La visione filosofica di Paolo Sizzi

Ho già avuto modo di discutere, su questo blog, circa la mia visione del mondo e il mio punto di vista filosofico, ma alla luce dei recenti sviluppi relativi al recupero del lombardesimo integrale ho deciso di riprendere la questione. Si tratta quindi di uno scritto, quello che vado a proporre, che vuole essere integrazione e rettifica parziale dei precedenti, per quanto concerne la questione metafisica e religiosa. Chiarisco subito che il sottoscritto, in questi anni, pur avendo mutato atteggiamento nei riguardi della spiritualità, è rimasto sostanzialmente lo stesso e cioè uno scettico, per quanto di formazione cattolica. Detto ciò, l’articolo non si focalizza solo su questo ma abbraccia a tutto tondo la visione sizziana.

Ho un approccio decisamente improntato al razionalismo, al realismo e ad una sorta di materialismo identitario che pur non credendo in alcunché di metafisico ritiene che si possa parlare di spirito, come insieme di elementi culturali, civili, caratteriali, mentali e artistici di un popolo. La ragione è il faro che deve guidare l’uomo europeo lungo il cammino della propria esistenza, ma senza sbocchi relativisti e nichilisti: l’esaltazione razionale di sangue, suolo e spirito è quanto contraddistingue il lombardesimo e, dunque, colui che l’ha plasmato, il qui presente.

Tale visione va sotto il nome di etno-razionalismo e, come anticipato, fa da sfondo alla stessa ideologia lombardista. Avremo modo di riparlarne. Esaltare razionalmente il sangue della nazione, il suolo patrio e lo spirito della propria gente significa rimettere al centro di tutto etnia e razza, fatto oggi più che mai cruciale, in un mondo piegato e piagato dalla globalizzazione. Serve infatti un vigoroso recupero di un identitarismo e un tradizionalismo che sappiano dare forma alle aspirazioni patriottiche della Lombardia e della vera Europa, anche per contrastare efficacemente tutto quello che è nemico dei connotati peculiari della nostra civiltà. Sizzi ritiene dunque basilare perseguire una logica etnonazionalista, che del resto è quanto lo caratterizza dal lontano triennio 2006-2009.

Da allora comincia ad abbozzarsi il pensiero definitivo di Paolo sul mondo, sull’uomo, sull’esistenza, sul senso della vita e sul significato dell’identità. Distaccandosi dall’ambito cattolico, che ha forgiato il giovane Sizzi, perciò dal contesto per così dire reazionario, ecco che il Nostro si avvicina a quella mistica del sangue che delinea il concetto di razza. Razza come subspecies biologica, nel nostro caso caucasoide europea, europide, ma razza anche come ulteriore suddivisione etnica, pensando alla Lombardia. Ed è chiaro che non si tratta soltanto di tassonomia biologica e antropologica, ma anche di specifica culturale, perché certamente il sangue ha bisogno del supporto dello spirito per ascendere. La lezione dei nostri padri indoeuropei non viene vanificata.

Ritengo che l’esistenza dell’uomo europeo, che si differenzia da quello di altre latitudini (e in questo c’è il ripudio di umanitarismo ed egualitarismo), debba concentrarsi sugli elementi identitari e tradizionali proprio per cercare di uscire dal marasma che attualmente sconvolge il nostro continente; un marasma di matrice progressista, ma pure liberale, in cui nulla ha più senso, a meno che alimenti la sconfinata epa del grande capitale e del sistema-mondo. L’uomo europeo, viene perciò risucchiato dal vortice mondialista e completamente svuotato, per venir poi rimpinzato di ciarpame modernista e anti-identitario volto alla celebrazione di tutte quelle nefandezze che sono state partorire dal ‘700.

Certo, Paolo non è affatto credente o religioso, o meglio, crede nel valore del sangue congiunto a quello del suolo, pertanto potrebbe parere che idealmente si ricolleghi per davvero ai “lumi”, ma non è assolutamente così. Partendo dalla fondamentale triade di sangue, suolo, spirito ecco che l’Orobico plasma una dottrina e un senso dell’esistenza volti a quanto di più prezioso abbiamo, e che è la cifra identitaria della Lombardia, dell’Europa, della razza bianca: non abbiamo bisogno di dei, religioni e paradisi – mere creazioni dell’uomo – sapendo che la ragione prima e ultima della nostra vita deve essere la realizzazione etnica e razziale dell’individuo e della sua comunità.

E questa dialettica individuo-comunità è fondamentale, poiché il primo non può sussistere senza patria, nazione, famiglia, e la seconda ha bisogno dell’individuo, degli individui, per poter essere considerata una collettività incentrata sui valori e i principi etnicisti. Come si sarà capito, insomma, Sizzi pone molta enfasi sui criteri di nazionalità, etnia e razza, proprio perché fondamentali al fine di edificare l’identità e la fisionomia antropologica e culturale di un popolo. Criteri che si basano sulla realtà, la concretezza, la materialità dell’essere popolo, patria, nazione, pur tenendo in considerazione ciò che chiamiamo spirito. Esso nasce dall’incontro di sangue e suolo e rappresenta tutti quegli elementi “umanistici” che contribuiscono alla formazione di una coscienza identitaria, e di uno spirito di appartenenza.

Lasciando dunque perdere la metafisica, e concentrandoci su razionalismo e realismo, abbiamo così l’opportunità di esaltare un materialismo identitario che il detrattore potrebbe chiamare zoologico ma che in realtà incarna il significato più intimo dell’essere uomini e donne, come parte di una comunità. Poiché la materia, quanto di concreto e visibile, sensibile, deve essere quella solida certezza su cui erigere l’edificio dell’etno-razionalismo, ben sapendo che possiamo fare a meno di tutte le speculazioni filosofiche astratte che non conducono a nulla, o che fanno parte soltanto di un passato che oggi non ha più nulla da dirci e darci.

D’altra parte, anche l’uomo è un animale, un essere vivente, e come tale ha diverse razze. Razze che si legano a concetti di civiltà, cultura e spirito per come lo abbiamo delineato, perché, pur essendo un animale, l’uomo può contare sulla ragione, sul linguaggio, sulla cultura, sulla civiltà appunto, che sono ciò che lo elevano dalla condizione ferina. Dobbiamo credere in ciò che è percepibile grazie ai nostri sensi, che si può spiegare e dimostrare scientificamente, e che può essere appunto compreso dal nostro intelletto: esistere allude alla possibilità di esperire, e di sperimentare, pertanto di conoscere. Parliamo, comunque sia, di un intelletto che, assieme ai gradi di civiltà, varia da popolo a popolo perché è inutile prenderci in giro con l’egualitarismo: le capacità logico-matematiche variano in base ad etnia e razza, e le genti della terra non possono essere livellate in nome di un assurdo relativismo antropologico.

Non esiste alcun disegno divino dietro l’universo, il pianeta, gli esseri, gli uomini, la vita, ed è certo il caso che ci ha voluti, qui ed ora, al mondo. Ma nonostante questo non dobbiamo affatto abbandonare i capisaldi di identità e tradizione poiché ci permettono di dirigere la nostra esistenza sulla retta via, che è quella che porta al coronamento etnonazionalista. La verità assoluta esiste, e discende dal sangue; e in nome di tale verità dobbiamo dare forma a tutto ciò che è liquido ed instabile perché l’uomo deve dominare la natura, grazie alla ragione, e avere così la facoltà di imprimere al globo un indirizzo finalmente razionale. Solo così la vita sarà degna di essere vissuta, esorcizzando la sua apparente assurdità, rimettendo al centro di tutto il dato antropologico (appunto come risultante di sangue, suolo, spirito) e lottando per la salvaguardia di ciò che può permetterci di divenire idealmente immortali, nel segno della comunità: la continuazione della stirpe.

Le ragioni di una battaglia

Tra 2019 e oggi ho cercato di conciliare la tradizione cattolica con l’ideologia lombardista, approdando all’idea di una Chiesa nazionale ambrosiana: un cattolicesimo lombardo, cioè, de-semitizzato, lontano da Roma e sublimato dal retaggio indoeuropeo della gentilità autoctona. Ho scritto diversi articoli, in merito a tale posizione, e non ho nulla da rinnegare, nulla di cui vergognarmi, tanto che tali pezzi resteranno sul blog, a mo’ di percorso graduale verso la verità indiscutibile. Anzi, quanto vergato può offrire ancora spunti valevoli di riflessione, a chi, come me, si interroga su patria e spiritualità. Tuttavia, è giunto il momento di consegnare questi scritti alla storia, guardando al futuro, e non più al passato. O, meglio, guardando sì ad un ben preciso passato ma proiettandosi in un futuro che sia schiettamente e genuinamente identitario.

Ho infatti deciso di riabbracciare le posizioni spirituali del prisco lombardesimo, quello nato dal pensiero del sottoscritto nel 2009, completando il quadro del ritorno integrale alle origini. Ebbene, dichiaro ufficialmente che visione del mondo lombardista e cristianesimo, anche cattolico e ambrosiano, non sono compatibili, in virtù di un necessario ed impellente recupero della coerenza primigenia. I valori cristiani, l’universalismo, le radici semitiche, la Bibbia e il Vangelo, la filosofia di vita cattolica, nonché la Chiesa stessa, non possono in alcun modo conciliarsi col lombardesimo, essendo quest’ultimo etnonazionalista, razzialista, comunitarista, europeista in senso völkisch e votato all’esaltazione razionalista di sangue e suolo.

Razionalismo, esatto. Un razionalismo, diciamo pure ateo, che si coniuga con l’etnicismo dando vita all’etno-razionalismo, pilastro dell’ideologia lombardista. Perché la ragione, signori, deve essere il nostro faro, senza naturalmente esondare nello scientismo, nell’Illuminismo, nel giacobinismo e in quell’ateismo o laicismo progressisti che incensano, sulla falsariga del cristianesimo, il cosmopolitismo relativista, certo intriso di irreligiosità apolide ma francamente giudaizzante. Personalmente non mi ritengo credente, pur essendo di formazione cattolica e avendo alle spalle una famiglia religiosissima, ma non sposo in alcun modo il “pensiero” acido del satanismo o dell’empietà figlia del 1789. Mi dico ateo, non ateista, sebbene ritenga che la religione sia un retaggio del passato che si può tranquillamente abbandonare.

Nelle riflessioni di questi circa 5 anni, avevo ritenuto che la soluzione ideale al problema spirituale e religioso, relativo alla Lombardia, fosse l’edificazione di una Chiesa nazionale ambrosiana, depurata dal semitismo ed esaltata dalle radici gentili e ariane; una sorta di soluzione di comodo per conciliare le due anime dell’identitarismo nostrano ed europeo, in una con il ritorno all’indipendentismo e all’etnonazionalismo radicale. Ma, ora, credo che tale trovata sia di difficile applicazione, oltreché poco seria: non ha alcun senso preservare il cristianesimo cattolico se si sente la necessità di nobilitarlo con la gentilità. Tanto vale recuperare la seconda in toto, se vogliamo sul serio intavolare un discorso spirituale e religioso maturo e logico.

E, infatti, giungo alla conclusione che l’unica forma di religiosità accettabile, nel contesto lombardo e lombardista, sia il paganesimo, chiaramente ripulito dal lato pagliaccesco del neopaganesimo, dalle tentazioni anti-tradizionali (vale a dire di ripudio di valori sacri trasversali quali patriarcato, eterosessualità, monogamia, virilità, conservatorismo nel giusto) e da quelle sfumature “sataniche” che propongono un anticristianesimo demenziale che va a braccetto con ideologie antifasciste, libertarie, radicali. Il lombardesimo deve essere anticristiano, diciamolo tranquillamente e serenamente, ma solo ed esclusivamente nel seguente verso: rifiuto dell’universalismo, rifiuto dei principi evangelici, rifiuto delle indubbie radici mediorientali della religione di Cristo, rifiuto del clero (peraltro compromesso da omosessualità e, quindi, pedofilia).

Inutile prenderci in giro, signori: il nazionalismo etnico, il razzialismo, l’etnicismo biologico non sono compatibili con il credo cristiano coerente, a meno che si voglia davvero fare salti mortali rasentando il ridicolo, e il suicidio. Accettiamolo con molta calma, e smettiamola di inventarci Cristi e Madonne ariani, solari, europei. Innegabile che il cristianesimo, segnatamente cattolico, abbia abitato (o parassitato) strutture e modelli di origine gentile, greco-romana od orientale (indo-persiana), ma l’essenza della religione fondata dall’ebreo Gesù di Nazareth prende le mosse dalla Palestina, ha ereditato appieno il retaggio giudaico e mira ad un dio straniero – dal punto di vista europeo – che è lo stesso dell’ebraico e dell’islamico.

Uno può inventarsi tutto ciò che vuole, e può infilare il cattolicesimo nel letto di Procuste del neopaganesimo, ma se siamo disposti a tollerare la fede in Cristo soltanto per degli echi paganeggianti, rigettando (come feci io) il lignaggio mosaico e biblico, alla lunga avremmo a che fare con un’impresa patetica, tragicomica, assurda. Come dicevo, si fa prima a riconciliarsi con la gentilità, sebbene questa, oggi, sia pressoché inesistente e priva di tradizione e cammino iniziatico, ancorché esistano dei gruppi e dei movimenti che, rifacendosi ai culti tradizionali, tentano di rivitalizzare la fede negli antichi dei. Opera che, sinceramente, non mi interessa.

Epperò, ribadisco: l’unica forma di religiosità tollerabile deve essere la gentile, chiaramente contestualizzata nell’ambito lombardo. Un recupero, dunque, dei culti indoeuropei di Liguri, Celti, Veneti, Galli, Gallo-Romani, Longobardi, che siano assolutamente fedeli e leali con il lombardesimo e la nazione lombarda, e quindi con lo Stato granlombardo, e che non finiscano per impelagarsi con il ciarpame new age che puzza di femminismo, sessualità ambigua, degenerazione modernista varia. Capisaldi comunitari quali la società patriarcale, i legami eterosessuali e monogami, il tradizionalismo famigliare non si toccano nella maniera più totale. E va da sé, oltretutto, che tale gentilità non debba in alcun modo divenire teocratica e ostacolare l’etnonazionalismo panlombardo.

In una Lombardia ideale, libera, unita e sovrana, può esserci spazio soltanto per una religione, o un credo, che combatta la dissoluzione universalista, egualitaria, umanitaria, fatta propria appieno dal cristianesimo, che ha in odio i vincoli di sangue e i legami schiettamente identitari. L’unico culto tollerabile è un prodotto culturale e spirituale indogermanico ed europeo, etnicista e razzialista, creato dagli europei per gli europei, dai lombardi per i lombardi. Non si tratta, ovviamente, di perseguitare i cristiani o di scristianizzare in maniera blasfema il territorio, anche perché sarebbe ridicolo negare l’importanza dell’eredità cattolica, giunta sino a noi grazie ai nostri avi. Ma i nostri avi, prima di essere cristiani, erano gentili, non va dimenticato.

Do per scontato che la condanna del cristianesimo (cattolico, ortodosso, protestante e settario) sia percepita come parallela a quella di tutte le religioni vieppiù esotiche, prime fra tutte ebraismo e islam. Il lombardesimo primigenio esprimeva critica e condanna nei confronti del monoteismo abramitico e dei suoi valori ma non tanto per lusingare il paganesimo, quanto per una sete di coerenza e di radicalità che ponesse la Lombardia sopra ad ogni cosa, in nome dell’etno-razionalismo. Finalmente, il lombardesimo riabbraccia gli albori, puntando tutto su di un salutare integralismo etnico e razziale, prendendo le distanze dal cristianesimo e da ogni altro frutto culturale di matrice esotica. Il lombardesimo si attesta su posizioni atee e agnostiche, ma in un senso ben preciso e diversissimo, agli antipodi rispetto al punto di vista relativista: archiviamo la religione ritenendo accettabile soltanto quella davvero tradizionale, indigena, ma smarcandoci del tutto dalla spazzatura dei philosophes, cioè di coloro che avversavano il cristianesimo erigendo al suo posto un demoniaco feticcio egualmente universalista.

Lombardia

Se Bergamo è la mia piccola patria, la Lombardia è la patria vera e propria, la mia nazione, ciò che dà forma e volto alla dimensione etnica e, appunto, nazionale del sottoscritto e del suo popolo, il cisalpino. In un tempo in cui le vere nazioni vengono calpestate, rinnegate e obliate, lasciando spazio agli stati-apparato come l’Italia, recuperare il sentimento patriottico e lo spirito d’appartenenza è fondamentale, al fine di corroborare il profilo identitario del singolo e della collettività, facendo coincidere nazionalità e cittadinanza. L’idea di nazione, basata su sangue e suolo, assume connotati vieppiù cruciali nell’ottica dell’identitarismo, perché l’identità biologica e culturale è l’antidoto ai veleni mondialisti contemporanei. Una salutare filosofia di vita, dunque, deve edificarsi sulla nazione, che del resto è quanto ci permette poi di inscriverci nell’ambito continentale della grande famiglia europea. Bergamo, Lombardia, Europa, per quanto concerne me, nella consapevolezza che senza radici non può esserci presente e futuro, e non può esserci la volontà e l’auspicio di forgiare un pianeta migliore, ispirato ai valori etnicisti e razzialisti.

La nazione è quindi la Lombardia, dove per nazione intendiamo quell’insieme di genti unite e coese da etnia, lingua, cultura, usi e costumi, tradizioni in maniera determinante, di modo che possano sussistere spirito d’appartenenza e solidarietà nazionale, frutto delle comuni origini e del comune destino. E il concetto sizziano e lombardista di nazione passa per l’antropogenetica, non solo per la cultura e la politica, poiché senza sangue e suolo non è possibile parlare di patria; distinguere la nazione dallo Stato è giocoforza, essendo quest’ultimo un ente artificiale creato dall’uomo, per quanto retto – non sempre – da comunità d’intenti e patto raggiunto da genti consimili. Evidentemente non è questo il caso dell’Italia… Uno stato serio deve nascere da fratellanza, omogeneità, comunità, e la comunità è il collante naturale che legittima un apparato politico e burocratico, per quanto necessario. Crediamo che l’entità statuale sia basilare ma prima di ciò è basilare il concetto di nazione che, appunto, giustifica e legittima il concetto di Stato. La Lombardia deve avere uno stato, nessun dubbio a riguardo, uno stato che sia indipendente ed espressione dell’autoaffermazione nazionale, ma il primo, fondamentale, passo è sempre il riconoscersi nazione, per quanto oggi possa essere dormiente, nel caso lombardo.

Questione ebraica e lombardesimo

“Questione ebraica” è il termine, affermatosi nella storia, relativamente alle vicende degli ebrei in Europa e nel mondo, comprendente tutte le peripezie giudaiche e l’atteggiamento tenuto dai gentili nei confronti del popolo d’Israele. Abbraccia anche i pregiudizi, l’odio, l’intolleranza che hanno visto gli ebrei come bersaglio, e dunque il cosiddetto antisemitismo (vocabolo piuttosto ambiguo, considerando che gli ebrei contemporanei sono i meno semiti fra i semiti). Qui si vuole esprimere il punto di vista lombardista sulla faccenda, cercando di non indugiare in stereotipi e razzismo ma, anzi, di proporre soluzioni concrete al posto ebraico nel pianeta. Certo, saremmo ipocriti se dicessimo che andiamo pazzi per le genti ebraiche; tuttavia, vale la pena impostare un discorso serio e razionale.

Gli ebrei moderni non sono un popolo omogeneo, tutt’altro; molto probabilmente non possono nemmeno essere considerati un popolo unitario. Pur condividendo le radici semitiche, che affondano nel Levante, le popolazioni israelitiche contemporanee riguardano i gruppi europei (aschenaziti e sefarditi su tutti) e quelli nativi del Medio Oriente (i mizrahì), più altri minori come ad esempio gli ebrei di Bukhara, in Asia centrale. Ci sono pure popolazioni non ebraiche convertitesi all’ebraismo, ed è il caso dei falascia etiopi o, storicamente, dei Cazari steppici. A parte quest’ultimi, c’è comunque da dire che ha ancora senso parlare di ebrei, in chiave religiosa, e di giudei, in chiave etnica, perché seppur divisi in aggruppamenti diversificati essi condividono le origini mediorientali e la matrice semitica, per quanto diluita, nel caso europeo.

Il collante è religioso e culturale, ad esempio linguistico, anche se etnicamente vi sono, ed è chiaro, delle sfumature. Per tale ragione un aschenazita è differente da un sefardita, che a sua volta è differente da un ebreo nativo del Levante, nonostante vi sia comunanza religiosa, culturale e linguistica, pensando soprattutto a quanti risiedono nello Stato di Israele, o a quanti parlano lingue giudaiche. L’ebraico moderno è la lingua ufficiale dell’entità sionista, ed è un idioma che assieme a quello biblico ha influenzato altre lingue e dialetti riconducibili al mondo giudaico. Pertanto, culturalmente, gli ebrei esistono, ancorché la diaspora abbia certamente indebolito il concetto di etnia ebraica omogenea.

Anche l’ebraismo, inteso come religione, è fondamentalmente figlio dell’ebraismo medievale, e in questo senso una cultura ebraica, per quanto multiforme, esiste ed è attuale, e va ad intersecarsi con il sionismo e lo Stato ebraico, cioè Israele. Da un punto di vista etnico invece, di sangue, un popolo giudaico omogeneo non sussiste, ma naturalmente, come accennato poco sopra, esiste una matrice ebraica che accomuna tutti gli ebrei moderni, ed è più corretto parlare, a tale proposito, di giudaismo. Essere ebrei/giudei è un fatto anzitutto di sangue e, perlomeno i gruppi principali, condividono i padri, le origini e le radici bibliche, perciò l’antichità del Vicino Oriente. Ne consegue che pur non potendo discutere di un giudaismo omogeneo e compatto, è possibile affermare l’esistenza di un’etnia e di una nazione israelitiche, che trovano nei comuni antenati degli ebrei quell’unità biologica che conduce un ebreo di sangue a potersi definire membro di una schiatta, diciamo pure, biblica.

Come lombardisti non possiamo considerare parte dell’Europa gli ebrei, pur avendo, è il caso di aschenaziti, sefarditi o ad esempio degli italkim (ebrei italiani), in un certo qual modo, origini europee; il giudaismo è un fatto etnoculturale ascrivibile al Levante e crediamo fermamente che la naturale collocazione ebraica sia in Palestina e dintorni. Solo, non siamo favorevoli al sionismo qualora si tramuti in entità statuale israeliana, perché la Palestina appartiene al mondo nazionale siriano. La questione ebraica può essere tranquillamente appianata favorendo l’emigrazione degli ebrei d’Europa in Medio Oriente, oppure negli Stati Uniti d’America, loro terra d’elezione, ancor prima di Israele. Da etnonazionalisti riconosciamo infatti che il popolo, o i popoli, d’Israele siano intimamente collegati al ceppo semitico, per quanto, parzialmente, rimescolati con altre genti.

La Lombardia transpadana occidentale (Insubria)

Biscione visconteo

La Lombardia transpadana occidentale, o Insubria [1] etnica come la si potrebbe chiamare per comodità, è il fulcro della Grande Lombardia, il centro della nazione, suo cervello, cuore e motore.

‘Insubria’ deriva dal termine celtico, rafforzato, *suebro- ‘forte, violento’, riferito agli antichi celto-liguri Insubri [2]. Tale etnonimo passò poi ai Galli storici del IV secolo avanti era volgare (probabilmente Biturigi) che occuparono il territorio lombardo fino al fiume Oglio (a Bergamo, contrariamente a quanto si crede comunemente, si stanziarono proprio questi, e non i Cenomani, e il Bergamasco infatti venne inserito, dai Romani, con Milano nella Gallia Transpadana, e non nella Venetia con Brescia). Anche la Cultura di Golasecca andava dal fiume Sesia fino al Serio, altro corso d’acqua locale, in territorio orobico, dove si trovavano appunto i celto-liguri Orobi.

L’Insubria corrisponde all’antico territorio abitato fondamentalmente dai celto-liguri Insubri e Leponzi, e dopo Roma discretamente germanizzato dai Longobardi che si diedero come centri vitali Milano, Monza, e il Seprio (Pavia, la capitale, è situata nella fascia insubrica meridionale, influenzata dal mondo padano) e che più tardi corrisponderà al nerbo del Ducato di Milano.

Milano, la grande capitale della Lombardia etnica e della Lombardia storica, è da sempre il perno dell’Insubria, la città che ha plasmato il territorio circostante, da Lodi al Ticino. Socialmente, politicamente, culturalmente, linguisticamente.

L’area insubrica genuina è formata dalle terre di Milano, Lodi, Monza, Brianza, Lecco, Como, Legnano, Busto Arsizio, Varese, Novara, Intra e Pallanza (Verbania), Canton Ticino e Mesolcina (quest’ultimi, oggi, sotto la Confederazione Elvetica). La Svizzera inoltre comprende anche la valle del Sempione, essa pure parte insubrica del bacino del Po, come la restante regione lombarda. Noi lombardisti tendiamo inoltre a legare all’Insubria, intesa in senso statistico e demografico, Pavia, Valsesia, Vercelli e Biella.

Si tratta, come fulcro storico, di una regione piuttosto omogenea, sia etnicamente che culturalmente, con un solido sostrato proto-celtico/celto-ligure (Golasecca e Canegrate) e gallico (Insubres romani), corroborato dalla dominazione longobarda che ha profondamente inciso sul territorio, e poi dalla signoria dei Visconti, che sotto l’egida del germanico Bisson ha retto le sorti dell’Insubria ducale si può dire fino al 1500.

La romanizzazione, per quanto fondamentale in termini culturali e identitari, non stravolse il territorio, e portò ad una lenta assimilazione dell’elemento celtico nativo, che adottò spontaneamente i costumi latini. Questo, certamente, dopo i ben noti fatti bellici che contrapposero i Galli ai Romani, portando alla sconfitta e alla pacificazione dei primi.

L’area è omogenea pure linguisticamente perché la koinè milanese ha costituito un ottimo collante politico-culturale, anche se degni di nota sono pure il ticinese, il brianzolo, il laghee, il lodigiano e le parlate più occidentali influenzate dal piemontese.

Parimenti, Valtellina, Grigioni lombardofono e Pavese risentono degli influssi del milanese e le parlate di quei luoghi, i primi due soprattutto, sono classificate come lombardo occidentale (che nella terminologia dei moderni linguisti indica l’insubrico/cisbaduano). I dialetti di Pavia (eccetto quelli della Lomellina), invece, sono di transizione con l’emiliano. Un discorso simile si potrebbe fare con la Valsesia, stretta fra Piemonte e Insubria, fermo restando che il piemontese orientale mostra certamente alcuni fenomeni di transizione.

Volendo suddividere amministrativamente la Lombardia transpadana occidentale, che è poi la Lombardia etnica centrale di noi lombardisti (con l’aggiunta del territorio pavese e del Piemonte orientale), avremmo i seguenti ambiti cantonali, con relativi distretti:

  • Milano (Bassa Insubria), con Busto Arsizio, Monza, Lodi e Pavia;
  • Como (Alta Insubria), con Lecco, Lugano e Varese;
  • Novara (Lebecia), con Vercelli, Biella, Varallo e Vigevano;
  • Locarno (Leponzia), con Domodossola, Intra e Bellinzona.

Attenzione: il lombardesimo non propugna, nel contesto grande-lombardo, la creazione di vere e proprie regioni, bensì di cantoni, e loro distretti,  blandamente federati. Non siamo certo regionalisti, anche se riconosciamo tranquillamente l’esistenza di realtà storico-culturali, come la stessa Insubria in termini correnti (e poetici).

Non serve dunque un’insegna globale insubrica perché quella classica del Ducale visconteo (Aquila imperiale e Biscione), a mio avviso, è l’ideale stemma della Lombardia intera, emblema dell’etnostato cisalpino. I cantoni, invece, possono tranquillamente utilizzare le insegne delle loro città precipue (o dei territori storici), e dunque Croce di San Giorgio per Milano, bandiera sepriese a scacchi bianco-rossi per Como, Croce di San Giovanni Battista per Novara, bipartito rosso-blu ticinese per Locarno. Segnaliamo, comunque sia, la nota Scrofa semilanuta, uno dei simboli gallici della capitale lombarda.

La Croce di San Giorgio milanese, anche se non può vantare le origini e la storia della genovese (che ha inciso su quella d’Albione), ha un profilo autonomo, all’interno delle vicende medievali; emblema del comune di Milano, della Lega Lombarda, di moltissime città padane guelfe esprime la coscienza patriottica dei lombardi e il loro spirito d’appartenenza, mirabilmente sfociati nel giuramento di Pontida e, soprattutto, nella battaglia di Legnano. Unita alla Croce di San Giovanni Battista, ghibellina, e allo Swastika camuno, appare quale ideale bandiera nazionale cisalpina.

Naturalmente abbiamo poi il Biscione e il Ducale viscontei, originari dell’Insubria, che costituiscono, il primo, il simbolo se vogliamo del popolo lombardo, del suo retaggio celto-germanico (essendo di ascendenze nordiche) e della sua cultura storica, il secondo, il miglior emblema possibile per la nazione lombarda, rappresentato da un quadripartito bianco-dorato in cui, alternandosi, troviamo l’Aquila del Sacro Romano Impero, latino-germanica, e il Bisson, blasone prima visconteo (ma in origine della città ambrosiana e delle sue milizie comunali) e poi sforzesco, indissolubilmente legato a Milano e alla Lombardia intera.

Per quanto riguarda invece la questione linguistica diamo qui una veloce carrellata dei principali dialetti occidentali – in realtà centrali – del lombardo: milanese (il lombardo per antonomasia), dialetti milanesi, legnanese, brianzolo, ticinese, ossolano, varesotto, bustocco, comasco, laghee, lecchese, lodigiano, novarese, lomellino e alcune parlate gergali. Inoltre, dobbiamo aggiungere le parlate della Valtellina e del Grigioni lombardo, in territorio orientale ma tassonomicamente insubriche.

Questione etnica. Il grosso della Lombardia transpadana occidentale è etnicamente celto-romanzo, gallo-italico, e le sue componenti principali sono la ligure arcaica, la celto-ligure, la gallica (insubrica), la coloniale italo-romana e quella germanica (Goti e Longobardi). A livello sub-razziale/fenotipico, predomina il tipo alpino assieme a quello atlanto-mediterranide, o meglio ancora padanide (dinaride + atlanto-mediterranide), con spruzzate nordiche qua e là, soprattutto in area prealpina e alpina. L’unica minoranza indigena è quella degli alemannici walser che si trovano nel nordovest del territorio.

L’Insubria tradizionale è racchiusa nel bacino imbrifero del Padus, zona tipicamente lacustre, ed è delimitata a nord dalle Alpi Lepontine, ad ovest dal Sesia, a sud dal Po, e ad est dall’Adda. Pavia, come abbiamo visto, è una via di mezzo tra Insubria e Padania (intesa qui come Emilia), rammentando che l’Oltrepò è da considerarsi cispadano in tutti i sensi.

È da sempre il motore della Lombardia, l’area economicamente più ricca e avanzata, animata da intraprendente spirito imprenditoriale perfettamente incarnato dai milanesi e dal Ducato che fu. Dal secondo dopoguerra, per via del boom economico e anche di sciagurate politiche romane, il cosiddetto triangolo industriale capeggiato da Milano è stato investito da milioni di sud-italiani che hanno, volenti o nolenti, stravolto il tessuto etnico e sociale del cuore etnico lombardo, soprattutto per arricchire i soliti noti, a scapito degli indigeni.

Tutte le immigrazioni di massa sono sbagliate, in particolare qualora comportino l’afflusso di realtà etniche e razziali incompatibili. Se l’Insubria oggi annaspa sotto il peso di smog, cemento, inquinamento e traffico “indiano” è anche per questo.

Assieme agli italiani meridionali, circa un milione di veneti si è spostato in territorio occidentale, uniti agli esuli istro-dalmati cacciati dal criminale Tito. Anche molti orobici cercarono fortuna ad ovest.

L’Insubria oggi è piuttosto malridotta e martoriata da una densità demografica mostruosa, dovuta a immigrazione selvaggia (da ogni dove), e dall’industrializzazione scriteriata, ed è un vero peccato perché il territorio insubrico è incantevole, tra laghi prealpini, fiumi, aree collinari, campi e pianure, risaie, e ovviamente Prealpi e Alpi.

La soluzione a questi guai, ovviamente, è l’indipendentismo. Prima ancora, il comunitarismo, che permette il recupero della solidarietà fondamentale, tra connazionali, al fine di riscoprire e dunque difendere le proprie radici.

Gli insubrici sono in via d’estinzione, e in talune zone purtroppo già estinti, anche per colpe proprie, si capisce. Dobbiamo promuovere serie politiche etniciste per far riguadagnare ad essi terreno, perché con la loro scomparsa parlare di Insubria non avrebbe più senso. E allo stesso modo, parlare di Lombardia e di Europa senza più i rispettivi autoctoni.

Note

[1] In senso geografico può essere chiamata Insubria tutta la fascia prealpina e collinare della Regione Lombardia.

[2] L’etimologia viene suggerita qui.

Bergamo

Da questa sera, ogni venerdì, intendo proporre una breve riflessione, che potrei definire filosofica, su svariati argomenti cari allo scrivente. Ho individuato 10 aree tematiche che raccoglieranno le meditazioni, esposte con chiarezza e semplicità: Patria, Comunità, Natura, Stato, Benessere, Civiltà, Etica, Vita, Uomo e Metafisica. A loro volta, questi temi andranno sotto la categoria Salut Lombardia!, relativa alla rubrica omonima di ideologia lombardista e attualità inaugurata mesi fa qui sul blog. Tale iniziativa mi darà la possibilità di trattare tutto quello che la visione del mondo etnicista contempla, affinché lo sguardo sizziano possa spaziare con completezza sull’esperienza umana. Cominciamo con un doveroso tributo alla mia piccola patria, la Bergamasca. Essa, territorio a cui fa capo Bergamo, è la mia Urheimat, la terra delle mie radici e del mio lignaggio, fondamentale nell’ottica stessa dello sviluppo dell’ideologia lombardista. L’attaccamento di Sizzi all’Orobia dice molto sulla propria personalità, ed è segno di una saggezza identitaria che oggi si fa sfida ad un sistema corrotto e malato, il quale calpesta i principi più sacri alla nazione.

In una realtà dominata, purtroppo, dalla globalizzazione, serve davvero recuperare il sentimento patriottico, anzitutto relativo alla propria città di riferimento e al pertinente contado, la volgarmente detta “provincia”. Per i più un sintomo di grettezza e ristrettezza di vedute, provincialismo appunto, in quanto orgoglio particolarista che va contro l’andazzo mondialista dell’Europa occidentale; ma per chi ha davvero intelletto e, anche solo, buonsenso, rappresenta invece la dimensione più intima da riscoprire e valorizzare, per non perdere di vista chi siamo e, anche, dove andiamo. Passato, presente e futuro si intersecano facendo comprendere come non si possa vivere senza radici, pena l’alienazione. E la Bergamasca tradizionalista, con i suoi rustici e genuini valori, il suo paesaggio naturale, la sua ricca storia plurimillenaria è veramente il terreno ideale per il fecondo incontro fra uomo e ambiente, che dà vita al popolo. Già da qui si delinea l’orizzonte razzialista ed etnonazionalista di sangue, suolo, spirito. Il popolo bergamasco, a cui Sizzi fieramente appartiene, è l’incarnazione dell’anima più profonda della Lombardia etnica, decisiva ai fini lombardisti.

Quell’insana ossessione di Putin

Diciamolo subito, e molto tranquillamente: Vladimir Putin, in confronto ai governanti occidentali, è un gigante circondato da nanerottoli, poiché incarna, a suo modo, identitarismo e tradizionalismo, ed è un nemico feroce di ogni degenerazione contemporanea. Da decenni si erge siccome baluardo multipolare contro lo strapotere atlanto-americano e ha salvato la Russia da quel baratro in cui sembrava precipitata dal suo predecessore Eltsin, marionetta nelle mani dell’Occidente. Certo, le vicende d’Ucraina non convincono appieno, e per quanto dietro il governo ebraico di Kiev si celi l’ombra di Usa e Nato resta il fatto di aver aggredito una nazione europide, anche mediante l’impiego di soldataglia allogena (caucasica, dunque islamica, e mongoloide) che, oltretutto, si è macchiata di crimini di guerra. Una delle ragioni che avrebbe indotto Putin ad attaccare è la «denazificazione» dell’Ucraina, un termine ambiguo e pruriginoso, per quanto propagandistico, che sa di bolscevismo. E parrebbe che Vladimir abbia una vera e propria ossessione per il nazismo, forse frutto del suo passato, e del passato della Russia. Una Russia, c’è da dire, che fatica a ragionare da nazione europea, preferendo mire imperialistiche.

Capiamoci, signori, dobbiamo distinguere doverosamente il nazionalsocialismo originale dal neonazismo attuale, ma non credo che il presidente russo faccia tale distinzione. Vellicando la storia sovietica della Russia, egli esorta i connazionali (e non solo) a combattere contro la croce uncinata, vedendo nazisti dappertutto, anche dietro al recentissimo, sanguinario, attentato terroristico che ha sconvolto Mosca. Tale massacro, che ha causato la morte di quasi 140 persone, è stato rivendicato dall’Isis, ma la matrice islamica è dubbia; e non dico dubbia perché condivida le opinioni di Putin ma perché quando accadono fatti simili l’islamismo è il cavallo di Troia di qualcosa di peggio, e cioè della solita strategia della tensione internazionale che, incolpando la religione di Maometto, cerca di scagionare le mene destabilizzatrici dei soliti noti. Ad ogni modo il nazismo non c’entra nulla e ritengo controproducente che Putin lo ficchi in ogni argomento possibile, fondamentalmente per criminalizzare Kiev. In Ucraina il neonazismo esiste certamente, e viene manovrato dall’Occidente in funzione russofoba, ma parlare di nazisti equivale a confondere le acque. Al potere, in Rutenia, non c’è il nazismo ma Zelensky che, fra l’altro, rappresenta benzina sul fuoco di questa guerra fratricida.

L’eredità indoeuropea, patrimonio fondamentale dell’Europa

Un serio identitarismo etnico europeo non può che essere debitore del retaggio ariano, dove per ‘ariano’ intendiamo il mondo indoeuropeo, nella sua accezione biologica, anzitutto. Un discorso che vale anche per il lombardesimo, il nazionalismo etnico cisalpino che, giustamente, esalta razionalmente le radici arie dei lombardi: Celti, Romani, Longobardi, ma pure Liguri e Veneti. L’indoeuropeismo è un dovere morale per tutti noi, poiché siamo in debito coi nostri padri indoeuropei e abbiamo il diritto e l’obbligo di onorare al meglio la peculiare, inestimabile, eredità etnoculturale. Non possediamo soltanto lignaggio indoeuropeo, ma certamente gli Indoeuropei sono coloro che hanno plasmato la nostra civiltà e che, in parte, hanno contribuito al relativo patrimonio antropogenetico.

E in questo senso l’eredità ariana riguarda anche territori extraeuropei (si pensi al mondo iranico e indiano e, parzialmente, caucasico, mediorientale, centroasiatico), con cui dovremmo intrattenere rapporti amichevoli, parallelamente all’edificazione dello spazio euro-siberiano. La razza bianca, cioè europide, non potrebbe esistere senza Indoeuropei, sebbene il loro apporto vari da regione a regione europea. Come lombardi abbiamo, in termini genetici, un discreto contributo steppico (relativamente, cioè, ai pastori-guerrieri del mondo Jamna e kurganita), che si riflette parimenti nell’aspetto fisico. Siamo decisamente caratterizzati dall’elemento celto-ligure/gallico, e “italico” (lato etrusco-romano), ma non va trascurato il superstrato germanico.

E, d’altra parte, essere di lignaggio indoeuropeo comporta il possesso di un bagaglio identitario che va dalla lingua alla civiltà, dalla spiritualità all’indole, dall’identità etno-antropologica al folclore. In tutto e per tutto risentiamo profondamente del lascito ariano, che rivive in noi, sebbene distratti e spesso indifferenti rispetto al culto delle radici e delle origini. Ed è un gravissimo errore, poiché carattere e mentalità, come li abbiamo ereditati dai padri, devono contraddistinguere l’azione culturale, metapolitica e politica, soprattutto oggi, in un mondo che quotidianamente ci lancia delle sfide decisive. E vale pure per i lombardi.

Il lombardesimo è nettamente schierato dal lato dell’indoeuropeismo, grazie a cui anima le proprie battaglie ideologiche. Lo spirito celeste e solare degli Arya si riflette potentemente sull’ideologia lombardista, che si definisce comunitarista, etnicista e razzialista; e la nostra stessa identità, l’identità lombarda, fa comprendere appieno quanto la lezione del glorioso passato ario-europeo arrivi sino a noi, e vada preservata e, chiaramente, tramandata ai posteri. Ne va del nostro patrimonio etnonazionale e tradizionale che, come accennato, non potrebbe esistere senza il retaggio indoeuropeo. E allora l’indoeuropeismo non deve essere una pagliacciata o una mascherata da cialtroni, ma quella linfa vitale etnica e culturale che scorre nelle vene padano-alpine ed europee in maniera decisiva.

Credo che proprio oggi sia doveroso riscoprirsi indoeuropei, e agire di conseguenza. Come lombardi, popolo a cavaliere fra Europa centrale e Mediterraneo, abbiamo certo meno lignaggio ario rispetto ai popoli puramente continentali; nondimeno, esiste un modesto elemento – anche nordico – che ci smarca dall’Italia etnica e dalle altre lande dell’Europa genuinamente meridionale, e di cui dobbiamo andare fieri. E non per millantare fratellanze celto-germaniche con genti del Nord Europa, ma per far valere la nostra identità e la rispettiva diversità, che certamente risentono del lascito ariano e, come detto, pure nordico. Dove nordicismo e indoeuropeismo, sovente, vengono a coincidere.

Opinioni impopolari sul Veneto

Il lombardesimo ha in non cale il venetismo, e cioè una forma di regionalismo e campanilismo che spezza la sacrosanta unità della Grande Lombardia, e dunque della Cisalpina. Il venetismo, come ogni altro particolarismo, è divisivo, sterile, micro-sciovinistico e serve sicuramente più a Roma che a Milano (e, direi, pure a Venezia), avendo così gioco facile nell’opera di disgregazione della comunità nazionale padano-alpina. Esiste senza dubbio un popolo veneto, figlio dei Paleoveneti, ma troppo spesso ci si dimentica che, al pari delle altre aree granlombarde, esso ha elementi identitari preindoeuropei (reto-euganei), celtici e germanici, specialmente longobardi. Diciamocela tutta: il concetto di ‘Veneto’ è qualcosa di moderno, certo modellato sull’idioma di quelle terre, ma alquanto banale e parziale, pensando al profilo identitario della Grande Lombardia orientale.

Esatto, anche il Triveneto ricade nel contesto grande-lombardo, poiché in antico la Lombardia (storica) includeva pure le Venezie. Erano (e sono) lombardi a Verona, Padova, Treviso, come a Milano, Bergamo, Brescia, in quanto sovrapposizione della Langobardia Maior alla Gallia Cisalpina. La Lombardia è la continuazione della Longobardia, ma anche l’erede della Gallia al di qua delle Alpi, e il Veneto non fa eccezione. Il regionalismo venetico ha ridotto ad una farsa l’identitarismo, fossilizzandosi sulla Serenissima; realtà politica, del passato, di tutto rispetto, ma espressione, comunque sia, della talassocrazia mercantile, fortemente proiettata nel Mediterraneo orientale.

La Repubblica di San Marco non aveva collante etnico e non era, dunque, frutto di una nazione, anche perché l’unica nazione presente in Padania è la Lombardia storica, che ingloba l’intero “nord” (e non solo). E parlando eziandio di lingua c’è da dire che il veneto moderno, fondamentalmente modellato sul veneziano, ha interrotto l’antica unità linguistica alpino-padana, separando il gallo-italico dal retoromanzo che, un tempo, erano pressoché la stessa cosa. Il Veneto continentale medesimo aveva parlate diverse, rispetto alla loquela di Venezia, molto più prossime di oggi al lombardo, in senso stretto e in senso largo, per via del sostrato celtico e del superstrato longobardo, presenti pure ad est.

Ma, oltretutto, cos’è il Veneto moderno se non il prodotto dell’unione della Marca di Verona con quella di Treviso, con una pennellata “serenissima” recata dal cuore pulsante veneziano? Lo stesso Leone di San Marco è un simbolo veneziano, non veneto, poiché le restanti città venete continentali si riconoscono nei classici scudi crociati lombardi. E la Lega Lombarda si spingeva nel fulcro continentale di ciò che oggi è la Regione Veneto. Venezia è un’anomalia di retaggio bizantino; una città chiaramente densa di storia e di gloria ma espressione marginale della lombardità. Anzi, per certi versi il capoluogo non può essere considerato lombardo. Le lagune esulano dal contesto schiettamente padano, quasi un mondo a sé stante in cui si respira un’atmosfera particolare.

Il Venetorum angulus è parte integrante della Grande Lombardia, e il suo territorio ricade nel progetto lombardista. Ma, nell’ottica del lombardesimo, non può esserci più spazio per una regione veneta: al suo posto le entità cantonali blandamente federate alle restanti cisalpine, in nome dell’unità nazionale lombarda. Un discorso, questo, che vale anche per Insubria, Orobia, Piemonte, Emilia, Romagna, Liguria, Trentino, Friuli e la Venezia Giulia storica, segno che il nostro non è accanimento venetofobo. Noi rispettiamo i veneti, intesi come genti orientali dall’identità venetica, celtica, longobarda (ma anche reto-ligure, gallo-romana, gotica). Discorso diverso per il venetismo e per ogni altra nostalgia marciana che è utile soltanto a seminare zizzania tra cisalpini, occultando la vera ed unica nazione subalpina: la Lombardia.

La Lombardia

La Lombardia in epoca carolingia

Il concetto di Lombardia etnica (o di Grande Lombardia per come lo interpretavo agli albori), di Lombardia storica, di Lombardia tout court, insomma, contrapposta alla “Pirellonia” già “Formigonia”, diffuso dal Movimento Nazionalista Lombardo, ricalcava più o meno quello che proposi nel settembre del 2009 sul mio vecchio blog.

Oggi, come sapete, in virtù dell’esperienza di GL, distinguo tra una Lombardia etnica padana (grossomodo il nordovest della Repubblica Italiana) e una Grande Lombardia cisalpina (il settentrione della RI), individuando anche una terza forma di lombardità data dal connubio linguistico-culturale (e qui si può, ulteriormente, separare una Lombardia etnolinguistica ristretta, “insubrica”, che ricalca la famiglia idiomatica lombarda dei linguisti, dal contesto gallo-italico).

Secondo alcuni, ‘Lombardia’ è un concetto vago, parziale, arbitrario che potrebbe essere applicato a buona parte dell’Italia (intesa in senso romano), in quanto ex Regno longobardo (Langobardia Maior /Langobardia Minor, un etnonimo impiegato dai Bizantini per riferirsi ai territori in mano longobarda, tanto che Lombardìa è accentato alla greca, non alla latina; in effetti, sarebbe meglio chiamarla Lombàrdia). Se i Franchi non avessero sgominato gli antichi Vinnili, forse, l’intera Italia sarebbe divenuta Lombardia, anche se il prestigio del coronimo italico, in definitiva, sarebbe stato più forte.

Tuttavia, per quanto mi riguarda – e non credo sia idea peregrina -, ‘Lombardia’ si attaglia perfettamente alla cosiddetta “Alta Italia”, alla Cisalpina, segnatamente alla sua porzione occidentale. Il fulcro del Regno longobardo, la Langobardia Maior, era il settentrione con la Toscana, e anche in quest’ultima, subito conquistata e colonizzata da Alboino, i Longobardi lasciarono una forte impronta, anche in senso genetico e fisico. Ciò nonostante, l’etnonimo lombardo raramente, nel Medioevo, designò i toscani, come lo stesso Dante dimostra distinguendo, linguisticamente, il tosco dal lombardo.

Da un punto di vista storico, etnico, geografico e linguistico-culturale col termine ‘Lombardia’ si suole indicare l’intera Cisalpina, in particolar modo il nordovest (con le ben note propaggini orientali trentine e veronesi). Peraltro, anche agli occhi degli stranieri dell’Età di mezzo, varcare le Alpi, o l’Appennino, significava recarsi in Lombardia, e i Lombards medievali non erano altro che i banchieri, i ricchi mercanti e i prestamonete dell’Alta Italia presenti nel Nord Europa. Questa era anche, più o meno, la mira panlombardista dell’MNL.

La mia idea primigenia di Grande Lombardia, poi nel tempo corretta, era la seguente: Regione Lombardia, Ticino, Grigioni lombardofono, Piemonte orientale, Trentino occidentale, Emilia, Bologna e Ferrara e pure la Lunigiana. Era piuttosto in linea, tra l’altro, con l’idea geografica padana che l’Alighieri palesò nella Commedia, parlando di un oscuro personaggio bolognese:

rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.

(Inferno XXVIII, 73-75)

(Vercelli la conosciamo; Mercabò, o Marcabò, era una fortezza eretta dai veneziani sul Delta del Po.)

Correggendo il tiro, nei primi mesi del 2010 sistemai la mia vecchia idea grande-lombarda giungendo, anche grazie al confronto col sodale Adalbert Roncari, alla posizione dell’MNL: Regione Lombardia, Ticino, Grigioni lombardofono, tutto quanto il Piemonte, la Val d’Aosta, Trentino occidentale, Emilia priva della parte estrema fuori dal bacino del Po (dallo statuto ibrido lombardo-romagnolo) e alcune porzioncine di Veneto. Senza però Massa e Carrara che sono liguri anche se tendenti alla lombardofonia per influssi ducali padani.

Espongo, dunque, l’allora pensiero lombardista, tratto dai vecchi blog, che aderisce al concetto storico di Lombardia come marca terragna nata in epoca carolingia:

Parlando di Lombardia, la prima cosa di cui si deve tener conto, il primo punto fermo, sono i sacri ed intoccabili confini geografici: la Lombardia combacia col bacino idrografico del fiume Po.

Per questo, ma non solo, ritroviamo nella nostra idea di Lombardia territori franco-provenzali, occitani e liguri, perché facenti parte dell’ambito alpino-padano.

E davanti ai confini geografici, davanti ai baluardi naturali, signori miei, c’è poco da questionare.

In secondo luogo, abbiamo l’amalgama etnico gallo-germanico, celto-longobardo, che accomuna tutti i lombardi, quelli centrali (insubrici), orientali (valtellinesi, orobici, cenomani), occidentali (piemontesi) e meridionali (padano-emiliani); parimenti, l’amalgama linguistico galloromanzo cisalpino, escludendo la Romagna che non è lombarda (a cui possiamo tranquillamente aggiungere le papalino-bizantine Bologna e Ferrara) e la Liguria che è mediterranea.

Da ultimo, c’è la questione culturale e storica, nata nel Medioevo, che dopo la Gallia Cisalpina e la Langbobardia ha visto il sorgere della marca imperiale di Lombardia, dei liberi comuni, delle signorie germaniche, del Ducato di Milano e poi di Lombardia, prima della frammentazione cinquecentesca.

E, dunque, ecco una Grande Lombardia così ripartita: Lombardia centrale (Insubria), Lombardia orientale (Valtellina-Orobia-Cenomania), Lombardia occidentale (Piemonte, Val d’Aosta), Lombardia meridionale (Emilia-Padania).

All’interno del nostro territorio possiamo trovare minoranze franco-provenzali e provenzali a ovest, liguri a sud e alemanniche (walser) a nord.

Abbiamo pensato anche ad una ripartizione del territorio stesso.

Per mere questioni statistiche e di comodo suddividiamo la Lombardia in quattro aree geografiche (appunto centro-est-ovest-sud) a loro volta suddivise in cantoni con capoluoghi e distretti.

Avremo così: Lombardia centrale – Bassa Insubria (Milano capitale storica di Lombardia, con i distretti di Busto Arsizio, Monza, Lodi e Pavia), Alta Insubria (Como, con i distretti di Lecco, Lugano e Varese), Lebecia (Novara, con i distretti di Vercelli, Biella, Varallo e Vigevano), Leponzia (Locarno, con i distretti di Domodossola, Intra, Bellinzona); Lombardia orientale – Orobia (Bergamo, con i distretti di Crema, Clusone, Zogno), Rezia (Sondrio, con i distretti di Tirano e Chiavenna), Alta Cenomania (Brescia, con i distretti di Rovato, Desenzano, Darfo e Riva), Bassa Cenomania (Cremona, con i distretti di Casalmaggiore e Mantova); Lombardia occidentale – Alta Taurinia (Torino, con Ivrea, Lanzo, Pinerolo, Susa), Bassa Taurinia (Cuneo, con Alba, Mondovì, Saluzzo), Ambronia (Alessandria, con Asti, Casale, Acqui e Novi), Salassia (Aosta); Lombardia meridionale – Marizia Occidentale (Piacenza, con Voghera e Tortona), Marizia Orientale (Parma, con Fidenza e Fiorenzuola), Bononia (Modena, con Reggio di Lombardia e Carpi).

I nomi dei cantoni sono etnonimi che si rifanno alla principale popolazione, celtica o celto-ligure, che ha dato l’impronta fondamentale al territorio; i capoluoghi sono le città principali dei cantoni; i distretti sono le città minori.

Milano è la grande ed unica capitale di Lombardia, motore della sua potenza e della sua gloria, volano del lombardesimo assieme al nordico Seprio e al nucleo lombardo, lo zoccolo duro insubrico, (la grande Insubria golasecchiana dal Sesia al Serio che costituisce la Lombardia basica), guida aristocratica di tutta la nazione.

C’è da dire che la nostra ipotetica suddivisione amministrativa rispecchia anche la nostra idea politica di Lombardia che più che federalista è moderatamente centralista (a che serve il federalismo tra fratelli?), con Milano intoccabile capitale, presidenziale, repubblicana ma aristocratica, senza tutta quella patetica e farraginosa intelaiatura federale o pseudo tale che rischia di fomentare le solite grandi pecche lombarde ossia egoismo, particolarismo, campanilismo e materialismo.

Quella delineata qui sopra non è la Grande Lombardia (la Cisalpina) individuata nel 2013, e di cui tratto ancor oggi, ma la Lombardia etnica. Sul sito di Grande Lombardia (GL) è possibile osservare nel dettaglio, grazie a pregevoli cartine realizzate dal buon Ronchee, gli areali, le suddivisioni amministrative attuali e quelle cantonali ipotetiche tanto della Lombardia etnica (grossomodo il nordovest) quanto della Grande Lombardia (la Padania scientifica, non legaiola).

La concezione lombardista di Lombardia, stabilizzatasi nel tempo, si innerva dunque sulla distinzione in Lombardia etnica e Grande Lombardia. Più sopra accennavo, comunque, ad una terza forma di Lombardia (le tre lombardità di cui parlavo nel blog precedente), che è quella etnolinguistica: ristretta (la Regione Lombardia, senza gli Oltrepò, con Novarese, VCO, Tortonese, Svizzera lombarda e Trentino occidentale) e allargata (il continuum galloromanzo cisalpino, gallo-italico, cioè il settore occidentale della Cisalpina che include anche Romagna e Liguria).

C’è da dire, come ho sempre sostenuto, che la Regione Lombardia, la simpaticamente detta “Pirellonia”, pur essendo totalmente lombarda, è una boiata artificiale creata a tavolino dal centralismo romano, che si avvale di regioni pseudostoriche per banalizzare gli orgogli etnici (e genuinamente nazionali), facendo finire tutto nel tritacarne tricolore. Gli studiosi, giustamente, individuano una famiglia linguistica lombarda – ristretta – che va da Novara a Brescia e da Bellinzona a Cremona; ma va detto che le parlate cisabduane, insubriche, hanno più in comune con quelle del Piemonte orientale o del Piacentino, che con bergamasco e bresciano.

Gli stessi linguisti, qui colpevolmente, in ossequio all’italocentrismo, usano un’etichetta sciocca, “gallo-italico”, per evitare di impiegare il termine corretto (in senso allargato), “lombardo”, in riferimento alla macro-famiglia linguistica della Padania. Le lingue lombarde, che nel Medioevo interessavano anche il Veneto continentale e padano e il Trentino, hanno influenzato il ligure (che, oggi, è ritenuto gallo-italico, dunque lombardo), comprendono il romagnolo e si spingono fino alle Marche settentrionali e alla Lunigiana, con un’isola nel Conero e lambendo la Garfagnana.

L’esistenza di una nazione lombarda, anche linguisticamente, è insindacabile, corroborata dalla stretta affinità con gli idiomi retoromanzi (romancio, ladino e friulano), oggi distinti dalla famiglia lombarda ma un tempo ancor più prossimi alla stessa. La lingua veneta attuale, certo ben diversa dal lombardo, si è espansa in tutto il Veneto ma è modellata sul prestigio del veneziano (storicamente legato al toscano per questioni letterarie) e ha nei secoli rimpiazzato parlari affini a quelli lombardi contemporanei. Il sostrato celtico e il superstrato longobardo hanno riguardato anche il Triveneto.

La designazione altomedievale del territorio lombardo, modellato sulle suddivisioni politiche longobarde e franche, si concentrava sul settore “italiano” nordoccidentale tralasciando, per ovvie ragioni, la Romagna, ossia l’Esarcato bizantino. Anche Liguria ed Emilia orientale erano di statuto incerto, poiché conquistate tardivamente dai Longobardi; ciò nonostante, Genova era ritenuta la porta della Lombardia (anche grazie ad un bisticcio etimologico latineggiante) e, nella mappa postata in apertura, Bologna e Ferrara mancano in quanto donate da Carlo Magno al papa, pur essendo state alfine prese dai Longobardi.

Quest’area coincide con la Padania intesa come bacino imbrifero del fiume Po, col fulcro della Gallia Cisalpina e della Langobardia Maior (Pavia, Milano e Monza) e ricalca, inoltre, il territorio che con i Carolingi assunse per la prima volta il toponimo ‘Lombardia’: per l’appunto, il nordovest, la Lombardia etnica.

Il Triveneto, porzione orientale della Grande Lombardia, rientrava nella designazione più ampia di Lombardia medievale (vedi Lega Lombarda), ma assunse un proprio profilo politico peculiare grazie a Venezia, Aquileia, Verona, Trento; la Romagna è (quasi) sempre stata esclusa dall’ambito longobardo/lombardo, pur essendo anch’essa Gallia Cisalpina. Il “nord Italia”, ossia la nazione della Grande Lombardia, va, anche etno-culturalmente, dalle Alpi allo spartiacque appenninico (linea linguistica Massa-Senigallia) e dal fiume Varo al Monte Nevoso, nella Venezia Giulia storica.

Nessuno nega che il “nord” non sia del tutto omogeneo e che, al suo interno, vi siano alcune differenze peculiari. Lasciando da parte le minoranze storiche, esiste certamente una distinzione tra l’ambito alpino/prealpino e padano, così come tra ovest ed est, e la realtà romagnola appare periferica e tendente all’ambito tosco-mediano. Anche la geografia è variegata, sebbene l’areale grande-lombardo sia primariamente continentale e sub-mediterraneo. Ma è altrettanto innegabile che la dimensione nazionale abbracci l’intero contesto padano-alpino, a partire dalla Lombardia etnica.