando quel continuum linguistico che doveva esserci in tutta la Cisalpina – Dante docet – grazie alla sovrapposizione di Celti e Longobardi latinizzati.

Il movimento Grande Lombardia prende, dunque, le mosse dalla realtà etnoculturale e geografica genuina della Lombardia, lo zoccolo duro, unendo le due Lombardie storiche, occidentale e orientale, nel nome della loro comune eredità e delle sfide presenti e future che le attendono.

L’esperienza lombardista precedente, quella del Movimento Nazionalista Lombardo, è stata una sorta di laboratorio, di cammino preparatorio al grande salto di qualità che punta a riunire tutti i lombardi sotto l’insegna della Croce lombardista (GL unisce, nel suo vecchio simbolo, le due croci alpino-padane storiche, integrandole alla ruota solare indoeuropea che rappresenta la grande famiglia continentale d’Europa), dello Swastika camuno e del Ducale visconteo, del Biscione; Grande Lombardia è un movimento politico, ma anche culturale, che non punta ai voti, alle poltrone, ai quattrini, ma ai lombardi e alle lombarde in senso etnico e storico, che vogliono battersi per l’affrancamento, la difesa, la promozione e l’autoaffermazione, innanzitutto identitaria, delle genti in questione.

Questa battaglia è tanto comunitarista, ruralista, solidarista quanto ispirata ad un salutare razionalismo che non ripudi lo sviluppo, il progresso (scientifico, si capisce), la tecnologia (come potremmo?) ma dia ad essi un volto sociale e nazionale mirato al benessere della collettività lombarda, senza anarco-individualismi o sterili passatismi. Proiettare la Grande Lombardia nel futuro, onorando il passato, e concretizzando un presente di sacrosante lotte metapolitiche. Gli scopi statutari e programmatici di GL combaciano coi miei, per quanto l’associazione sia, ad oggi, ferma. Mi distacco, solamente, dal vecchio punto relativo alla critica indiscriminata nei riguardi del cattolicesimo, ovviamente tradizionale – confuso con forme spurie di cristianesimo, ebraismo e islam – e alla scristianizzazione, che all’epoca condividevo ma da cui poi ho preso le distanze. Oggi sono convinto che, religiosamente parlando, l’ideale sia una fusione della gentilità precristiana cisalpina con il cattolicesimo ambrosiano, dando vita ad una Chiesa nazionale l0mbarda.

Nella primavera del 2014 sentii l’esigenza, suggestionato dall’antichità italica, latina, romana, di ampliare il mio sguardo estendendolo al quadro panitaliano, cercando di conciliare la visuale lombardista – mai rinnegata – con quella di un italianismo etnofederale supportato dalle glorie di Roma antica e da altre esperienze comuni (la civilizzazione etrusca, l’Italia augustea, l’epopea longobarda, l’italianizzazione linguistica). Portai avanti per sette anni quest’ottica ma fu un periodo in cui la preponderante componente etnonazionalista necessitava di una certa coerenza, e la realtà dei fatti non poteva essere nascosta o distorta dall’ideologia; dopo gli ardori iniziali, il mio italianismo si assestò su posizioni culturali e civili, recuperando quasi in toto l’enfasi sugli aspetti genuinamente nazionali, ossia lombardi. Sicché, venendo meno nell’estate 2021, sulla scorta di nuovi dati biologici e scientifici, la bontà dello zelo patriottico all’italiana, mi sono riavvicinato con convinzione alle origini, impugnando nuovamente, e senza compromessi, la bandiera del lombardesimo.

Per chi pone la triade sangue-suolo-spirito al di sopra di tutto è impossibile, alla lunga, conciliare l’inconciliabile, e la dirompente forza dell’etnicismo avrà il sopravvento su ogni proposito meramente culturale o storico. Fermo restando che, sebbene con mille forzature, l’Italia può essere ritenuta una sorta di civiltà eterogenea, il concetto di cultura italiana è del tutto moderno, artificiale e disomogeneo, basato sulla lingua toscana e su elementi comuni a molte altre realtà europee. Cattolicesimo, romanità e ambito neolatino sono un po’ pochino per parlare di nazione italiana dalle Alpi alla Sicilia…

Una cosa da me rivalutata, dopo la fine del periodo italianista, pertinente al progetto originale di GL, è l’inserimento della Lombardia in una sorta di macroregione gallo-teutonica centro-europea, cuore della civiltà continentale. Abbiamo molti elementi in comune con l’arco alpino, soprattutto nelle stesse aree alpine grandi-lombarde, e anche se la Pianura Padana – per non dire delle coste – si avvicina più alla Toscana o alla Provenza che alla Svevia e alla Baviera, il medievale spazio carolingio d’Europa andrebbe rivitalizzato. Detto questo lasciamo pure perdere le macroregioni europee e concentriamoci sulla nostra realtà etnonazionale, quella lombarda, anche se di certo il cuore europeo, cui la Cisalpina appartiene, rappresenta la papabile classe dirigente euro-siberiana.

Il potenziale originario di Grande Lombardia era importante e interessante soprattutto in direzione comunitarista, per sviluppare quel salutare attaccamento alla stirpe e alla terra, quella genuina solidarietà tra connazionali, quel robusto senso montanaro e contadino, terragno oserei dire, che contraddistingue i lombardi. Ma la Lombardia è anche le città, l’economia, l’industria, le eccellenze, la qualità, la ricchezza frutto del duro lavoro e il lombardesimo non ignora tutto questo, anzi, vuole dargli la giusta rilevanza, comunque in un contesto di etnonazionalismo e visione nazional-sociale.

Parlo di lombardesimo, cioè dell’ideologia da me plasmata, e che fu il motore dottrinario dell’MNL e di GL; per quanto il primo non esista più e non faccia parte, da anni, della seconda resta il fatto che gli unici movimenti/associazioni cui mi sia sentito legato sono ovviamente quelli da me fondati, e di cui conservo con soddisfazione ed orgoglio ottimi ricordi.

Quando, nel 2014, mi sganciai dall’ambito indipendentista non rinnegai, comunque, la difesa seria e razionale dell’identità e della tradizione lombarde che continuai a sentire, negli anni seguenti, come le più vicine a me: prima ero bergamasco e lombardo e poi, italiano. E mi sembra naturale. Davo a quell'”italiano” una valenza linguistica, culturale e civile, più che propriamente nazionale (e, dunque, etnica), e va da sé che l’italianità della Lombardia – come della Sardegna, per dire – sia una finzione, un orpello retorico patriottardo. Gli italiani sono gli indigeni centromeridionali della Repubblica, tutti gli altri sono italiani, sostanzialmente, sulla base di un pezzo di carta e della burocrazia statolatrica romana. E non mi si venga a dire che: «Gnè gnè gnè, parli italiano anche tu!», perché questa è soltanto la lingua di Firenze, e se l’adopero è solo per educazione, comodità, convenienza e comprensione. A cà Siss si favella in bergamasco, e solamente in tempi recenti il toscano è diventato la lingua corrente delle Lombardie. D’altronde, anche gli irlandesi parlano inglese, senza essere inglesi.